Una citazione al giorno

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martedì 29 dicembre 2015

L'esperienza, presupposto del buon apprendimento.

Possiamo riconoscere senza alcuna difficoltà che l'esperienza diretta è quella che sta alla base di ogni buon apprendimento. Lo si scrive da almeno 2600 anni. Eppure la nostra cultura ritiene ancora, attraverso una reiterata e immutata serie di pretesti e di fasulle convinzioni, che i bambini e le bambine debbano imparare fin da subito a sapersi privare della possibilità di fare esperienze dirette e ad essere rinchiusi/e dentro coloratissimi loculi scolastici o familiari. Divieto di esperienza, dunque, che vuol dire anche divieto di trarre piacere dall'autonoma scoperta, dalla libera ricerca, dalla spontanea creatività, dal naturale autoapprendimento, ecc.
Per l'anno nuovo, quello solare che sta per aprirsi, io non ho buoni propositi, perché ce li ho tutti cattivi, come sempre. E quelli farò. Mi auguro infatti di poter dare ancora ai bambini la voglia di evadere o sabotare tutti quei luoghi 'dove molti uomini si rinchiudono o vengono rinchiusi', in cui viene vietata l'esperienza e la gioia, come pure la possibilità di essere pienamente se stessi o quel che si desidera essere. Vorrei continuare a rimanere vicino ai bambini per non imporre loro nulla, per non ostacolare il loro bisogno naturale di vivere, di rifiutare la pedagogia del dover essere, della competizione, della noia ripetitiva, dell'obbedienza, della prevaricazione come valore indispensabile. Se eresia vuol dire creatività, opportunità di emancipazione per il genere umano, liberazione dai dogmi di ogni genere, allora vorrei continuare ad essere additato come eretico di fronte all'oscurantismo di colleghi e colleghe, di dirigenti scolastici e società educata. Continuerò a lasciar decidere i bambini e le bambine le cose che vogliono fare o non fare. Questo, seppur rimanendo - ahimé - all'interno di una cella, ma stabilendo con loro nuovi legami di complicità fondati sul rispetto reciproco, e decidendo sempre insieme il da farsi.
Certo, di vincoli ce ne sono una infinità dentro una scuola istituzionale, vincoli ed ostacoli anche materiali che non permettono di mettere in pratica una reale pedagogia dell'esperienza, né di attivare tutti gli strumenti per favorire lo sviluppo della responsabilità personale, perché, vorrei ricordarlo, libertà vuol dire anche assunzione di responsabilità che si esprime sulla base di una moralità propria, umana, non condizionata. E l'unico modo per imparare la libertà (e quindi la responsabilità) è quello di viverla. Ma come dice Marcello Bernardi:
'Tutti i tipi di esperienza sono guardati con grandissimo sospetto dai genitori, insegnanti e padri spirituali, e impediti nei limiti del possibile. A meno che non si tratti di esperienze programmate e controllate da coloro che si dicono educatori, preferibilmente nell'ambito di quei due istituti di reclusione che sono la casa e la scuola'.
La nostra società, purtroppo, ed ogni eccezione conferma la regola, continua a plasmare/produrre bambini e bambine sull'identico modello pedagogico mercantile e competitivo, antropocentrico e fascista, e questo modello, a sua volta, genererà cloni sociali della stessa caratura valoriale che lo difenderanno e perpetueranno. E' un cane che si morde la coda, e se la morde essendo spinto da falsi pretesti, dai soliti luoghi comuni. Diciamolo: 'chi si fida a concedere un'autonomia a questi scapestrati ragazzini? E' la domanda che si pone Marcello Bernardi scimmiottando gli adulti terrorizzati all'idea di dover lasciare i bambini liberi.
'E se si allontanassero dal loro terreno di cultura, se riuscissero a sfuggire alla custodia familiare e scolastica, se incontrassero delle cattive compagnie, se imparassero che si può essere diversi da come li vogliono i grandi che sanno qual è il loro bene? No, no, andiamoci cauti. L'autonomia, per i nostri bravi educatori, va bene solo per chi non ne ha più bisogno, cioè per l'adulto ormai inserito nel sistema. Non ne ha più bisogno, costui, semplicemente perché non è più capace di farne nessun uso.
Si vorrebbe che l'individuo, dalla nascita al servizio militare, facesse e conoscesse solo quello che scelgono gli altri, quelli che 'ne sanno più di lui'. Lo si vorrebbe sempre a portata di mano, sempre sotto controllo. Che poi non ci si riesca, è un altro affare. Il fallimento, giustificano gli aspiranti controllori, è un segno di questi tempi nefandi, è la conseguenza della generale corruzione e del ben noto 'tramonto dei Valori'.
Se un bambino, o un ragazzo, può disporre degli strumenti che gli servono, e in primo luogo di quel tanto di autonomia che gli permetta di fare le sue esperienze, egli evolve e progredisce. E da questa sua autocostruzione nasce in definitiva la sua regola di vita. Non dalle indicazioni più o meno autoritarie che gli vengono date dagli altri [...] Il compito del rapporto educativo, diciamolo ancora una volta, non è quello di stampare in un individuo determinate qualità, ma bensì quello di aiutare l'individuo a sviluppare le sue qualità'. (M. Bernardi: 'Educazione e libertà', Rizzoli).
A scanso di equivoci, sempre facili a venire a galla in questi casi, direi che 'aiutare' non dovrebbe mai tradursi con il pretestuoso 'te lo impongo per il tuo bene'. Aiutare significa anzitutto incontrarsi in un rapporto non gerarchico, paritario, libero, dentro un contesto altrettanto libero, svincolato da burocrazie e strutture competitive. Il resto è vera vita. Buon anno nuovo a voi.

lunedì 14 dicembre 2015

Viva la cultura? Quale cultura?

Per avere un popolo servo bisogna anzitutto assoggettarlo fisicamente e psicologicamente. Armi in pugno e intelligence autoritaria! Ma questo non basta, ben lo sapevano già gli antichi egizi, perché un servo assoggettato in questo modo rimane sempre consapevole della propria condizione ed è quindi sempre teso ad un pensiero di liberazione e di libertà. Quindi gli ingegneri del sistema hanno escogitato il modo perfetto di avere un popolo sì servo, ma devoto alle autorità e al sistema stesso. Il modo perfetto è l'assoggettamento sul piano culturale, cosa che garantisce al sistema il fatto di perpetuarsi per volontà stessa dei servi. L'azione culturale sui popoli l'ha sempre svolta la scuola, l'educazione, l'istruzione, un sistema pedagogico preciso, dottrinale e addestrante, che genera una società perfettamente colonizzata in tutte le sue componenti. Quando una società si scolarizza non diventa più intelligente ed emancipata, come erroneamente si tende a credere, ma si rende soltanto obbediente, una costruttrice felice della propria servitù. Quindi attenzione quando noi tutti inneggiamo alla cultura senza neppure specificare alcunché (viva la cultura, più cultura per tutti, ecc), perché tutto dipende sempre da quale tipo di cultura vogliamo essere colonizzati. Per quanto mi riguarda, l'unica cultura che desidero per me è quella libertaria, certamente umana e di vera emancipazione. Stesso discorso vale per i libri; mi sembra stupido inneggiare al libro in sé senza mai specificarne il tipo. Un tizio può aver letto migliaia e migliaia di libri, ma di autori talmente infimi, scolastici, o comunque asserviti al sistema, da fare di quel tizio un perfetto servo idiota acculturato e, cosa forse peggiore, assai presuntuoso. Ciò che serve a un'umanità colonizzata come la nostra è un altro tipo di cultura, opposta a quella che il sistema ci propina.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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