Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -

domenica 27 gennaio 2013

Iscrizione scolastica online, a cosa serve?

Per quale motivo dovrei occupare il mio tempo per parlare di queste 'piccole cose'? Per la stessa ragione per cui il sistema statale se ne occupa. E sappiamo bene che lo Stato non lascia mai nulla al caso, per quelli che manovrano lo Stato anche le 'piccole cose' sono importanti, ma non per raggiungere obiettivi filantropici.
Molte persone potrebbero ravvisare persino un'utilità nell'iscrizione online, magari ripetendo che è più pratica, più veloce, più 'moderna'. Già, io però so che in nome della praticità, della velocità e della modernità si sono distrutti molti diritti e si è perduta la strada umana del buon senso. Ma allora cos'ha che non va questa iscrizione online? La spersonalizzazione o, se volete, l'impersonalizzazione. Un altro piccolo passo si compie oggi verso il processo di allontanamento fisico del genitore nei confronti di quella struttura che rinchiuderà suo figlio per almeno  5/6 ore al giorno, per anni interi. E' già così poco il tempo che un genitore dedica alla percezione diretta della scuola (molto spesso i genitori non conoscono neanche l'aula dove i loro figli sono stati collocati), e adesso non gli è permesso neanche uno degli approcci più importanti, che è quello della prima impressione, quando il genitore si reca in segreteria, e in quel tempo fatto di scartoffie tutti i suoi sensi sono aperti al massimo grado per percepire i luoghi, le persone, gli elementi che contribuiranno a formare suo figlio. E' l'astrattezza della comunicazione, la divisione coatta, il divieto della convivialità, la freddezza dei rapporti umani, la loro totale eliminazione o la loro trasformazione in simulacri elettronici (come anche questo mio, adesso, ben inteso)... è tutto quello che, purtroppo, favorisce lo sviluppo di una società di persone assolutamente estranee tra loro, e questa estraneità conduce ognuno di noi alla distruzione dell'empatia (necessaria per una società solidale) e a considerare più favorevolmente l'ipotesi di un giudizio negativo verso i nostri simili (è molto più facile condannare -o far condannare- un estraneo che un amico). Vedete, sono concetti generali, difficilmente analizzabili qui e ora, che riguardano persino intere nazioni, ma che si devono introdurre nella società a piccole dosi, in piccoli atti, a livello impercettibile, le persone non badano alle piccole cose, ma il sistema dà loro molta importanza e ne fa un grande utilizzo.
Immaginiamo davvero una mamma che si reca fisicamente a scuola per iscrivere il suo figliolo, guardiamola mentre emozionata varca il cancello e attraversa il cortile, entra nel plesso e incontra il bidello, si conoscono, si guardano negli occhi, si stringono la mano, poi il bidello l'accompagna in segreteria e intanto i sensi della mamma stanno assorbendo tutto ciò che è intorno, sono sensazioni che lei rapporterà e misurerà sul suo bambino, gli occhi osservano i muri, i quadri appesi, il pavimento, il soffitto, valutano, indagano, l'orecchio è attento a tutti i rumori... cose umane insomma. 'Buongiorno, signora, è venuta per iscrivere suo figlio, vero'? La segretaria sembra serena, ha l'aria gentile, è premurosa, e laggiù la sua collega sorride mentre apre un armadio, ma sarà una collega? O è la preside? O una docente? C'è odore di caffé. 'Sì, sono venuta per iscrivere Nicola, cosa devo fare'? Quante volte ho visto le segretarie dare una carezza e una caramella ai figlioli che vengono a iscriversi insieme alla loro mamma. Sull'armadio ci sono coppe e trofei, e là ci sono i disegni dei bambini, mi piace questa scuola. 'Cara signora, avrei bisogno di una sua firma, comunque volevo dirle che ha una bella collana, dove l'ha comprata'? Immaginiamo, se si vuole, anche una conversazione più fitta e confidenziale, quante volte è successo? Da oggi tutto questo non ci sarà più, e in tanti anni di lavoro non mi è mai capitato di vedere una mamma che, durante l'anno, si reca in segreteria espressamente per conoscere il personale ATA o per osservare la struttura. Per molte persone forse non sarà neanche importante, ma per una società fondata sulla solidarietà anche questi rapporti diretti sono importanti, a maggior ragione quando di mezzo ci sono gli interessi dei figli. E che interessi!
La scuola avrebbe bisogno anche dei genitori, ma non in qualità di gendarmi o di nemici dei docenti (come vuole il sistema), ma come personale educativo, collaborativo, complementare, nelle scuole libertarie il ruolo dei genitori è importante quanto quello dei maestri accompagatori e dei ragazzi stessi, l'educazione è un processo continuo di scambio di relazioni con tutti gli elementi del contesto, ma la scuola tradizionale ha fatto in modo che i genitori stiano il più possibile alla larga dalla scuola, dai docenti, dagli studenti, e ora anche dal personale ATA. Non rimane loro che qualche rara visita su appuntamento, come perfetti estranei, e due incontri annuali con tutti i docenti dove vengono informati sul grado di appiattimento che la scuola è riuscita a imprimere ai figli: più l'appiattimento è stato efficace, più i voti sono alti, e i genitori-estranei se ne vanno a casa contenti.
Quando un sistema volto alla eliminazione della cultura della solidarietà opera una scelta che incide sul sociale, non lo fa mai per alimentare la cultura della solidarietà, ma per perpetuare il suo esatto opposto, quello della competizione e dell'autoritarismo. Tutto è stato costruito in questo modo. Non è un caso. Il sistema non lascia mai niente al caso, opera attraverso la modifica delle piccole cose, quelle a cui nessuno bada, quelle a cui si fa spallucce, e riesce sempre nel suo cattivo intento. Scusate, ma io non riesco proprio a fare spallucce, neanche davanti a queste 'piccole cose'.

Consiglio la lettura di QUESTO SAGGIO.

P.S. Per qualche sindacato il problema dell'iscrizione online non sta nell'eliminazione totale del fattore umano (ovvio, a scuola come nella società non esiste più nulla di umano, come fare a pensarlo?), ma consiste nell'impossibilità di far adoperare questo metodo elettronico a chi non ha il codice fiscale. E naturalmente, a nessuno viene in mente (per ora) che dietro ai computer ci sono sempre delle persone, alle quali si potrebbe ancora far riferimento. Anche quelle persone sono già state cancellate, per decreto, e tutti si adeguano dicendo 'è giusto, è la legge', come se fino a ieri fosse ingiusto; per lo Stato naturalmente sì, era ingiusto, anche quel fattore umano era ingiusto.

domenica 20 gennaio 2013

Un fiore fantasioso

Una delle tante difficoltà che si incontrano, allorquando un professore anarchico si trova a lavorare in una scuola di Stato, è quella del boicottaggio del frutto del suo lavoro e di quello dei ragazzi. Sono i colleghi che amano questo sport ignobile, ma anche i bidelli non sono da meno, guardacaso si tratta sempre e solo di 'adulti'. Infatti, due bidelle particolarmente nemiche della libertà, non fanno altro che buttare nella spazzatura i nostri lavori e denigrarli di fronte agli stessi ragazzi (che poi mi raccontano tutto). Ma siccome a questo bieco atteggiamento noi opponiamo la consapevolezza della loro meschinità, rimaniamo orgogliosi di ciò che facciamo e continuiamo con più fermezza, rendendo immortale la nostra creatività anche attraverso la macchina fotografica. Anche questo fiore, realizzato con materiale di scarto, è stato buttato nell'immondizia dalle bidelle dopo che tutti eravamo andati a casa. Quel giorno però, in classe, avevo la macchina fotografica. Alcune ragazze (11 anni) hanno deciso di costruire un fiore, anziché disegnarlo. Le ho osservate praticamente tutto il tempo, apprezzando la loro naturale cooperazione assai complice e gioiosa. E quando c'è cooperazione e gioia, cosa volere di più?





lunedì 14 gennaio 2013

Il 'caso' particolare del ragazzo G.

  A scuola, dietro ai banchi, non ci sono persone, ma 'casi' o 'elementi', come in prigione o in clinica. Peccato che la clinica in questione faccia tutt'altro che curare. Bando alle lunghe premesse, questa è una storia amara, ma con un finale che tende al dolce, se mi lasciassero lavorare come vorrei, e se non avessi così poche ore settimanali per ogni classe (due). Questa è la storia del ragazzo G., storia di denunce, di carabinieri, di zuffe e cazzotti sia in classe che fuori, di genitori allarmati e arrabbiati, di punizioni, di dirigenti menefreghisti e impotenti, di colleghi impauriti con le automobili graffiate per rappresaglia. Il ragazzo G., un anno in più degli altri, non è italiano, ha un fisico da sollevatore di pesi, due spalle da pugile, da tre anni tiene in pugno non solo la sua classe, ma tutta la scuola. Inutile dire che non ha mai studiato. E' costantemente punito, ma lui ovviamente se ne frega, anzi, lo fa apposta e... mena, molesta le ragazze, non sta mai fermo, sale sui banchi, tira schiaffi ai professori, insulta tutti, sfascia le porte, manda in ospedale. Che fare?
La scuola tradizionale non ha soluzioni, intendo dire soluzioni valide, se non quelle di sempre (ahimé), autoritarie, punitive, coercitive, che alimentano a dismisura l'aggressività. Nella scuola tradizionale succede che, a forza di punizioni e ricatti, l'opera di addomesticamento degli animaletti selvaggi spesso si rivela una soluzione valida solo per i docenti, i quali, dopo aver terrorizzato per bene gli alunni, possono finalmente fare la loro lezione senza essere disturbati, e possono anche vantarsi della loro presunta capacità educativo-formativa. Ma cosa succede quando l'animale se ne infischia delle punizioni e non si terrorizza, ma, anzi, terrorizza gli altri? Niente, la scuola tradizionale non può farci niente. Tutt'al più la scuola tradizionale esaspera il suo innato autoritarismo chiamando in causa gli assistenti sociali, i cosiddetti 'educatori' (prussiani), gli psicologi. Questo è avvenuto anche con il ragazzo G., che però se ne infischia anche di questi figuri e minaccia e terrorizza anche loro. 'Caso' particolarmente aggressivo, direbbe chiunque. Ma qui di particolare c'è solo il fatto che questo ragazzo non è come gli altri, nel senso che non si fa addomesticare a forza di punizioni come la massa degli studenti. E qui sarebbero in troppi a cadere nell'errore e a dire: 'ma allora gli permettiamo di fare qualsiasi cosa'? Si dice questo perché, ragionando col modello autoritario tradizionale, non si conoscono altre vie che la seguente: il reato va punito. Punto. C'è qualcosa di umano in questo rimedio secolare e non soltanto scolastico? No, non c'è alcuna umanità. Perché se ci concentrassimo sull'umanità non ci sarebbe anzitutto questo tipo di scuola, e poi si troverebbero facilmente le soluzioni.
Perciò di questa storia mi sono stancato, e ho preso le mie decisioni: da un po' di tempo trascuro la classe e mi occupo soltanto dell'umanità di questo ragazzo, tutto il tempo, e se necessario anche fuori dalla scuola. Questione di urgenza umana, il resto della classe saprà ben fare a meno delle mie stupide lezioni. Ne ho abbastanza. Ho parlato con questo ragazzo in privato molte volte, questo ragazzo non è cattivo, tutt'altro. Questo ragazzo è un poeta, ha scritto pensieri profondissimi sul suo profilo facebook che mi hanno fatto capire, e ha parlato con me di cose che mi hanno fatto ragionare. Perché bisogna capire, conoscere, per agire bene. Tempo fa questo ragazzo è andato a dire alla segretaria che io sono l'unico insegnante che gli piace. Perché? Forse perché quando G. mi ha invitato a chiacchierare su una chat creata da lui io gli ho risposto di sì? Anche. Forse perché sono l'unico che si interessa a lui come persona? Certo. E cosa vuol dire interessarsi della persona e non dello 'studente'? Vuol dire leggere dentro l'individuo, capire le sue attitudini, cercare di farle emergere, dar loro sfogo, sì che la persona possa appagarsi della sua libertà di fare, di pensare, sapendo pure di non ricevere critiche o punizioni. Così nel parlare, nell'osservare, nel capire, oggi questo ragazzo sta portando avanti un suo esclusivo progetto, lo fa in classe insieme a me. E' un progetto cinematografico.
Il ragazzo non vede l'ora di affrontare le due ore settimanali. Ogni volta mi si siede vicino, alla cattedra. Gli ho spiegato come si fa uno story-board, e lui a poco a poco sta costruendo il suo film. Si è inventata la sceneggiatura di sana pianta, ora sta scrivendo tutti i dialoghi. Gli ho detto di scrivere in una colonna a lato della sceneggiatura tutti gli effetti sonori corrispondenti alle scene. Quando gli ho spiegato le regole delle inquadrature era attento come mai prima. E' molto preso da questo progetto, in classe non disturba più nessuno, anzi, quando ogni tanto va dagli altri per distrarsi un poco non si mostra più aggressivo, gli altri non hanno quasi più paura di lui, lo vedo ridere e interagire positivamente. Ma cosa è successo davvero? Perché questo enorme cambio di atteggiamento? Non bisogna pensare che il medico della situazione sia stato il progetto in sé. No. Il progetto è solo il medium. E' quel che rappresenta il progetto che ha avuto la forza di far cambiare le cose. Questo progetto cinematografico non gliel'ho proposto soltanto perché ho letto le sue attitudini, ma perché ho capito che G. ha un altissimo bisogno di contatto umano, di comunicare le sue storie, di avere amici con cui condividere le sue emozioni. Dunque un film. Un film d'amore. E guarda caso, l'altro giorno mi ha detto che gli piacerebbe tantissimo se gli attori fossero i suoi stessi compagni di classe; di più, tra tutti i compagni, lui ha scelto proprio quelli su cui in passato ha alzato gravemente le mani.
Problema: la scuola, con tutto ciò che di nefasto si porta addosso. Due ore sono poche, e per questo ragazzo sono come l'ora d'aria concessa al carcerato. Troppo poche. Poi, dato che questo film lo si dovrebbe realizzare col telefonino, la scuola vieta il telefonino acceso in classe. Come la mettiamo con la stupidissima retorica de 'la legge è legge e va rispettata'? Fanculo alla legge, vero? Non c'è nulla di umano nelle legge di Stato. Ma posso seguirlo fuori dalla scuola, e lo farò, anche se devo mettere a dura prova la mia resistenza fisica dopo le ore svolte al mattino. Inoltre è ancora presto affinché i suoi compagni possano accettare di fare gli attori: un conto è la chiacchierata tra i banchi, un altro conto è organizzare le uscite e girare le scene con loro. Ci vuole più fiducia reciproca tra lui e i suoi compagni, auguriamoci che possa venire.

giovedì 10 gennaio 2013

Un'autovalutazione in seconda media

Naturlamente, si parte sempre dal fatto che dare voti e riceverne è profondamente ingiusto, se questi voti sono indiscutibilmente calati dall'alto, ma questo è un dato già acquisito dai ragazzi. Ma siccome nella scuola tradizionale siamo tutti costretti a subire questa pratica inumana che crea ingiustizie, competizioni e ansie, allora la soluzione è l'autovalutazione, dove nel mio caso significa che a decidere sono soltanto gli studenti, io sono fuori dal gioco. Perché di gioco si è trattato in questo caso, svolto con la consapevolezza che ciò di cui si parla sono soltanto dei numeri, segni grafici che non possono sostituire o riassumere la persona nella sua complessità. Perciò oggi ho suggerito questo tipo di autovalutazione, diversa da quella che facciamo con i ragazzi del primo anno (qui e qui).

Come si fa?
Data una persona, ognuno in classe attribuisce a quella persona un voto sulla base della esclusiva percezione, e dato che essi si conoscono molto bene c'è da avere fiducia, anche perché ogni 'non sono d'accordo' può essere discusso liberamente ed eventualmente corretto. Ma oggi non c'è stato nessun disaccordo, semmai alla fine qualche ripensamento da parte di qualcuno, e questo ha avuto un buon valore, dal momento che l'autocorrezione è parte integrante del processo di autoformazione responsabile, ed è stato edificante vedere come anche in questi ripensamenti nessuno ha avuto da ridire. La libertà, infatti, è anche sapere di poter sbagliare e di poter correggersi senza ricevere punizioni o rimproveri.
Hanno fatto tutto loro, ovviamente, in un battibaleno si sono organizzati; una ragazza si è lanciata alla lavagna per scrivere i nomi con tutti i numeri assegnati dai compagni. E tutto è avvenuto con una tale leggerezza che mi sono compiaciuto con loro. Questo ha cementato ancora di più la loro unione, la loro complicità. Alla fine però c'è stato il problema di come ottenere un voto singolo per ognuno di loro, a partire dalla lunga sequenza di voti assegnati. E' evidente che una persona che ha ricevuto 21 voti diversi necessita di una sintesi degli stessi. E anche in questo caso i ragazzi e le ragazze hanno dato prova della loro presa di coscienza: ho chiesto loro se potevamo dare -ad esempio- 'otto' alle persone che avevano ricevuto quel numero in misura maggiore rispetto agli altri numeri, ma subito una ragazza ha ribattuto: 'ma non è giusto che quelli che hanno dato un voto diverso dall'otto debbano sentirsi esclusi'. Magnifico. Niente dittatura della maggioranza. Quindi è venuto spontaneo fare la media. Pronta la calcolatrice, in un attimo due persone si sono offerte (immaginate voi la noia dei ragazzi, se un prof di matematica l'avesse dato come compito obbligatorio?). Durante l'operazione di computo, tutti gli altri, sganciati da questo esercizio, hanno cominciato a ricostruire le loro dinamiche di classe, i gruppetti, qualcuno ha preferito starsene da solo, altri si sono divertiti a dare il voto anche a me, ecc. Fattostà che, in questa libertà responsabile, i due che erano immersi sulla calcolatrice poi sono diventati tre, e poi quattro. Alla fine abbiamo ottenuto dei numeri, solo dei numeri, ma con un metodo che ha stimolato il gioco, la responsabilità individuale, nella solidarietà di gruppo.

P.S.
Ci sono anche altre forme di autovalutazione, oltre a questa e oltre a quelle attuate in prima, ve ne parlerò quando ce ne sarà occasione.

sabato 5 gennaio 2013

I disegni dei bambini tra realtà e fantasia


 I bambini sono fortemente attaccati alla realtà, alle cose concrete. Questo perché la loro natura li spinge sempre alla comprensione del dato contestuale. I bambini toccano ogni cosa, sono curiosi, devono conoscere il mondo, sperimentarlo e sperimentarsi, hanno necessità di sbagliare. E' vitale sbagliare, perché punirli come fa la scuola? Conoscere e capire il dato reale, il contesto, il mondo concreto, vuol dire affermare se stessi, significa esistere 'in rapporto a'.
Se poniamo la dovuta attenzione su un bambino di 6 anni che affronta un disegno, egli non fa altro che ricercare la realtà, vuole riprodurre con esattezza gli elementi del contesto, e si arrabbia quando non riesce a disegnare le cose come vorrebbe. Le vorrebbe infatti realistiche al massimo grado. Questo succede per i motivi di cui sopra; conoscere il mondo vuol dire anche poterlo ri-creare, o quantomeno sapere di poterlo ri-fare. Questo ci insegna che ogni bambino impara attraverso l'innata curiosità, copiando ciò che egli percepisce con i sensi. Possiamo anche farci alcune domande: 'noi adulti e la scuola cosa facciamo per offrire ai bambini modelli di solidarietà e di pace continui e concreti? Cosa fanno in questo senso quelli che controllano la società, i media, e hanno il potere di creare i codici sociali e comportamentali'? Solo per fare un esempio, i disegni dei bambini di Gaza (vedi sopra) riproducono la guerra e i modelli di morte, e quei disegni sono purtroppo l'espressione della loro normalità quotidiana. Questi modelli verranno ripetuti fintanto che non interverrà l'altro elemento, quello della libera fantasia, a contrastare la razionalità dell'atto cognitivo e ripetitivo.
E' proprio la libera fantasia quella che salva ancora il mondo, la libera fantasia è emozione creativa. Senza l'emozione gli individui possono anche definirsi dei perfetti automi. Insisto sull'aggettivo libera poiché troppo spesso anche la fantasia viene oggi controllata e indirizzata, manipolata, ingabbiata. E' quindi un errore credere che l'essere umano raggiunga la sua perfezione di persona o di individuo soltanto grazie alla razionalità. Tutto ciò che di buono si muove all'interno della persona e che si manifesta all'esterno, verso gli altri e verso l'ambiente, è dovuto all'emozione, al sentimento. Quante volte abbiamo detto che la passione è il motore di tutte le cose? La passione, più che il raziocinio, sta alla base dell'atto creativo libero e fantasioso. Un atto davvero libero e fantasioso manifesta l'essenza della persona, l'io più profondo, la coscienza senza sovrastrutture. Chi agisce secondo fantasia, liberamente, esprime l'impulso del vero Uomo e si pone in rapporto armonico con la natura e le sue regole.
Il bambino non ancora condizionato che ri-crea la realtà, che la copia disegnandola con raziocinio, utilizza la libera fantasia e il sentimento anzitutto nel momento in cui decide di agire, nell'azione stessa del disegnare, un'azione che muove dal suo desiderio che emerge con passione. Quando un bambino dice 'ora faccio un disegno', sta solo seguendo un impulso mosso dalla sua libera fantasia, e solo dopo, quando ha preso fogli e colori, interviene l'atto cognitivo e razionale della ripetizione del dato reale, che comunque, a quell'età, non esclude mai del tutto la fantasia.
Non vorrei farla troppo lunga, ma nelle mie osservazioni sui disegni dei ragazzi di 11/13 anni -che soprattutto per empatia familiare hanno acquisito una cultura militare basata sulla competizione guerresca- riscontro sempre un notevole ammanco di fantasia, e questi ragazzi trovano molta più difficoltà rispetto agli altri nell'esprimere liberamente le emozioni positive.

P.S.
Noi adulti possiamo decidere se far appassionare i bambini alla pace o alla guerra, alla solidarietà o alla competizione. In ogni caso occorre una pratica effettiva e continua da parte nostra. E' urgente cambiare il modello sociale, se non vogliamo che i nostri figli lo ripetano.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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