Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -
Data Rivoluzionaria
Visualizzazione post con etichetta dialoghi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta dialoghi. Mostra tutti i post

In una nuova classe terza

Dodici o tredici anni, sono un soffio di vita, poche molecole di tempo. Eppure i primi tredici anni di vita sono più che sufficienti per immagazzinare la cultura autoritaria e riprodurla come se fosse la cosa più ovvia e naturale del mondo. Così succede che nelle nuove classi-celle (studenti che ancora non conosco e che mi dànno ancora del lei) torno a vedere lo stesso stupore nel volto di chi non ha mai saputo che un altro modo di vivere esiste, si può, ed è migliore di questo. Ho parlato brevemente di Summerhill, abbiamo aperto il sito, abbiamo visto le foto delle attività. Stupore, meraviglia, occhi che brillavano, bocche aperte, e naturalmente voglia di imitare quei ragazzi felici.

Squarcio in una cella.

- Volete imitare quei ragazzi? Ma qui dentro non si può creare una Summerhill, purtroppo.
- Sì ma allora cosa possiamo fare?
- Prof, dobbiamo fare la rivoluzione?
- Cari ragazzi, per fare la rivoluzione, quella vera, bisogna prima conoscere ciò che fino a mezz'ora fa non conoscevate, o che pensavate fosse assurdo e impossibile. Voi la rivoluzione state già cominciando a farla, conoscendo quello che i vostri libri non vi dicono. Il resto verrà da sé.
- Ma esistono scuole così anche in Italia?
- Certo che esistono, ve ne parlerò più avanti.
- Prof, perché non apre anche lei una scuola così? verremmo tutti.
- Questa è un'idea buona, ma non so se riuscirete a convincere i vostri genitori a mandarvi in un altro tipo di scuola. Non siete mai voi a decidere le cose che appartengono alla vostra vita, ve ne siete accorti?
- Ce ne siamo accorti, prof!
- Non è giusto!
- C'è sempre qualche adulto che pensa di sapere che cosa sia giusto e buono per voi, e che ve lo impone anche contro la vostra volontà, con le buone o con le cattive. Sarà così per tutta la vita, voi la chiamerete 'normalità', e la state imparando a scuola, anzi, l'avete già imparata dal momento che vi siete meravigliati nel vedere che cosa succede a Summerhill, qualcosa di diverso dal solito, diverso dalla normalità.
- Qualcosa di diverso dalla società, prof?
- Da questo tipo di società, cara Maddalena.

Problemi di spazio?

Fuori dalle quattro mura domestiche, nell'ora in cui decido di impiegare il mio tempo libero all'aria aperta con nuove riflessioni per il mio libro, Thomas (12 anni) mi vede da lontano, si stacca dagli amici, mi si avvicina ('ciao, prof'!), e decide a sua volta di impiegare un po' di tempo con me. Ora, è certo che questo ragazzino abbia anche i suoi dilemmi, come tutti del resto, ma che si tratti di dilemmi relativi alla Storia dell'Arte, fuori dall'èra scolastica, mi ha onestamente sorpreso. Ognuno ha il diritto di risolvere i propri problemi, ma la questione di Thomas mi ha travolto intellettualmente e non ho potuto fare a meno di condividere con lui il suo dilemma. Venendo al sodo, Thomas, mettendo in parallelo i concetti più profondi dell'arte ellenistica con quella astratta (ah! quale ardito volo!), mi ha chiesto spiegazioni circa l'idea di spazio e di come questo possa diventare il limite per l'essere umano. Capirete dunque la mia sorpresa e il mio interesse. Avendo con me materiale per scrivere, e temendo di non seguire completamente il filo logico di Thomas, mi sono appuntato le frasi-chiave man mano che Thomas parlava. Una di queste frasi è proprio: 'io penso che lo spazio sia il limite dell'Uomo'. Ha detto proprio il limite, non un limite. La differenza è sostanziale. Onestamente, un'affermazione del genere l'ho letta soltanto in certi testi scritti non proprio per un ragazzino di 12 anni. Così mi sono premurato a chiedergli il motivo di quella affermazione. 'Ma certo' -mi risponde- 'perché io penso che tra la realtà e la fantasia c'è lo spazio'. Per essere sicuro di aver capito bene, gli chiedo perciò se intende lo spazio come un ostacolo posto tra noi e la nostra fantasia. 'Sì' -dice- 'lo spazio è come un muro, quindi l'arte astratta, dato che non contempla la realtà, forse ci insegna ad andare oltre quel muro, oltre lo spazio'. Fate pure tutte le considerazioni che volete, il discorso poi l'ho deviato su Lucio Fontana (cosciente della mia logica schifosamente accademica), ma al momento di salutarci gli ho promesso che avrei riflettuto sulle sue considerazioni, e che ci saremmo ritornati sopra.
Volete sapere una cosa? Thomas viene considerato dalla scuola un ragazzo assai problematico, introverso, scontroso, anche 'pericoloso, strano e inquietante' (testuale di una collega), invece è solo più profondo rispetto alla norma, ma questo suo essere oltre lo spazio normale (normato) non è ben visto dagli standard sociali, non viene capito, né digerito, perciò secondo la scuola Thomas va punito e puntellato o addirittura -come si è già purtroppo prospettato in un consiglio di classe- consegnato a uno specialista dell'Asl perchè riscontri e certifichi in lui i disturbi mentali che i miei colleghi dicono di vedere. Io invece vedo soltanto una persona che vuol ragionare sulle cose, forse a modo suo, con una logica tutta sua, ma perché punirlo per questo? Ce ne fossero, dico io!

L'amore in classe. Un dialogo

Che tipo di morale è quella che vieta le manifestazioni d'amore tra umani, mentre ostenta ed esalta in tutti i modi le manifestazioni militari? E' una morale fasulla, fascista, cattolica, borghese, innaturale e disumanizzante. La natura comincia a far bollire davvero gli ormoni verso i 12 anni, ma la scuola sembra preoccuparsene soltanto quando deve sopprimere l'istinto naturale e punire le manifestazioni amorose di questi ragazzi. Legge cattolica alla mano. La stessa scuola e la stessa legge che, però, non dicono mai nulla di fronte alle centinaia di disegni riproducenti guerre e armi di ogni sorta, o di fronte al carabiniere in divisa -con tanto di pistola alla cinta- che viene nelle classi a parlare di 'sicurezza', esortando persino tutti alla delazione. Pedagogia della violenza, della quale i docenti sono esperti inconsapevoli, poiché portatori 'sani'.
La fiducia che sta alla base del mio rapporto con i ragazzi porta questi ultimi a discutere liberamente con me anche dei loro amori. Rilevo comunque in loro un attecchimento dell'azione devastante del cattolicesimo, già a 12 anni, che li spinge alla vergogna, al senso del peccato, proprio nei confronti di quello che invece dovrebbe essere il sentimento più bello e naturale: l'amore. Il condizionamento della dottrina cattolica sulle coscienze, quello sì è il vero peccato.

Riporto il dialogo di oggi tra me e Claudia.

- Allora, Clà, come va l'amore?
- Bene, prof, alla fine ci siamo baciati di nascosto, vittoria!
- Sono contento per voi, si vede che sei più felice, e anche lui lo vedo più sereno.
- Sì però non è giusto, prof!
- Che cosa non è giusto?
- Ci vediamo solo qui a scuola, e tutti i prof non vogliono neanche che stiamo vicini di banco.
- E come fate?
- Facciamo dei bigliettini e ce li tiriamo, sempre di nascosto.
- Non vi bastano i bigliettini, vero?
- (ride) Menomale che quando c'è lei posso stargli vicino.
- State bene insieme, siete molto carini. Ma vi bastano due ore alla settimana per stare vicini?
- No, prof. E non è che possiamo sempre nasconderci in bagno per baciarci, prima o poi ci beccano.
- Guarda, se volete un po' di intimità, spostate l'armadio, così create uno spazio tra l'armadio e il pilastro.
- Bella prof!
- Va bene, ma non ti pare che sia venuto il momento di smetterla di sprecare il tempo parlando con me?
(abbraccio)

Dialogo con una pietra

- Chi gestisce la società, gli adulti o i bambini?

- Che domanda, gli adulti!
- E com'è la società?
- Vedo tanta ingiustizia, violenza, corruzione, inganno, sfruttamento, competizione...
- Quindi sono gli adulti i responsabili di tutto ciò?
- Ovvio!
- Non sono i bambini?
- Ma è evidente che no, i bambini non decidono alcunché, semmai subiscono le decisioni altrui.
- E allora perché gli adulti si arrogano il diritto di insegnare ai bambini il modo in cui costruire la società, se sono proprio gli adulti i primi a costruirla ingiusta e violenta? Con quale diritto gli adulti pretendono di sentirsi 'superiori e saggi' rispetto ai bambini? Non sarà che gli adulti, se vogliono una società giusta, debbano invece re-imparare tutto dai bambini, finché questi sono ancora liberi? Osservali, quei bambini, sono piccolissimi, ma guarda bene come giocano, come si relazionano, con quanta naturalezza si scambiano informazioni e organizzano in modo autonomo i loro giochi (che è la loro vita), non hanno sovrastrutture, stabiliscono insieme -e senza neanche scriversele- regole che poi cambiano e ricambiano, modificano e adattano di continuo; guardali bene quei bimbi, si fermano a guardare il mare o per un soffio di vento, e poi corrono a inventare altri giochi, lasciando ovunque segni e significanti che noi ignoriamo. Osservali bene quei bambini, sono piccoli, ma proprio per questo hanno il sorriso di chi non è ancora adulto e alienato. Sei ancora convinto di avere qualcosa da insegnare loro?

Scuola libertaria va in radio

Grazie a Marzia Coronati per aver trattato il tema delle scuole libertarie su AMISnet, l'agenzia multimediale di informazione sociale, nella trasmissione radiofonica 'Terranave'. L'audio può essere ascoltato aprendo QUESTO LINK che vi manda alla pagina di presentazione della puntata. La redazione si è occupata nello specifico della scuola Genio Selvatico, vicino Gubbio, e ha intervistato alcuni dei suoi componenti, compresi genitori e studenti. L'equipaggio di Terranave ha poi continuato il suo viaggio con un mio intervento, approdando infine alla rubrica 'A testa in giù', curata da Lianka Trozzi. Altri spezzoni del mio intervento, compresi quelli inseriti in trasmissione, possono essere ascoltati sul player in fondo al blog, oppure CLICCANDO QUI. 

Il rappresentante dei libri di Stato

Come ogni anno, di questi tempi, nelle scuole arrivano i rappresentanti delle case editrici per proporre i libri di testo per l'anno successivo. Nella scuola dove lavoro arrivano sempre tre o quattro rappresentanti, sempre quelli, sempre quelle case editrici, come se non ne esistessero più sul territorio nazionale. Ma poi cosa importa -mi dico- anche se di rappresentanti dovessero arrivarne cento o mille, tutti i loro libri conterrebbero sempre le stesse informazioni, quelle che convengono allo Stato.
L'altro giorno arriva uno di questi signori incravattati con dei testi di 'Arte e Immagine' da propormi, tutti belli impacchettati e cellophanati, ne presentivo già il buon odore, ma solo quello. Il rappresentante comincia a parlarmi della possibilità di scaricare il materiale anche da internet (non è una possibilità, ma una recente disposizione del ministero), che la ricerca delle immagini è stata più accurata, che all'interno c'è anche un dvd, ecc. Fin qui tutto chiaro e lineare. Però alla fine l'ho invitato a sfogliare insieme a me il suo libro. Comincio sempre dall'indice, gli dico.
- Perché dall'indice?
- Ma perché basta un'occhiata per capire.
- Capire cosa?
- Il grado di censura dello Stato.

(mi guarda stralunato e indispettito)

- Senta -gli dico- ma lei ha agganci direttissimi con l'editore?
- Sì, perché?
- Allora, per favore, può dire all'editore che anche in questo libro mancano migliaia di anni?

(ancora più stralunato, ma interessato)

- E cosa mancherebbe?
- Guardi, anzitutto mancano le società gilaniche.
- Le società che?
- Le società gilaniche, o acefale, o senza Stato. Insomma, qui manca la parte dove si viveva tutti in pace, in anarchia, in cooperazione, senza guerre. E poi guardi qui, il libro parla di 'inizio della civiltà' solo in corrispondenza delle prime monarchie, dello Stato, delle guerre, dei faraoni e degli schiavi in Egitto. E' questa la civiltà?
- Eh sì, prima non eravamo civilizzati.
- Questo lo dice lei perché anche lei ha studiato su questi libri, o ha informazioni televisive, di massa. Così non conoscerà neanche l'archeologa Marija Gimbutas, e come tutti associerà l'isola di Creta al re Minosse -come dice anche il suo libro- e non sa invece che anche Creta è stata una società libera e gilanica prima di quel re, che poi non è neanche esistito, ma è sufficiente che sia un re, ancorchè inventato, perché lo Stato ne faccia il proprio vanto di 'civiltà'. Io invece penso che la civiltà sia là dove l'arte era fiorente, prima di Micene, e dove non vi sono guerre.
- Ma lo sa che mi interessa davvero questa cosa? Ora mi annoto tutto e vado a fare una ricerca.
- Il libro è zeppo di censure, questa è solo una delle tante.

(e inaspettatamente...)

- E' vero, posso confermarglielo, ci sono molte cose non scritte.
- Ma certo, posso anche capire, ma non posso tollerare che i miei studenti rimangano ignoranti su queste informazioni così preziose. Guardi, non viene scritto neanche che la maggior parte degli artisti erano anarchici, soprattutto tra il 1830 e il 1930, coadiuvati da letterati e poeti altrettanto anarchici, ma di cui non si deve conoscere la loro idea politica, mentre invece tutti devono sapere che Marinetti era interventista e abbracciò il fascismo, come D'Annunzio. Ci sarà un motivo in tutto questo, no?
- La censura ha sempre un motivo. E' ovvio che lo Stato faccia cancellare parti di Storia a lui sconvenienti. E poi, come si dice, la Storia è scritta dai vincitori. Però se lei conosce quelle parti cancellate penso sia giusto che le faccia conoscere agli studenti.
- E' quel che faccio, ne stia certo, gli dica anche questo all'editore. E gli dica anche che se volesse pubblicare uno dei miei testi, di cui già facciamo uso 'clandestino' qui a scuola, di tanto in tanto, sarei disponibile alla cosa. Ma non credo accetterà.

Cinque minuti per me (posson bastare)

Venerdì scorso, durante i brevi minuti che passano tra un cambio di insegnante e l'altro, tra un'ora e l'altra, sono entrato in una classe 'scoperta' (momentanemente priva di insegnante) dove non conoscevo gli studenti, e quindi loro non conoscevano me. Dico la verità, non ho potuto fare a meno di approfittarne per parlare con loro un momento, e davvero i bambini capiscono talmente al volo il concetto di libertà/prigionia che son bastati credo neanche cinque minuti.

Entro, il silenzio totale.
'Chi sarà questo tizio? Un insegnante, certo, lo abbiamo visto nei corridoi, ma che vuole da noi? Perché è qui? C'è supplenza? Che dirà'? E' esattamente questo quello che pensano sempre i ragazzi davanti a un volto nuovo e 'adulto' in classe, ci siamo passati tutti. E gli sguardi sono sempre tra lo stupito e l'impaurito (sottolineo impaurito).

Vado alla cattedra, non dico niente, li guardo, vado avanti e indietro, mi blocco e li riguardo, riprendo a camminare in silenzio, per loro sto solo facendo la sentinella, anzi, il generale che passa in rassegna le truppe. Lo faccio apposta, faccio lo sgurado corrucciato, severo. Passa qualche secondo e il mio sguardo diventa anche sdegnoso. Finalmente parlo. Pronuncio solenne una massima di Diderot: 'nessun uomo ha ricevuto dalla natura il diritto di comandare gli altri'. Silenzio più totale, stanno ragionando su queste parole. Capisco che per degli undicenni la frase risulti ostica, intuisco ogni loro interrogativo. La ripeto ancora, poi più lentamente, scandisco le sillabe, dò peso alla parola 'nessun' e 'natura' (il mestiere del teatro mi aiuta sempre), utilizzo l'indice ammonitore. Ma insomma, guardatevi! E qui con le mani faccio il gesto, come per dire siete tutti inquadrati, allineati, inscatolati. Accentuo l'espressione sdegnosa. Loro capiscono al volo, qualcuno fa l'espressione rassegnata, come per dire 'eh sì, purtroppo'. Riprendo il bandolo della matassa e domando a uno: tu hai il diritto di comandare qualcun altro? La natura ti ha dato questo diritto? Qualche vostro professore ha per caso ricevuto dalla natura il diritto di farvi stare tutti così buonini e inquadrati, tutti seduti e in tre file perfette? E se qualcuno di voi, adesso, avesse voglia di alzarsi e andare dall'altra parte dell'aula? 'Non si può', mi dice quello del primo banco. Devi chiedere il permesso, vero? 'Sì', mi fa lui. Ma come -dico io- ma a casa tua chiedi il permesso per alzarti dalla sedia? 'No'. E a casa tua chiedi il permesso per bere? 'No'. E per andare in bagno? Ride, come per dire: 'che assurdità, certo che no'. E allora perché qui a scuola dovete tutti chiedere il permesso per fare tutto? Ho ripetuto: nessuno ha il diritto di comandare gli altri. 'Prof, ma perché non sono tutti come lei'?
Qui ha fatto ingresso la generalessa, la vicepreside che aveva lasciato scoperta la classe, e sono uscito da quell'aula.

La chiamano scuola dell'infanzia

Quanto si è ancorati alle proprie convinzioni, anche se si dimostra che queste sono false o superate? Vediamolo adesso.
Parlando con due colleghe delle elementari, siamo giunti a discutere di pedagogia. In verità il discorso l'avevo indirizzato io in quel settore, perché volevo sapere da loro quali pedagogisti avessero studiato all'Università (o al Liceo delle scienze sociali, ex socio-psico-pedagogico, ex magistrali), prima di approcciarsi al mondo dell'educazione infantile. Una delle due colleghe non ricordava neanche i nomi, mentre l'altra, freschissima di studi, mi ha citato solo la Montessori, ma senza addentrarsi nel merito della sua pedagogia. Alché ho fatto dei nomi di pedagogisti illustri per vedere se li avessero sentiti nominare da qualche parte. Ferrer? Illich? Faure? Bernardi? Niente da fare. Il vuoto. E che vuoto!
Primo elemento: conoscenza pedagogica generale, vicina allo zero. Secondo elemento: conoscenza dei pedagogisti più aderenti alle vere necessità del bambino e dell'essere umano, zero assoluto. Bisogna adesso tenere a mente questi due elementi durante la lettura di questo scritto.
L'attenzione si era nel frattempo spostata su uno dei cartelli appesi in classe, uno di quei cartelli dove ci sono disegnate le lettere dell'alfabeto. Questi cartelli, in quella scuola, hanno le lettere ben inserite dentro i binari, come in questa foto:

Esprimo allora un giudizio negativo sul fatto che vi siano dei binari, ne spiego anche il motivo (qui), dicendo anche che il mio giudizio negativo non appartiene a una mia velleità intellettuale, né a un mio pregiudizio, né a una mia congettura, ma che fa preciso riferimento a una visione più avanzata della pedagogia. Ora, io spero di ricordare ogni parola di quel che è uscito fuori dal nostro dialogo:
io: il bambino dovrebbe imparare a scrivere. Se togliamo le righe impara lo stesso e sviluppa la sua creatività anche nella grafia. Inoltre si sente più libero di esprimersi.
lei: ma è impossibile, i binari servono, sono indispensabili.
io: non credo che facendo scrivere su un foglio completamente bianco, questi bambini disegnino una 'z' al posto della 'g'.
lei: è vero, ma poi finisce che scrivono tutto storto e non si capisce bene, non ce la faccio a leggere.
io: allora il problema è solo tuo, non del bambino.
Non pensare, tu che leggi, che le maestre abbiano abbandonato la loro convinzione. Nell'ignoranza pedagogica che le contraddistingue (vedi sopra), le due maestre hanno continuato a sostenere che i binari sono necessari, sostanzialmente e unicamente perché questi aiutano le maestre a leggere. La chiamano scuola dell'infanzia.

P.S. Attendo con ansia e amore questi bambini alla scuola media. Non vedo l'ora.

Un'analisi tanto spietata quanto veritiera

Ho rivisto per caso Matteo, l'altro giorno, e ci siamo messi a parlare. Lui adesso è iscritto al primo anno di Liceo Artistico, e per chi non conosce la sua esperienza scolastica alla scuola media e la sua maturazione libertaria posso dire che all'inizio Matteo era quello additato da tutti i miei colleghi, bollato come lavativo, seriamente a rischio, non controllato, problematico, ma che attraverso l'interesse nei confronti dell'ideale anarchico è riuscito a rendersi consapevole della propria coscienza, dei propri atti, e a svolgere un esame di terza media con una personalità e una maturità da liceo (applauso dei colleghi annesso).
Gli ho chiesto se si fosse trovato bene in quel suo primo anno di Liceo Artistico. Mi ha risposto che non va bene, che fa tante assenze, che perciò rischia la bocciatura. Naturalmente gli ho anche chiesto il motivo, confidando nella sua onestà. Matteo è stato molto più che onesto, mi ha riferito con esattezza disarmante tutti i motivi per cui un ragazzo come lui, interessato all'Arte, non potrebbe mai trovare soddisfazione in un simile Liceo (dove peraltro ho insegnato).
La sorprendente analisi che Matteo mi ha fatto, li per lì, seduta stante, mi ha lasciato di stucco per la lucidità e la precisione, mi è sembrato di conversare con un pedagogista libertario. Sintetizzo:
'è una scuola che tarpa le ali agli artisti! Ma come posso esprimere liberamente la mia arte se tutti i professori non fanno altro che decidere per me, imbrigliarmi in percorsi stabiliti, darmi delle regole che snaturano ciò che volevo trasmettere? E' logico che poi prendo brutti voti, e io faccio molte assenze perché non mi piace stare in una scuola che, per sua natura, dovrebbe liberare la creatività, la fantasia, l'emozione, ma che invece uccide ogni inventiva, ogni entusiasmo. Lì dentro è tutto preordinato, inscatolato. I professori dovrebbero insegnarci a liberare l'arte, non a soffocarla'.
Gli ho detto quello che gli dovevo dire, poi ci siamo abbracciati.

Per conoscere l'evoluzione di Matteo clicca qui

Immagine: James Ensor, 'Ecce homo'

Ma è assurdo, prof!

Oggi i ragazzi e le ragazze della III A li ho visti particolramente ansiosi di dirmi qualcosa. E infatti...

Matteo e gli altri (13 anni): 'prof, lo sa che nel nostro libro di Storia si parla di Bakunin'?
Io: che strano, e... che cosa dice il libro? (conosco quel libro, ma ho voluto ascoltare la loro analisi).
Matteo: 'parla della Prima Internazionale, di Marx e di Bakunin'.
Io: quindi? Che dice?
Matteo (tra l'ironico e lo scocciato): 'sto libro del cavolo dice che Marx voleva l'ordine, mentre Bakunin voleva la violenza'.
Io: ve l'ho già detto: riguardo all'anarchia, o non se ne parla affatto, oppure se ne parla solo per denigrarla e dipingere come criminali i suoi esponenti.
Giulia: 'ma è assurdo, prof'!

Irene vuole essere libera

Terza media. Irene, 13 anni, l'altro giorno mi fa: 'lei è un mito'. Le ho chiesto il perché e lei mi ha risposto: 'perché ci sta insegnando cose utili e importanti come l'anarchia'. Son soddisfazioni. Ma non è tutto, poi ha aggiunto: 'lei dovrebbe parlarci bene dell'anarchia' (intendeva dire più apertamente e più approfonditamente). Nel pomeriggio le ho fatto una domanda attraverso la posta di facebook, le ho chiesto cosa sapesse di anarchia. Ha risposto: 'per adesso mi basta sapere come, dove e quando nasce l'anarchia'. Non le ho risposto subito, ma l'indomani a scuola. Nel pomeriggio le ho inviato un file pdf.
Irene sarà una buona anarchica.

Tutti giù per terra

Un giorno, in una classe seconda (12 anni), un ragazzo ha sentito la necessità di stravaccarsi e di poggiare i piedi sul banco. C'era anche un'aria di sfida (bonaria) nei miei confronti, l'avevo percepita. Lo studente voleva mettermi alla prova e avrà sicuramente pensato: 'beh, visto che parla tanto di libertà e di antiautoritarismo, vediamo come reagisce con tanto di piedi sul banco'.
Gli ho detto semplicemente: se sei stanco di stare seduto come vuole il regolamento, prova a cercare una posizione più comoda di quella che hai trovato adesso. Lo studente non ha perso tempo e si è sdraiato per terra. Molto bene -ho detto- c'è qualcun altro che vuole stendersi? Immediatamente altri tre studenti si sono buttati per terra con lo zaino sotto la testa a mo' di cuscino.
E non è caduto il cielo.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

Lettori fissi