Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -
Data Rivoluzionaria

martedì 25 dicembre 2018

Capacità perdute


Tra le altre cose, l'introduzione della scolarizzazione di massa obbligatoria nel nostro sistema culturale ha atrofizzato la parte delle facoltà umane specifiche della memorizzazione. La scuola stessa, in quanto tale, con i suoi meccanismi autoritari intrinseci e non modificabili, nonostante gli sforzi libertari di alcuni docenti, ha portato al graduale impoverimento delle antiche capacità logico-cognitive e problematizzanti degli individui. Prova ne è anche il fatto che in tempi remoti, quando non esisteva la scuola come istituzione, e ancora prima che nascessero le forme storiche di scrittura, le comunità utilizzavano esclusivamente la pratica orale per tramandarsi le storie, i miti e le esperienze, le conoscenze. Non c'erano libri su cui registrare le cose, al loro posto si usava il cervello e il ragionamento, e in questo modo si potevano trovare anche più soluzioni per lo stesso problema, cosa che costituisce una ricchezza in sé, ed una difesa contro il pericolo di un pensiero unico omologante.
La tradizione orale e la memorizzazione delle informazioni non scritte, che hanno caratterizzato larghissima parte della nostra filogenesi garantendoci l'evoluzione in senso umano, si basava su dei tipi di connessioni sinaptiche che oggi, con la scuola, si sono devitalizzate. E adesso, per porvi rimedio, è errato pensare di ripristinare a scuola la pratica coercitiva della 'poesia a memoria', perché questa pratica scolastica serve a ben poco, non regge il paragone con un'attività antichissima e costante, soprattutto naturale e spontanea, com'era la memorizzazione anche creativa che avveniva per il piacere di memorizzare le cose. La classica poesiola scolastica 'mandata a memoria' non è altro che un infimo surrogato per giunta doloroso e controproducente se non si ha alcuna voglia di memorizzarla o se la si impara per coercizione, per ricatto, per compiacere docenti e genitori, o per guadagnarsi un voto o il giudizio dato da un estraneo.
L'antichissima trasmissione orale dei saperi prevedeva un esercizio continuo, potente, ma soprattutto spontaneo. Ci sono dei collegamenti o dei parallelismi interessanti tra questa antica pratica e l'apprendimento incidentale che hanno sempre fatto parte del nostro vivere quotidiano. Senza escludere la componente creativa; infatti questa trasmissione avveniva molto spesso in forma poetica, musicale, drammatica. Chi voleva tramandare una storia, un'informazione, un avvenimento, usava molto spesso la forma artistica per divulgarla. Ad esempio, i primissimi teatri dell'antica Grecia, come poteva essere quello di Tespi, dove ancora il pubblico non era obbligato a parteciparvi, erano anzitutto luoghi che servivano a trasmettere oralmente alle comunità analfabete la morale e le regole scritte del potere politico e religioso.
Ancora negli anni '70, nel Sud dell'Italia, erano presenti i cantastorie, divulgatori di tradizioni e cultura specifica (cattolica e militare), e c'era anche l'usanza di riunirsi alla sera in gruppi familiari per raccontarsi storie e leggende popolari, o i fatti di cronaca. I bambini ascoltavano incuriositi, liberi da coercizioni e voti o registri, e in modo spontaneo imparavano ciò che gli interessava, ciò che era fondamentale imparare in quel dato tempo, in quel dato luogo.
Possiamo affermare che la tradizione orale pervadeva la nostra vita poiché era la nostra stessa vita. In buona sostanza, quando non c'era la scuola, l'essere umano era portato naturalmente ad avere un'attività cerebrale più viva, più intensa e creativa: eravamo mentalmente più dinamici e performanti, e anche più aperti alle novità e diversità, come ci confermano molti studi a riguardo. Anche per questo motivo necessitiamo di una descolarizzazione della società. Chi crede che senza la scuola l'essere umano si brutalizzi cade in un pericoloso e grossolano errore, e non soltanto rende un gran servizio al sistema mercantile e militare che ha inventato la scuola, ma non si rende neppure conto - o fa finta -  che la brutalizzazione e il degrado umano sono iniziati e progrediscono proprio con la scolarizzazione obbligatoria.
Detto ciò, si dovrà chiarire che l'accusa non è nei confronti della carta stampata in sé, sarebbe un controsenso, ma nella presunzione di definirla 'civiltà', e nel volerle dare un primato o una posizione più importante (se non unica) rispetto all'oralità. Nondimeno, l'accusa è rivolta all'obbligatorietà della scuola, alla lettura dei suoi libri dai contenuti sempre uguali per tutti, libri e contenuti che rispondono esclusivamente alle esigenze delle classi dominanti e alla perpetuazione dello status quo.
Descolarizzare non significa togliere di mezzo la conoscenza o i libri, al contrario, significa togliere di mezzo l'obbligo di leggere quelli che ci propina il potere, significa ampliare le conoscenze attraverso una grande varietà di possibilità di interscambio delle stesse, ridare una vita alle nostre facoltà specifiche della memorizzazione, sviluppare la creatività e l'espressività individuale, ridare a tutti la gioia di imparare le cose più diverse attraverso l'innata curiosità, e molto altro. Imparare è un istinto naturale e gioioso, rendere l'apprendimento obbligatorio, istituzionalizzarlo, selezionarlo, valutarlo, premiarlo e punirlo come fa la scuola, significa ucciderlo, significa ucciderne lo scopo più vero e bello, significa diventare purtroppo quello che la scolarizzazione ci ha fatto diventare, e che tocchiamo con mano ogni giorno.

sabato 17 novembre 2018

Scolarizzare non vuol dire erudire

Normalmente la società accetta come vero un falso teorema, quello che vorrebbe i regimi fascisti nemici della scuola. Si è confuso, tra gli altri, il concetto di erudizione con quello di scuola. Non sono la stessa cosa, sono concetti ben distinti, ma ormai la vulgata è quella, e quindi il falso teorema secondo cui 'la scuola' (scambiata per sede dell'erudizione) sarebbe mal sopportata dai regimi fascisti è sempre in auge ed è duro a morire, come ogni dogma. Eppure dovremmo già riconoscere tutti che la scuola è un gigantesco apparato addestrante utile al Dominio e all'impostazione mercantile e gerarchica di questa società. E che la scuola sia utile al Dominio è così vero che l'attuale governo, come avevamo previsto, aumenterà la scolarizzazione nella scuola primaria (tempo pieno alla primaria, cioè bambini reclusi obbligatoriamente anche di pomeriggio, esclusi dalla vita sempre più presto). Si aggiungono le parole dell'attuale ministro dell'interno che ogni tanto ripete di esigere il diritto allo 'studio' per tutti. Ecco sempre quella confusione: la scuola non è lo studio, o meglio, non è quel che noi pensiamo sia lo studio. 
Non occorre, credo, che io spieghi ancora una volta che la scuola è un mero addestramento all'obbedienza, alla competizione, alla classificazione, alla schiavitù volontaria, ecc. Con la scusa di qualche libro di regime che ci informa di notizie spesso distorte, parziali, se non  addirittura false, e che comunque non contemplano l'esperienza e non garantiscono un apprendimento reale e autonomo, ogni dittatura che si rispetti piega le coscienze delle generazioni alla scuola, e quindi al proprio servizio. Il tempo pieno non smantella affatto la legge cosiddetta 'Buona scuola', come sta annunciando Di Maio, ma la potenzia nei fatti! E' il punto di vista dei bambini che dobbiamo tutelare (concetto tanto abusato a parole, ma tanto evitato perché è davvero rivoluzionario). Del resto, quello dell'aumento progressivo della scolarizzazione è un progetto che giunge da molto lontano e che ogni tipo di governo porta avanti con infallibilità, riforma dopo riforma.
Prendere i bambini piccolissimi e obbligarli al tempo pieno (non solo a scuola, ma ovunque, persino nel paese dei balocchi) è un altro di quei crimini che si sommano alla già devastante esperienza della scuola ordinaria, che negli anni, dietro istanza di banchieri, managers e industriali, ha aumentato il carico di ore di reclusione per i ragazzi (reclusione anche mentale oltre i muri scolastici) in maniera esponenziale. A questo riguardo, qualche tempo fa avevo scritto un articolo (QUI) che vi invito a leggere o rileggere, giusto per dare una misura, seppur minima, di come la caserma scolastica stia fagocitando la vita di tutti. Buona lettura, e cerchiamo di comprendere che la scuola non c'entra niente con il sapere.

sabato 6 ottobre 2018

L'indignato riformista

Protestare, indignarsi, manifestare, desiderare un cambiamento... Sì, va bene, ma che cosa vogliono dire ormai queste cose in una società come la nostra? Esse purtroppo auspicano soltanto una riforma del potere, che è la causa dei nostri guai, e non la sua eliminazione. Un'eliminazione che dovrebbe essere prima di tutto mentale, concettuale, ideale. Marcello Bernardi traccia un profilo secondo me molto preciso del riformista tipico della nostra epoca, e scrive:
'...Ma la schiera di questi volonterosi manifesta sintomi di disorientamento e di confusione. I neoribelli si rivelano solitamente incapaci di esprimere una protesta individuale e tendono ad aggregarsi in gruppi il più possibile omogenei, fanno quasi sempre riferimento a un Capo carismatico che garantisca una copertura ideologica, o addirittura fideistica, e con varie giustificazioni cercano di sottrarre alla critica alcuni Valori tipici della cultura post-industriale cui non si sentono di rinunciare, e segnatamente il Valore-danaro. In altri termini, assumono una posizione di radicale contestazione nei confronti del sistema dominante, ma ne conservano diligentemente alcune connotazioni fondamentali. E forse non a caso ne conservano proprio quelle che costituiscono la sua matrice socio-politica: il potere, la sudditanza, la disciplina, la produttività economica, il profitto'.
Questi valori enunciati da Marcello Bernardi si accompagnano puntualmente ad una serie di convinzioni dogmatiche, tra le quali annovero quelle secondo cui le prigioni, le scuole, le caserme, un sistema giudiziario erede del Diritto Romano, l'organizzazione gerarchica e la divisione in classi e sottoclassi di qualsiasi gruppo di individui... siano assolutamente cose utili, giuste, indispensabili. E lo sono, in realtà, ma soltanto per mantenere in piedi e ben saldo questo tipo di società. Se vogliamo una società diversa, umana e libera, è evidente che quei valori e quei dogmi devono essere ricusati come fondamento del nostro sistema culturale. Perciò è necessario anzitutto  descolarizzare la società, proteggendo così i bambini dal processo di deformazione della coscienza.

P.S. Marcello Bernardi scriveva quelle parole nel 1984, quando non c'erano ancora i famigerati 'social network', cioè quando per protestare si scendeva nelle piazze, quelle vere. Figuriamoci oggi che cosa scriverebbe in merito al 'neoribelle' delle petizioni online et similia.

Un capitolo del libro dalla cui introduzione ho tratto il passo che ho qui riportato.

venerdì 28 settembre 2018

La scuola è violenza dottrinale istituzionalizzata


Tra gli obiettivi della scuola, intendo tra quelli mai dichiarati e sempre negati, ma che sono perfettamente osservabili e valutabili, c'è anche quello, importantissimo, di far credere che la scuola (se stessa) sia utile alle masse. Per emanciparle (sic!). La scuola, come ogni istituzione dello Stato, è costituzionalmente preposta alla propria autosantificazione ed autocelebrazione; essa inculca alla gente la convinzione secondo la quale non vi è redenzione senza scuola. Di più: senza scuola l'umanità sarebbe rincretinita, perduta e destinata all'autodistruzione. Cosa che sta avvenendo invece in piena scolarizzazione obbligatoria di massa. E sono invece le masse, in quanto tali, sempre cretine.
Questa bizzarra e fasulla convinzione secondo cui la scuola renderebbe liberi, saggi e salvi (e persino più intelligenti), tende ad acuirsi in ragione del tempo che passa nel crederla vera. Ovvio, una convinzione si rafforza sempre col tempo, fino a vedere la gente che, come ai giorni nostri, non si pone più alcuna domanda: accetta, crede, obbedisce e insegna quello che è diventato ormai un dogma inviolabile, una verità incontestabile, anche se i fatti la smentiscono categoricamente.
Eppure, neanche tanto tempo fa, la scuola non era ancora ritenuta un sacro sacello. Negli Stati Uniti, a suo tempo, ci furono grandi proteste contro la decisione del governo di rendere la scuola obbligatoria; certe cronache di fine Ottocento, ad esempio, sempre in Nord America, riportano la notizia di soldati che trascinavano a scuola file di ragazzini disperati e in lacrime sotto la minaccia delle armi. Si va a scuola come in caserma, e per ambedue le istituzioni la parola comune è, guarda caso, 'disciplina'. Quei ragazzini, con i genitori in protesta, sapevano bene a cosa stavano andando incontro, e cosa stavano lasciando, loro malgrado.
Oggi, a forza di retoriche autocelebrazioni da un lato e di demonizzazione della vita-fuori-dalla-scuola dall'altra, la prassi educativa per mezzo di agenzie certificate dal sistema ha fatto diventare la scuola una tappa imprescindibile, un automatismo, una sacra liturgia, seppur vissuta dai ragazzi, a ragione, come un enorme e inutile sacrificio. Tale è! ma, per inciso, non è forse la Chiesa che prende i bambini (anche lei) e dice loro che tutta la vita è un sacrificio e che, zitti e remissivi, dobbiamo soffrire e prepararci alla sofferenza di una vita in servitù? Menzogne su menzogne!
Insomma, se ieri era normale ribellarsi contro la scuola obbligatoria, oggi siamo di fronte a masse di persone entusiaste nel vedere che esistono persino progetti contro la 'dispersione scolastica'. Tutto dire. Certo, chi da millenni fa affari con le caserme di ogni genere non può ammettere alcuna diserzione, e fa credere alla gente che la vita fuori dalla caserma sia 'dispersione', o luogo di perdizione della recluta. E la gente ha finito per crederlo!
Il disegno di James Ensor del 1889, dal titolo 'Alimentation doctrinaire' (alimentazione dottrinaria), rappresenta le forze che sono responsabili del progetto pedagogico di questo sistema. Sono le figure che ordinano e attuano l'indottrinamento delle masse, sì da poterle governare facilmente. Guardate bene: oltre al vescovo, oltre al generale, oltre al sovrano, e oltre al giudice, potete notare il pedagogo, l'educatore, il quale regge un cartello didascalico con su scritto 'Instruction obligatoire' (istruzione obbligatoria).
Non aggiungerei altro, mi fermerei qui per non offendere la vostra intelligenza, credo che da soli sappiate decodificare l'immagine e capirne il senso, dico solo che è vero, sì, le masse hanno un assoluto bisogno di emanciparsi, ma anzitutto da quell'istituzione che le ha rese tali, obbedienti, serve, deboli con i forti, e forti con i deboli.

lunedì 17 settembre 2018

Descolarizzazione: alcune considerazioni di Paul Goodman

Un cervello fecondo, critico e straordinario come Paul Goodman manca sempre nel panorama editoriale italiano. Salvo due o tre libri tradotti nella nostra lingua, tutti gli altri, e sono tanti, latitano sui nostri scaffali e nelle biblioteche. Ritengo questo un grave e colpevole vuoto. 
Vorrei trascrivere qui qualche cosa che ho voluto tradurre per i fatti miei, naturalmente attinente al tema dell'educazione, della scuola, dell'apprendimento incidentale, della descolarizzazione, di cui Goodman è stato un fervente promotore e sostenitore. Ivan Illich colse immediatamente la preziosità del pensiero di Goodman e volle attualizzarlo, puntualizzandolo in un'analisi se possibile ancora più meticolosa e ampia, nel suo 'Descolarizzare la società' (testo più attuale oggi che nel 1971). 
Di seguito, dunque, leggerete alcune affermazioni lapidarie di Paul Goodman che - bisognerà tenerne conto - sono il frutto di un lungo percorso critico e analitico. Egli scrive così su 'La Critique sociale':
[...]
Io penso che:
- L'educazione incidentale dovrebbe essere il principale metodo di apprendimento.
- La maggior parte dei licei dovrebbero essere eliminati. Altri tipi di comunità di giovani dovrebbero assumere le funzioni sociali dei licei.
- L'educazione universitaria dovrebbe generalmente seguire, e non precedere, l'ingresso nella professione.
- L'obiettivo principale degli educatori dovrebbe essere quello di assicurarsi che le attività della società permettano di attuare l'educazione incidentale.
- Lo scopo della pedagogia elementare fino a dodici anni dovrebbe essere quello di proteggere e nutrire la libera crescita del bambino, poiché la pressione familiare e quella sociale sono troppo forti perché un bambino possa resistergli.

RIESAMINIAMO GLI ARGOMENTI DI QUESTO PROGRAMMA.

- Noi dobbiamo diminuire la scolarizzazione perché la sua interminabile tutela va contro la natura e, di fatto, blocca la crescita.
- Gli sforzi che tendono a sottomettere il processo di maturazione ad un programma scolastico scoraggiano i giovani e guastano una grande parte delle loro capacità di apprendimento e adattamento.
- La scolarizzazione non prepara ad una vera azione; essa è lo scopo di se stessa. Soltanto quelli che hanno dei talenti accademici, tra il 10 e il 15% secondo Conant, ricavano profitto da questa attività inutile, senza provare noia e senza rimanerne mutilati.
- Il nostro sistema educativo, che isola di fatto i giovani dalle generazioni più adulte, aliena i giovani. E nonostante questo rimane assurdo, per molti dei più brillanti e sensibili giovani, escludersi dalla società o affrontarla in modo ostile. Questo stato di cose non conduce a una ricostruzione sociale.

Trailer del film 'Paul Goodman ha cambiato la mia vita' che, temo, non vedremo mai nei cinema italiani.


martedì 24 luglio 2018

E allora lui?

A causa dell'impostazione competitiva e gerarchica della scuola, il bambino impara a credere che per valorizzare se stesso, o discolparsi di qualcosa, sia necessario accusare il compagno. 'E allora lui?', dice il bambino ad alta voce alla maestra che lo ha rimproverato, indicando col ditino qualcun altro nella cella. Ma succede anche che la faccenda si manifesti in via riservata, a quattr'occhi, tra il discente e la docente. Infatti essere delatori/delatrici è una delle prime cose che l'infante impara a scuola. Obiettivo perfettamente raggiunto, questo sì! Il bambino da addestrare all'odio si aspetta una ricompensa dall'autorità, e si predispone alla futura vita da servitore devoto, tenendo sempre nel cuore la voglia impetuosa di diventare un capo per assaporare il gusto meschino e autoritario della vendetta, che egli chiamerà impropriamente 'giustizia'. 
Accusare gli altri di un qualcosa per apparire immacolati è ciò che si vede fare normalmente nella scuola, e questo comportamento è lo stesso che vediamo riprodotto nell'atteggiamento comune degli adulti ben scolarizzati. Lo vediamo ad esempio nelle questioni politiche, dove non c'è un solo fidelizzato ad un partito che non accusi il fidelizzato di un altro partito, credendo in questo modo di pulire la fazione alla quale tiene (come ad una squadra di calcio) e difendere il suo padrone. 'E allora lui?', da qualsiasi prospettiva lo si guardi, è comunque la manifestazione di un conflitto costruito, un desiderio di punire un compagno, e non mai la causa da cui nasce quel desiderio, ovvero l'impianto autoritario e competitivo della scuola, la scuola in quanto tale. E' un impianto che lo Stato mantiene perfettamente lubrificato per mezzo dei docenti stessi che devono eseguire certi ordini precisi, certe pratiche obbligate, le solite prassi consolidate che stanno al di sopra delle loro buone intenzioni (quando queste esistono) e che appaiono persino giuste, etiche, come la discriminazione fatta attraverso i voti o la classificazione tra buoni e cattivi, tra intelligenti e stupidi, tra studiosi e annoiati, tra produttivi e oziosi... dando ad ognuno di questi aggettivi etichettanti un valore morale e gerarchico prestabilito e sempre funzionale al sistema.
Insomma, la scuola forgia le generazioni per il futuro (l'oggi è il futuro di ciò che è stato ieri), le istruisce per bene per adattarle il meglio possibile a questa specifica società competitiva e violenta, gerarchica e autoritaria, ignorante e presuntuosa, e lo fa benissimo, purtroppo, lo fa attraverso i fatti concreti, attraverso le prassi, i percorsi obbligati, al di là della retorica di fratellanza predicata nelle celle, che appunto diventa solo retorica e non produce nulla se non retorica d'occorrenza. Rari sono coloro che si salvano dalle fauci dottrinali e devastanti della scuola. 

sabato 2 giugno 2018

Liberiamo i bambini!

Entrare nella psicologia del servo volontario di boetiana memoria, parlandoci insieme e facendosi molta forza per non finire a terra tramortiti dalla sua smisurata presunzione acquisita per mezzo delle varie certificazioni scolastiche, rivela parecchie cose, per esempio che esiste in lui una vera rimozione freudiana che gli impedisce di percepirsi come un servo ubbidiente. Questa rimozione gli serve per evitare di soffrire della sua condizione, ed offrire a se stesso una falsa ed effimera forma di dignità, che comunque sa di non possedere. L'atto e il principio della disobbedienza potrebbero affrancarlo, ma la morale che gli è stata costruita dentro fin dai suoi primi giorni di vita da parte di tutti gli adulti moralizzati lo imprigiona ancora di più e lo castiga di fronte agli altri servi volontari, di conseguenza non può, non sa, non vuole affrancarsi: gli costa meno dolore servire tutta la vita che infrangere la morale del padrone; nel primo caso avrebbe il consenso degli altri servi, mentre l'infrazione della regola gli varrebbe la collera dei suoi compagni di catena. E' un mondo alla rovescia: oggi lo schiavo in catene che si ribella con la dovuta forza viene accusato di violenza dai suoi stessi compagni. Prodigi dell'educazione di massa obbligatoria.
Tutto questo, infatti, è un costrutto meramente educativo, non ha nulla a che fare con la natura degli individui. Il problema è culturale, formativo, di istruzione. Si tratta di un impianto pedagogico calato dall'alto, programmato e programmatico, strutturale, passante per la catena scolastica non a caso resa obbligatoria, e che tramuta il bambino, la sua unicità e autodeterminazione, in un servo devotissimo, soldato a difesa della società schiavizzante, normalizzato e conformato, resiliente a qualsiasi sopruso da parte dell'autorità, pronto per essere immesso nel ciclo della produzione o nel limbo degli anelanti alla catena produttiva.
I bambini dovrebbero rimanere lontani da questo genere di cultura, non essere avviati in questa strada che li porta inevitabilmente verso la loro prigionia. Se li facciamo entrare dalla tramoggia ne usciranno vermi.

sabato 12 maggio 2018

La scuola si sta prendendo tutta la vita!

La scuola non funziona? La scuola sta morendo? Non è vero! La scuola non è mai stata così funzionante e viva, purtroppo dico! E come potrebbe, un sistema autoritario come lo Stato, far morire la sua migliore palestra d'obbedienza di massa? Sarebbe un suicidio per tutto l'establishment! Per gli obiettivi occulti che si era prefissata di raggiungere, la scuola sta benissimo e funziona perfettamente. 
Mancano i soldi per le scuole pubbliche? Non c'è una politica di investimento per la scuola? Non è vero neanche questo! Alle singole scuole arrivano fiumi, oceani di danaro pubblico! I progetti PON (Programma Operativo Nazionale) finanziati dai Fondi Strutturali Europei (sempre e solo soldi nostri), stanno foraggiando le singole scuole come mai prima! A livello nazionale si parla di somministrazioni di centinaia di milioni di euro! Ma questi progetti sono dei carichi di lavoro assolutamente extra, totalmente fuori contratto, non obbligatori, che i docenti hanno accettato di fare, avallandoli nei collegi, e che li impegnano anche nei week-end, nelle ore exracurriculari, e tra un po' anche di notte! Una volta pagati i docenti e le figure collaterali anche esterne, il grosso del finanziamento per ogni progetto immaginate voi dove va a finire, in quali tasche. 
I ragazzi sono sfiniti! La loro vita non esiste più. E poi ci lamentiamo se qualcuno di loro reagisce con violenza nella cella in cui è costretto? Tra orario curricolare, alternanza scuola-lavoro, partecipazione ai Pon, carico di studio domestico, recuperi pomeridiani, partecipazione a corsi di varia natura, la loro vita non esiste più! Non hanno tempo da dedicare a loro stessi. Sarei più preciso se dicessi che la scuola, l'intero apparato istituzionale tentacolare, economico e autoritario, si è impossessato della vita degli studenti e dei docenti. La scuola sta fagocitando tutto. 
Questo non è un mistero per chi conosce i meccanismi decisionali che avvengono ai piani alti. Questa appropriazione dell'intera vita da parte della scuola è un vero progetto economico e sociale che io, con queste mie orecchie, ho ascoltato dai cosiddetti 'esperti' di cui il ministero si serve per mettere a punto le strategie governative di manipolazione di massa. E non si creda, poi, che questi 'esperti' facciano parte della scuola o che siano ferrati in materia di didattica o di pedagogia. Tutt'altro! Per non nascondervi niente, sappiate che uno di questi 'esperti' è un banchiere. E perché un banchiere, o un manager aziendale, o tutt'e due, dovrebbero dire al ministero che cosa bisogna fare con le scuole e con le nuove generazioni? Ma devo proprio dirvi tutto? A proposito, il progetto Invalsi è uno degli strumenti di sorveglianza su cui si basano gli 'esperti' dell'alta finanza per mettere a punto le loro strategie di manipolazione di massa. L'Invalsi registra puntualmente la normalizzazione attuata dalla scuola e fornisce all'intellighenzia finanziaria il materiale statistico necessario per le loro azioni future nelle scuole.
Posso qui darvi delle anticipazioni sul progetto generale che sta prendendo forma. La vita che esiste fuori dalla scuola dovrà entrare nella scuola per diventare tutt'altra cosa: obbligo formativo. Per usare una metafora, sarà come il principio del cibo in scatola che viene pubblicizzato in modo tale da farti credere che il cibo naturale fuori dalla scatola non sia buono, mentre invece quello inscatolato, additivato, e ben confezionato sia il vero cibo salutare e ipervitaminico. Esempio. Il ragazzo vuole andare a passare del tempo (quando ce l'ha) in piscina con gli amici? Perché tutta questa libertà decisionale? Perché tutta questa autonomia? Ci penserà la scuola! Con un progetto PON specifico, la scuola organizzerà e stabilirà per il ragazzo orari precisi per la piscina. Guai se però non ci va o se disobbedisce agli ordini del docente, perché è quello l'obiettivo vero, imparare a credere e obbedire, e che sia giusto farlo. I pedagogisti autoritari intanto gli avevano illustrato quanto è bello e giusto andare in piscina con la scuola, in 'sicurezza' (parola magica), con degli esperti che lo monitorano ogni minuto. Il ragazzo sarà obbligato, e all'inizio forse protesterà, ma alla fine si abituerà e anche lui un giorno dirà che andare in piscina per obbligo scolastico è molto meglio che andarci liberamente, che è più 'sicuro', che la libertà fa male.
Se soltanto riuscissimo a capire quanta ragione aveva Ivan Illich già nel 1971 e quanto è ancora basilare e attuale il suo libro 'Descolarizzare la società'! C'è un grande lavoro critico e di decostruzione da fare, di smontaggio del dogma scolastico, e dovrebbero farlo anzitutto i docenti, cioè quelli che, ahimé, con la carotina di 50 euro lordi sventolata davanti al muso, avallano norme incredibilmente debilitanti per loro stessi e devastanti per i loro figli.

sabato 21 aprile 2018

Scuola e violenza: un approccio con metafora.

Ho visto gabbie d'allevamento destinate a docili pennuti. Si tratta di contenzione coatta, di coercizione non voluta, di una situazione innaturale dove tutti gli individui (tutti) soffrono e reagiscono di conseguenza. Se in queste gabbie costrittive alcuni pennuti, per l'ovvio disagio, cominciano ad agitarsi e a beccarsi tra di loro, fino a sanguinarne, la colpa non è dell'animale sofferente che si agita in cerca di spazio. Dobbiamo andare a monte del problema se vogliamo eliminarlo. 
Eliminare il problema non vuol dire limare i becchi degli animali, e nemmeno pretendere che altri pennuti, ugualmente reclusi e feriti, feriscano a loro volta chi si agita al fine di insegnare a sopportare la sofferenza in perfetto silenzio e tenace inerzia. Ma quando tutti i pennuti, fin da quando sono teneri pulcini, vengono addestrati a pensare e credere che stare in quelle gabbie è una condizione naturale e giusta, doverosa e perfino liberatrice, le soluzioni che essi troveranno per i loro problemi non potranno che peggiorare la loro condizione e far aumentare il loro grado di violenza reattiva. Perché la violenza reattiva, visibile e diretta, come ha lungamente analizzato Johan Galtung, ha origine dalla violenza strutturale (la gabbia) e dalla violenza culturale (la convinzione dogmatica che la gabbia sia una cosa giusta). La violenza che esplode presso ogni sofferente è un effetto, la logica conseguenza di una condizione di coercizione innaturale subìta.
Agire sugli effetti non elimina mai la causa, acuisce soltanto il problema. Sarà un bel giorno quello in cui i pennuti cominceranno a dire che la vera violenza non è nella gabbia, ma della gabbia!

martedì 10 aprile 2018

Presentimenti di bambino

Ero piccolo, ricordo, e avevo già dentro di me dei presentimenti poco gradevoli riguardo a quello che sarebbe stato, da lì a poco, il mio rapporto con la politica e le sue istituzioni. Forse proprio in virtù dei pochi anni di vita, era molto presente in me un grande istinto di conservazione, come un sapere a priori che il destino e la vita delle persone, se date in mano a poche altre persone, non avrebbe fatto altro che danneggiarmi e danneggiarci. Un istinto animale, forse. Questo io presentivo. Credo sia questa una reale 'immunità di gregge', cioè il preavvertire il fatto che regalare il potere a qualcun altro è solo garanzia di autolesione, quindi anche di lesione altrui. Come bambino ero poi triste perché ero cosciente che su di me gravavano le decisioni di tutti gli adulti, e io non contavo niente proprio perché ero un bambino, e come tale destinato a subire: condizione ineluttabile per tutti i bambini in questo tipo di cultura adultocentrica. Non c'è mai stato un solo attimo in tutta la mia vita in cui io non abbia avuto timore delle riforme in campo politico. Ho sempre sospettato, avendone poi conferme e riconferme, che riformare qualcosa da parte dei politici significasse tutt'altro che migliorare le nostre condizioni. Tutto quello che una riforma può fare è dare alle nostre condizioni un'apparenza diversa. Solo apparenza. Per celare rinnovate ingiustizie. Così è, perché appare.

martedì 20 marzo 2018

Condividere le unicità e rispettarle in quanto tali

La libera condivisione delle idee, delle soluzioni, delle esperienze, dei modi di pensare e di agire, ecc. rappresentano da sempre una ricchezza fenomenale, non solo in termini pedagogici. Culture diverse che viaggiano, che si incontrano, che si opinano frizionandosi o si sposano, sono da sempre caratteristiche fondamentali dell'umanità in evoluzione, dell'essere umano libero e curioso che vive, che cerca, che scopre, che inventa e che si muove verso nuovi spazi di conoscenza. Filogenesi e ontogenesi, con il conseguente progresso, non possono fare a meno dell'Uomo che incontra l'Uomo. E' un fatto naturale. E spinge naturalmente in direzione libertaria.
Per questo motivo le ideologie razziste o nazionaliste, che spesso si declinano nel più rassicurante - ma ugualmente pericoloso e becero - patriottismo, non hanno alcun senso, se non quello votato al pensiero autoritario e alla edificazione di una società come la nostra: distopica. 
Il libero scambio di conoscenze, voluto o incidentale, non porta necessariamente alla fusione o all'omologazione degli individui, e nemmeno alla loro chiusura ri-vendicativa. Queste due tendenze appartengono soltanto alle comunità autoritarie gerarchizzate, agli Stati nazionali, alla cultura che impera attualmente. No, lo scambio di conoscenze e l'incontro delle civiltà può e dovrebbe essere pensato e vissuto per quello che è, come un primo atto di rispetto reciproco delle rispettive identità culturali, ben distinte tra loro. Se poi, col passar del tempo, da questo incontro avviene un sincretismo o una sintesi, questo non sarà certamente qualcuno a deciderlo dall'alto, pedagogicamente, ma sarà la viva spontaneità a crearla, senza per conseguenza creare frizioni e ingiustizie. Ma sarà sempre tutto in libero e continuo movimento, vivo!
L'idea di una società necessariamente omologata e massificata è quella che ci viene insegnata e prescritta fin dalla nascita, ma è anche quella più distruttiva per noi, è contro natura, va contro i nostri stessi interessi, contro la vita stessa. L'adattamento massificante è sempre quantomeno irrispettoso, se non assassino, della ricchezza che connota ogni esperienza di diversità condivisa. Non si tratta, allora, di fare la guerra agli altri per sostenere ed affermare una nostra presunta superiorità (la vita è vita, nessun individuo ha il diritto di classificarla), ma non si tratta neanche di inglobare, massificare, integrare, diluire tutti gli individui nel brodo del pensiero unico, di un unico sistema culturale. Si tratta semplicemente di avere la voglia e la capacità di essere se stessi, unici, all'interno di una varietà, rispettando chi, nella sua preziosa e naturale unicità diversa dalla nostra, vuole essere altrettanto se stesso e unico; se stessa e unica.
Credo che i razzisti soffrano sostanzialmente di una grande fragilità della personalità, tale da impedire loro di sentirsi unici all'interno di una varietà. Essi percepiscono la varietà e l'unicità come loro acerrime nemiche e, di conseguenza, ne hanno terribilmente paura. Non a caso amano le uniformi, tendono a sottomettersi a un capo o a volerlo diventare... Tutto è ricondotto, alla fine, alla classica e stolta paura della libertà, propria e altrui. Così i razzisti, i nazionalisti, i seguaci del 'prima noi' (leggasi 'solo noi'), incapaci di rimanere se stessi e unici in un contesto di smagliante varietà (dal quale potrebbero imparare ed evolvere), aspirano a sottomettere con la forza tutti gli altri, volendoli perfettamente uniformati al loro modo di pensare, e in questo modo si illudono di eliminare le stupide paure che vivono in loro sottoforma di infantili fantasmi. Tutti i pensieri e le ideologie omologanti sono necessariamente autoritarie, e lo Stato non è altro che la loro espressione più compiuta e pericolosa.

venerdì 9 marzo 2018

Che cos'è un dogma?

Un dogma è sostanzialmente una promessa che non viene mai mantenuta e nonostante questo, seppure i fatti reali della vita dimostrino la sua natura menzognera, riesce infallibilmente a illudere la gente della sua assoluta necessità, per il bene  della società. Il dogma ti illude di un qualcosa o di un risultato in prospettiva di cui però non può dimostrare né la veridicità, né l'esistenza, né ovviamente l'efficacia. E mai potrà farlo.
Il dogma, però, non è soltanto quello legato al cosiddetto 'diritto divino' o alla teologia, ma è anche tutto ciò che sta alle fondamenta di quelle che possiamo definire 'altre chiese', o 'nuove chiese'. La scuola è una di queste nuove chiese, lo dice bene Ivan Illich. La scuola è un dogma, una promessa disattesa, un'illusione sociale, com'è ovvio che sia. Infatti la scuola non ha mai realizzato nulla di quel che promette da secoli (un Uomo sociale solidale, emancipato, autonomo e libero), fa l'esatto contrario, e tuttavia riesce a costruire nelle coscienze la credenza secondo la quale essa è necessaria. Se pure esitono delle menti fulgide e degli spiriti liberi e critici, non rappresentano di certo la regola, sono menti e spiriti rimasti intatti nonostante la scuola, non per merito suo.
Credo, e insieme a me lo credono anche altri pedagogisti e intellettuali (ed è la realtà dei fatti, la loro progressione, a darci ragione), che la scuola sia il dogma più forte e più distruttivo che la storia umana abbia mai conosciuto e subìto. Credere ciecamente, cioè dogmaticamente, vuol dire infatti porsi in una posizione non soltanto acritica rispetto a, ma anche - e la cosa è ben più grave - a difesa del dogma stesso. Credere ciecamente significa chiudere appunto gli occhi sul fatto che si sta dando fiducia ad una menzogna comprovata, significa chiudere gli occhi di fronte ai fatti concreti che smentiscono la promessa. Il dogma è una terribile gabbia mentale che ammazza l'individuo, privandolo delle sue qualità più belle e umane. E di gabbie mentali, oltre che fisiche, ce ne hanno costruite una infinità. E' tempo di abbatterle tutte. E' tempo di liberazione!

venerdì 16 febbraio 2018

La scuola genera violenza e sudditanza

Qualsiasi dispositivo o struttura istituzionale di coercizione e sorveglianza, sia essa gabbia visibile o psicologica, sia essa società disciplinare come la nostra, siano tutte queste cose messe insieme, costituisce la base necessaria per l'incattivimento e la disumanizzazione delle persone. Il grado di pressione coercitiva esercitata sugli individui fa soltanto allungare o accorciare i tempi della manifestazione della violenza, quando questa trova le condizioni per emergere, ma non la esclude.
Rispetto alla scuola, la violenza non vive in essa proveniente dall'esterno, ma le appartiene strutturalmente, in quanto luogo di coercizione, di sorveglianza e di punizione (o di premio, che è la stessa cosa in termini di risultato sociale gerarchizzante e disumanizzante). La scuola genera violenza perché è essa stessa violenza. Gli individui che fanno funzionare la scuola, a tutti i livelli, sono vittime e carnefici del loro stesso agire all'interno di quella struttura sociale disciplinare. E più questi individui aiutano la struttura a 'funzionare meglio' nell'illusione che ciò possa migliorare le cose, più il meccanismo coercitivo e di sorveglianza li incattivisce e disumanizza. Per effetto dogmatico, i funzionari della scuola tendono infatti a nascondere a se stessi la vera causa del problema, e pensano che per eliminare la violenza ci voglia un'azione ancora più forte e incisiva da parte della causa stessa che l'ha prodotta: la scuola in quanto tale, con i suoi meccanismi di reclusione, classificazione, sorveglianza, coercizione, repressivi e punitivo-premiali.
L'esperimento condotto nel 1971 al Dipartimento di Psicologia dell'Università di Stanford ha evidenziato proprio questo aspetto di psicologia sociale, rinchiudendo dei ragazzi, di cui tutti dicevano bene, in una struttura di reclusione e dando loro dei ruoli: guardie da un lato, reclusi dall'altro. Si è appunto notato che i bravi ragazzi, costretti in un ruolo e in una struttura disciplinare, hanno cambiato di conseguenza la loro personalità, al tal punto che l'esperimento è stato interrotto anzitempo per troppa violenza generata e subìta.  Il ruolo di guardia ha dato a questi 'ragazzi secondini' il pretesto per farli agire di conseguenza, con cattiveria, in modo cosciente. Il ruolo di recluso ha alterato di conseguenza la personalità degli altri ragazzi. Insomma, si è ricreata in piccolo la nostra società e si è dimostrato, ancora una volta, che questa società è frutto di un progetto ben preciso, voluto e attuato da chi ovviamente ne ha tratto vantaggio e continua a trarne.
L'appartenenza a un gruppo organizzato in un contesto gerarchizzato e disciplinare, come è il nostro tipo di società (che nasce da una data e precisa istruzione o programmazione fatta sui bambini), non fa altro che stimolare e sviluppare comportamenti disumani. Tutti noi, chi più e chi meno, portiamo i segni di questo condizionamento obbligatorio avuto da bambini e che prosegue da adulti, nella società scolarizzata, per mezzo di una programmazione/istruzione continua fondata sui principi autoritari, antilibertari; princìpi applicati in modo concreto, esperenziale, vissuti nei fatti di tutti i giorni (il modo più efficace di apprendere, peccato però apprendere soltanto questo tipo di cultura, non un'altra). I meno condizionati da questo processo sono quelli che questa società rifiuta etichettandoli in vari modi: diversi, recalcitranti, sognatori, pazzi, asociali, delinquenti, criminali, ingrati, ecc.
Spesso ciò che dall'alto ci viene presentato come una soluzione, è invece il problema, o parte costitutiva del problema. Ci sono anche altri motivi per cui la società dovrebbe essere descolarizzata, e in fretta, ma penso che già quel che ho scritto fin ora basti a far riflettere, quantomeno a riflettere, sui motivi che spingono gli studenti a compiere atti violenti di bullismo, quando non veri e propri omicidi. La causa originaria di queste violenze non è neppure la diffusione delle armi (che certo non giova e andrebbero abolite, tutte), ma la spinta psicologica in senso disumano autoritario generata da una condizione di reclusione, coercizione, sorveglianza. La causa della violenza nella scuola è la scuola stessa, così come la causa della violenza in questa società è questo tipo di società. Ben lo diceva anche Erich Fromm.

domenica 21 gennaio 2018

Non si spengono gli incendi con la benzina!

La scuola usa gli strumenti e i dispositivi che le sono propri da sempre. La scuola è quell'insieme di strumenti e dispositivi.
Sono strumenti e dispositivi che hanno un solo tipo di funzione, quella autoritaria, sono stati creati con quello scopo (dichiarato), nessun'altra funzione è possibile. Per azionare gli strumenti e i dispositivi occorrono operatori specifici, gli insegnanti, che infatti, obbedendo a degli ordini come soldatini, agiscono fedelmente e ciecamente su ogni leva. Questi strumenti e questi dispositivi hanno forgiato questa società, che è un tipo specifico di società di cui fanno parte gli insegnanti, i genitori, tutti gli adulti scolarizzati.  E non ce la passiamo bene, vero?
Tuttavia gli insegnanti, i genitori, la stragrande maggioranza degli adulti (tutti figli della medesima cultura autoritaria), pensa, in modo del tutto acritico, che per migliorare la società si debba agire sugli stessi strumenti e dispositivi, ma perfezionandoli, cioè potenziandoli, amplificando le loro caratteristiche intrinseche e specifiche. Si vuol cioè potenziare la funzione autoritaria: più controlli, più efficienza, più competizione, più classificazione, più premi e punizioni, più gerarchizzazione, più nazionalismo, più deresponsabilizzazione, più culto dell'autorità, più irreggimentazione, più Panopticon, più produzione (eccetera, eccetera, eccetera). 
Praticamente è come premere sull'acceleratore pensando di frenare la corsa verso il baratro, credendo addirittura di poter cambiare al contempo direzione.
La scuola non va riformata, va eliminata, sostituita con il mondo, con la vita, con la libertà, con la miriade di relazioni umane spontanee. 

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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