Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -

giovedì 30 maggio 2013

Lasciamo in pace questi bambini!

Con una ferocia spaventosa e subdola, tutte le istituzioni si raccolgono intorno ai bambini, l'attenzione nei riguardi di questi cuccioli, unici e irripetibili, è morbosa. Nessun'altra età, come quella dei bambini, è così aggredita culturalmente, pedagogicamente assediata. Gli apparati dello stato e della chiesa hanno individuato il target, tutti vogliono insegnare qualcosa ai bambini, che è un qualcosa che torna utile solo a quegli apparati. E' spaventoso. Martellante. Catechesi di sistema. L'infanzia è il momento giusto per colpire, un cervello in elaborazione biochimica deve potersi sviluppare intorno a dei segni dati dall'esterno, segni che sono istruzioni (ordini esterni, input di programma) e che dovranno sostituire quelli naturali interni. Meglio farlo prima, dopo sarebbe troppo tardi, i catechizzandi diciottenni -ammesso che la società possa lasciare libere le persone fino a quell'età- potrebbero rimanere troppo individui, e non va bene, il potere non vuole individui, non vuole 'unici', il potere vuole la massa, vuole il gregge, sì da poterlo governare, sottomettere come vuole. 
I momenti per modellare, plasmare, addestrare, modificare, soffocare, sono quelli relativi a tutti gli insegnamenti. 'In-segnare', cioé lasciare dentro segni profondi, indelebili. Si insiste, e si insiste ancora, guai a chi sfugge, è un obbligo (da parte di chi e con quale diritto?). Ma l'obbligo autoritario è sempre mascherato da falsi motivi filantropici, soprattutto in quelle dittature mascherate dal nome 'democrazia' e/o 'repubblica'. Allora i bimbi si imbutano e si indottrinano, perché -si pensa- sono stupidi. Famiglia, preti, scuola, tv, cinema, polizia, psicologi, giornalisti... un esercito di indottrinatori tutti intorno ai bambini, come parassiti, come formiche sul pane, neanche un attimo di libertà, di respiro, di tregua. Anni e anni, migliaia e migliaia di ore. Ovunque. E poi ancora per sempre, fino alla tomba, dottrina di mantenimento per gli adulti divenuti ormai violenti e deresponsabilizzati, forti con i deboli e deboli con i forti, tutto come da progetto. Perché la società si progetta, ma i progettisti dei regimi autoritari sono sempre esterni all'io.
Ecco la società deformata, disumanizzata, innaturale, modellata secondo i dettami esterni, ed è una società talmente bene addestrata a quei dettami che essa stessa si perpetua in automatico, proprio come vogliono gli indottrinatori, gli in-segnanti dell'ingiustizia, della guerra, del profitto, del dominio, del servilismo, del disumano. Ecco la società, questo tipo di società, che però i bambini rifiuterebbero volentieri se avessero la possibilità di decidere liberamente della loro vita. 'Ma i bambini non capiscono, sono piccoli, devono imparare a stare in questa società', dice la massa in-segnata.

mercoledì 29 maggio 2013

Dubito, dunque mi arricchisco

Scardinare le convinzioni. Una mente critica dovrebbe saperlo fare, dico, una mente come quella dei bambini non scolarizzati, sempre inclini ai perché, allo smontaggio gioioso di tutto ciò che non comprendono, ma anche di quello che hanno capito e vogliono lo stesso rismontarlo, per gioco, per curiosità, per indole ricercatrice, senza timore alcuno. Scardinare le convinzioni, dicevo, che è quello che faccio anche a scuola, e non ho certo finito. Ho scardinato il concetto stesso di cultura, che è una convenzione fatta di convinzioni fossilizzate e stampate, classificate, lasciate lì appese magari per secoli a marcire sul muro decrepito della società, perpetuate dalla scuola di sistema. La cultura di un Paese, ad esempio, le sue tradizioni, che spesso si dicono 'popolari', ma che in realtà non lo sono, perché spesso nascono e vengono distrutte per volontà dei regimi, a seconda del loro tornaconto, o vengono esportate con le colonizzazioni. 
In questo momento penso ai Paesi in cui è ancora in voga la corrida. Al tempo in cui studiavo le tradizioni spettacolari e teatrali ero troppo intento ad acquisire informazioni, ed erano informazioni che mi interessavano davvero, perciò le apprendevo con gusto. Facevo domande ai miei prof, mi informavo sui testi consigliati e anche su quelli trovati in biblioteca, e tutti quei prof e tutti quei libri (ecco la cultura fossilizzata) mi ripetevano che la corrida attiene a una cultura millenaria, e che come tale non si deve distruggere, perché 'la cultura è una cosa sacra e inviolabile'. Ce lo insegnano ovunque. Convinto di questa 'sacralità della tradizione culturale del popolo', sbadatamente non avevo nessun motivo per mettere in discussione la corrida, la difendevo. Ma che cosa stavo difendendo in verità? Difendevo la mattanza, difendevo la tortura e l'assassinio in nome della cultura, o meglio, in nome della difesa della cultura di un popolo. Un momento -mi sono detto dopo- che cos'è il popolo? Che cos'è la cultura? E quale scopo ha un certo tipo di tradizione difesa a oltranza? A un certo punto mi sono sentito fossilizzato in una convinzione troppo comune per i miei gusti per non essere percepita come sospettosa. Mi mancava un punto di vista, ma certo! Mi mancava il punto di vista del toro! La cultura massificata lo aveva escluso, e io, per difendere la sedicente sacralità della cultura di un popolo, non mi preoccupavo di quel punto di vista. Il fatto importante che mi sento di dire adesso è che non può esistere una cultura tagliata o manipolata, soprattutto se il taglio o la manipolazione sono attuati dai pedagogisti del sistema, i quali hanno sempre un secondo fine. Seguendo questa scia critica, mi sono posto sulla stessa prospettiva del toro abbrutito e infilzato, e non ho potuto far altro che rinnegare quei vecchi capitoli, così come i suoi autori, e in primo luogo chi aveva dettato loro il modo di scrivere sull'argomento. Ho rinnegato la cultura? No, ho rinnegato una cultura, un punto di vista, quello di parte, e che proviene sempre dalla stessa parte. Ho rinnegato il concetto comune che si ha della cultura.
Continuo a fare come i bambini, a chiedermi il perché delle cose, e sempre meno considero soddisfacenti le risposte che mi fornisce il sistema o l'opinione comune o la tradizione, parto cioè dal presupposto che la conoscenza ottenuta attraverso la concessione dei saperi da parte dei governi sia quantomeno manipolata, corrotta, viziata, sicuramente di parte, sicuramente strumento di condizionamento di massa.
Ora io vorrei dire soltanto una cosa a tutti quelli che si nutrono di ciò che il sistema appende al muro decrepito della sua cultura e che viene introdotto nella società come un dogma inalienabile da seguire: scardinare le convinzioni, mettere in discussione l'opinione comune, porre dubbi, ricercare, non vuol dire assolutamente cancellare per sempre ciò che si è appreso, vuol dire invece acquisire nuove informazioni, altri punti di vista, porsi sulla prospettiva meno conosciuta o disattesa dai sedicenti dispensatori di cultura, vuol dire anche sondare quello che la massa scolarizzata ritiene essere un'eresia o una cosa impossibile da pensare o realizzare. E dal momento che le informazioni acquisite attraverso la mediazione del sistema non si cancellano, nulla ci vieta di ritornare su di esse una volta appurato che il nuovo punto di vista non ci soddisfa; ma anche nulla ci vieta di tentare di trovare altri punti di vista, sviscerarne dei nuovi e nostri. L'importante è non rimanere fermi a perpetuare ciò che qualcuno vuole che si perpetui.

mercoledì 22 maggio 2013

Usciamo da questa scuola

C'è stato un buon periodo della mia vita -assai doloroso per una serie di eventi concatenati- dove l'isolamento spontaneo mi è stato più congeniale per metabolizzare i pensieri rispetto alla consueta socializzazione standardizzata. Allora passavo interi pomeriggi in biblioteca, in varie biblioteche, in quei luoghi di laico silenzio e di conoscenza impolverata. Il più delle volte non mi interessava andarci con un'idea precisa di lettura, semplicemente passeggiavo tra gli scaffali o scartabellavo nei cassettini degli autori catalogati in ordine alfabetico, fino a quando la mia curiosità non si fermava sul mio 'questo libro mi interessa'. Magari poi quel libro si rivelava tutt'altro che interessante, quindi lo riponevo al suo posto e continuavo a girovagare tra gli scaffali come un fantasma. Quando invece trovavo un libro congeniale per quel momento specifico (sceglievo in base all'emozione momentanea) sapevo di essere di fronte a due scelte: leggerlo lì o portarlo a casa. Ho sperimentato ambedue le opzioni, è ovvio. Spesso succedeva che un libro finiva per essere l'input necessario per cercarne subito un altro, e la correlazione tra i libri trovati poteva avvenire per merito di una parola che mi incuriosiva, o di un concetto che volevo approfondire, o di un altro autore citato nel testo che volevo conoscere. Passavo così i pomeriggi. Certe volte non leggevo proprio niente, 'non facevo niente', e lo facevo bene, di gusto, perché fin quando siamo vivi non può esistere un 'niente assoluto'; infatti anche in quei momenti di ozio svolgevo delle importanti attività: percepivo, in altri modi, piacevolmente. 
Perché racconto questi fatti personali? A chi possono interessare? La ragione non è da ricercare nella voglia di far conoscere la mia storia, quanto invece di trasmetterne il significato in rapporto al mio lavoro. A distanza di anni, a ripensarci, noto che il senso originario e stretto della parola imparare stia tutto in quello che ho appena raccontato. Nelle biblioteche non ho studiato, ho imparato. E benché le parole scritte sui libri siano in qualche modo degli imperativi, la libera scelta degli stessi e il confronto con la mia coscienza mi rendeva da un lato compartecipe della relazione tra me e gli autori scelti, e dall'altro lato autodeterminato nel sapere che avrei potuto in qualsiasi momento chiudere il libro e passare con disinvoltura ad altre voci, senza per questo ricevere alcun rimprovero dall'esterno. E se la libera scelta (delle voci e dei contesti), la curiosità, lo stimolo emotivo, sono le basi per imparare, io queste cose le ho vissute solo in quelle biblioteche. Oggi le perseguo anche attraverso internet: scelgo le pagine che mi interessano, le chiudo, le riapro, a seconda delle mie voglie e delle emozioni momentanee, senza coercizioni. Succede a tutti, penso, da quando si naviga in rete. La curiosità è un buon motore. A volte, in quelle biblioteche, mi incuriosiva persino il disegno o il colore di una copertina, e da lì partivo, senza progetto, senza programma, completamente libero. E non sono stati rari i momenti in cui da una semplice attrazione cromatica mi sono trovato a tessere una tela di pensieri aprendo sul tavolo vari libri contemporaneamente.
Mi chiedo: come possono gli studenti imparare a scuola, se proprio la scuola inibisce la curiosità, la voglia innata di sapere, l'autodeterminazione e la libertà di scelta? Cosa avrei fatto io se, in quei pomeriggi, i bibliotecari, anziché starsene per i fatti loro, mi avessero ordinato di leggere quello che secondo loro era giusto per me? E se mi avessero poi anche valutato dopo avermi sottoposto a interrogazione? E se, per valutarmi, avessero forzato i miei sentimenti con il ricatto di un premio come se io fossi stato un somaro spinto dalla carota penzolante davanti al muso? E se fossi stato messo in competizione con gli altri lettori? E se mi avessero imposto pure un lasso di tempo preciso, determinato a priori, entro cui leggere un altrettanto preciso autore? E come avrei reagito se mi avessero vietato di alzarmi per sgranchirmi le gambe o per andare al gabinetto? Come minimo mi sarei domandato: cui prodest? A chi mai -se non proprio a quel 'servizio' che mi sta imponendo obblighi e divieti- interessa ottenere la mia obbediente sottomissione? Di conseguenza non avrei messo più piede in quelle biblioteche, e quei bibliotecari sarebbero stati l'oggetto del mio odio per molti e molti anni, forse per tutta la vita, senza contare che sarebbe sparito in me -sicuramente per sempre- qualsiasi amore nei confronti della lettura. Dite agli studenti per quale motivo essi odiano la scuola e i suoi secondini, chiedete loro per quale motivo la lettura li annoia a morte, essi vi mostreranno le loro ragioni, e su quelle ragioni bisogna partire per costruire un'umanità migliore. Nel mio rapporto con i ragazzi faccio tesoro anche di questa esperienza bibliotecaria.
Io penso a una scuola dove la curiosità e la libertà di scelta debbano essere gli ingredienti primari, dove le persone acquisiscano le conoscenze dall'esperienza, dal libero pensiero critico, e anche dalle altre persone in un rapporto paritario, libero e solidale, dove il contesto sia favorevole allo sviluppo della curiosità, anche condivisa, dove gli educatori (ammesso che ce ne sia bisogno) diventino come quei bibliotecari che stanno lì per aiutare a cercare quel che si desidera conoscere, assecondando e non obbligando. Penso a una scuola dove l'atto dell'e-ducere sia davvero tale, non luogo di imbuti imposti, e premi, e punizioni, e gerarchie. Penso a una scuola dove la conoscenza passi prima attraverso l'emozione momentanea per arrivare con forza vitale alle sinapsi, viceversa sarebbe una tortura che fiacca le coscienze. Penso a una scuola che mantenga viva la gioia, che non sia luogo di noia progettata. La scuola che penso io esiste, è in ognuno di noi, nel profondo, ma per fare in modo che essa emerga dal nostro profondo e si realizzi in pieno bisogna prima distruggere il bibliotecario autoritario che è in noi, di cui molta gente è convinta della nefasta necessità, e seppellire definitivamente il concetto di scuola tradizionale. Gli adulti di oggi non ce la faranno a costruire una scuola libera, non essendo liberi, non riuscendo essi a pensare sganciati dal 'si è sempre fatto così'. Ma i futuri adulti, i bambini, loro sì! essi possono farcela, possono costruire una società migliore, ma soltanto se si darà loro la possibilità di diventare degli adulti diversi da noi, soltanto se i bambini di oggi saranno liberi di scegliere ciò che ritengono più interessante per se stessi, fuori da ogni paura, da ogni dogma, da ogni costrizione, da ogni competizione. Praticamente fuori da questa scuola.

venerdì 17 maggio 2013

La scuola, la violenza, l'omofobia

Il risultato dell'indagine dell'agenzia Ue per i diritti fondamentali sul tema omofobia e transfobia ('la più vasta indagine mai condotta nel vecchio Continente sui crimini generati dall'odio e dalla discriminazione contro la comunità' - Ansa) non lascia scampo alla scuola, ambiente in cui maturano e si accentuano i sentimenti di odio e di discriminazione. La questione è interessante perché fa emergere il sotterraneo della scuola, quello che va oltre tutta l'apparenza. E oltre l'apparenza cosa c'è se non la struttura e il modello culturale? E' mai possibile -dirà qualcuno- che la scuola addestri all'odio, al razzismo, alla violenza? Per la pedagogia libertaria ciò non ha mai rappresentato una novità, da almeno 200 anni gli anarchici denunciano e smascherano il ruolo violento e nascosto della scuola, un ruolo vigliaccamente spacciato per esigenza filantropica dello Stato che renderebbe edotte le masse. Ma come è possibile che una società degnamente edotta produca ancora, dopo centinaia di generazioni, tanta violenza e tanto razzismo? Ciò è possibile anzitutto perché -come dicevo- il modello culturale non è improntato sulla solidarietà e sulla pace concreta, quella che si realizza e si compie, ma sulla competizione e la gerarchia, sul dominio dell'uomo sull'uomo; e in secondo luogo perché una cultura degna di questo nome non può prescindere da tutte quelle informazioni che sono purtroppo normalmente censurate dai ministeri preposti all'istruzione (ci sono autori e analisti tra i più profondi al mondo, completamente assenti nei libri di scuola e nei palinsesti tv). Siamo di fronte a una cultura non soltanto parziale e manomessa, ma anche violenta, nel suo profondo. Ne consegue una società malata e snaturata, dove emerge ogni tipo di ingiustizia e di violenza. Ricorrere alla protezione dello Stato per trovare una soluzione alla violenza è l'errore più grande, sarebbe come chiedere ad una vipera di mordere la sua stessa ferita per guarirla, perché lo Stato non fa altro che porre ulteriore violenza alla sua stessa violenza.
La società modellata secondo gerarchie e ruoli procrea cittadini gerarchizzati e arruolati, il che significa avere cittadini pronti a scontrarsi nelle più svariate controversie quotidiane, dalle più banali alle più gravi e dolorose. Abolita sia la solidarietà, sia l'empatia. Un siffatto impianto societario non nasce dagli equilibri armonici naturali, ma da un disegno pedagogico molto preciso, occulto, il cui fine è quello di istruire i cittadini alla competizione, alla sudditanza nei confronti del più forte, al dominio sul più debole, alla perpetuazione dei mali di cui i cittadini stessi soffrono, senza capirne le cause profonde. Per inciso farei notare che fino ad ora non ho mai parlato di 'persone', ma di 'cittadini'
Non ci sono retoriche pacifiste che tengano, né decaloghi dottrinali di pace. Possiamo imparare a memoria interi capitoli gandhiani e ripeterli ogni sera a mo' di preghiera, possiamo eleggere a nostra dimora ogni chiesa e adottare un prete che ci reciti sermoni di pace ogni ora... non servirebbe a niente: quando la struttura e la cultura di una società sono di tipo autoritario, a nulla valgono le belle parole di solidarietà profuse anche a scuola che, anzi, proprio nell'ambiente scolastico tradizionale risuonano come beffarde, ipocrite, retoriche. Non si è mai visto, in una scuola tradizionale, un corpo docente eliminare la feroce macchina discriminatoria del voto, o applicare concretamente la democrazia che essi stessi predicano ai ragazzi. I bambini copiano dai fatti che vedono, dalle esperienze che vivono, e le ripetono. La scuola è un crogiuolo di violenza e di discriminazione. Assai ridicole appaiono anche le dichiarazioni fatte da Morten Kjaerum (direttore della succitata agenzia Ue per i diritti fondamentali): 'urge un'azione a livello Ue per abbattere le barriere, eliminare l'odio e creare una societa' in cui tutti possano godere dei propri diritti'. L'esito sarà nullo, a meno che non si distrugga il sistema con tutte le sue gerarchie, le quali generano violenza perché violente in sé.

Parentesi sulla genesi della violenza.
Io credo che valga la pena soffermarsi sulla comprensione delle tre tipologie di violenza. Non mi dilungo. Johan Galtung è il maggior teorico della pace, fondatore di una nuova branca delle scienze sociali (la Peace Research), e da tutta la vita si dedica allo studio delle dinamiche e delle strutture che generano violenza. Galtung individua tre 'fasce' in cui si annida il potenziale violento, ma solo una di queste fasce è quella visibile (la punta dell'iceberg), quella di cui ci si lamenta, e attorno cui scioccamente ci si sofferma anche nei talk-show senza mai approfondire; le altre due fasce sono nascoste, e sono la violenza strutturale e quella culturale; queste ultime agiscono esattamente come fa la scuola, in modo profondo, e rappresentano gli enormi alvei in cui matura la violenza palese 'di prima fascia' (ved. Triangolo della violenza). Dato che la violenza strutturale e quella culturale lavorano in maniera subdola, i cittadini badano soltanto a quella più evidente, e ragionano intorno alle possibili soluzioni rimanendo però su quel dato visibile, e la soluzione trovata dai cittadini non può che essere quella proposta dal loro Stato, ad esempio il carcere, cioè altra violenza che si aggiunge alla violenza. Nessuno, o quasi, si pone la domanda sui motivi profondi che hanno scatenato l'azione violenta palese; se la società si ponesse quella domanda, scoprirebbe che il motivo profondo della violenza è se stessa, poiché è stata addestrata culturalmente e strutturalmente alla violenza, inizialmente in famiglia e a scuola.

Omologazione al gruppo: ruoli, categorie, ideologie.
Ma come può una persona pensare di possedere il diritto di dominio su un'altra persona? Ad esempio, nel caso dell'omofobia, come può una persona credersi in diritto di vessare un'altra persona in materia di sessualità? Se davvero ci fosse una persona contro un'altra persona (per 'persona' si intende un individuo libero da qualsiasi coercizione esterna dogmatica), la questione non si porrebbe neanche, poiché ogni individuo è diverso dall'altro, e ognuno avrebbe il diritto di rivendicare se stesso in quanto persona, quindi affermare anche le proprie scelte sessuali. Ma poiché il sistema non vuole individui ma sudditi associati, riuniti sotto un dogma, ecco che sono stati creati i ruoli, i gruppi di appartenenza ideologica, i partiti, le sette religiose, i mille e mille campanilismi, le 'specializzazioni' (alle quali Ivan Illich fa durissima critica). E' evidente che io non parlo di gruppi liberi dove ognuno è libero di pensare come vuole, parlo invece di gruppi comandati da regole imposte dall'alto. 
Quando le persone si riuniscono in un gruppo strutturato gerarchicamente, allora ogni individualità si dissolve, tutte le singolarità vengono fagogitate e omogeneizzate secondo l'ideologia imposta dall'alto, i diritti di ognuno vengono aboliti in favore di quelli del ruolo, della categoria, delle strutture gerarchiche conservatrici (status, statuto). Allora sì che un gruppo, in forza dell'ideologia statutaria o statuale, potrà muovere anche con la violenza 'di prima fascia' contro un altro gruppo, un'altra città, un'altra nazione. E' l'ideologia imposta, la sua struttura gerarchica, ammesso che venga legittimata dal gruppo appartenente, il pretesto su cui si vogliono accampare presunti diritti di dominio su un'altra ideologia. Lo Stato, quando dichiara guerra contro un altro Stato, riunisce sotto l'ideologia nazionalista il grande gruppo di cittadini che dovranno andare a morire o ad ammazzare 'per la patria'. Anche le Chiese, quando muovono le loro campagne di finto amore, riuniscono i loro adepti sotto l'ideologia di un dio esclusivo, non sono ammesse le individualità, altre divinità, altri pensieri, altre scelte che non siano quelle imposte e aderenti a quel dogma, a quel 'diritto divino'. Non esiste al mondo un solo gruppo gerarchizzato che non sia in se stesso violento, e la scuola insegna anzitutto la gerarchizzazione e la violenza della società.

lunedì 13 maggio 2013

Alla lavagna!

Chissà a quante persone, leggendo il titolo dell'articolo, è venuto in mente quell'imperativo autoritario tipico della scuola, accompagnato da una spiacevole sensazione di obbligo e di paura: 'Pierino, vai alla lavagna'! E invece non c'è stato nessun obbligo, nessuna paura infusa, ma solo un esaltante e piacevole invito.
I nostri esercizi antiautoritari fanno in modo che la dottrina competitiva della scuola cada sotto i colpi della pratica solidale. Uno degli esercizi più facili è quello che vedete in foto, è un disegno realizzato collettivamente. Si parte con una linea a caso, poi a turno gli altri intervengono e completano il disegno. Ognuno immagina ciò che vuole, il progetto si fa hic et nunc. La sinergia impiegata e l'estemporaneità non conducono mai a esiti negativi, tutt'altro. Si attua una sorta di accordo collettivo, tacito, intimo, ma anche condiviso apertamente. L'espressione del singolo diventa parte integrante del tutto. Decidono sempre i ragazzi e le ragazze, di comune accordo, quando il disegno è da ritenersi finito. Nessuna competizione.
La solidarietà, il rispetto reciproco, sono qui espressi in maniera totale, anche se la condivisione degli intenti è stata messa a dura prova dal fatto che ognuno poteva anche cancellare i segni degli altri. E coloro che si sono visti cancellare i propri segni hanno accettato serenamente la manomissione, sapete perché? Perché il clima è stato di fiducia reciproca. Lo scopo, come sempre, è stato quello di raggiungere un obiettivo comune attraverso il contributo di quanti volevano partecipare. Ogni persona ha avuto il pieno diritto di sentirsi libera di esprimere i propri segni senza ricevere giudizi o valutazioni dagli altri. L'opera non sembra neanche realizzata da molte mani, e su questo io rifletto sempre.

domenica 12 maggio 2013

Condizionamento e disinformazione costante

Lo stato e la chiesa sono due enormi ministeri preposti al condizionamento sociale. Lo scopo di questo condizionamento è quello di perpetuare l'ordine esistente, ammesso e non concesso che l'ingiustizia e gli orrori prodotti dal condizionamento coercitivo possano chiamarsi 'ordine', parola, questa, molto ambigua, perché possiede vari significati; e infatti, mentre tutti i governanti, pronunciando quella parola, pensano a 'istruzione, comando, disposizione obbligatoria, coercizione', la massa condizionata, vedendo le ingiustizie e gli orrori prodotti dalla macchina sociale, si lascia illudere dai governanti e pensa che 'ordine' voglia dire condizione di serenità comunitaria, un anelito di pace collettiva che però è rimasto tale da una spruzzata di millenni a questa parte, da quando cioè il modello imperante gerarchico-militare si è impossessato del genere umano, degli animali, e delle risorse naturali.
Il condizionamento di massa avviene per mezzo di una pedagogia assolutamente precisa calata dall'alto, ben occulta, che dal XVI secolo si è via via affinata fino ai nostri giorni, e passa attraverso i canali preposti, chiamati mass-media, di cui fa parte la scuola. Il sistema educativo nazionale non ha alcuna intenzione di rendere pubblici i suoi scopi nascosti, perciò insiste nella sua dottrina di mistificazione e di censura di molti autori, nella fattispecie pedagogisti, pensatori anarchici, e interi capitoli di storia. Non aveva torto neppure Aldous Huxley quando, nel 1932, fa dire a uno dei suoi personaggi che, al fine di plasmare la società in funzione della perpatuazione del sistema, occorre limitare l'accesso alla conoscenza, soprattutto a quella di carattere filosofico-sovversivo, dando in pasto alla massa soltanto le informazioni scolarizzate, cioè innocue, filtrate, manipolate. Ecco perché a scuola si ripetono sempre le stesse cose, e si insegnano sempre gli stessi autori. C'è in realtà molto altro da sapere, ma non possiamo pretendere di conoscerlo né dalla scuola, né dagli altri mass-media. Non ha torto neppure la Teoria della Percezione quando sostiene che si pensa e si agisce soltanto in funzione di quello che si conosce. Di conseguenza, posso affermare che le folle pensano e agiscono anche e soprattutto in conseguenza di ciò che non conoscono. Credo sia preciso compito di ognuno di noi cominciare anzitutto a dubitare dei contenuti acquisiti mediaticamente, e di scandagliare in profondità il mondo della conoscenza, che è molto più vasto di quanto ci fanno credere i due massimi ministeri preposti al condizionamento sociale.

Lettura consigliata:
Parla Aldous Huxley

sabato 4 maggio 2013

Sally scappa di casa

Ci sono persone che, più delle altre, soffrono la coercizione e la violenza della scuola. Queste persone a un certo punto scoppiano dopo un lunghissimo periodo di incubazione delle naturali e umane pulsioni libertarie. Sally -così la chiamerò qui, come la protagonista di una canzone di De Andrè- ha 13 anni, frequenta la terza media. Agli occhi di tutti Sally è sempre stata una ragazzina quieta, per la sua mamma addirittura 'una santa'. Sally, tutta casa e chiesa, è sempre apparsa conformizzata senza ombre di trauma, anzi, si indispettisce per l'anticonformismo altrui, si innervosisce per ogni pensiero diverso dall'ordinario, specialmente se questo pensiero non è cattolico. Proprio una santa, ligia all'ordine e al dovere imposto, come il sistema vuole, come tutti desiderano. Ma un giorno non ce l'ha fatta più ed è esplosa in un atto che io personalmente trovo molto libertario, quindi liberatorio: Sally scappa di casa.
Il motivo della fuga di Sally è in verità costituito da una serie di motivi, riconducibili a ciò che ho scritto sopra, quindi alla condizione di imprigionamento dentro schemi mentali imposti dalla società, da questo tipo di società. Lo stress psicologico non sfogato, alla fine, l'ha portata all'azione. E che azione! Non chiamate 'Chi l'ha visto?' perché Sally è stata ritrovata dopo varie ore di ricerca. Ma se devo dirla fino in fondo, la goccia che ha fatto traboccare il vaso di Sally è stata un voto dato da una mia collega, un sei, come dire: sufficiente. E non va bene secondo una mentalità che non pensa minimamente che i voti a scuola incidano profondamente nelle coscienze. Non va bene, non si può -secondo questa mentalità massificata- essere inferiori agli altri, bisogna prevalere, con qualsiasi mezzo, la scuola e la società te lo insegnano. E infatti la paura di presentare quel sei alla mamma ha condotto la piccola prima a falsificare quel voto, facendolo diventare un otto, e poi a fuggire di casa. La paura. I popoli si governano con la paura, e certe volte quelli che vogliono sfuggire alla paura cercano libertà altrove, fuori dal sistema, nella 'solitudine' di un bosco, là dove è andata Sally, là dove è stata ritrovata, seduta vicino a un laghetto. Thoreau in gonnella che si fa abbracciare dalla natura, l'unica vera madre, l'unica vera coccola che ha il sapore di un atavico richiamo.
L'ho vista il giorno dopo a scuola, in corridoio, ci siamo incrociati velocemente guardandoci intensamente negli occhi, e in quegli attimi di passi veloci le uniche parole che mi sono uscite spontaneamente dalla bocca sono state ti voglio bene.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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