Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -

venerdì 31 gennaio 2014

Pensieri tratti e ritratti

Si pensa in base a quel che si conosce. A me basta un niente per pensare. E quando penso, ho anche il privilegio di avere a disposizione due punti di vista, quello abitudinario e quello libertario, 'ostinato e contrario'. E chi non possiede il punto di vista libertario, che è poi quello più profondo dell'essere umano ma che è stato soffocato, che cosa fa? Non può far altro che guardare le cose da un unico punto di vista, che non è proprio il suo.
Come dice Paul Goodman, la scuola convenzionale insegna a vedere e a giudicare il mondo da un unico punto di vista ('all'interno del discorso istituzionale, un bambino assorbe una sola visione del mondo'), e questa visione monoprospettica, sistemicentrica, con conseguente giudizio sempre più simile a un verdetto da corte suprema, non può che basarsi su un unico macrocriterio che posso riassumenre così: 'ritengo giusto tutto ciò che è funzionale a questa realtà, a questo tipo di società, e non ad un'altra che neanche conosco e che non mi intreressa conoscere perchè suppongo che sia cattiva'.
Chi nella vita elabora anche inconsciamente questo tipo di pensiero, cioè la maggioranza degli scolarizzati, inevitabilmente condanna anche qualsiasi azione che vada contro l'adattamento al sistema. Per queste persone, la scuola migliore è quella che più aderisce alle meccaniche sociali esistenti, deve cioè avere lo scopo nascosto che ha sempre avuto. Di più, le migliorie proposte per questo tipo di scuola devono andare sempre più al cuore della funzionalità del sistema. Per queste persone una scuola libertaria 'non può mai funzionare'. Da loro unico punto di vista hanno perfettamente ragione. Ma la scuola libertaria non deve funzionare! Non nel senso che essi dànno comunemente nel loro modello di società, al loro tipo di mondo. Infatti dicono: 'il mondo va così, o ti adatti o crepi' (fato?), però dicono anche: 'il mondo va al contrario', il che presuppone l'esistenza di una direzione altra, umana e libertaria. E se siste quest'altra direzione, perché non fare le cose diversamente dal consueto?
(Scuole libertarie? Per favore! Se io voglio perpetuare l'esistente, se voglio continuare l'opera di sfruttamento degli esseri viventi e della natura, se voglio che il percorso della mia 'vita' sia sempre il 'nasci, produci, consuma, crepa', non potrò tollerare scuole che sovvertono la regola, non potrò ammettere scuole che non insegnino più l'obbedienza, la disciplina, la paura, il ricatto, la produttività, la competizione... non potrò giudicare favorevolmente scuole che ribaltano le consuetudini e i miei pregiudizi. Dico allora che le scuole libertarie non funzionano per gli obiettivi che ritengo giusti dal mio unico punto di vista, i ragazzi non fanno nulla, pensano, è disdicevole non fare nulla! Produttività! Io ho bisogno della scuola tradizionale, semmai la voglio migliorare in senso ancora più funzionale al sistema, la voglio più produttiva e competitiva. Del resto la consuetudine autoritaria mi rassicura, ed è per questo che mi lascio ammaliare dalle soluzioni sempre più autoritarie, sull'autoritarismo si basa il mio unico punto di vista acquisito. L'autoritarismo mi è familiare, mi alletta, mi rassicura. Però mi serve solo una scusa, una parola retorica per mandar giù la pillola e nascondermi dietro al fuscello, ad esempio la parola 'merito', o anche 'sicurezza', oppure 'efficienza', dentro cui posso farci stare concetti in grado di alleggerirmi la coscienza, concetti che peraltro mi faccio suggerire dalla tv, mi piace imparare la retorica demagogica e poi ripeterla, tanto ho anche il sostegno sicuro della maggioranza, e con la forza dei numeri il fuscello di prima mi diventa Sequoia).
Io ho imparato che nella vita tutto sta nello stabilire il 'che cosa si vuole', ma è ben difficile immaginare altre realtà quando anche l'immaginazione è stata bandita, trafitta dai prodotti preconfezionati e da quell'unico punto di vista acquisito dottrinalmente, annientata da quell'unico criterio di valutazione a cui ci si affeziona perché è rassicurante. Mi chiedo se non sia un controsenso essere rassicurati dal consueto e contemporaneamente lamentarsene. E soprattutto mi chiedo come mai le persone non ragionino intorno a questo controsenso che le rende terribilmente incoerenti.
Ma le cose stanno cambiando, sempre più persone non accettano l'esistente e lo combattono, anche con le piccole cose, anche le semplici autoproduzioni domestiche aiutano a spostare l'angolo visivo, e spostandolo ci si accorge quantomeno che un altro modo di vivere non funzionale al sistema esiste, e non è cattivo, tutt'altro.

giovedì 30 gennaio 2014

Non volevamo l'obbligo scolastico

L'opinione comune cambia -quando cambia- soltanto sulla base degli interessi del potere, dei suoi burocrati, dei mercanti del capitale; questi forgiano e deviano l'opinione delle folle solo per trarre vantaggio dal loro sfruttamento. Succede allora che quella che noi oggi definiamo 'opinione pubblica' ha caratteristiche culturali molto diverse rispetto a quelle riscontrabili nel passato. Non esiste un'opinione pubblica oggettiva, l'opinione è opinabile per definizione, però, da quando esiste lo Stato, essa è sempre stata manipolata per essere funzionale al potere di turno e alla sua perpetuazione. Quando un potere ha la necessità camaleontesca di mutare forma (la sostanza rimane sempre quella), quel potere deve prima saper cambiare il dato morale della folla per potervisi adagiare sopra, e sarà la stessa folla a invocare l'apparentemente nuovo potere, difendendolo in mille modi. 
Nel caso specifico della scuola, ad esempio, se oggi l'opinione comune difende l'obbligo scolastico, in un passato relativamente recente quest'obbligo era ferocemente combattuto dal popolo, anche con le armi in pugno, e anche se le persone non hanno mai avuto nulla in contrario sulla 'questione alfabetizzazione'. Ma c'è modo e modo per alfabetizzarsi. Oggi è d'opinione comune credere che l'unico modo per alfabetizzarsi sia la scuola (quel luogo fisico preciso, con quelle metodologie), e che l'obbligo di frequenza sia un grazioso regalo dello Stato. Questa convinzione viene oggi difesa a spada tratta perché è stato cambiato il dato morale della gente relativamente al tema istruzione, il potere le ha fatto letteralmente cambiare opinione rispetto al passato, e come sempre a tutto vantaggio del sistema autoritario. 
E' ampiamente dimostrato che il luogo-scuola, oltre ad alienare gli studenti e a prepararli all'obbedienza, non può vantare felici primati di alfabetizzazione rispetto alla strada o altri ambienti. Io stesso, se volete, ne sono una prova vivente, in quanto autodidatta anche nell'alfabetizzazione, e non sono certamente più intelligente di voi. Scopo primario della scuola non è alfabetizzare. L'alfabetizzazione obbligatoria è soltanto una scusa apparente, un mezzo che -attenzione- non serve a convincere la gente sulla necessità della scuola obbligatoria (poiché la gente era stata precedentemente e moralmente preparata a questa presunta necessità sociale, che ora sa accettare benissimo), ma a prepararla alla sua strenua difesa contro quelli che non si sono fatti plasmare o convincere e che, utilizzando la critica e i fatti, dimostrano non soltanto l'inefficacia dell'obbligatorietà scolastica, ma anche la sua pericolosità. Lo sapevano bene, ad esempio, anche in USA, nell'Ottocento:
'...La nostra forma di istruzione obbligatoria è un'invenzione dello stato del Massachusetts risalente al 1850. Una parte della popolazione, stimata intorno al 80%, si oppose - talvolta con le armi - fino a quando l'area dell'ultimo avamposto di Barnstable presso Cape Cod nel decennio del 1880 fu conquistata dalla milizia ed essi consegnarono i propri bambini, che marciarono verso la scuola sotto scorta armata. C'è qui una curiosa idea da valutare. Non molto tempo fa l'ufficio del Senatore Ted Kennedy rilascia un documento nel quale si affermava che prima che l'istruzione divenisse obbligatoria l'alfabetizzazione dello stato era intorno al 98% mentre, dopo di essa, non è mai salita oltre il 91%, dove è ferma dal 1990...' (John Taylor Gatto)
Anche se queste percentuali vanno a vantaggio della non obbligatorietà della scuola, esse sono solo espressione statistica, come tale escludono a priori l'aspetto umano e le reali necessità, avrei preferito di più stimare il grado di felicità delle persone, obbligatoriamente alfabetizzate e non, probabilmente quel 91% sarebbe sceso di molto. Non a caso le istituzioni amano fare statistiche, queste servono solo a dimostrare gli esiti delle loro coercizioni. Volendo rimanere negli Stati Uniti, e sempre in quel periodo, Noam Chomsky stendeva qualche anno fa un rapporto sul grado di cultura degli operai non scolarizzati del XIX secolo che, in autonomia, nel poco tempo libero che essi avevano a disposizione, imparavano a leggere e a scrivere aiutandosi a vicenda. Chomsky riporta il fatto che spesso questi operai conoscevano i classici della letteratura inglese meglio dei borghesi con i salotti rigurgitanti di libri. Anche questo è un fatto che si pone come dato critico verso ciò che pensa l'odierna opinione pubblica.
E in Europa? Anche in Europa l'obbligo scolastico non voleva essere accettato, proprio perché obbligo. Si possono ad esempio riprendere le parole di Leone Tolstoj tratte dal suo libro 'Quale scuola?', dove tra i capitoli lo scrittore russo passa in rassegna, dopo averle visitate, le scuole obbligatorie europee, i loro obiettivi falliti, e la reazione dei rispettivi popoli a tale obbligo. Prendo dal libro un solo esempio, quello della Germania':
'La Germania, fondatrice della istituzione scolastica, dopo quasi duecento anni di lotta non è ancora riuscita a vincere le resistenze del popolo alla scuola. Nonostante siano nominati maestri soldati invalidi per meriti acquisiti in battaglia, nonostante la severità della legge in vigore da duecento anni, nonostante la creazione di insegnanti del tipo più nuovo nei seminari, nonostante l'elevato senso di sottomissione alla legge dei tedeschi, la coercizione della scuola ancora oggi pesa sul popolo con tutta la sua forza ed i governi tedeschi non si decidono ad eliminare la legge dell'obbligo scolastico. La Germania può vantarsi dell'istruzione del suo popolo solo sulla base di dati statistici, ma la maggior parte della gente, come prima, riporta dalla scuola solo un'avversione verso di essa' (pag. 44).
E' solo con le dittature del Novecento che lo Stato è riuscito a far cambiare totalmente opinione alle persone, ma non in forza dei fatti e delle necessità reali della gente (lungi dalle statistiche esibite), ma solo in forza di una propaganda dottrinale che costruisce falsi bisogni, o in forza del ricatto, della violenza della legge, che è violenza pseudomorale e anche fisica. Ne consegue tutto il discorso che fa anche Ivan Illich: da un lato c'è l'unica vera necessità del sistema di formare solo masse ben addestrate per avviarle -volenti o nolenti- alla catena della produzione, dall'altro c'è il dovere morale delle persone di descolarizzare la società per emanciparsi e creare così un mondo migliore. In buona sostanza, non è mai una camicia di forza che dimostra l'efficacia o la bontà di una iniziativa, neppure quando la camicia di forza viene invocata dalle persone che, rese massa, si ubriacano di statistiche e di pregiudizi.

Prendi gratis il libro di Tolstoj 'Quale scuola?' (QUI)
Prendi gratis il libro di Illich 'Descolarizzare la società'. (QUI)
E buona lettura.

martedì 28 gennaio 2014

Di adulti e di fanciulli sui social network

I ragazzini interagiscono attraverso i social network con molta frequenza, lo sappiamo, e dato che io sono immerso nel loro universo non sono esente da queste loro interazioni virtuali, ne faccio parte. Ma, un po' per mia indole, un po' per coscienza, preferisco non inserirmi nei loro discorsi. Da quando ho creato un profilo su facebook, quello che porta il nome di questo blog, ho notato che anche nel mondo virtuale l'interazione svolta dagli adulti è profondamente diversa da quella dei ragazzini. Sono due maniere di porsi e di concepire le cose completamente differenti. E non si tratta soltanto di linguaggio più o meno complesso, dove si dà per scontato -sbagliando- che quello meno complesso sia quello dei fanciulli. Si tratta invece di carattere della relazione. Nondimeno, anche soffermandomi sul linguaggio, devo constatare che non di rado quello dei ragazzini rimanda a dei concetti ampi e a volte complessi, tanto che non riesco a comprenderne i nessi fondamentali, mentre quello degli adulti è assai prevedibile. 
Da quel che ho potuto notare, l'interazione virtuale tra ragazzini è raramente pretenziosa, contrariamente a quanto avviene presso gli adulti. Le sovrastrutture degli adulti sono davvero inquietanti e ne osservo tutta la violenta potenza che li imprigiona e li condiziona. Mentre il ragazzino si rivela spontaneo e elastico, l'adulto tende a manifestare una notevole fermezza delle proprie convinzioni che è sostanzialmente chiusura, il più delle volte preventiva, e questa si traduce inevitabilmente in una volontà di imporre agli altri il proprio punto di vista, si imbastiscono veri e propri scontri di opinioni, e naturalmente ognuna di queste opinioni pretende di essere quella giusta. I ragazzini si mettono in gioco, possono anche non accettare la critica dell'amico o dell'amica, ma in un modo o in un altro, alla fine, tutto si ricompone nel quadro conviviale. Ho qualche difficoltà nel comprendere certi loro codici abbreviativi, ma è un problema mio, facilmente superabile allorché ne chiedo il significato. 
L'adulto, da quanto ho potuto rilevare dalla mia prospettiva relativa, è generalmente un autoritario compiuto nel voler imporre la propria idea agli altri, ed è un autoritarismo che, di solito, salvo eccezioni, va a sposarsi con una certa mediocrità dei contenuti, e soprattutto con una pressoché assente motivazione delle affermazioni. Ho notato che presso gli adulti vige più che altro un perentorio 'è giusto come dico io', mentre presso i ragazzini non del tutto scolarizzati c'è più disponibilità al confronto o, se vogliamo, anche agli scontri, ma che rimangono tuttavia per lo più autoeducativi. Dai loro scontri i ragazzini riflettono e, se lo ritengono cosa buona, imparano a cambiare opinione il giorno dopo. Se gli adulti arrivano persino ad assolutizzare il litigio virtuale soprattutto riguardo ai temi politici, i ragazzini vivono il loro litigio sempre in modo relativo e momentaneo. Se allora ci si sofferma sullo scontro, gli adulti sembrano essere governati da un non sapere o non volere trovare un punto di incontro, mentre i ragazzini, se e quando vogliono, sono in grado di articolare il discorso per cercarvi consonanze e complicità. Presso gli adulti le argomentazioni diventano un insieme di pensieri tra loro paratattici, nei ragazzini riscontro più fluidità nella logica. In taluni casi, l'astuzia dell'adulto serve soltanto a trovare subdole strategie per affossare in qualche modo la posizione dell'interlocutore, sperando così miseramente di dare valore alla propria opinione. Emergere dileggiando o facendo lo sgambetto al compagno: anche queste sono cose che si apprendono a scuola, dalla sua struttura gerarchica.
Quando i ragazzini parlano usando facebook, può capitare di incontrare qualcuno di loro con l'ostinazione tipica degli adulti ideologizzati, ma generalmente la volontà di imporre agli altri il proprio punto di vista non ha vita lunga, poiché l'intervento degli altri amici diventa un eccellente dissuasore e riordinatore del gioco comunicativo, a meno che non si parli di squadre calcio, che a mio giudizio rappresentano già i partiti o i movimenti per l'infanzia, il 'divide et impera' per gli innocenti che devono quanto prima disconnettersi dall'istinto naturale della solidarietà, e allora in quel caso i ragazzini somigliano già agli adulti, purtroppo. Ma non si deve credere che il ragazzino di 12 anni non sappia formulare anche pensieri profondi. Un giorno alcuni studenti mi avevano invitato in una discussione su facebook, avevano trovato un vecchio video dove esponevo un mio personalissimo punto di vista sull'esistenza e volevano saperne di più, così mi hanno chiamato e, non ancora soddisfatti, alcuni di loro hanno voluto che io ne discutessi anche fuori dal social network. Per non parlare di quando il ragazzo 'G.' si era rivelato su facebook un vero poeta, con i suoi pensieri toccanti e densi (mentre per tutti a scuola era solo l'incurabile, l'ignorante e il pericoloso bullo). 
Il carattere della comunicazione degli adulti crea muri, è poco empatico, rarissimamente conviviale. Inutile domandarsi il perché, chi ha letto qualcosa sulla psicologia dell'autoritario capisce bene, in ogni caso penso sia ancora buona cosa leggere o rileggere 'La convialità' di Illich, ad esempio. Presso l'adulto non c'è incontro, c'è piuttosto scontro salvo eccezioni, la catena del dialogo non si forma quasi mai quando si tratta di temi sovrastrutturati, tutto diventa dialettica spezzata, senza continuità organica o sviluppo del tema, quindi senza neppure uno straccio di conclusione. 
In merito a questi argomenti, cosa può andare a favore degli adulti? Probabilmente la maggior parte di questi adulti non si sono mai incontrati fuori da facebook, non c'è mai stata una vera conoscenza reciproca, e questo incide sicuramente, ma credo non basti per giustificarne l'autoritarismo comunicativo. Da un adulto sedicente maturo ci si aspetterebbe almeno una capacità di sormontare l'ostacolo dello 'straniero'. Invece la posizione ideologica dell'altro, il punto di vista diverso, genera quasi sempre la competizione e il conflitto. E il conflitto sovrastrutturato genera solo odio. 
Sono questi adulti che, alla fine, pretendono di educare i bambini e di sapere ognuno come si fa, ognuno di loro crede di possedere la formula magica esclusiva. E così, anche sul 'tema educazione', tutti diventano pedagogisti d'eccellenza, esattamente come al bar diventano massimi esperti di calcio. Eppure sono convinto che gli adulti sarebbero davvero dei buoni educatori se soltanto sapessero staccarsi dalla concezione tradizionale e sbagliata di educazione, quella che tutti noi abbiamo ricevuto e acquisito acriticamente. Ma fino a quel momento, fino a quando non si prenderà coscienza che la parola 'educazione' vuol dire tutt'altra cosa, fino a che gli adulti vorranno sempre insegnare ai bambini a 'dover essere' piuttosto che ad 'essere', temo a ragion veduta che le loro istanze siano soltanto massicce iniezione di opinioni personali, date per certe e giuste dalla tradizione, calate dall'alto e indiscutibili, desunte dal solito 'si è sempre fatto così', e tutte con un solo denominatore comune: l'autoritarismo, e tutto ciò che esso include anche e soprattutto in forma nascosta. 
Come si può pretendere un cambiamento in senso umano e libertario in questo modo? Se la scuola produce adulti autoritari (suo scopo principale e nascosto), e se la società è il frutto delle scelte degli adulti, come possiamo pretendere di cambiare le cose e avere anche la presunzione di ritenerci nel giusto? Come può l'adulto arrogarsi il diritto di insegnare la sua morale falsa e autoritaria, benché spesso non sia neanche in grado di capire che sia tale? Io non ho formule magiche, osservo e analizzo, mi pongo nel mondo nel solo modo che sento davvero mio (non acquisito dalla morale imposta), e penso che tutte le persone debbano avere il diritto di vivere secondo le loro particolari, reali e naturali necessità e, a maggior ragione quando si tratta di bambini, il mio essere-con-loro è quello di colui che nulla può e deve imporre. Osservo i bambini parlare e giocare, parliamo e giochiamo, ci autoeduchiamo, e semplicemente siamo.

venerdì 17 gennaio 2014

Arte e Anarchia

'...L'artista è un anticorpo che la società si crea contro il potere. Se si integrano gli artisti ce l'abbiamo nel culo, cazzo'! (Fabrizio De Andrè)

A parer mio, l'arte e l'anarchia hanno la medesima controfunzione sociale. In una società autoritaria come la nostra, l'arte e l'anarchia, muovendo dall'istinto naturale di libertà, non possono far altro che esprimersi nella reazione, nella ribellione contro l'oppressione, nella non accettazione delle regole altrui, nel rifiuto delle norme sociali imposte dal costume e dall'istituzione. Come l'anarchia, quando l'arte non è mero decorativismo o sterile copia accademica o, peggio ancora, attività radical-chic e vuoto virtuosismo tecnico, essa denuncia lo stato reale delle cose, ne demistifica i meccanismi, e propone concrete vie d'uscita. Nate ribelli dal ventre autoritario di questa cultura societaria, l'arte e l'anarchia sono la spina nel fianco delle istituzioni e di tutti gli adattati affezionati all'adattamento, tanto affezionati da credersi nel giusto. 
Da una vita osservo i disegni dei bambini, eppure non è solo su quei fogli che si concentra tutta la mia attenzione, ciò che osservo attentamente è invece la meraviglia del bambino che si fa disegno, spontaneo, libero, affermativo. Come la libertà, il bambino vive di se stesso, si appaga nel suo esprimersi, nel suo essere qui e ora, nel suo scegliere, nel suo decidere in maniera autonoma e secondo le proprie regole, non quelle altrui. Però, rispetto all'anarchia, l'arte ha avuto se vogliamo un destino più crudele e beffardo: è diventata disciplina scolastica, e in quel momento l'arte ha smesso di essere libera e autonoma per diventare funzionale a questa società del 'dover essere'. Al bambino si ordina persino quando è il momento di disegnare, e quando è il momento di consegnare (perché anche gli altri bambini fanno così, tutti a scuola fanno così, si è sempre fatto così), il tutto immerso nella plumbea e perenne atmosfera di paura e di ricatto, tipica dei contesti gerarchici di cui è colma questa società. L'ordine imposto col ricatto e la forza è la regola sociale, è il costume, al quale anche l'arte e il bambino devono sapersi adattare, e lo fanno! non già perché ci credono, ma perché sono costretti, attraverso il ricatto appunto. 
Un siffatto allenamento all'obbedienza delle regole altrui, condotto e subìto per anni e anni, trasformerà il bambino in quell'adulto amorfo e funzionale, vorace di vittime innocenti sottoposte, adattato in maniera ottimale, e dispensatore di regole sociali nelle quali ormai crede ciecamente. L'arte e il bambino muoiono a scuola il 99% delle volte. E cosa ne è dell'anarchia? In questo quadro desolante, dove l'idea stessa di libertà e la controfunzione sono gocce cristalline in un immenso oceano torbido, l'anarchia diventa ancora più preziosa, come quelle opere d'arte nate da uno spirito di vera denuncia, di vera proposizione alternativa, quelle opere che fanno sbigottire i bigotti, storcere la bocca ai benpensanti, che provocano seri dolori di coscienza ai massificati. Come volete che io mi senta, se non orgoglioso, quando questo tipo di società mi chiama 'ribelle' o 'degenerato'? L'anarchia e l'arte sono sempre oltre gli steccati rassicuranti che il pavido gregge si costruisce da sé. Ed è proprio in virtù di questa rara pereziosità che in classe, quando una ragazzino o una ragazzina sentono il bisogno di disegnare o semplicemente di vivere (per come si possa vivere in una cella anche se superdecorata e ipertecnologica), mi guardo bene dal dettare loro le regole degli adulti, o le mie. Se è il caso di trovare una regola comune, se ne discute tutti insieme, alla pari, e la regola non è mai immutabile. Basta con la paura, basta con i ricatti, che questi bambini 'inventino i mondi sui quali sognare', come vogliono, quando vogliono, con chi vogliono. Se questa libertà fa paura alla società, il problema è solo della società. La preziosità della libertà necessita solo di se stessa, perciò dà fastidio agli integrati, rigonfi come sono di norme imposte, e che vorrebbero imporre a tutti gli altri con la stessa violenza moralistica con cui le hanno subìte e assorbite senza fiatare, senza poi nemmeno accorgersene.


L'opera è di George Grosz, si intitola ironicamente 'I pilastri della società', un olio del 1926.
In primo piano l'adattato sociale, cioè l'indottrinato, il borghese benpensante, lo scolarizzato, l'addestrato alla competizione e alla disciplina, egli ha maturato solo idee di violenza e di vendetta (soldati a cavallo nel cranio) e le porta avanti con la spada giustizialista, il solo metodo che conosce e sancito dalla legge. Dietro d lui il giornalista, ha la testa nel vaso da notte e una piuma di struzzo per simboleggiare la codardia accondiscendente al potere. Poi c'è il grasso politico, ha la testa piena di merda e la bandiera nazionale in mano per abbindolare i sudditi con la propaganda di Stato. Il prete affacciato alla finestra, col naso da gran bevitore di vino, anche lui pasciuto, si affaccia sulla città bombardata usando parole di pace, invita alla speranza, alla pazienza, all'inazione della preghiera, alla sottomissione al presunto volere divino a cui ci si deve passivamente rassegnare, pena l'inferno, mentre il popolo brucia veramente in un inferno cittadino. Infine i soldati e la polizia, due di loro tengono sotto controllo il popolo dalla finestra, gli altri due difendono con le armi questi gran 'bei' pilastri della società. Di qua dal quadro i baristi, cioè noi che guardiamo l'opera, che non riusciamo neanche a osservarci mentre serviamo la birra a questi figuri progettisti di morte.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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