Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -
Data Rivoluzionaria

sabato 16 marzo 2019

La scuola la fanno davvero i docenti?


C'è qualcosa da dire anzitutto: la scuola non crea conoscenza! Nel migliore dei casi si limita a ripetere e a far ripetere un punto di vista sul mondo già codificato, usato e logoro, che è il punto di vista utile a perpetuare questo tipo di società, questo tipo di cultura, e solo questa. Essendo dunque un contenitore dove non si crea nulla, la scuola non può accampare meriti o arrogarsi diritti che non ha, soprattutto quello di elevarsi al rango di 'essere intelligente' avente proprietà salvifiche, come ingenuamente crede ancora qualcuno. 
Gli intelligenti e i creativi sono sempre stati fuori dalla scuola, anche nei pochi casi in cui ne sono rimasti dentro (standoci male), perché i geni rimangono tali nonostante la scuola. Ma il fatto è che la scuola, non creando conoscenza, ha sempre usato le sublimi e innate intelligenze per il suo proprio tornaconto, per dar lustro a se stessa e costruire il proprio mito, la propria narrazione (di cui è innamorata la gente, ricordate l'articolo scorso?). Si può fare un parallelismo con la nefasta e banalissima televisione, la quale, quando ha necessità di autopropagandarsi, usa la sua narrazione autoreferenziale utilizzando il famoso maestro Manzi, sfruttandolo sempre per lo stesso motivo (l'alfabetizzazione via TV), ma sempre censurandolo quando si tratta di spiegare chi fosse veramente Alberto Manzi e quale tipo di principio libertario e ribelle lo animasse nella vita e nel suo lavoro. Per scoprirlo, abbiamo dovuto aspettare non certo la scuola, ma qualcuno che generosamente e gratuitamente, su internet, ci ha informato di chi fosse veramente quel Manzi.
La scuola, tra le altre cose, sta distruggendo la realtà dei fatti, la sta mistificando, e ha già finito per condizionare tutti del fatto, sconfessato da molto tempo, che essa sia necessaria all'umanità e che sia persino l'unico luogo dove imparare; la scuola, o per meglio dire la sua autonarrazione, ha costretto le masse a credere che ogni merito artistico, tecnologico, scientifico, filosofico, ecc. sia da attribuire ad essa, alla scuola in quanto tale, persino in quanto luogo fisico specifico. No! la scuola è solo un mastodontico contenitore, un dispositivo autoritario e conformante che sfrutta e usa come bel packaging le qualità e le ricerche isolate di quelle individualità geniali ed esterne che, a suo tempo, furono da lei stessa criticate e bandite.
Quanti geni autodidatti oggi vengono studiati a scuola, spesso malamente o incompiutamente (a convenienza, e moltissimi altri vengono censurati), con i quali la scuola si veste, ammantandosi di un'aura preziosa che non ha e che non può mai avere? Il mondo delle scienze, ad esempio, è colmo di autodidatti derisi, criticati, ostacolati, respinti dalla scuola, incarcerati, uccisi, così come pure il mondo delle arti: tutte persone erudite che prescindono dalla scuola. La scuola non ha mai avuto niente a che fare con questi geni, e nemmeno questi con la scuola, per fortuna nostra! I geni sono tali proprio perché sono stati in grado di deragliare dai binari della cultura prestabilita, la stessa cultura che deve essere protetta e divulgata dalla scuola; essi hanno saputo individuare o inventare altre strade, quelle che la scuola e la società chiama sempre utopie. La scuola in quanto tale insegna il consueto e a riprodurlo all'infinito, è l'istituzione del possibile e, come tale, insegna prima di tutto a far credere che un mondo senza se stessa sia impossibile, perduto. Io credo sia questo il più grave errore che possa commettere un essere autonomamente pensante.
Quando la gente difende la scuola come istituzione e dunque ripete spesso che 'la scuola la fanno gli insegnanti' (formula massimamente retorica), dimentica o ignora non soltanto che a scuola non ci sono soltanto gli insegnanti, ma dimentica anche il fatto che le qualità umane degli insegnanti preesistono alla scuola stessa, sono connaturate all'individuo, sono proprietà personali, non c'entrano nulla con la scuola. Se un docente è particolarmente creativo, o umano, o geniale, o empatico, questo suo 'essere' non lo deve alla scuola, ma alla sua natura, al suo bagaglio di qualità umane innate: egli, al di fuori della scuola, non smette di essere quello che è, anzi, esalta quelle sue qualità.
Perciò quello che manca nei ragionamenti della gente, quando tenta di difendere l'istituzione scolastica, è il saper distinguere: da una parte c'è la scuola con le sue funzioni occulte e reali, con i suoi meccanismi intoccabili e autopoietici, e dall'altra ci sono le singole qualità individuali che operano al suo interno. Proprio il fatto che si tratta di un'istituzione - e ogni istituzione è tale perché pone come suo scopo principale la conservazione di se stessa, e in quest'ottica anche una scuola libertaria che pone come fine la sua perpetuazione diventa un'istituzione e, come tale, rinnega totalmente quel che dice di essere - la scuola tende a distruggere le individualità, le diversità e le qualità di chi è preposto a farla vivere da contratto, da lavoratore dipendente salariato, da adattato e spesso rassegnato.
La scuola è un mostro che divora tutto, è una macchina che usa come carburante, per i suoi scopi autocelebrativi, tutto il buono che le viene regalato dai singoli operatori, annegandoli nel migliore dei casi, modificandoli e rendendoli anonimi attori obbedienti, appiattiti nel vuoto pneumatico omologante. Ci sono alcuni docenti i quali, se fossero fuori dalla scuola, liberati da essa, non farebbero altro che creare, ricercare, scoprire, essere davvero se stessi, esprimersi con gioia e, perché no, insegnare con vero slancio a chiunque gliene facesse richiesta, senza diventare dei gendarmi sorveglianti ed esecutori di ordini altrui, come invece devono essere per forza a scuola, loro malgrado! E allora sì, se dobbiamo vederla in quest'ottica, laddove il docente si annienta come persona creativa e umana per diventare quello che la scuola gli ordina di diventare ed essere, cioè un gendarme sorvegliante e giudice normalizzatore, allora sì, dicevo, è effettivamente il docente che fa la scuola.
Perciò non dobbiamo confondere mai le due realtà: da una parte ci sono le persone, le varie individualità con la loro umanità innata e le loro qualità e le loro unicità, dall'altra parte c'è l'istituzione scolastica che usa queste individualità per costruire il proprio mito, strapazzandole, annientandole, facendole diventare dei soldatini obbedienti che insegnano ad obbedire, e alla fine buttandole via. E' dunque l'insegnante che fa la scuola? Assolutamente sì, se il docente si annienta come persona e si adopera come un soldato per la realizzazione del 'programma occulto' deformante e normalizzante della scuola. Assolutamente no, se il docente riesce a non essere ciò che la scuola gli ordina di essere, di dire, di fare. I fatti dimostrano che non è il docente che fa la scuola, ma è la scuola che fa il docente, che lo rende uno schiavo dipendente e obbediente, un gendarme fedele alla ripetizione del consueto e dell'unico punto di vista sul mondo utile alla perpetuazione di questa società.
Descolarizzare la società non significa farla cadere in chissà quale abisso di brutalità e oscurantismo (questo sta avvenendo con la scolarizzazione di massa obbligatoria), non significa rinunciare alla conoscenza e all'erudizione, ma significa esattamente il contrario! E' solo allora, con la descolarizzazione, che si libereranno finalmente le conoscenze e l'erudizione, è allora che si avranno mille e mille possibilità di divulgazione, anche attiva, reale o virtuale, creativa, compartecipata, libera, universale, e si apriranno universi di scoperte e di strade che la scuola nega e vieta per sua stessa struttura e volontà! Apriamo dunque tutte le possibilità e chiudiamo le scuole!

sabato 9 marzo 2019

Interrompiamo il circolo vizioso dell'autonarrazione


La società è innamorata della scuola? Non sa immaginarsi una vita senza la scuola? Le sembra un'eresia disertarla o distruggerla? Vi dico questa ovvietà: la gente è completamente infatuata e incantata, è vero, ma non della scuola, bensì della sua narrazione, cioè dell'idea che la scuola dà di se stessa, a parole, un'idea che non corrisponde mai alla realtà, e non può farlo. C'è una bella differenza tra un qualcosa e l'immagine che se ne vuol dare. E la gente scambia puntualmente l'immagine retorica che la scuola dà di se stessa con ciò che la scuola è nei fatti, nei risultati. 
E' di un'evidenza sconcertante lo scollamento che c'è tra quel che la scuola dice di essere e di fare, con quello che essa produce realmente nella società! E nonostante questo scollamento evidente, malgrado questa contraddizione così palese e sfacciata, le persone continuano non soltanto a dare credito alla scuola, ma ne vorrebbero ancora di più per questi giovani che, ormai, incattiviti già fin troppo dalla reclusione educativa coatta, non hanno più una vita propria, costretti come sono in impegni scolastici ed extrascolastici legati comunque alle esigenze del sistema industriale e militare (per dirla alla Frank Zappa), di cui la scuola è LO strumento eccelso e irrinunciabile (impegni extrascolastici come i compiti a casa, i progetti vari, i recuperi, la corsa all'acquisizione di crediti, i Pon, l'alternanza scuola-lavoro, i corsi obbligatori di varia natura, gli appuntamenti d'istruzione anche fuori sede, i concorsi, l'orientamento, il tutoring, e via così, sempre qualcosa in più, pensando che aggiungere sia sempre meglio e giusto), impegni che sono sempre più pervasivi per un addestramento continuo, massiccio, obbligatorio, deformante e nefasto. E si vuole ancora più scuola? E in quale spazio apparentemente 'vuoto' della vita privata dei giovani, se n'è rimasto, dovremmo metterla questa ulteriore scuola? 
Invece la vera domanda che quasi nessuno si pone dovrebbe essere la seguente: ma questi bambini e giovani, queste nuove generazioni, quand'è che vivono veramente la loro vita? Dov'è la loro vita? Niente da fare, siamo giunti al punto in cui le persone sono convinte che la scuola rappresenti la vita stessa, quando non è più nemmeno un surrogato di questa! La scuola ruba il tempo, la vita, la gioia, è fatta per questo, reclude e isola le persone, separa i giovani dal mondo reale per istruirli a una vita da servi produttori, incapaci di pensarsi senza un padrone o senza 'specialisti' che promettono di risolvergli quei problemi che non avrebbero in assenza di quegli stessi padroni e specialisti che essi si creano come divinità. 
Come fa la scuola a recludere con successo tutte le nuove generazioni? Lo fa con una serie di pretesti estremamente allettanti ai quali molto difficilmente qualcuno saprebbe resistere. L'insieme di questi pretesti costituisce proprio l'autonarrazione della scuola, la sua scenografia di cartone colorato, qualcosa che non sta nella realtà, che non ci può mai stare, perché la scuola è un dispositivo nato espressamente per darci un altro tipo di società, cioè questa, completamente diversa da quella che essa racconta alla gente. Ed ai pretesti allettanti si aggiunge ovviamente l'obbligo scolastico. Tu, studente, devi credere alla narrazione, alla scenografia di cartone, e finirai per non aver neppure bisogno di qualcuno che ti obblighi al banco perché l'attrazione tua verso quel miraggio è già fortissima, è un miraggio che ti hanno sempre raccontato fin dai tuoi primi giorni di vita, non puoi non crederci. Ti hanno sempre detto: 'se ti impegni raggiungerai il miraggio, ma devi fare quello che ti dicono di fare gli specialisti del miraggio'.
Eppure la gente osserva, vede benissimo i nefasti risultati della scolarizzazione obbligatoria di massa, ma non si rende conto della loro vera causa, anzi, meglio, rifiuta a priori il fatto evidente che la causa sia la scuola, perché la gente è infatuata dalla sua retorica che fa scattare inesorabilmente il meccanismo dell'illusione, con la quale sono state prese all'amo tutte le generazioni. 
Questo miraggio è iniziato col mito barocco della conoscenza preconfezionata che, attraverso percorsi iniziatici e prestabiliti da altri, e attraverso magici ed ipotetici scatti di presunta erudizione (la suddivisione in classi e gradi di oggi), prometteva di far diventare miracolosamente le persone intelligenti, colte, libere, emancipate e ricche. In realtà faceva esattamente l'opposto. Va da sé che questo mythos (favola) inventato da un prezzolato Comenio, che purtroppo ancora resiste, trova oggi tanto campo fertile quanto più quello stesso campo viene reso sterile dall'istruzione di massa. E' un cane che si morde la coda: più la scuola produce servi ignoranti e rassegnati incattiviti, funzionali al sistema, e più questi rassegnati incattiviti pensano che nella società ci voglia più scuola, o meglio, ciò che essa promette di dare.
Quando finirà questa infatuazione di massa? Quand'è che la gente si accorgerà che la scuola obbligatoria è una trappola universale come diceva anche Paul Goodman? Quando questa società prenderà coscienza che la scuola non è l'unico luogo dove si imparano le cose (ma poi quali cose? Perché solo alcune? Perché sempre quelle? E funzionali a che cosa? A chi?)? Quando si capirà che, tra tutti i modi possibili per imparare, la scuola è quello più deleterio e violento? Non ho risposte per queste domande. Dobbiamo però partire dal fatto che tutto ciò che è necessario fare, come primo passo, è interrompere questo circolo vizioso e paradossale in cui la società è caduta facendole credere che occorre sempre più scuola al fine di riparare il disastro prodotto dalla scuola stessa. Interrompere questo circolo è difficile proprio perché l'idea che la scuola sia utile viene continuamente rigenerata dalla scuola stessa che costruisce la sua allettante scenografia di cartone colorato, sempre più grande, sempre più pervasiva, sempre più falsa e utile solo al potere.
Ritengo sia sempre più attuale l'insegnamento enorme di Ivan Illich, e non solo il suo, secondo il quale la scuola è diventata la nuova chiesa universale, intesa come un dogma così forte e profondo da garantirsi non soltanto l'autopoiesi, ma la sicurezza di ottenere una sempre più cieca obnubilazione sociale, una sempre più tenace illusione collettiva. Fermiamo questa macchina addestrante, l'erudizione e l'umanità sono altrove!

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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