Una citazione al giorno

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martedì 1 agosto 2017

Le faremo sapere

Come diceva anche Foucault, tutti i tipi di regime o di dominio o di potere hanno bisogno della diffusione capillare del sapere. Sembrerebbe questa una dichiarazione che va contro quello si è soliti pensare, e cioè che il potere si perpetua mantenendo il popolo nell'ignoranza. Ma in un certo senso anche questo, però, è vero. Bisogna allora chiarire l'una e l'altra cosa e saperle mettere in relazione, perché tra le due una relazione c'è, ed è anche strettissima. Il sapere non è mai neutro, perché si trova sempre nelle implicazioni morali e ideologiche di una data società, funzionali a quella data società. In sostanza, il sapere è il figlio manifesto (e divulgato) delle esigenze del potere in un dato momento storico. Ciò che comunemente viene pensato come 'sapere' non è che l'insieme dei soli elementi che servono al Dominio al fine di mantenersi e rafforzarsi. Per questo motivo il potere necessita della diffusione del sapere, ma solo di un tipo preciso di sapere, non di un altro. 
Si spiega così anche l'altro concetto relativo all'ignoranza, che è perciò conseguenza del primo. Conoscere solo una parte di un tutto, significa ovviamente ignorarne le altre. Senza contare di quando, e non di rado, la parte divulgata è resa distorta dal potere, o tratta da un'invenzione puramente strumentale, costruita ad hoc. Tra gli elementi che costituiscono il sapere universale ve ne sono dunque molti che il potere censura totalmente, o che modifica, mentre altri elementi trovano tutte le vie possibili (soprattutto la scuola e la TV) per la loro diffusione nella società, per la perpetuazione di quella specifica società, non di un'altra. 
Il potere si trova perciò in ogni settore della società, nei suoi meandri simbolici, quelli del linguaggio verbale e non verbale. L'idea stessa del Dominio come unica forma di vita e di organizzazione sociale viene resa pubblica e fatta vivere ovunque, nella struttura gerarchizzata di questa società, in tutti i corridoi reticolari che mettono in relazione gli elementi cognitivi che noi, sbagliando, chiamiamo 'cultura generale', mentre a mio giudizio dovremmo chiamarla 'cultura particolare' o 'singolare'.
Questo discorso, molto sintetico, risponde anzitutto alla mia esigenza di capire/spiegare il motivo per cui i media, e dunque anche la scuola, non hanno alcuna difficoltà a parlare di fascismo (di ogni colore) fin nei suoi più piccoli particolari anche aneddotici, producendo persino agiografie di criminali legalizzati spacciati per eroi nazionali, mentre fa di tutto per censurare l'anarchismo, i suoi filosofi, le sue pratiche di pace e solidarietà, le sue opposizioni concrete alle guerre e alla miseria. Quindi non sarebbe brutta come idea quella di leggere o rileggere Colin Ward, ad esempio. E di raccontarlo.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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