Una citazione al giorno

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giovedì 27 marzo 2014

La disobbedienza incivile

Il senso dei valori è stato stravolto, e questi valori stravolti si tramandano di generazione in generazione, si insegnano e si imparano ovunque, in famiglia, all'asilo, a scuola, in chiesa, in caserma, nei modelli mediatici, nella struttura sociale e nei rapporti che conseguentemente la definiscono. Questi valori costituiscono la morale comune, il codice convenzionale attraverso il quale si riesce a modificare il comportamento dei singoli e dei gruppi sociali. E' cultura, meglio dire un tipo preciso di cultura, è colonizzazione, un tipo preciso di innesto. Intendiamoci, quando una società è sana, dinamica, i valori cambiano seguendo il cambiamento e le istanze degli strati popolari, mentre invece in questa società malata e statica non soltanto certi valori sembrano aver ricevuto un mandato assoluto, ma vengono determinati dai piani alti e costruiti in modo tale che gli strati più bassi li perpetuino ad libitum. Anche per questo è Status.
Cosa ne è del naturale valore della disobbedienza? La cultura che ci è stata imposta lo ha fatto diventare un disvalore, un peccato da espiare, un'azione riprovevole, socialmente condannabile, punibile. I bambini sono costretti a imparare questo disvalore molto presto. Il giusto compito di ogni bambino e bambina -vanto e sfoggio di ogni adulto padrone adattato- oltre a quello di eseguire gli ordini senza discutere e contro la sua volontà, dev'essere quello di imparare ad amare il concetto di obbedienza, di farlo amare a sua volta, di difenderlo. Da adulti, questi bambini, siano essi divenuti genitori tradizionali o maestri tradizionali o qualsiasi altro genere di caporale, ripeteranno ai piccoli che disobbedire non è educato, non è civile, non sta bene, e che bisogna imparare a rispettare i più grandi (che nella cultura autoritaria vuol dire sostanzialmente chinarsi benevolmente di fronte alle autorità e ai più ricchi, e servirli). Quindi disobbedire, nella nostra cultura, non è educato, non è civile. Educazione e civiltà: altri due concetti stravolti in funzione della morale autoritaria che modella la coscienza di ognuno e i comportamenti della massa.
Credo sia necessario mettere in discussione ogni cosa, ogni parola, ogni concetto appreso automaticamente, dogmaticamente, ma secondo me quest'operazione di smembramento della cultura acquisita non si può fare se prima non ci predisponiamo a farlo, ci aiuterebbe molto a cambiarci dentro, quindi a cambiare veramente il mondo riportandolo alle sue inclinazioni naturali. Io però vedo che la società inneggia alla cultura, la vuole. Direi benissimo, ma di quale cultura si ha realmente bisogno? Quella della scuola tradizionale? Quella delle librerie sul corso dove Joel Spring e Rudolf Rocker -due nomi a caso- non sono neanche in catalogo? Quella obbligatoria ma 'gentilmente offerta' dagli strumenti mediatici del potere? O si ha più bisogno di una sana e fiera controcultura demistificatrice? E' questione di decidere, di scegliere, oltre che di specificare il tipo di cultura. Dire semplicemente 'viva la cultura' o 'viva i libri' secondo me non ha senso, è bello da ascoltare o dire, ma lo trovo alquanto retorico, incompleto.
Nelle scuole si parla di Gandhi, ma in che termini? A quale scopo? Credo che venga preso in considerazione solo per veicolare il concetto di resistenza passiva, occultando al contempo la pratica della disobbedienza civile, senza la quale qualsiasi resistenza passiva diventa mera pratica masochista. Per fare un esempio di disobbedienza civile, il filosofo Henri David Thoreau, che sul tema scrisse un libro, raccontò in prima persona alcuni episodi a lui accaduti, uno dei quali fu l'atto volontario di non pagare una tassa perché ritenuta ingiusta e poi, senza opporre alcuna resistenza fisica, porse i suoi polsi al poliziotto e alla galera.
'...Per sei anni non ho pagato la poll-tax. Una volta per questo fui imprigionato, per una notte; e mentre stavo lì ad esaminare i muri di pietra massiccia, spessi due o tre piedi, la porta di legno e ferro spessa un piede e le grate di ferro dalle quali filtrava la luce, non potevo fare a meno di essere colpito dalla stupidità di quell'istituzione...'
Anni dopo, lo stesso Gandhi, di fronte ai divieti assoluti imposti dagli inglesi sulla produzione e la compravendita di sale, non esitò un momento a disobbedire, a riprendersi quel pugno di sale -dono della natura e del lavoro del popolo- a sovvertire quindi la legge davanti alle stesse autorità e, cosa più importante, davanti al popolo. Si racconti questo nelle scuole, che non sia qualche eccezione, o di quando sempre Gandhi esortò la gente a non pagare le tasse. Ma questo in una scuola non si può dire, perché il non pagare le tasse non è 'azione civile', non è 'educazione'. Per la scuola, il beneducato, la persona per bene, è l'obbediente, meglio se è anche orgoglioso di esserlo. Obbedire invece a se stessi, alle proprie necessità, è un'eresia. Ormai sembra persino che le parole 'disobbedienza civile' si concludano lì, come fosse un concetto astratto immagazzinato, buono da tirar fuori per ogni retorica. Forse ci siamo scordati che, ancora negli anni '70, a quelle due parole ne seguivano altre due: 'disobbedienza civile alla legge'. Penso che se questa società non fosse malata di se stessa, le seguenti parole di Gandhi dovrebbero essere scritte o ripetute in ogni luogo di aggregazione umana:
'...è necessario che tutti coloro che in un modo o nell’altro collaborano con il governo, pagando le tasse, detenendo delle cariche, mandando i loro figli alle scuole statali eccetera, rifiutino la loro collaborazione al governo completamente o quanto più è loro possibile. Si possono ideare anche altri metodi per non collaborare con il governo...'
Voi pensate forse che in una qualsiasi istituzione scolastica -sedicente democratica in un Paese sedicente democratico- queste parole di Gandhi siano ben accolte? Sulla base della mia esperienza diretta dico di no. Sono stato accusato, etichettato come sovversivo. Secondo l'autorità scolastica non avrei mai dovuto dire quelle parole terribili ai bambini, perché quelle parole incitano a disobbedire alla legge. Disobbedire è diventato un crimine. Secondo l'autorità scolastica io avrei dovuto parlare soltanto della resistenza passiva, come se l'umanità non la stia già facendo egregiamente con la sua enorme pazienza, e anche molto passivamente, soprattutto in Italia. Avrei quindi dovuto dire ai fanciulli: guardate ragazzi, se ritenete sbagliato e lesivo dei vostri diritti qualsiasi ordine ricevuto, se ritenete che vi sia stato fatto un torto, voi sedete per terra, state buoni e aspettate pazientemente.
Invece quelle parole io le ho dette, ho fatto la mia disobbedienza, ho sovvertito l'ordine, ho reagito al divieto e alla morale comune, e non è detto che poi io mi sia seduto per terra, ma a quel punto avrei potuto farlo. Secondo me, non può esistere alcun tipo di resistenza senza una disobbedienza, senza una sovversione della norma imposta, altrimenti, come dicevo, la resistenza non ha alcun motivo di esistere, è solo masochismo, se non idiozia. Secondo questa sedicente 'società civile', poiché la disobbedienza agli ordini è un reato, un atto di inciviltà, la mia si configura senza dubbio come disobbedienza incivile (l'ho già detto, è tutto stravolto), ma credo che non vi sia nulla di incivile nel salvaguardare la propria dignità, sempre che si voglia dare alle parole 'civile' e 'civiltà' un valore diverso da quello attuale, per cui l'obbedienza alle regole altrui sarebbe finalmente intesa come l'intende Charles Alexandre:
'Per noi, obbedire è cessare di vivere nel momento stesso in cui siamo sottomessi a una volontà esterna; è cessare di essere interamente noi stessi; è sminuirci in modo proporzionale a quanto più aumenta la potenza di colui che comanda. È ancora annichilirsi, farsi assorbire da una personalità estranea, essere una forza meccanica, un oggetto, una cosa passiva al servizio di un dominante'.

lunedì 17 marzo 2014

La pedagogia libertaria in una scuola statale?

E' davvero un controsenso storico, oltre che ideologico, pensare che una scuola di Stato possa adottare la pedagogia libertaria? Se contiamo sul fatto che ogni tipo di controsenso è relativo soltanto a chi glielo dà, allora è opportuno chiedersi se un 'corpo docente', nella sua integrità e unità, non sia in grado di far cambiare il senso pedagogico scolastico, trasformando una scuola statale in una scuola libertaria. E' come chiedersi se lo status quo, questo tipo di società gerarchica e violenta, non sia suscettibile di un vero cambiamento radicale dietro una solida volontà di popolo (volontà 'ostinata e contraria'), o se invece questa 'società civile' è sempre stata così, ineluttabilmente gerarchica e violenta, come molti ancora credono.
A San Paolo del Brasile, il corpo docente, dietro la spinta di una intelligente direttrice, Ana Elisa Siqueira, è riuscito a trasformare una scuola statale in una scuola a indirizzo libertario. Ci sono voluti sette anni di opera di convincimento sulle autorità, ma alla fine la nave è partita. Si tratta della EMEF Desembargador Amorim Lima, che è ubicata in un quartiere popolare di San Paolo. Dal 2004 tutte le attività si svolgono in modo libertario, in autogestione, in auto-organizzazione, mattina e sera, domenica compresa (di sera ci sono i corsi di alfabetizzazione per gli adulti). Se l'intento iniziale fu quello di far fronte alla dispersione scolastica, poi divenne chiaro il fatto che è proprio la scuola tradizionale, con le sue coercizioni e la sua noia, che spinge i ragazzi ad abbandonarla.
C'è un detto di Helder Pessoa Câmara che recita più o meno così: 'quando è una sola persona a sognare, si tratta di un sogno, ma se tante persone sognano insieme, allora è l'inizio di una realtà'. In quella scuola, tutto è partito dal sogno di una persona, poi è stato condiviso dagli altri, e così quel sogno è stato realizzato. I docenti-sognatori non volevano affatto modificare l'esistente, né riformarlo, né arricchirlo, né aggiustarlo, bensì annullarlo totalmente per costruire qualcosa di nuovo, di diverso, qualcosa d'altro.
La EMEF Desembargador Amorim Lima svolge le sue attività non soltanto all'interno dell'edificio, e non soltanto con e per gli studenti, essa è aperta all'ambiente e a tutto il quartiere, e con il quartiere la scuola vive un rapporto simbiotico, naturale, di interscambio continuo di esperienze, dove il disoccupato può essere interpellato come l'architetto o la pescivendola, e dove il valore dell'apprendimento è dato dall'incidentalità dei fatti che accadono e dall'umanità delle relazioni. Educare è un rapporto continuo e alla pari. Alcuni nativi Guaranì, insieme ai bambini, hanno costruito una capanna che oggi fa parte della scuola. Tutti i settori e gli angoli dell'edificio sono luoghi adatti per l'autoeducazione, dal cortile alla cucina, dalla capanna alla biblioteca, dalla mensa al teatro, ma anche le strade e i giardini fuori.
I docenti hanno adottato gli stessi criteri pedagogici stilati al Congresso di Berlino (1985), di conseguenza sono i bambini a decidere quando imparare, dove imparare, con chi. Non esistono voti, poiché il rapporto è tra esseri umani, quindi non c'è nessuna competizione, nessuna gerarchia, nessuno che valuta qualcun altro dal suo alto scranno, nessun rapporto tra una scala numerica e l'individuo, nessuna ansia da prestazione, nessun pretesto per sgomitare, o per fare i bulli, o per mentire... Tutto viene di conseguenza, e la conseguenza di tutto è la solidarietà, la responsabilità, l'umanità e l'armonia.
Gli adulti si chiamano tutor o educadores, e si occupano di osservare. Sembra poco osservare, e di certo, in una scuola tradizionale, di fronte a un dirigente scolastico, un docente avrebbe qualche difficoltà a motivare sul piano pedagogico la sola osservazione degli alunni (non è previsto dai programmi), ed è una rarità inestimabile trovare soprattutto un dirigente che capisca e approvi. In verità l'osservazione è uno dei motori dell'educazione intesa nel suo vero senso, è il fondamento della comprensione e della relazione. Osservare non solo attraverso gli occhi, ma con tutto il potenziale percettivo dell'essere umano. Come in tutte le scuole libertarie, anche qui non può esistere la tradizionale lezione frontale, vi è invece un dialogo continuo, libero e spontaneo, che rafforza l'empatia, la fiducia in se stessi, il pensiero critico.
Riguardo alla valutazione, questa è distante anni luce da quella tradizionale autoritaria. Poiché anche questa scuola brasiliana municipale è vincolata dallo Stato ed è costretta burocraticamente a fornire dei giudizi, questi sono ridotti all'osso (pienamente soddisfacente, soddisfacente, non soddisfacente), e servono soltanto come riferimento per le altre scuole, qualora i bambini volessero trasferirsi. Posto un obiettivo condiviso, anche la valutazione è collettiva, e parte sempre dall'autovalutazione individuale, che poi diventa dibattito. Anche i genitori sono coinvolti nel dibattito. Gli adulti che collaborano a vario titolo sono tanti, 47 sono educatori, poi ci sono pensionati, genitori, ex genitori, vicini di quartiere...
Riguardo alle materie di studio, queste possono essere moltissime, a seconda delle curiosità che emergono, e si aggiungono alle classiche. Si predilige l'attività artistica. Si tratta di imparare il mondo e se stessi, nella propria pienezza, con senso critico, con la responsabilità che emerge dalla libertà, con le regole decise da tutti. Insomma, nulla a che vedere con le aule-celle statali, dove la vita e le persone vengono annichilite giorno dopo giorno, per anni e anni, finché i ragazzi non avranno imparato a delegare tutto e a pretendere che vi siano capi dappertutto, per ogni questione.

(Gli animali che vedete nella foto sono scolpiti dai bambini Guaranì, sono in legno di balsa e le macchie sono realizzate con una punta arroventata (personalmente ho un grazioso leopardo), e anche questa tecnica viene insegnata in questa scuola a chi ha voglia di apprenderla).

giovedì 13 marzo 2014

L'assurda paura di vivere senza la scuola istituzionale

Uno degli effetti dell'istruzione è quello di far credere alla gente che in una società senza scuole, come pure senza governi, ci sarebbe solo il caos, la dissoluzione di tutto, l'imbarbarimento della civiltà. Potrei affermare che queste paure sono soltanto prefigurazioni ipotetiche, o potrei anche dire che il caos, il disordine, l'imbarbarimento sono prerogative di questo tipo specifico di società scolarizzata, stressata, abbrutita, alienata, e lo vediamo ogni giorno; ma gli argomenti che smentiscono le ipotesi e i luoghi comuni della gente sono invece di natura palpabile. Una società fondata sulla libertà e sull'assenza della scuola (intesa come la intendiamo noi ormai da secoli) risulta essere desiderabilissima, e questa non è un'ipotesi. Sono ormai molti gli esempi concreti, i documenti, le analisi, le testimonianze a supporto. Senza escludere la logica stessa! Vorrei riportare brevemente il risultato di un esperimento condotto in Inghilterra al Pioneer Health Centre di Peckham. 950 famiglie, tra loro sconosciute, che abitavano in una zona di Londra eterogenea dal punto di vista delle culture, furono invitate a convivere in una sorta di club senza capi, senza regolamenti calati dall'alto, e naturalmente senza scuola. Un gruppo di biologi e di fisici osservarono l'esperimento. Il caos si manifestò solo all'inizio, nei primi 8 mesi, a causa della non abitudine alla libertà e dell'abbrutimento acquisito nella 'vita civile' (in ogni caso, nessun omicidio, nessuna tortura... sorrido). Riporto le parole di Scott Williamson, il fondatore dell'esperimento:
'...arrivò un’orda di bambini indisciplinati, che si misero a scorrazzare per tutto l’edificio del centro come se si trattasse di una strada di Londra. Scorrazzando e correndo come teppisti per tutte le stanze, riducendo a mal partito mobilio e attrezzature. In meno di un anno il caos si trasformò in ordine, con gruppi di bambini che nuotavano, pattinavano, giravano in bicicletta, si esercitavano in palestra, giocavano e talvolta andavano addirittura a leggersi un libro in biblioteca... Le corse sfrenate e gli schiamazzi erano ormai cose del passato'.
L'esperimento nacque inizialmente su istanze esclusivamente mediche, gli scienziati della medicina volevano capire se un tipo diverso di società, non governata, autogestita, anarchica, senza capi e senza istituzioni, potesse offrire più possibilità di guarigione nei soggetti considerati 'disturbati mentali'. Il fatto di aver rilevato anche scientificamente che una comunità autogestita non soltanto è possibile ma è anche garanzia di buona salute per tutti, aprì la strada a nuove riflessioni circa la possibilità di costruire un altro tipo di società. Le riflessioni erano forse nuove per gli scienziati, ma non certo per la pratica e la filosofia anarchiche. Questo successo preoccupò ovviamente le istituzioni, la classe al potere, e il centro venne chiuso coercitivamente nel 1950 perché - dissero dai palazzi del potere - andava contro il Sistema Sanitario Nazionale. Il complesso architettonico, anche quello progettato in modo tale da agevolare la socializzazione spontanea, venne convertito in complesso di abitazioni private nel 1990. Tuttavia The Pioneer Health Foundation esiste ancora e, anzi, quello che si propone di fare - scrivono dal sito -  è proiettarsi nel XXI secolo sulla scorta dell'esperienza autogestionaria per una società libera e liberata dalle istituzioni.
Il paradosso è che la paura della gente sulla eventuale assenza di istituzioni (veri e propri dogmi) diventa terrore proprio quando si dimostra concretamente che quella gente ha torto nel pensarle necessarie. Questo tipo di terrore dunque non ha più a che fare con la nefasta prefigurazione di ciò che non si conosce (la paura dell'ignoto), riguarda invece la coscienza individuale delle persone che hanno conosciuto (come i lettori di questo post), il che è un paradosso; ma sull'argomento coscienza gli unici che possono intervenire sono le persone stesse, intimamente, autonomamente, e soprattutto onestamente. L'esperimento di Peckham venne analizzato anche da John Comerford, il quale così scrisse nel 1947 a riguardo: 
'una società lasciata a se stessa, in condizioni tali da consentirle una spontanea espressione dei suoi bisogni, è in grado di trovare i modi della propria conservazione e raggiungere un livello di armonia dei comportamenti ben al di sopra delle possibilità di qualsivoglia leadership imposta dall’esterno'.

 Il libro di Comerford sull'esperimento di Peckham

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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