Smettiamola di associare l'idea di Sapienza - e per di più Universale - alla parola 'cultura'. La cultura non è unica, né universale nel suo contenuto, ma si manifesta in molteplici forme specifiche di gruppi umani. Questa visione si è affermata soprattutto a partire dal XX secolo, superando l’idea ottocentesca di una scala evolutiva delle società, in cui alcune culture erano considerate 'superiori' o 'civilizzate' rispetto ad altre definite 'primitive' o 'inferiori'.
Oggi si riconosce che ogni società umana sviluppa una propria cultura e che ogni cultura genera la sua corrispondente società; cultura intesa come sistema dinamico di pratiche, valori, costumi, usi e simboli. Associare la parola 'cultura' al concetto di 'Sapienza Universale' non solo è antistorico, errato, ma è anche pericoloso, perché ci riporta indietro di secoli, cioè all'idea che esistano inferiorità e superiorità stabilite sulla base di uno specifico numero di elementi appresi, ben determinati e decisi a priori da qualcuno che, evidentemente, a monte, sa che da quegli elementi insegnati ai bambini trae il suo profitto.
Cultura, quindi, non vuol dire 'Sapienza Universale', ma colonizzazione, come indica anche la radice greco-latina della parola (κολεός = involucro; sovrastruttura che ricopre e nasconde/soffoca). Nella versione latina e popolare, il coleus, evolvendosi nella lingua volgare in colius, coc(h)lione o colione, definiva la guaina scrotale, cioè il coglione. Questa immagine chiarisce come le pratiche culturali possano agire da dispositivo che normalizza convenzioni, occultando la dimensione naturale, libertaria e creativa dell'individuo.
Ogni società si regge e si perpetua grazie o per colpa della sua propria e ben distinta cultura, che è colonizzazione, sovrastruttura, valori e costumi specifici identitari. Altro che Sapienza Universale!
