Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -

venerdì 29 aprile 2011

La devozione all'autorità insegnata nella scuola statale

Penso che in Italia non vi sia una scuola statale più statale di quella in cui lavoro. Oggi, addirittura, hanno preparato l'aula magna con tante sedie per far assistere i ragazzi alla cerimonia nuziale dei due rampolli inglesi, William e Kate. Non ci volevo credere. Mi sono arrabbiato, ma la mia condizione di 'clandestino' non mi ha permesso un'obiezione a scena aperta. Dopo però, in classe, ho dovuto spiegare qualcosa ai ragazzi:
la visione di quelle nozze cosa ha insegnato ai ragazzi?
Anzitutto la favoletta del principe azzurro da rincorrere, dei sovrani da servire, dei ricchi da adulare, della casta da imitare... la favoletta che, attraverso mille racconti, ha riempito i nostri sogni fin da quando eravamo in fasce (pessimo imprinting). Ha insegnato anche che la casta dei sovrani merita tutta l'attenzione, quando invece le nostre società hanno altre urgenze di popolo. Ha insegnato la sperequazione, la disuguagliansa, la sudditanza, la gerarchia. Ha insegnato che un principe vale molto più di un giorno di scuola (ma guai a perdere una sola ora di lezione, normalmente!). Ha insegnato ad essere devoti al bastone, come le pecore, peggio delle pecore (perchè le pecore non applaudono al bastone e non se lo scelgono neppure). Insomma, niente di più deleterio per un ragazzino, niente di più lontano da quell'uguaglianza tanto ipocritamente predicata a scuola. E' questa l'istruzione? A quando la proiezione in aula magna dell'ultimo reality show?

venerdì 22 aprile 2011

Il permesso non si chiede, si prende e basta


Nella scuola tradizionale, dove si insegna e si impara l'autorità e la disuguaglianza, alzare la mano per chiedere qualsiasi tipo di permesso è ritenuto un fatto lodevole, degno della migliore tradizione borghese e conservatrice. Invece, nella scuola libertaria, quella del chiedere il permesso è una delle azioni più distruttrici della libertà personale ed anche una delle più avvilenti per la dignità individuale. Siamo tutti uguali, giusto? Questo si predica ipocritamente nella scuola di Stato, ma il principio di uguaglianza non viene mai insegnato. Perciò questo esercizio di libertà e di uguaglianza applicata è uno dei primi che ho sperimentato in una classe prima (10 - 11 anni). Ho fatto un patto con i ragazzi:
non chiedete il permesso per andare in bagno, se sentite questa urgenza vi alzate, dite che andate in bagno, e uscite in autonomia, io non devo (e non posso) arrogarmi il diritto di decidere se farvi uscire oppure no. Però questo comporta una regola morale che voi dovreste seguire: se un alunno dice di andare in bagno e, per caso, un compagno lo scopre da tutt'altra parte, succede che tutto il gruppo classe perde la fiducia in quell'alunno, e questa è una umiliazione profonda che vorrei evitare ad ognuno di voi. Ricordate che libertà non vuol dire arbitrarietà, cioè fare quel che ci pare senza pensare al benessere di tutti. Libertà vuol dire responsabilità.
Se qualche mio collega della scuola pubblica sta leggendo questo post, segua anche le seguenti parole: tra me e questa classe si è creata una fiducia reciproca di ferro, nonché un rispetto enorme e fraterno. Questa classe si dimostra straordinariamente responsabile, quando tutti gli altri miei colleghi la denunciano come la classe più 'problematica' dell'Istituto. Detto tutto.

mercoledì 20 aprile 2011

L'a-carta di identità

Questo esercizio ha messo in evidenza come lo Stato sappia tutto di noi, chi siamo, dove abitiamo, che occhi abbiamo e tutto il resto. Sembriamo polli con l'etichetta di rintracciabilità. Noi, per lo Stato, non siamo nessuno finchè non possediamo una carta di identità. Diciamo meglio, senza quel pezzo di carta noi siamo considerati clandestini, pericolosi come... cittadini liberi. Nel sistema-Stato non è possibile essere liberi, non è possibile essere semplicemente persone.
Perciò i ragazzi ed io abbiamo realizzato le nostre a-carte di identità che naturalmente sono ben diverse da quelle imposte dallo Stato.
Non vogliamo essere numeri, non lo siamo, noi siamo persone. Noi non vogliamo essere schedati. Il nostro documento, che può anche essere fatto a mano e personalizzato come si vuole, non è obbligatorio e non serve per le avvilenti operazioni di amministrazione e di riconoscimento coatto: è un divertissement, un optional che però fa riflettere. Mancano molte 'voci' rispetto alla carta istituzionale, ma c'è tutto quel che serve ad una persona libera. Ecco la mia (dovrei ancora colorarla).

frontespizio



interno



Irene vuole essere libera

Terza media. Irene, 13 anni, l'altro giorno mi fa: 'lei è un mito'. Le ho chiesto il perché e lei mi ha risposto: 'perché ci sta insegnando cose utili e importanti come l'anarchia'. Son soddisfazioni. Ma non è tutto, poi ha aggiunto: 'lei dovrebbe parlarci bene dell'anarchia' (intendeva dire più apertamente e più approfonditamente). Nel pomeriggio le ho fatto una domanda attraverso la posta di facebook, le ho chiesto cosa sapesse di anarchia. Ha risposto: 'per adesso mi basta sapere come, dove e quando nasce l'anarchia'. Non le ho risposto subito, ma l'indomani a scuola. Nel pomeriggio le ho inviato un file pdf.
Irene sarà una buona anarchica.

martedì 19 aprile 2011

Svelando l'ipocrisia della scuola ordinaria e il suo obiettivo nascosto

Terza media. Nonostante con questi ragazzi ci si conosca da tre anni, soltanto da qualche mese ho iniziato a discutere con loro di libertà (vera). Però a pensarci bene non è proprio così, perché attraverso la mia persona, in qualche modo e in qualche misura durante questi anni, essi hanno assorbito una certa mia maniera di essere-nel-mondo improntata sulla fratellanza e sul rispetto reciproco. Perciò non ho registrato particolare difficoltà quando ho iniziato ad affrontare il pensiero anarchico (legato al 'programma istituzionale' che prevede anche l'Ottocento e il Novecento). Certamente la cautela, anche nel pronunciare soltanto la parola 'anarchia', è stata d'obbligo, considerati i pregiudizi circa questa parola (pregiudizi inculcati dallo Stato). Con misura certosina ho calcolato tempi e modi, in progressione, dolcemente. All'inizio c'era stata qualche reazione, qualche dissenso, ma oggi posso dire che la classe possiede anche l'altro punto di vista, l'altro 'menu', l'altra pietanza su cui poter operare una scelta.
Perciò oggi, dato che presto i ragazzi prenderanno il volo verso le scuole superiori (dove ho insegnato vari anni) ho voluto spiegare cos'hanno imparato in questi primi otto anni di scuola e cosa impareranno negli anni scolastici a venire. La lezione l'ho divisa in due parti distinte ma consequenziali.

Prima parte.
Ho iniziato a far prendere coscienza delle mille prigioni in cui i ragazzi e i docenti si trovano. I pargoli pensavano che l'azione di seguire diligentemente il regolamento scolastico fosse una cosa giusta, normale, elogiabile, ma quando ho illustrato il concetto di gerarchia, cioè che esiste un capo (docente), che possiede un'arma (note) e che pone gli studenti sul piano dell'ingiustizia e della sperequazione (voti), hanno capito immediatamente. Ed hanno capito bene anche il concetto di scansione del tempo (della loro vita) dovuto al suono della campanella che li forgerà in maniera tale da abituarsi ai tempi ordinati e comandati dai mille capi che avranno nella vita e che in quei tempi prestabiliti, dal gusto diventato orribilmente assoluto, devono fare quelle precise cose. Questo ritmo imposto da altri -ho detto loro- è già per voi qualcosa di orribilmente normale.
Ho continuato facendo gli esempi dello stare in fila (bravi e buoni), del chiedere il permesso al capo persino per andare in bagno. Ho detto: vedete cosa vi sta insegnando la scuola? Ad essere sudditi obbedienti, a considerare normale il fatto che non siete voi a decidere, ma altri al vostro posto. Avrete la vita regolata da imposizioni e leggi che vi stritoleranno in mille modi, ma voi state anche imparando che quelle leggi sono normali, giuste, mentre invece non lo sono, non rispondono alle vostre vere esigenze di libertà.
Ho dovuto anche fare un cenno circa l'ipocrisia della scuola che predica bene e razzola malissimo, quando ad esempio dice che 'siamo tutti fratelli', che 'siamo tutti uguali', mentre invece la scuola divide gli studenti, sia nella costrizione per classi, sia nell'introduzione del voto. Voi -ho detto- state imparando dalla scuola che esistono persone di serie A e di serie B, che qualcun altro è superiore o inferiore a voi, che qualcun altro merita più o meno di voi. E questo, se continuate così, vi sembrerà normale e persino giusto. Non avevo mai visto questi studenti così attenti e recettivi prima d'ora.

Seconda parte.
A quel punto è stato logico parlare di quelle altre scuole di cui, probabilmente, non verranno mai a conoscenza, le scuole libertarie. Ho spiegato che esistono scuole in grado di formare Persone e non sudditi, dove la campanella non esiste, le classi non esistono, i capi non esistono, non si deve chiedere permesso, ognuno è libero di scegliere cosa studiare, quando studiare e come studiare. Ho detto loro di fare una ricerca in rete -se l'avessero desiderato- su Summerhill. Ho spiegato il modo in cui questi studenti decidono in assemblea e liberamente anche i piani di lavoro, i gruppi, le attività, gli studi.

Sì, ma...
Ho spiegato forse la parte più importante, e cioè quella relativa alla responsabilità. Ho detto che i ragazzi e le ragazze che frequentano le scuole libertarie hanno una coscienza diversa da quelli delle scuole ordinarie, poiché sanno che la loro responsabilità, qualora dovesse venire meno o essere volutamente disattesa, influirebbe negativamente su tutta la scuola, su tutto il gruppo. Il gruppo stesso perderebbe la fiducia in quella singola persona. E questa perdita di fiducia fa male molto più di mille note. Le scuole libertarie conducono ad un'autocoscienza forte, dove ognuno è per il gruppo e viceversa. Ogni persona è importante allo stesso modo, ognuno dà a seconda delle proprie possibilità, c'è spirito di vera collaborazione e di vera fratellanza. Tutto questo a sottolineare il fatto che non è assolutamente vero che in anarchia non esistono regole, anzi. La domanda più ricorrente dei ragazzi è stata: ' dove si trovano queste scuole'?

POI SONO ANDATO IN UNA CLASSE PRIMA
E ho fatto lo stesso discorso, ma più stringato, e hanno capito benissimo tutto. Una ragazzina, alla fine, ha detto sospirando: 'che bello, ma non possiamo fare così anche noi'? Qui no -ho risposto- (nel frattempo ci eravamo trasferiti in cortile, seduti per terra), ma se volete nelle mie ore possiamo trovare un'armonia molto simile, ma soltanto se dimostrate di voler acquisire una coscienza fraterna e uno spirito di vera collaborazione. Mi hanno detto di sì.

Fonte foto: Summerhill (Hester painting)

domenica 17 aprile 2011

Tutti giù per terra

Un giorno, in una classe seconda (12 anni), un ragazzo ha sentito la necessità di stravaccarsi e di poggiare i piedi sul banco. C'era anche un'aria di sfida (bonaria) nei miei confronti, l'avevo percepita. Lo studente voleva mettermi alla prova e avrà sicuramente pensato: 'beh, visto che parla tanto di libertà e di antiautoritarismo, vediamo come reagisce con tanto di piedi sul banco'.
Gli ho detto semplicemente: se sei stanco di stare seduto come vuole il regolamento, prova a cercare una posizione più comoda di quella che hai trovato adesso. Lo studente non ha perso tempo e si è sdraiato per terra. Molto bene -ho detto- c'è qualcun altro che vuole stendersi? Immediatamente altri tre studenti si sono buttati per terra con lo zaino sotto la testa a mo' di cuscino.
E non è caduto il cielo.

Un solo colore, perché gli Stati non devono esistere

Uno dei primi esercizi con gli studenti di una prima media è stato quello di colorare le Nazioni del mondo con un unico colore. Di solito i planisferi politici rappresentano la distinzione degli Stati attraverso colori differenti, sì da distinguerne molto bene i confini. Coprire di un solo colore tutti gli Stati esprime invece il concetto secondo cui l'essere umano appartiene al mondo intero, o per meglio dire, dovrebbe appartenere a tutto il mondo. Al contempo, l'accento viene posto sul fatto che la Natura non ha concepito confini e Nazioni, quindi le Nazioni non sono altro che creazioni artificiali dell'Uomo, terre conquistate con l'uso delle armi, poi recintate e dichiarate Stati.
Gli studenti si sono divertiti ed hanno capito il senso della locuzione 'siamo tutti fratelli', una frase che viene spesso usata nella scuola pubblica, ma che nella pratica quotidiana viene disattesa mille volte.
Essendo uno dei primissimi esercizi, non ho voluto insistere troppo sulla teoria, non mi sono addentrato nello specifico del sistema-Stato, anche perché l'obiettivo che ho avvertito come urgente è stato quello di far abituare gli studenti ad una nuova visione delle cose (completamente opposta) in maniera graduale. Anche la parola anarchia, all'inizio, è stata volutamente evitata; infatti, ancorché giovanissimi, questi studenti hanno già avuto modo di assorbire tutti i pregiudizi circa questa parola, perciò, parallelamente agli esercizi, è stato necessario smontare con cautela ogni stereotipo e luogo comune. Ma di questo -e delle difficoltà incontrate- ne parlerò meglio in un post a parte.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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