Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -

giovedì 18 dicembre 2014

Orizzonti perduti, non veduti, non voluti

Il ragazzino quel giorno a scuola era stranamente gioviale, forse aveva ricevuto meno rimproveri del solito. Poi, un'inaspettata transumanza collettiva, che dalla sua classe l'avrebbe condotto in chissà quale altra cella dell'Istituto, lo fece gioire ancora di più. Sono minuti di vero godimento quando, fuori programma, ci si può alzare dal banco per uscire dall'aula tutti insieme. Non importa dove conduca il percorso, la breve passeggiata è solitamente molto più importante della mèta, soprattutto se questa è ordinata da qualcun altro, e posta all'interno della scuola-galera. In ogni caso, mai sovvertire la fila per due, un sano addestramento scolastico-militare è ciò che serve per avere finalmente un mondo di pace.
Felice come non mai, il ragazzino s'era imbattuto nel tal professore, mentre io ero rimasto ad osservare quella scena da lontano. I due si erano incrociati velocemente, e al ragazzino gli era venuta voglia di salutare il mio collega con un 'batti cinque', meravigliosamente ricambiato dal collega. Give me five, yeah! Che belli questi scambi di intese veloci, sono spesso costruttivi nell'ambito di un rapporto di fiducia reciproca da edificare. Purtroppo però il fatto non sfuggì alla prof che accompagnava la classe: se lo segnò, come si suol dire. Infatti il giorno dopo quella prof avrebbe parlato al collega dicendogli che non era il caso di salutare in quel modo gli studenti, soprattutto quel ragazzino già così problematico. Mi chiedo se il problematico della situazione sia il ragazzino o la collega.
Io penso che arrivare a questi livelli di chiusura mentale, di sclerosi, significhi constatare da parte mia una situazione divenuta estremamente patologica, non più sostenibile. Può anche darsi che quella prof sia un caso tuttosommato isolato, ma che certamente non nasce dal nulla, c'è una cultura devastante dietro, quella della 'normalità'. Noto infatti che il concetto di 'normalità' rivendica ogni anno di più il diritto di avere una dose maggiore di patologia sociale autoritaria, di assurdità, in modo tale da far spostare progressivamente verso l'inaccettabile questa idea di 'normalità' condivisa e perpetuata. Io mi trovo a combattere dentro questa assurdità autoritaria divenuta normalità invisibile, morale sociale, sistema, e devo constatare quindi che la forbice tra il buon senso e l'idiozia si allarga sempre di più, proprio a causa dei comportamenti idioti creduti saggi.
Non devo quindi stupirmi più di nulla, mi aspetto ormai di tutto, dentro e di conseguenza fuori dalla scuola, perché all'interno di questo sistema carcerario chiamato 'società civile', dove gli stessi detenuti si redarguiscono a vicenda in nome di qualche morale da difendere e calata dall'alto, qualsiasi tipo di atrocità, qualsiasi tipo di tragedia umana può nascere e pascere. Io non credo che questo genere di società sia destinata a capire quanto sia divenatata una sorta di megacaserma di sbirri con l'uniforme in testa, sempre pronti a usare il manganello, però mai contro chi lo si dovrebbe davvero usare. E non lo credo perché, se la società avesse saputo usare il buon senso anziché farsi abbindolare dalle morali imposte, avrebbe già capito da sola, e da moltissimo tempo, la sua tragica, patologica, complice colpevolezza.

lunedì 8 dicembre 2014

La presunzione di fare quel bene...

Il dramma della scuola segue anche la strada tracciata da una sorta di 'noli me tangere' delle maestre, dei professori, di tutti gli adulti che gravitano intorno alle vite dei bambini, modificandole a loro piacimento. Inutile star lì a ricordare a questi adulti che i bambini non sono una proprietà privata, che non sono pezzi di legno da fresare, oggetti da adattare all'ambiente, strumenti per l'ambizione personale... è inutile perché il noli me tangere piomberebbe comunque e in tutti i modi, come un'autoassoluzione inesorabile e insindacabile avallata anche da tutta la società. Purtroppo però i fatti dimostrano che, nei confronti dei bambini, l'adulto ha quasi sempre torto, anche quando egli crede davvero di fare del bene. Quella dell'adulto sarà a suo dire anche una buona fede, ma è una fede purtroppo criminale, soprattutto quando la criminalità nascosta delle intenzioni pensate 'in buona fede' gliela si fa notare ed egli continua lo stesso ad agire come ha sempre fatto, cioè in direzione ostinatissima e non contraria.
Quante volte questi adulti prendono decisioni che riguardano i bambini nella convinzione assoluta di fare la cosa giusta? (giusta per chi?). E quante volte possiamo poi riscontrare che quelle decisioni hanno prodotto il contrario di ciò che, in buona fede, si prefiggevano? Non ho mai incontrato uno o una docente che, di fronte allo sfacelo di cui è complice, non abbia detto 'ma io sono diverso/a dai miei colleghi', cercando così di discolparsi. Credo che vi siano eccezioni, certo, ma in questa società l'eccezione, oltre che confermare la regola, si paga a carissimo prezzo, e io ne so qualcosa, perché la disobbedienza è punita sia dalla legge, sia dalla società irreggimentata. Non so quanti siano disposti a pagare personalmente le conseguenze del loro dichiararsi 'eccezioni'. Non voglio far polemiche, ma a giudicare dal numero delle volte in cui mi sono sentito dire 'ma io sono diverso dagli altri', dovrei trovarmi di fronte a una società di libertari disobbedienti, a una scuola italiana straripante di pedagogia libertaria, ma ho occhi abbastanza attenti per vedere che non è così, purtroppo. Per quanto mi riguarda, anche di fronte ai ragazzi e alle ragazze, non ho mai nascosto il mio continuo mettermi in discussione, perlustrando le mie convinzioni, accorgendomi a volte che erano sbagliate e autoindirizzandomi di conseguenza verso un continuo miglioramento. Non ho ancora finito e so che non finirò mai, ma questo è il senso della mia vita. Secondo me, la vita di un individuo è, o dovrebbe essere, anche un continuo fluire dinamico di posizioni di coscienza, al fine di migliorare la rotta morale personale.
Ma al di là delle rarissime eccezioni, l'adulto scolarizzato, sclerotizzato, normalizzato, ha la particolarità di essere talmente presuntuoso da non ammettere mai a se stesso e a gli altri che la colpa di un risultato diverso da quello da lui auspicato sia la sua: di fronte al suo fallimento in qualità di educatore, il padagogo tende a cercare fuori di sé qualcosa o qualcuno da incolpare, trovandolo purtroppo immancabilmente nel bambino innocente che non sa difendersi, e che sicuramente - pensa l'adulto - non ha saputo o voluto imparare la sua lezione moralizzante. A quel punto il pedagogo inasprirà la sua lezione autoritaria, ottenendo ovviamente un risultato peggiore, poiché, o il bambino si ribellerà (motivo per cui, secondo l'adulto, va ulteriormente represso e sedato), o il piccolo si deformerà subito in un'acquiescenza passiva e devota, obbedendo agli ordini superiori, cioè autoannullandosi come individuo autodeterminato, ed è proprio questo che renderà felice l'adulto educatore, e più in generale la società di passivi adattati, ma soprattutto gli ingegneri del sistema che hanno deciso tutto questo, esattamente così com'è, e come questo tutto si deve realizzare.
Ma perché l'adulto, ammesso e non concesso che debba essere lui a decidere per il bambino, è sempre così sicuro delle sue decisioni? Ci sono casi in cui l'adulto decide in base alla propria frustrazione, o ai propri capricci, oppure perché ha constatato il suo fallimento in società (ma fallire in quanto ingranaggio dovrebbe significare non essersi adattati al sistema, e quindi dovrebbe essere motivo di orgoglio, non di pena), o semplicemente perché vuole 'migliorare' il bambino (purtroppo non c'è mai fine a questa presunzione di miglioramento), dove migliorare vuol dire far aderire il bambino in maniera più precisa ai dispositivi del Dominio. In molti altri casi, l'adulto decide sulla base di una deontologia virtuale, secondo un codice morale che gli è piovuto dall'alto e che ha imparato ad assorbire fin da bambino in maniera automatica senza interporre alcuna critica costruttiva. In tutti i casi, le decisioni calate dall'alto sul bambino risultano per l'adulto sempre insindacabili e vengono imposte in nome del sempiterno e presuntuosissimo 'lo faccio per il tuo bene'. Poi quel bene non si rivela davvero tale (a meno che non riguardi una reale incolumità fisica), anche perché procede da una esclusiva volontà dell'adulto in perenne ricerca di soddisfazioni personali, frustrato com'è. Ma io vorrei fare un esempio concreto, di quelli a cui si deve guardare in faccia con coraggio ed umiltà.
In un articolo precedente descrivevo alcune nuove disposizioni calate dall'alto che riguardano la ricreazione nella scuola dove insegno. I lettori di questo blog ricorderanno queste disposizioni relative allo scaglionamento obbligatorio degli studenti durante la ricreazione. Quando la cupola degli educatori aveva deciso di mandare in bagno i bambini divisi per classi (nessuno studente di una classe inferiore può incontrare gli studenti delle classi superiori), lo aveva fatto in forza di una sua presunta e assoluta convinzione di fare giusto e bene. E questi adulti insegnanti erano - e purtroppo sono ancora - convintissimi della bontà di questa loro decisione, talmente convinti che non importa nulla se la delibera contravviene alle loro stesse belle parole in merito alla socializzazione ('la nostra scuola promuove la socializzazione', si dice e si scrive di solito sui depliants di propaganda), una socializzazione a questo punto del tutto supposta e falsa più di quanto non avvenga normalmente, laddove nelle altre scuole i ragazzi si incontrano tutti quanti durante la ricreazione, retaggio dell'ora d'aria, che a scuola non è neanche un'ora. Il risultato di questa decisione presa 'a fin di bene per evitare atti di bullismo' - dissero e dicono ancora -  lo avevo già scritto: una ragazzina di primo anno, trovatasi in bagno nei cinque minuti riservati alle seconde classi,  è stata offesa da qualcuno superiore a lei che stava lì in bagno, in barba alla socializzazione, alla 'prevenzione del bullismo', alla solidarietà, alla fratellanza, alla pace, e a tutte le belle parole che la scuola stessa in genere proferisce, e che sanno di presa in giro. Ciò che viene imparato a scuola si riversa nella società (e viceversa attraverso gli adulti scolarizzati). Eppure gli adulti sono sempre convinti di fare del bene, il bene dei bambini, ed è questo che non deve mai sfuggire da questo discorso, e perciò lo ripeto. Ma cosa ne sanno gli adulti di cosa è bene per gli altri? E soprattutto, con quale diritto possono ancora gli adulti decidere sui bambini, credendo di far loro del bene (in realtà lo vogliono fare a se stessi), se questi adulti dimostrano solo di essere un malevolo prodotto pedagogico, a loro volta pedagoghi in questa società autoritaria e ingiusta? Cosa dovremmo aspettarci da questo circolo vizioso?
Dobbiamo dirlo con franchezza: gli adulti scolarizzati sono sostanzialmente degli adattati che insegnano ad adattarsi. Per adattati intendo persone che hanno anche imparato benissimo ad usare gli strumenti autoritari, e solo quelli (non conoscendone altri), per portarli a giudicare e sentenziare sulla base di convinzioni che sono autoritarie già in origine. Questi strumenti anche culturali, tra i quali figura l'idea del bambino come proprietà privata, essendo strumenti autoritari, non possono certo configurarsi come strumenti che volgono la società ad un vero cambiamento, anche se nel momento di deciderne l'uso tutti li pensano in buona fede come eccellenti a questo scopo. In sostanza, questa società si fonda sulla convinzione che ogni azione, ogni decisione adulta moralizzatrice sia giusta a priori, a prescindere dalla direzione in cui vanno queste decisioni e dai risultati deleteri ottenuti e visibili ormai anche sul piano storico, dove allora la colpa sarà data a qualcos'altro, magari vigliaccamente proprio al bambino 'cattivo', ovvero all'anello più debole e indifeso della società sedicente umana. E di fronte al bambino che noi adulti pensiamo cattivo (quando invece egli vuole soltanto vivere la sua vita in pace e concretizzare il proprio concetto di bene e di vita), un altro esempio di decisione presa arbitrariamente dall'adulto e creduta giusta, ma con risultati nefasti, è quella che prevede sempre una qualche forma di punizione o di 'correzione', con le buone o con le cattive, come il vietare il gioco al bambino o il supplicare la maestra di essere ancora più severa, o ancora più dolcemente subdola con le sue formule di ricatto adulatorio. Come si può combattere l'autoritarismo con l'autoritarismo? Sarebbe come credere che la pace tra i popoli si realizzi per mezzo di confini artificiali, nemici costruiti all'occorrenza, missili e soldati. Ma questo tipo di società ci crede davvero, purtroppo, fondata com'è su una cultura disciplinante di tipo militare assorbita obbligatoriamente prima a scuola, poi nella società già disciplinata.
L'adulto saprebbe forse pensare a qualcosa di diverso dallo strumento autoritario e legalitario (ad esempio il ricatto di un premio o di una ricompensa) che ha imparato a scuola e in società? No, come infatti non sa pensare ormai neanche a una libertà che non sia soggetta a qualche tipo di controllo esterno da sé, e che perciò non può mai essere libertà. L'adulto è convintissimo che le risoluzioni che egli prende in merito alla vita dei bambini siano le uniche possibili, le più doverose e giuste, quelle che egli motiva di solito con un desolante e indicativo 'lo fanno tutti, quindi è giusto'. Il sol pensiero di dare fiducia al bambino destabilizza l'adulto adattato, quando non lo manda in bestia. Pensare al bambino come una persona con tutti i suoi diritti (di scelta, di decisione, di autodeterminazione, di errore...) è qualcosa di inarrivabile per l'adulto scolarizzato e disciplinato, qualcosa di inconcepibile. L'idea di una propria libertà, e di vederla anche negli altri, terrorizza l'adulto adattato alla gabbia sociale, gli fa credere che l'umanità intera si disintegri per 'troppa libertà' (la libertà è ormai pensata a priori come qualcosa di distruttivo), e non si accorge invece che la disintegrazione di tutto, persino dell'ambiente, sta avvenendo sotto i suoi occhi proprio a causa della mancanza di libertà, del continuo controllo sugli individui da parte di altri individui, una sorveglianza che egli benedice, vuole, perpetua e giustifica anche con le sue decisioni prese 'a fin di bene', di marca autoritaria e giammai libertaria, quand'anche conoscesse il significato profondo e onesto del termine 'libertaria'.
Così sul bambino grava sempre una colpa che non ha, quella di essere un bambino, un organismo biologico considerato inferiore all'adulto, cioè un essere 'poco serio', di intelletto informe, privo di un progetto autonomo di vita, semovente a nove mesi circa, da moralizzare, addestrare e plasmare secondo la madre-forma stabilita da una logica di Domino che si riflette sulla società attuale, la società mercantile degli adulti, i quali si considerano nel giusto rispetto ai bambini e deliberano al posto loro utilizzando gli strumenti del sistema, la cultura del sistema, che non può far altro che riprodurre il sistema stesso. Gradirei ripetere: le eccezioni, essendo tali, non fanno la differenza in fatto di costruzione sociale, purtroppo, però la fanno in termini di morale, quella di coloro che eventualmente ne sanno cogliere il valore intrinseco, e di chi sa di essere un'eccezione, un disobbediente per una sua personale questione di dignità, al di là delle conseguenze punitive a cui è destinato in forza di una legge che non riconosce come giusta, e che non lo sostituisce in quanto persona autonoma.
Che fare? si chiedono sicuramente anche alcuni lettori di questo blog. Ritengo questa domanda quantomeno priva di una reale giustificazione, dal momento che proprio questo blog riassume e - oserei dire - ostenta una pratica alternativa, soluzioni diverse, che vanno tutte in direzione opposta alla consuetudine autoritaria. Ma è proprio questo agire in opposizione al consueto che credo faccia paura ai molti. La libertà oggi fa ancora più paura di ieri, spinge le persone a prendersi delle responsabilità che non vogliono e non sanno più prendersi, le spinge a scoprirsi complici del sistema, a vedersi produttori e ri-produttori di questo tipo di società ingiusta fatta di chiavi che creano padroni e piramidi. La libertà, l'idea stessa di una vera libertà, esorta l'adattato a non abbandonare il suo affetto per l'assistenzialismo di Stato che non assiste, ma sfrutta e violenta, lo fa aggrappare con più vigore alle convenzioni abituali, ai pregiudizi, come se queste convenzioni e questi pregiudizi fossero la sua coperta di Linus che però non scalda, non consola, ma corrode, consuma la sua vita e quella degli altri. E allora, dietro la domanda 'che fare?' credo si nasconda un universo di diligente e ferrea volontà di rimanere dove si è, di attaccarsi semmai febbrilmente a qualcosa che ogni tanto sembra cambiamento ma che non può esserlo (riforme) fintanto che del male ne rimane la sua radice profonda, la sostanza, la cultura generalizzata e generalizzante. Questa voglia di stare dove si è, a mio giudizio, emerge perciò con forza quando l'alternativa proposta è davvero libertaria, anarchica, e allora questa alternativa fa paura (anche se inevitabilmente attrae per il suo valore umano e morale) a prescindere dai risultati, o proprio a causa di questi, che anche questo blog e la mia pratica quotidiana o quella di altri educatori libertari dimostrano in maniera eclatante. E quando parlo di risultati non intendo un obiettivo che viene raggiunto per mezzo di un programma calato dall'alto, misurabile, ma di una evidenza il cui merito sta tutto nella natura degli individui che, facendo in modo che essi la seguano liberamente (ed è questo il mio unico compito), si autoeducano nel segno dell'innato senso di collaborazione e della curiosità spontanea.
Per quanto mi riguarda, vorrei fare più di quel che già faccio, ma non dimentichiamo che io agisco in una scuola di Stato e per sole due ore alla settimana ogni classe, cioè in una struttura carceraria dove quel che faccio, per come lo faccio, subisce attacchi ferocissimi, attacchi diretti anche alla mia persona. Ma se noi guardiamo alle esperienze di Sébastien Faure, Lev Tolstoj, Francisco Ferrer, Paulo Freire, Alexandre Neill, solo per citare alcuni pedagogisti anarchici, fino ad arrivare alle odierne scuole libertarie in tutto il mondo, chiunque potrà constatare in che modo l'essere umano, per mezzo di esse o facendo in modo che la scuola sia la vita stessa, possa emergere in tutta la sua unicità e autodeterminazione, in tutta la sua chiarezza di individualità cosciente e creativa, ben lungi dal voler uccidere se stesso sotto il peso di un adattamento volontario, e lo si vedrà aperto al compimento totale di sé, delle attitudini individuali e dei cambiamenti che queste attitudini possono avere nel corso della sua vita.
E allora, al di là dell'aspetto filosofico e teorico dell'anarchismo, che convalida e sostiene intellettualmente l'aspetto pratico dell'agire in senso antiautoritario, di fronte all'evidenza di un'alternativa felice percorribile e che già si percorre da almeno cento anni, è quantomeno ingenuo chiedersi ancora 'che fare'? Per quanto io possa aver capito, e se mi si concede il lusso di offrire un consiglio, io credo che il primo passo da compiere sia quello di sgravarci tutti del peso dei pregiudizi in merito a ciò che ci hanno fatto credere sull'anarchia, e cominciare a ragionare senza quei filtri di una cultura consueta che porta a difendere ideologie precostituite, dogmi ingabbianti, che fanno perpetuare strutture e strumenti autoritari. Penso che ragionare col cuore e non con i codici scritti sia un dovere morale, e se questo ragionar di cuore non riesce a far riemergere quel fanciullino ancora chiuso in noi, può certamente farci considerare i bambini per ciò che realmente sono, esseri umani aventi gli stessi diritti di tutti gli altri esseri umani e non umani. Partire da qui mi sembra doveroso oltre che logico, senza più avere la presunzione di considerarci più esseri umani di qualcun altro, e quindi arrogarci diritti che non abbiamo, neppure sugli animali.

venerdì 24 ottobre 2014

Peggio del carcere? Forse si può

Cosa mai potrà pensare una mente munita di un solo tipo di cultura, segnatamente autoritaria, riguardo a quel che essa definisce crescita e sviluppo morale? Questo tipo di mente plasmata in modo autoritario non potrà far altro che pensare di inasprire gli strumenti che già conosce, credendo convintamente di fare del bene. Allora vediamolo questo bene.
Mi sono opposto agli ordinamenti interni della scuola dove attualmente insegno, le norme autoritarie di sempre, ma anche ad una regola tutta nuova decisa dall'alto che solo a pensarla mi si orripila la pelle, figuriamoci a vederla messa in atto ogni giorno, nonostante le mie proteste. Si tratta di un divieto, naturalmente. In questo carcere per minori, la sospirata ora d'aria (un quarto d'ora) viene suddivisa in tre spezzoni. Nei primi 5 minuti vanno in bagno soltanto i ragazzi di primo anno, nello spezzone successivo soltanto i ragazzi di seconda, e infine quelli di terza negli ultimi 5 minuti. Il motivo è il seguente: 'evitiamo di far bisticciare i grandi coi piccoli, che poi succede anche che quelli grandi insegnano ai piccoli persino a fumare in bagno'. La scuola tradizionale non si chiede mai 'ma che diavolo stiamo facendo se alleviamo ragazzi progressivamente sempre più ostili e bulli'? Questa domanda è bandita dalla coscienza dei colleghi e delle colleghe, censurata completamente, direi rimossa freudianamente, perché la colpa del fallimento non deve mai riguardare la pedagogia autoritaria in uso da secoli. Così questo scaglionamento forzato dovrebbe - secondo la scuola - eliminare il problema del bullismo, che invece resta e si inasprisce ancora di più, prove alla mano.
Sì, ma non è tutto, ahimé. Quando i ragazzi divisi ancora di più tra loro, per classe ed età, ritornano dal bagno (e devono farlo in fretta), si devono chiudere nelle loro rispettive classi-celle anche se la 'ricreazione' non è finita. Vietato incontrarsi anche nei corridoi. Ed eccoli chiusi in cella questi ragazzi, dove naturalmente, con la voglia di muoversi che si ritrovano dopo tre ore di immobilità forzata e innaturale, si fanno del male. Un'ottima idea anche per redarguire il secondino 'responsabile' della sorveglianza, cioè quel personaggio che ancora oggi viene ostinatamente chiamato docente
Che cosa voglia dimostrare la scuola autoritaria con questo ulteriore provvedimento non mi è ben chiaro, dato che solitamente la scuola suole darsi lustro con parole del genere 'qui noi promuoviamo la socializzazione'. La socializzazione è sempre stata una chimera già con un misero quarto d'ora insieme nel cortile (là dove esiste un cortile, da noi c'è, ma è ormai considerato una sorta di visione per sognatori utopici e romantici, roba da anarchici), ma forse per i sapienti della pedagogia autoritaria questa ulteriore separazione coercitiva risolverà il problema e tutti saranno più socievoli (o piuttosto socializzati?). In verità io sto toccando con mano soltanto un acuirsi dei conflitti. L'altro giorno una ragazzina di prima che non era riuscita ad andare in bagno durante 'il suo turno' ci è andata quando c'erano i ragazzi di seconda, e uno di questi l'ha schernita dicendole: 'ma che ci fai tu qui? Non puoi stare con noi, che sei piccola, vattene!'. Un insegnamento encomiabile per il futuro cittadino della 'società civile'. Le cronache riportano che nelle patrie galere si riscontra molta più solidrietà tra i reclusi, ma questo perché le patrie galere non sono camuffate da istituti scolastici.
Queste sono le meraviglie della scuola tradizionale, frutto dell'ingegno dei pedagogisti del sistema. La cosa che mi tormenta di più non sono quei pedagogisti allineati e prezzolati, ma i colleghi e le colleghe che accettano tutto passivamente e che non trovano nulla di male in tutto questo, anzi, mi guardano in cagnesco se lo contesto. Si dice che questa sia una società di sbirri dentro, dovremmo aver capito già da tempo in che modo ci si diventa.

mercoledì 22 ottobre 2014

Pre-testi

Oggi in una classe terza (13 anni) abbiamo discusso intorno ad alcune canzoni di Fabrizio De Andrè, dopo averle ascoltate. E' stata una proposta dei ragazzi e delle ragazze. Abbiamo ascoltato tre canzoni e poi le abbiamo commentate. Due di queste canzoni le hanno scelte i ragazzi, tra le più conosciute: 'Il pescatore' e 'La guerra di Piero', mentre la mia scelta è caduta un po' casualmente su 'Geordie' versione live con la figlia Luvi.
Al di là dell'aspetto diciamo didattico, fuori programma canonico, che ha determinato una presa di coscienza più profonda circa i testi analizzati, la cosa che mi ha interessato di più è stato il movente della richiesta da parte loro. Non mi era mai capitato di ascoltare canzoni in classe, credo, se non per un mero bisogno di ascoltare musica, ma oggi il motivo della richiesta di ascolto è stato quello di voler analizzare più profondamente dei testi, in un modo particolare, cioè alla luce del loro interesse nei miei riguardi. Sì perché, dato che questi ragazzi non mi conoscono ancora, sapendo che a me piace ascoltare De Andrè, e considerato il fatto che sono solito guardare la realtà da diversi punti di vista (cosa che sta affascinando i ragazzi), è come se essi, volendo capire i testi di De Andrè, volessero giungere ad una comprensione più precisa in merito alla mia persona.
Si stabilisce così uno dei criteri naturali per l'apprendimento reale e duraturo delle cose, quello che nasce dalla curiosità spontanea, senza alcun fine opportunista e autoritario nascosto, e da un trasferimento di interessi e informazioni altrettanto spontaneo da un elemento all'altro (in questo caso dalla mia persona alla musica e viceversa). E' come quando leggendo un libro scopriamo elementi che ci incuriosiscono, e approfondendo quegli elementi finiamo per capire meglio anche il tema del libro. E' questo quello che hanno fatto oggi i ragazzi e le ragazze, solo che il libro ero io, e i testi di De Andrè gli elementi da approfondire e capire.
A fondamento di questo meccanismo di apprendimento incidentale c'è, come dicevo, la curiosità spontanea, ma questa curiosità si è attivata per mezzo della sorpresa (io), della novità da scoprire, di un altro modo appassionante di intendere l'educazione, la vita, le persone, le cose del mondo in genere. Tutte 'cose diverse', insolite, che gli adulti già scolarizzati, di cui fanno parte i docenti autoritari, tendono normalmente a schernire o censurare, anziché ad approfondire. I bambini non hanno paura, ma attraverso l'azione della scuola autoritaria che forgia una società come la nostra saranno purtroppo destinati a diventare paurosi di qualsiasi inconsuetudine.

domenica 19 ottobre 2014

Educación libertaria en Aragón, 1936-38

La storiografia ufficiale esclude a priori le attività quotidiane e solidali dei popoli colpiti dalla guerra, non ne parla, a meno che queste attività non siano funzionali all'unico aspetto che interessa alla propaganda del sistema: la guerra per la guerra.
Di fatto, nel corso dei conflitti armati, tra la miseria e la violenza programmate, si possono generare situazioni e relazioni umane straordinarie, volte alla sopravvivenza e alla resistenza, che sono magnificamente libertarie, fondate sul mutuo appoggio, sulla libera e spontanea associazione. Si tratta di azioni e fatti di grande importanza per il concetto stesso di emancipazione che però subiscono la censura sistematica da parte degli storiografi allineati. Tra questi fatti, e attraverso uno studio specifico di qualche anno fa, l'Università di Salamanca pone l'accento su quel che è avvenuto in Aragona durante la guerra civile spagnola del 1936, e sottolinea la straordinarietà di un orientamento anarchico, rivoluzionario e popolare, che in mezzo a tutte le difficoltà generate dalla guerra ha voluto contrapporsi con forza all'azione autoritaria dei governi e alla loro espressione bellica. 
Nascevano infatti molte scuole libertarie sulla scorta dell'esperienza ferreriana di Barcellona (Escuela Moderna) e sulla traccia anarchica lasciata da pensatori come Lev Tolstoj, Louise Michel, John Dewey, Petr Kropotkin, Elisée Reclus, ecc. La ricerca compiuta da Miguel Mur Mata dell'Università di Salmanca - come quelle svolte in altri Atenei del mondo da altri ricercatori - è però purtroppo destinata a rimanere sugli scaffali, la storiografia ufficiale si guarda bene dal prendere in considerazione tutto ciò che appartiene all'orientamento anarchico, salvo quando occorre screditarlo o usarlo opportunisticamente come capro espiatorio. Spetta a noi prendere questi testi, leggerli e divulgarli, sia per far emergere una verità scomoda, sia perché la responsabilità personale e non mediata ci compete sempre. Qui il link al pdf (idioma spagnolo). http://gredos.usal.es/jspui/bitstream/10366/69239/1/Educacion_libertaria_en_Aragon%2c_1936-38.pdf

martedì 7 ottobre 2014

Produzione propria di catene

La macchina educativa non può che soddisfare le esigenze di quelli che hanno progettato tale macchina. Tra quelle esigenze c'è la riproduzione della macchina stessa, che serve a continuare la gigantesca opera di sfruttamento e di colonizzazione delle persone. Chi subisce l'azione pedagogico-formativa di questa macchina è destinato a diventare suo malgrado un ingranaggio del capitale, della produzione, dell'accumulo, dello sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo. Riprodurre la macchina educativa secondo le esigenze dei suoi progettisti significa tradurre in patologia sociale le azioni di quelle vite che, da quella macchina, ne escono plasmate, ridotte a ingranaggi obbedienti e oleati. Per fare un esempio di patologia sociale, il fenomeno del bullismo, che è cresciuto in maniera direttamente proporzionale all'aumento della scolarizzazione, non segnala banalmente una violenza nella scuola, ma la violenza della scuola. E' un problema di struttura autoritaria, ma anche di cultura, la cui violenza intrinseca non viene ormai neppure percepita, anzi, le strumentazioni autoritarie di controllo e di repressione, di cui si avvale la scuola come la società conseguente, vengono ulteriormente inasprite e chiamate in soccorso proprio da quelli che ne subiscono gli effetti nei termini patologici percepibili ogni giorno.
John Taylor Gatto, anche lui tra gli altri, non mancò di sottolineare quest'aspetto nel corso del suo intervento pubblico a New York, nel 1990, quando venne nominato insegnante dell'anno per la seconda volta consecutiva. Il sistema scolastico - disse - può anche sfornare delle professionalità, persone bene istruite, ma queste persone sono irrilevanti perché, tra le altre cose, non capiscono neppure se stesse, non sono autonome, sono state abituate a dipendere totalmente da quelli che dettano loro la legge e i regolamenti. Perciò ne vorranno sempre.
La macchina educativa fa anche leva sull'abbattimento dell'autostima personale; il bambino inserito in una struttura coercitiva (com'è anche la famiglia nucleare o la società già scolarizzata), all'interno della quale ogni sua azione e persino ogni suo pensiero vengono controllati, misurati, regolamentati e 'corretti' attraverso il ricatto della punizione o del premio (terreno o ultraterreno), avrà come istantanea reazione il fatto di fargli presumere che sia nato davvero cattivo, e in quanto cattivo crederà di aver sempre bisogno di essere controllato, norrmato, sgridato, ricattato, privato della sua autostima e autonomia.
Il potere nasce dal controllo. La possibilità di controllare gli altri senza essere controllati sta a fondamento del potere disciplinare. Non può esistere un potere autoritario senza il controllo sulle persone, un controllo di tipo fisico, psichico, morale, totale. Chi sa di essere controllato è a tutti gli effetti succube e governabile, le sue azioni non sono mai del tutto spontanee o creative perché sono vincolate alle regole di chi lo sorveglia anche dal punto di vista morale, rimane prigioniero del 'dover essere' al sol pensiero delle conseguenze, quindi non è mai se stesso, in una parola non è libero. 
La macchina educativo-scolastica agisce in questo senso, è una feroce sorvegliante, imbriglia ogni vitalità, soffoca ogni spontaneità, e piega gli spiriti al conformismo e alla regola calata dall'alto. Non c'è studente che non sia sottoposto a controllo continuo e che non debba sentirsi continuamente controllato, persino cronometrato nel tempo concesso per andare in bagno. Sottolineo concesso e riflettiamo sul verbo. La struttura architettonica stessa della scuola non è altro che una sorta di Panopticon, un'area ben delimitata e chiusa, divisa in celle e super controllata da un apparato predisposto e strutturato gerarchicamente. Controllare infatti significa anche istituire dei limiti o dei confini anche fisici ben precisi, visibili e piantonabili. La pianta ortogonale delle città greche o romane, desunte dal modello dei rispettivi complessi casermali, non è altro che un progetto ingegneristico-militare di controllo sulla comunità, funzionale soltanto agli scopi perseguiti dal controllore, cioè dal potere.
Lentamente, passo dopo passo, dai tempi dell'antica Grecia ad oggi, la macchina educativa è giunta a istruire le persone in modo tale da renderle felici e persino impazienti di poter essere educate, e al tempo stesso proterve e altezzose nei confronti di chi non è educato, istruito, addestrato, classificato, certificato. La società attuale capitalista e democratico-rappresentativa è il frutto di questa pianificazione educativa e disciplinare, è il risultato di un ordine esterno a noi che si è tradotto in istruzione, la quale, a un certo punto della Storia recente, è diventata non a caso obbligatoria.

venerdì 26 settembre 2014

Ordine di sparizione per il profilo facebook di Scuola Libertaria

Come molti sanno, 'Scuola Libertaria' aveva il massimo di amici che un profilo facebook può accogliere (5 mila). Inoltre aveva più di un centinaio di richieste di amicizia in 'lista di attesa'. Sparito tutto? I ragazzi ed io non possiamo certo prefigurarci qualcosa di ottimistico, dal momento che la libertà nuoce gravemente alla salute dei conformisti, degli adattati, di cui fanno sicuramente parte i responsabili di questo ordine di sparizione, suggerito a mo' di delazione fascistoide, previa inclinazione alla vigliaccheria con la complicità del team di facebook (ça va sans dire).
Così ieri, dopo un login, una finestra allertava del fatto che il profilo doveva essere trasformato in pagina se voleva continuare a vivere. Continuare a vivere? Vediamo come. L'avviso di facebook, mascherando un misero ricatto, mi illustrava persino con orgoglio tutte le belle cose che avrei potuto avere attraverso una pagina, compresa la migrazione automatica di tutti gli amici che avevo nel profilo, ma anche - come ben sapete - l'opportunità di accogliere altri nuovi lettori senza più limiti. Ma tutto questo non si è verificato, almeno fino a questo momento. Per conseguenza, chi adesso volesse provare a cercare Scuola Libertaria tra i suoi amici, probabilmente non la troverebbe. E nella pagina creata dal vecchio profilo - ormai sacrificato al dio degli inetti - gli amici che c'erano non sono affatto migrati automaticamente (vedi). I ragazzi e le ragazze con cui condivido azioni e pensieri ritengono che la libertà non si possa fermare, men che meno per mezzo di questi metodi meschini. Io la penso esattamente come loro.
Comunque sia, una pagina autonoma l'avevo già creata tempo fa (Scuola libertaria - pagina), e attualmente circa 1600 lettori seguono questi ed altri post anche da lì. A questi lettori si aggiungono anche quelli che quotidianamente seguono con interesse ed entusiasmo questo blog, al di là di facebook. Li ringrazio tutti.
Tutto questo per dire che la società autoritaria teme in modo patologico la libertà e chi la costruisce, e io sono convinto che se non cambiamo adesso il modo di pensare e di agire, ribaltando tutto il consueto assorbito, questa paura diffusa nei confronti della libertà, del diverso, dell'altro, non farà certo bene al futuro dei nostri figli e dell'umanità tutta, si rimarrà sempre in questo tipo di società fascista, fatta da una massa inconsapevolmente fascistizzata, che perciò adora e perpetua gli stessi valori del fascismo (che non è un capitolo di Storia, è una cultura! ormai millenaria). 
Cosa mai possiamo aspettarci, infatti, dalla gente che teme fortemente qualsiasi idea di vero cambiamento, e che fa di tutto per cancellare le voci libere? Il gesto di questi inetti è un segno precisissimo che ci indica in maniera altrettanto precisa il percorso da prendere se vogliamo davvero la pace, la giustizia, la libertà, l'uguaglianza dei diritti, e l'inalienabilità degli stessi nell'unicità dei singoli. La direzione è ostinata e contraria, certo, ma è quella che ci salverà veramente e alla quale l'evoluzione naturale dell'Uomo tende. Non ci sono alternative.
Perciò, se ne avete voglia, fate conoscere ai vostri amici questo blog e Scuola Libertaria - pagina. Il mio grazie, che si unisce a quello dei ragazzi e delle ragazze, vi giunga da un futuro alfine giusto e libero. Non ci fermano.

Aggiornamento del 27 settembre.
Constato il fatto che occorre sempre protestare per riottenere ciò che ci viene tolto. Anche se privata di alcune funzionalità, la pagina adesso sta riacquisendo i vecchi amici del profilo. Più delle mie tre e-mail inviate a facebook, credo sia stato determinante il numero di visite e di condivisioni di questo articolo. Non credo che riappariranno tutti i commenti e i 'like' sotto ad ogni post, e non so nemmeno se l'url del vecchio profilo sia rimasto inalterato per quelli che lo avevano inserito in qualche loro sito, o se cliccando ancora su quel link troveranno la famosa 'pagina non trovata', ma qualcosa è stata recuperata. Quindi ringrazio tutti anche a nome dei ragazzi e delle ragazze.

giovedì 25 settembre 2014

In una nuova classe terza

Dodici o tredici anni, sono un soffio di vita, poche molecole di tempo. Eppure i primi tredici anni di vita sono più che sufficienti per immagazzinare la cultura autoritaria e riprodurla come se fosse la cosa più ovvia e naturale del mondo. Così succede che nelle nuove classi-celle (studenti che ancora non conosco e che mi dànno ancora del lei) torno a vedere lo stesso stupore nel volto di chi non ha mai saputo che un altro modo di vivere esiste, si può, ed è migliore di questo. Ho parlato brevemente di Summerhill, abbiamo aperto il sito, abbiamo visto le foto delle attività. Stupore, meraviglia, occhi che brillavano, bocche aperte, e naturalmente voglia di imitare quei ragazzi felici.

Squarcio in una cella.

- Volete imitare quei ragazzi? Ma qui dentro non si può creare una Summerhill, purtroppo.
- Sì ma allora cosa possiamo fare?
- Prof, dobbiamo fare la rivoluzione?
- Cari ragazzi, per fare la rivoluzione, quella vera, bisogna prima conoscere ciò che fino a mezz'ora fa non conoscevate, o che pensavate fosse assurdo e impossibile. Voi la rivoluzione state già cominciando a farla, conoscendo quello che i vostri libri non vi dicono. Il resto verrà da sé.
- Ma esistono scuole così anche in Italia?
- Certo che esistono, ve ne parlerò più avanti.
- Prof, perché non apre anche lei una scuola così? verremmo tutti.
- Questa è un'idea buona, ma non so se riuscirete a convincere i vostri genitori a mandarvi in un altro tipo di scuola. Non siete mai voi a decidere le cose che appartengono alla vostra vita, ve ne siete accorti?
- Ce ne siamo accorti, prof!
- Non è giusto!
- C'è sempre qualche adulto che pensa di sapere che cosa sia giusto e buono per voi, e che ve lo impone anche contro la vostra volontà, con le buone o con le cattive. Sarà così per tutta la vita, voi la chiamerete 'normalità', e la state imparando a scuola, anzi, l'avete già imparata dal momento che vi siete meravigliati nel vedere che cosa succede a Summerhill, qualcosa di diverso dal solito, diverso dalla normalità.
- Qualcosa di diverso dalla società, prof?
- Da questo tipo di società, cara Maddalena.

martedì 29 luglio 2014

Efficienza, merito e altre belle parole

Parlare di efficienza e di merito dentro un progetto sociale autoritario, mercantile e capitalista, significa parlare di valori che stanno a fondamento dello sfruttamento massivo degli individui. Chi sostiene che l'essere umano debba essere costantemente misurato, per giunta sulla base del suo adattamento alla macchina produttiva, non può che gioire di fronte alla retorica dell'efficienza e del merito. In questo tipo di società competitiva, efficiente e meritevole è sempre colui che, meglio o più di qualcun altro, è riuscito (non importa in che modo) a aderire al modello produttivo che sfrutta e aliena gli individui. Bisognerebbe quantomeno chiedersi che cosa è diventato questo - diciamo così - 'essere umano' a forza di dimostrare  la sua efficienza alla macchina della produzione, dietro ordine ricevuto e con il ricatto del premio o della punizione. 
La richiesta di efficienza e di merito da parte delle istituzioni non smette, anzi, viene continuamente riproposta in nome della crescita economica e del Pil. Dov'è l'essere umano? E' solo un numero messo in competizione con gli altri numeri, controllato a vista e misurato, valutato come una mucca in allevamento intensivo. A scuola il bambino viene addestrato da maestri efficienti a questo destino da produttore efficiente. Dico a scuola, cioè in quel posto dove le parole merito ed efficienza, unitamente alla parola disciplina, sono le più usate e ambite da qualsiasi docente o dirigente che voglia ricevere un applauso immediato e insindacabile.
Io dico sempre ai ragazzi che le parole possono anche sembrare 'belle', ma che è sbagliato soffermarsi sulla loro scorza, sarebbe invece opportuno individuare a priori la direzione che il sistema vuol farci prendere, anche attraverso quelle 'belle parole'. E in questa società la direzione non è mai libertaria, ma sempre autoritaria. Come non esultare anche di fronte alla parola 'sicurezza'? Ne parlerei per ore. Coraggio, chi non vorrebbe essere al sicuro? Ma proprio la direzione autoritaria del sistema è quella che dà al termine sicurezza un significato che inevitabilmente si traduce in coercizione, controllo, punizione, con la risibile scusante de 'lo faccio per il tuo bene'. A scuola quel 'lo faccio per il tuo bene' è un mantra, un tormentone che torna sempre utile (agli adulti già efficienti). Ed è sempre questo sistema che ci rende invece terribilmente insicuri proprio attraverso i suoi apparati di coercizione, sostenuti a colpi di legge, che tutti accettano o perché ammantate dall'illusione della 'sicurezza', o perché non esiste alcuna legge dello Stato che non preveda una punizione, qualora... ('se questo è un uomo'!)
Ma se il contrario di autoritario è libertario, qual è il contrario di 'efficienza e merito'? Nel suo magnifico libro 'L'educazione libertaria', Joel Spring parla di 'crescente autonomia inidividuale' da contrapporre alla logica del merito e dell'efficienza. Spring - anche lui - dice chiaramente che le istituzioni dipendono soltanto 'dalla volontà delle persone di accettare l'autorità e la legittimità di queste istituzioni' e che perciò la questione dovrebbe spostarsi dal 'come adattare l'individuo alla macchina sociale' al 'perché le persone sono disposte ad accettare il lavoro senza soddisfazione personale e un'autorità sociale che limita la loro libertà'. Tutto il libro di Spring, come lui stesso sottolinea, spiega questa 'condizione di accettazione', che è sostanzialmente 'il risultato degli ideali, delle credenze e delle ideologie messe in testa al bambino', e che lo conducono a diventare un adulto adattato, dove il lavoro, ritenuto un dovere, deve essere svolto con efficienza anche se questo non ha alcuna relazione con i propri bisogni e desideri. 
Spring individua perciò nella scuola libertaria il mezzo attraverso cui ogni individuo sviluppa quella 'crescente autonomia individuale' necessaria affinché non si pieghi all'autorità, e al contempo necessaria per una volontà di partecipazione diretta dell'organizzazione sociale, e tutto nella massima libertà. Saremmo di fronte a un radicale cambiamento - dice Spring - individuando nell'educazione il punto centrale della questione sociale e politica, perché - aggiunge - 'ciò che è accaduto è che gli obiettivi e i metodi educativi hanno rispecchiato gli interessi di coloro che detengono il potere nella società' e che l'educazione istituzionale è stata erroneamente percepita dalla gente come uno strumento per il miglioramento sociale.
'Questa situazione fa in modo che l'istruzione pubblica venga utilizzata principalmente come una forza conservativa dei problemi sociali. L'uso dell'istruzione pubblica come strumento di miglioramento sociale ha permesso alle persone di agire come se stessero facendo bene, senza però apportare modifiche fondamentali nella società. Nel XIX e nel XX secolo, l'educazione è stata vista come un mezzo per eliminare la povertà, la criminalità, il disordine urbano, attraverso l'insegnamento nella scuola di comportamenti sociali e abitudini lavorative. Questo significa che (per la scuola, ndt) il problema è il bambino o la bambina, e non che il sistema sociale debba essere cambiato'.

venerdì 25 luglio 2014

La tradizione tradizionalizza. Chiediamoci però che cosa

Non mi aspettavo di certo qualcosa di diverso da parte del nuovo dirigente scolastico nel corso del colloquio di rito. Non potevo contare sull'esplicazione, da parte sua, di concetti riguardanti ad esempio la centralità della persona o la libertà dello studente di essere soggetto attivo e non oggetto passivo (sto dicendo cose che sono ipocritamente scritte persino nelle 'Indicazioni nazionali per il curricolo'). Niente di tutto questo. Il dirigente scolastico, tra l'immensa quantità di cose da poter dire, ha scelto solo un argomento: la disciplina e il rispetto delle regole (quelle scritte e imposte dall'esterno per uno scopo preciso, naturalmente). Neanche una parola sui contenuti della materia o, chessoìo, sulla presunta 'libertà di insegnamento'. Ma non mi aspettavo qualcosa di diverso, come dicevo.
L'immaginario comune si inclina (e si inchina) sempre più favorevolmente e pericolosamente all'idea che l'insegnante debba essere un poliziotto e un giudice, più che un informatore. Più l'insegnante dimostra di essere in grado di reprimere e 'mantenere' l'ordine, più è considerato un bravo insegnante. Ed è questo che quel dirigente si aspetta anche da me, da tutti quanti. Del resto, una cultura fascistizzante e militare non può che passare attraverso la scuola e la famiglia tradizionale di stampo borghese, quest'ultima culturalmente fomata in questo tipo di scuola. Dunque il problema è la scuola, e del resto lo dicono i fatti. E un problema non si riforma, si elimina.
Si capiscono tante cose dai colloqui. Ad esempio il fatto che l'autorità scolastica, e sottolineo scolastica, si corrughi il sopracciglio in una smorfia di terrore anziché esultare di fronte a un insegnante che dice di occuparsi anche di pedagogia. Come dire: 'questo ne sa più di me, sa entrare meglio di me nello specifico dei fatti educativi, ergo è un pericolo'. Perché la scuola è anche questo, è l'ego autoritario dei dirigenti (spesso divenuti tali per soddisfarlo), dai cui capricci e velleità dipendono gran parte delle decisioni assunte acriticamente dai docenti, e che finiscono per modificare la vita di tutti, studenti e docenti presi in mucchio. Ogni eccezione conferma la regola.
Dal prossimo settembre mi troverò a lottare come ho sempre fatto, sapendo di non ricevere alcun tipo di solidarietà da parte di colleghi e colleghe, ma trovando solo nei ragazzi e nelle ragazze il senso del mio fare o del mio non fare, incontrando quella loro umanità che nessuna scuola vorrà mantenere integra a lungo, per disegno prestabilito. Per davvero non mi aspettavo qualcosa di diverso, sarei stato presuntuoso a crederlo, fintanto che si tratta di scuola tradizionale e istituzionale.


mercoledì 23 luglio 2014

Francesca nella combriccola

La nostra combriccol(A), formata soprattutto da ex studenti, oggi ha accolto una ragazza sui 20 anni che è venuta a passare qualche giorno di vacanza qui, lontana dallo smog. Si chiama Francesca. Stamattina, quando ho raggiunto la combriccola, ho visto questa ragazza e ci siamo presentati. I ragazzi le avevano già parlato di me, quindi abbiamo bandito certi convenevoli. Come al solito, seduti tutti sul prato, si è parlato del più e del meno, della società, delle aspirazioni personali e così via. Dato che i ragazzi crescono anche intellettualmente, i discorsi ora si fanno sempre più profondi. Gioco forza. Impariamo tante cose scambiandoci opinioni ed esperienze, ma anche bighellonando. Soprattutto impariamo a stabilire rapporti molto complici nel pieno rispetto delle singole individualità e delle esigenze personali.
Francesca ama dipingere ed è uno spirito libero, studia pittura in Accademia. Mentre si discuteva, l'ho percepita molto ricettiva, curiosa. A un certo punto la ragazza ha tirato fuori dalla sua sacca un quaderno e ha cominciato a scrivere qualcosa. Stava prendendo appunti riguardo a ciò che si diceva; si stava ragionando sul contenuto di un libro, e lei aveva segnato sul suo quaderno il titolo del libro e il nome dell'autore. La curiosità e l'interesse verso un argomento sono i soli motori del vero apprendimento. E dire che di fronte a noi c'era proprio una scuola, cioè il luogo dove la voglia spontanea di apprendere viene solitamente repressa dall'obbligo e da tutto il resto. La cosa suonava come uno smacco, e ci piaceva. Ma tant'è, Francesca avrebbe comprato quel libro se io non glielo avessi regalato. Più tardi era andata a prendere qualcosa da mostrarmi. Si trattava di un librone pieno di suoi disegni, schizzi, pensieri e sogni tradotti in immagini, poesie, tracce. Tutti questi disegni portavano e portano il segno preciso di una grande fantasia. I ragazzi ed io ci siamo compiaciuti dei suoi lavori, ma soprattutto del suo essere, assai profondo e creativo. Le ho detto: sai una cosa, Francesca? ti sei salvata.
Alberto intanto aveva preso qualcosa dal suo marsupio, alcune sue poesie scritte sopra dei brandelli di carta, voleva che io le leggessi, e così ho fatto. Anche Matteo ha voluto che io leggessi le sue ultime cose, spiegandomi anche il contesto che le aveva ispirate e il suo stato emotivo in quel momento. Ho letto tutto a voce alta, a tratti mi sono emozionato, oltreché compiaciuto. Forse trascriverò parte di quelle poesie in questo blog, non so quando. Poi siamo andati a riparare la bicicletta che avevo depositato a casa di Matteo. Per quel lavoro ci siamo sistemati in cortile con attrezzi e buona volontà. E mentre la riparazione volgeva al termine, Francesca si divertiva con la fionda a centrare una bottiglia di plastica. Si divertiva moltissimo. Alla fine ci siamo seduti a parlare di permacultura e di come sia necessario stabilire un rapporto più stretto con la natura, anche per riuscire a mantenere integra la nostra.

lunedì 21 luglio 2014

Relazioni di fine anno

Ormai credo che abbia diciassette anni, Matteo. (Chi mi segue da un po' sa chi è Matteo). Quando aveva 14 anni, e già allora manifestava una coscienza libertaria ben delineata, pensavo che nel futuro, quando Matteo sarebbe diventato un ex studente, avrei conosciuto giorni dove i dialoghi con lui sarebbero stati ancora più profondi e acuti, nei limiti che ci sono propri. Credo che quei giorni siano arrivati. Adesso la cosa interessante, quando ci si incontra, è percepire in maniera netta quel buon legame che cresce, silenzioso, nonostante le rispettive vicissitudini e i periodi di lontananza. Allora il nostro parlare diventa non soltanto scambio di pensieri, ma manifestazione di quel buon legame, espressione di un noi per noi, complicità anarchica ormai esplicita. Potrei definire tutto questo amicizia fraterna, sentita reciprocamente.
In questi casi l'oggetto dei nostri discorsi può anche passare in secondo piano, quel che emerge è invece il bisogno di esserci. E qualsiasi scusa è buona per fare in modo di rivedersi e raccontarci. Gli ho chiesto se poteva custodire la mia bicicletta a casa sua, giusto il tempo per ripararla. Presto avvieremo i lavori alla bici, consci del fatto che quella è più che altro una scusa. Verrà ad aiutarci un altro ex studente, un habitué della combriccol(A). L'entusiasmo di Matteo è poi quasi esploso quando gli ho detto che forse sarebbe una cosa buona evadere dalla città per un pomeriggio, non fermarsi a bighellonare soltanto in periferia, ma proseguire, andare oltre, esplorare zone selvagge e boschive. Lo avevamo già fatto, ma oggi lui percepisce più chiaramente il fatto che l'esplorazione di nuovi orizzonti ha anche un valore simbolico o metaforico, che in fondo lo scopo del viaggio è il viaggio stesso, e per un anarchico credo anche essere se stessi un viaggio continuo. Avremo da decidere soltanto il punto cardinale. Poi via.
Mi ha visto raccogliere e mangiare della portulaca, non sapeva che si potesse mangiare, l'ho visto molto interessato a questa cosa. Ma d'altra parte Matteo è sempre stato attento al mondo vegetale: riesce a far germogliare qualsiasi tipo di seme in condizioni inconsuete. Purtroppo i meccanismi burocratici dello Stato lo tengono costantemente sotto pressione, ultimamente gli hanno appioppato uno psicologo (che idioti!), col risultato ironico che ora è lo psicologo che si confida con Matteo raccontandogli la sua vita, dicendogli che se è alle sue costole è solo perché anche lui, lo psicologo, è stato costretto dalla burocrazia. Mi ha fatto sorridere. Abbiamo pensato che dentro questa società, è vero, certe risate hanno sempre qualcosa di molto amaro. Ma prima che l'amaro possa contaminarci irrimediabilmente, noi saremo già oltre. Siamo in viaggio, un buon viaggio.

domenica 13 luglio 2014

A volte mi chiedono

A volte mi chiedono per quale motivo io in rete non parli di 'anarchia in generale'. Capisco la domanda, non ne parlo per tanti motivi, a cominciare dal fatto che sui libri ne parlano molto meglio di me, e inoltre il mio impegno è piuttosto settoriale, si potrà facilmente intuire a quale settore mi riferisco. Ma qui parlerò di un altro motivo, se questo può soddisfare la curiosità di quanti nutrono interesse nei miei riguardi. Certo, preferisco soddisfare di più la curiosità dei bambini, come faccio ogni giorno rispondendo alle loro domande, la quale non ha altri scopi se non la voglia spontanea e naturale di imparare, ma vorrei provare a rispondere, a mio modo.
Per quanto io possa sapere di teoria generale (poco in rapporto, vivo principalmente di azioni) so di non poter pretendere nulla dalle mie parole, specie se l'oggetto della discussione è l'anarchia in generale'. So di non potermi aspettare illuminazioni altrui, aspettarmelo sarebbe da parte mia presuntuoso oltreché antilogico. Non credo infatti che occorrano le parole, quelle sole ed esterne, per far uscire la gente dalla trappola che essa stessa si crea. Potrei urlare 'liberatevi', ma sarebbe completamente inutile senza l'onesta volontà di liberazione da parte del mio interlocutore. Perché il punto è questo. Potrei parlare anni e anni di anarchia, non servirebbe a nulla senza il riscontro favorevole. Perciò la questione si sposta dal chi parla dall'esterno, al chi dovrebbe accogliere le parole. Io posso lanciare dei segnali per constatare se il ricevente è in attività ricettiva, ma se non ho risposta è inutile srotolare tutto il papiro e leggerlo per intero. Questo è ciò che penso adesso, in queste attuali condizioni, e supportato dall'esperienza anche pedagogica, che mi insegna che è meglio stimolare la curiosità piuttosto che offrire il piatto pronto.
Per andare sul personale 'andante con trasporto' direi che liberarsi è un atto individuale e volontario, richiede autosservazione, autoriflessione, volontà e responsabilità personale, tutto ciò che conduce a una presa di coscienza di nuovi punti di vista, spesso sbalorditivi e positivamente inaspettati, che non fanno certamente rimpiangere i vecchi. Quindi, almeno per me, è occorso e occorre del tempo. Leggersi dentro le parole, piuttosto. Non si tratta di mistica codificata e organizzata, di pratiche esoteriche, ma di un pensare in modo non mediato, personalissimo. Niente filtri esterni perturbatori. In questo pensare me stesso, io sono 'solo' anche se mi trovo con altri.
Io credo che ce la possano fare quelli che riescono ad avere un positivo animo critico, ma NON nei riguardi delle novità come spesso avviene (considerate una minaccia all'umanità), ma nei confronti delle consuetudini e dei valori a cui la società si è troppo affezionata. Essere critici con se stessi. Una bella impresa! E' difficile liberarsi, ma è certo che esiste un impulso in ognuno di noi che ci spinge in quella direzione, verso la libertà. Per 'critica' intendo il suo vero significato: 'punto di rottura e di svolta', e non la mera imprecazione lanciata contro i despoti di turno, o l'accusa funzionale solo alla difesa del potere costituito. L'imprecazione serve solo a sfogare una rabbia momentanea: va bene, ma poi? E l'accusa pretestuosa la lascio volentieri ai frequentatori di talk-show, reali o virtuali che siano.
Dicevo, 'punto di rottura e di svolta'. Chi mai riuscirebbe a criticare se stesso, cioè a dare una svolta totale al proprio modo di vedere le cose, che è poi quello che qualcuno ha deciso per tutti al fine di farci diventare 'bravi cittadini'? Chi oserebbe mettere in discussione feticci, convenzioni e automatismi culturali divenuti mentali? Chi vorrebbe diventare 'scomodo' o, andando contro la morale comune, essere preso per sognatore o sovversivo? Difficile vero? Ci sono convinzioni durissime a morire, e credo soprattutto da scoprire; sembra che a toglierci di dosso (di dentro) le sovrastrutture ci manchi il terreno sotto i piedi, mentre sono proprio le usualità assunte acriticamente che ci fanno camminare sul ciglio del baratro. E' difficilissimo distruggere le sovrastrutture culturali, la morale imposta, la presunzione di sapere... ma chi ci riesce, secondo me, può considerarsi una 'merce' preziosa, rara. 'Non son l'uno per cento', cantava Ferré riferendosi agli anarchci. 'Un indispensabile anticorpo della società', diceva De Andrè riferendosi a quei pochi artisti non integrati.
Perciò non posso pretendere nulla dalle mie parole. Anche queste che sto scrivendo adesso, da sole non bastano a 'dare impulso a una causa di libertà', serve altro, serve l'altro, e a tal proposito suggerirei di modificare il 'modello Jakobson' aggiungendo agli elementi della comunicazione quello che secondo me gli manca: la volontà altrui di recepire il messaggio. Anche senza questo elemento non ci potrà mai essere comunicazione, se poi nel concetto di comunicazione vogliamo inglobare anche il suo scopo primario, che è il comprendere per poi scegliere e agire.
Eppure, a guardare più attentamente le cose, ci si potrà accorgere che, all'interno del mio agire insieme agli altri, un agire quotidiano e credo massimamente rispettoso dell'individualità altrui, mi sembra che ci sia abbastanza materiale per poter individuare il carattere di quella che qualcuno chiama 'anarchia in generale'. Simpaticamente.

mercoledì 9 luglio 2014

Dimenticare di essere nati liberi

Il neonato viene subito introdotto nel circuito del sistema per farne di lui un adattato sociale, un normalizzato, un autoritario, un richiedente istruzioni e assistenza. Prima si adegua ai codici coercitivi di questa società mercantile, meglio è. Ma fino a una certa età possiamo ancora vedere il bambino che, di fronte alla minaccia del genitore 'o fai come dico io, o ti punisco' (spesso non esiste neppure la minaccia, si passa alle vie di fatto) reagisce facendo il muso lungo, piangendo, recalcitrando, e soprattutto chiedendosi intimamente perché mai dovrebbe fare una cosa che ritiene ingiusta. Bisogna intendersi subito sul diritto-dovere dei genitori di intervenire arbitrariamente sui figli, e lo farò con Marcello Bernardi che così dice: 'le limitazioni alla libertà di un bambino sono giustificate solo quando sono indispensabili per la difesa della sua persona. Altrimenti sono dei veri e propri attentati alla sua persona'.
Questo tipo di umana reazione del bambino, che vorrebbe solo difendere i suoi diritti e la sua unicità, svanisce per effetto dell'educazione omologante e si fa largo un altro tipo di modello mentale e di comportamento, quello dell'adattato, del richiedente istruzioni. Il bambino imparerà col tempo a distogliere l'attenzione dall'ingiustizia della richiesta o della minaccia in sé, e si concentrerà invece sul come eseguire bene l'ordine senza così avere conseguenze punitive, come prescritto. Imparerà quindi che l'ordine in sé, accompagnato dalla punizione oppure dal premio nella versione adulatoria e subdola della richiesta, non deve essere messo in discussione, perché si tratta di normalità. 'Insomma, se lo fanno tutti, tu non fare il sovversivo'! Il bambino crederà che tutto nell'universo funzioni in questo modo, che non vi possono essere alterantive, e chi le propone è un sovversivo, un pazzo, un sognatore, un animale... Per inciso, chi ha mai letto Flatlandia?
L'unico problema del bambino sulla via dell'adattamento, appena introdotto nel circuito della produzione, è intanto quello di cercare le soluzioni più efficaci per non finire in punizione, ma al contempo per soddisfare i suoi bisogni. E' ancora un umano, ma in pieno conflitto con qualcosa che lo soffoca in quanto tale, e che gli fa intraprendere percorsi dolorosi, non voluti, già alienanti. La bugia detta ai genitori è quasi sempre una di queste soluzioni, che è sostanzialmente un inganno (il bambino lo sa, ne soffre, ma ancora in lui è più forte l'istinto di conservazione della propria libertà) che gli serve a conciliare, là dove è possibile, il proprio diritto a non eseguire un ordine, che ritiene ingiusto, con il volere dei genitori, cioè dell'autorità, della legge calata dall'alto. E' chiaro che l'ingenuità dei bambini è tale per cui la loro autodifesa per mezzo della bugia si rivela a volte comica ('non sono stato io a far cadere il vaso', quando in casa c'era solo lui), ma col passare del tempo egli imparerà ad affinare la tecnica ingannatoria, e non soltanto nei confronti dei genitori o delle autorità a lui più prossime, maestri e professori in testa. Imparerà quindi anche ad accusare gli altri (se in casa con lui c'era il cane o il fratellino, incolperà il cane o il fratellino) e a ricattare a sua volta ('se lo dici alla mamma ti faccio i dispetti').
Ma quando per varie ragioni non è più la bugia ad essere una soluzione, ma è invece il codice di legge ad essere considerato tale (e lo diventerà presto, in barba al buon senso sbandierato ovunque), allora la faccenda è più grave, poiché la persona già adattata, cioè quella che non ha più neppure la vaga idea dell'ingiustizia insita nell'ordine in sé, nella minaccia, nel ricatto, ma anzi lo perpetua con gli altri, sugli altri, eseguirà l'ordine soltanto 'perché lo dice la legge', e lo eseguirà acriticamente nelle forme e nei modi dettati dal sistema padronale, dall'istituzione. Come prescritto. L'umano bambino di prima è finalmente sconfitto, e con lui la sua libertà. Se prima il bambino in via di adattamento cercava ancora i modi meno dolorosi per non eseguire gli ordini (o per eseguirli con un minimo di salvaguardia della propria libertà), ora l'adulto perfettamente adattato trova immediatamente i modi per eseguirli, e li trova già confezionati: di ciò ne è felice, perché il sistema gli fornisce i pre-testi e le scusanti specifiche. Siamo arrivati a un punto della cosiddetta èra civile dove l'adulto, se non trova norme calate dall'alto per un problema che potrebbe risolvere da solo, le richiede a gran voce. In poche parole richiede governi, ordini, punizioni, e 'giustificazioni' preconfezionate. Non a caso, quando si parla di certi argomenti con un adulto normalizzato, le sue frasi sono spesso codificate, stereotipate, gonfie di retorica e di pregiudizi. Tutto acquisito culturalmente. Se i fatti smentiscono la retorica -come avviene- l'adattato si arrabbia, non con se stesso, ma con chi gli dimostra che la sua retorica non regge di fronte ai fatti.
Ci ricordiamo a questo punto dell'intima domanda del bambino non ancora adattato? 'Perché mai dovrei fare una cosa che ritengo ingiusta'? Nell'adulto adattato, nel bravo cittadino ligio al dovere e 'onesto', nella persona educata e per bene, quella domanda è ormai un'ombra remotissima, una questione che i figli devono imparare a soffocare e presto. Quella domanda si trasforma invece e di fatto in un imperativo che l'adulto ben educato rivolge a se stesso: 'devo fare così perché lo dice la legge, e se non lo faccio nei modi e nei tempi stabiliti mi puniscono; io lo posso anche trovare ingiusto, ma la legge è legge'. 
Tutto questo aderisce al modello generale imposto, al modus perpetuandi di questa società, laddove non ci si chiede più, ad esempio, se sia necessaria la scuola tradizionale (specie se obbligatoria), dati i suoi tragici effetti visibili ovunque, quanto invece se sia prudente disertarla, data la punizione prevista dalla legge. Ogni questione calata dall'alto, in questa società, si sposta dalla sua vera sostanza alle conseguenze previste in caso di disobbedienza. Non si affronta neppure la questione se sia umano un popolo governato attraverso la paura, perché ormai è tutto così orribilmente normale e consolidato, soprattutto la paura di tornare liberi e umani.
Qualcuno si chiedeva come mai i popoli obbediscono all'autorità costituita anche quando obbedire significa andare contro i propri interessi. Prodigi dell'educazione.

venerdì 4 luglio 2014

Il vento autoritario

Vivo e lavoro da servo ribelle in luoghi geografici a bassa densità demografica. Paesi piccoli per intenderci. E' stata una libera scelta, anche questa. Ci sono i pro e i contro; tra i contro, l'oscurantismo più agguerrito e tenace, ma anche una scuola convenzionale dove nel giro di pochi anni si può esaurire la carica potenziale di passione. Ci si logora in fretta, sia per l'autoritarismo di matrice provinciale (incrostazioni molto pesanti), sia perché in qualche modo si percepisce che un oltre è difficile da raggiungere senza solidarietà, quindi ciò che è fatto è fatto. Come alcuni forse sanno o intuiscono, infatti, nella scuola dove attualmente insegno non ho alcun tipo di sostegno morale da parte dei colleghi, semmai ho ostacoli quotidiani. Troppi. Vanno avanti da anni. 
Allora penso a quello che ho fatto concrertamente insieme ai ragazzi, parlo con loro, penso a loro, e alla fine dico a me stesso: qualcuno di loro si è salvato, sono contento, ne è valsa la pena. E poiché - dicevo - più in là non posso andare anche a causa delle difficoltà dovute ad un autoritarismo tanto ridicolo quanto esasperante (ne parlavo in un'intervista nel sito di David Gribble, Libertarian Education), che si traduce concretamente in autentica cattiveria e costante persecuzione legalizzata contro la mia persona, ho pensato di cambiare zona, cambiare scuola, incontrare nuove persone, altri ragazzi, altri paesini. Nella condizione in cui mi trovo adesso, cambiare scuola non può far altro che rigenerarmi, senza contare che ciò mi darebbe pure l'opportunità di far conoscere altrove la pedagogia libertaria e di educarsi reciprocamente in questo senso, appunto in maniera libera e viva insieme ad altri ragazzi/e, che sono persone e non animali da addestrare, men che meno all'obbedienza e al capitalismo.
Ciò non cancella od elimina il felicissimo rapporto che ho da anni con i miei attuali studenti ed ex studenti, semmai si espandono ancora di più le conoscenze, tutte quelle relazioni che fanno vita concreta, esperienze da condividere, conoscenza e apprendimento anche incidentale. 
Il granello di sabbia frustato dal vento non si rompe, salta di duna in duna, e si posa là dove l'apparato autoritario non avrebbe mai voluto, in altri suoi ingranaggi, ma è grazie al suo fetido vento che mi sposto e mi agito.


venerdì 30 maggio 2014

Tanta scuola per una società di infelici

Il nostro modo di costruire questo tipo di società, crudele e violenta, dipende da un progetto precisissimo, altrettanto crudele e violento, e antico quanto il capitalismo. E' un progetto eminentemente pedagogico, anzitutto, in grado di modificare profondamente gli esseri umani, i loro pensieri, le loro azioni conseguenti. Poche persone si salvano da questa progetto, per merito di particolari dinamiche relazionali avvenute nella loro infanzia. Infatti è nel periodo infantile che il progetto crudele e violento inizia ad attuarsi, e non può che essere così. Ciò che avviene durante l'infanzia decide il futuro della società. Ma quello che avviene durante l'infanzia è stato deciso e progettato dai propagandisti del capitale per ottenere una società che attui lo stesso loro progetto. Ci sono riusciti.
Il sistema si regge soltanto attraverso una serie di artifizi, e anche da ciò si capisce che questo tipo di società non ha niente a che fare col percorso naturale delle cose. Una verità naturale non ha bisogno di artifizi per essere. Una verità naturale è di per sé. Di conseguenza, siamo di fronte a una società creduta naturale, ma che non lo è, perché è costruita secondo quel progetto crudele e violento, secondo un artifizio costante. Non aveva torto Ivan Illich quando affermava che 'la scuola è l'agenzia pubblicitaria che ti fa credere di avere bisogno della società così com'è'. E' nella scuola che si compie il progetto violento. E tra le altre cose, il progetto consiste anche nel fidelizzare le persone al progetto stesso, che lo perpetuano. Quasi nessuno riesce ad esempio a immaginarsi una società senza quel luogo preciso chiamato scuola. Gli adulti sono affezionati alla scuola, sono stati portati a credere che senza scuola l'umanità si abbrutisca. Io mi guardo attorno e vedo esattamente l'opposto, vedo che presso le comunità dove la scuola non è altro che la vita stessa le persone hanno un senso di umanità straordinario e profondo, vige soprattutto l'empatia, la solidarietà, la gioia di vivere. Gli abbrutiti li vedo maggiormente in questa società scolarizzata e militarizzata. Val forse la pena - mi chiedo - barattare la gioia di vivere e la vita stessa con un 10 in pagella? Il fatto si è  che tutte le persone scolarizzate considerano invece 'vita' proprio la pagella, considerano 'vita' ogni cosa insegnata nel luogo dove la vita stessa è negata, dove la gioia è soffocata, vietata, punita. Le persone scolarizzate pensano che la libertà si conquisti attraverso la scuola, cioè in quel luogo in cui proprio la libertà viene cancellata ogni giorno, massacrata per anni, dimenticata, per imparare a essere dipendenti, schiavi produttori, voraci consumatori, asserviti d'ogni risma e caratura, e acerrimi nemici delle libertà propria e altrui. La libertà si ottiene solo con la libertà, così come la pace non può che ottenersi con la pace, la giustizia con la giustizia (che vuol dire comprensione, non vendetta), l'amore con l'amore, l'umanità con quell'umanità dataci dalla natura e toltaci dai progettisti del capitale.
Io sono profondamente convinto che una società libera e umana può esistere soltanto quando le persone si libereranno dalle convinzioni, dal consueto, dalla fidelizzazione al sistema, dalla scuola, e lasceranno finalmente in pace i bambini, che sono semi da non toccare. La natura sa quello che fa. Lasciamo fare a lei, secondo il suo progetto materno, non di quello del sistema. Non impicciamoci, a meno che non si voglia continuare a credere che sia più importante un 10 in pagella che la vita stessa.
Una società come la nostra forma esseri aderenti ad essa, perciò le persone pensano che andare a scuola sia utile. Utile per che cosa? Per l'adattamento. Un 10 in pagella cosa dichiara? Dichiara proprio il buon inizio dell'adattamento, del percorso che inserisce bene la gente nella società del consumo e del capitale. Con i 10 sulla pagella si diventa forse bravi lavoratori salariati o - come sperano tutti - persino ottimi dirigenti, cioè ingranaggi perfettamente funzionali a questa società violenta e gerarchica, riproduttrici infaticabili di ciò per cui ci lamentiamo. 
Che cosa produci tu, lavoratore salariato? Quali altri ingranaggi del sistema oppressivo fai funzionare col tuo lavoro? Tu dici che se non si lavora non si mangia, ma è proprio questa la trappola del progetto pedagogico: diventa schiavo del capitale, altrimenti non mangi. Non ti sembra un ricatto? Se pensi che questo ricatto sia giusto e naturale perché non sai immaginarti un'altra condizione di vita con un altro concetto di lavoro, allora perché continui a lamentarti se ti fanno pagare anche l'acqua per bere o il giaciglio su cui riposi le membra percosse? Insomma, se è questa l'idea di vita che abbiamo, cioè il famoso 'lavora, produci, consuma, crepa', allora dovremmo essere tutti felici, perché questo obiettivo è stato pienamente raggiunto. Invece io vedo in giro persone alienate, incattivite, serve, tutt'altro che felici, a cominciare dai bambini nella loro galera esclusiva chiamata scuola.

giovedì 1 maggio 2014

OCM: Organismi Culturalmente Modificati

Per potersi perpetuare, il sistema deve -tra le altre cose- fornire ad ogni persona una dottrina ben precisa elargita sottoforma di bagaglio culturale in grado di far percepire ad ognuno, fin dai primi anni di vita, una propria presunta colpevolezza, una propria presunta cattiveria innata, sì da far giustificare l'esistenza di agenti esterni moralizzatori, governativi, punitivi, correttivi. A questo scopo, sia lo Stato, sia la Chiesa, hanno messo in opera un circolo vizioso molto efficace che posso riassumere in questo modo: mi si corregge, dunque sono cattivo; sono cattivo, dunque mi si deve correggere. Anche su questa base decisamente perversa e pretestuosa poggia la falsa convinzione secondo cui l'essere umano nasca cattivo, convinzione infondata e peraltro smontata da molto tempo anche attraverso i fatti, oltre che viziata da un'evidente superficialità. L'idea di punire un bambino, di adattarlo a un tipo preciso di ambiente per mezzo di coercizioni e ricatti, ricalca dunque ciò che la nostra società apprende di continuo sulla base della presunzione della cattiveria innata degli uomini. E' per questo motivo che il sistema teme la diffusione dei testi che smontano la tesi lorenziana sulla presunta aggressività biologica degli esseri umani, combattendo al contempo questi testi laddove riescono a trovare uno spiraglio per emergere.
Non voglio dire tout-court che l'essere umano nasca buono facendo di questa affermazione un assoluto, cadrei nell'errore di quelli che affermano il contrario, dico invece che che l'essere umano, essendo un animale sociale, nasce anzitutto solidale, cooperativo. Non è poco di fronte ad un sistema culturale che ci costringe pretestuosamente alla competizione feroce in ogni piccolo anfratto del nostro tipo di società, vissuta e/o rappresentata. E non è poco neppure di fronte al significato profondo che questa innata solidarietà porta con sé, la quale infatti designa un senso morale che preesiste a una qualsiasi organizzazione sociale, e che afferma anche una precisa capacità logica neonatale (Alison Gopnik e Sarah Gurcel).
Oggi noi sappiamo anche attraverso studi recenti compiuti in Québec che il senso morale del bambino è innato, portatore di un profondo senso di giustizia e di espressione empatica fin dai suoi primi giorni di vita. Proprio come gli animali non umani che non si esprimono attraverso un linguaggio a noi comprensibile, anche il neonato è impossibilitato a manifestare questi suoi sensi e sentimenti attraverso i nostri codici verbali, eppure quei sentimenti e quei sensi li ha. Quelli che profittano di tutti gli esseri viventi non parlanti, in quanto non parlanti, modificando il loro progetto naturale di vita per avvantaggiarsene, sono di fatto dei criminali, ma questo è un inciso personale che voglio fare qui. Di certo non si può sorvolare di fronte a un bambino piccolissimo, quindi non ancora scolarizzato, che si muove a compassione vedendo qualcun altro soffrire: quale morale, quale empatia lo ha spinto se non la propria, naturale, e di nessun altro? Quale senso di giustizia se non il proprio, naturale, e di nessun altro? E non si può neppure sorvolare sugli scopi distruttivi di un continuo processo correttivo dato da una morale esterna che viene imposta ormai per mezzo della stessa società già culturalmente modificata che aliena la natura dei suoi componenti. Siamo da molto tempo di fronte a una società composta da quelli che io definisco OCM, cioè Organismi Culturalmente Modificati, in grado di modificarsi da soli in funzione degli scopi del sistema. Anche le scuole sono contenitori istituzionali in cui la natura dell'essere umano viene modificata culturalmente, e fanno parte dei numerosi agenti moralizzatori, governativi, punitivi, correttori, che mettono in opera quel circolo vizioso di cui sopra e che ancora ripeto: mi si corregge, dunque sono cattivo; sono cattivo, dunque mi si deve correggere.
Quello del progetto culturale (colonizzazione) di quanti hanno voluto questo tipo di società autopoieticamente violenta, competitiva e autoritaria, è un capitolo enorme che non apro qui, anche perché è stato trattato altrove e da altri in maniera migliore di quanto possa fare io. E' ovvio che si stava meglio prima dell'imposizione dello Stato. Ma non cerchiamo questi temi a scuola o in tv, sarebbe velleitario e ingenuo. In questo senso, credo valga la pena ricordare, tra gli altri, il lavoro di Alice Miller, la quale ha dimostrato che la violenza espressa politicamente nasce da individui che hanno avuto un'infanzia distrutta dalla violenza dei genitori e degli educatori. E non si parla solo di violenza palpabile, cioè quella che la massa vede e addita, ma soprattutto di violenza culturale e strutturale, quella che non si vede, quella che -a parte gli anarchici e qualcun altro- nessuno addita, ma che fa esplodere la violenza che tutti vedono (Johan Galtung). E val la pena anche riferirsi al lavoro di Marshall Sahlins che sul dualismo natura-cultura ha insistito parecchio, rivelando 'Un grosso sbaglio' in cui siamo caduti, smantellando dentro e fuori l'Università di Chicago convenzioni e pregiudizi duri a morire, fino a ribellarsi ad essi presentando le sue dimissioni dall'Accademia nazionale delle scienze in USA, collaboratrice dell'esercito americano nelle ricerche condotte nelle aree di guerra.
Ritornano le parole di Giorgio Gaber: 'non insegnate ai bambini la vostra morale...' e, aggiungo io, al fine di non avere più OCM che riproducono questo tipo di società.

venerdì 4 aprile 2014

Invalsi: come mucche da latte per il loro profitto

Come la mela di Biancaneve, gli strumenti del potere hanno sempre una scorza lucida e una polpa avvelenata. L'Invalsi è uno strumento del potere autoritario, come tale è subdolo nei modi e nocivo negli scopi. Presentato come misuratore delle conoscenze degli studenti, l'Invalsi è invece un classificatore dell'azione autoritaria dei docenti e un misuratore dell'azione omologante delle scuole. I buoni voti dello studente non attestano la sua intelligenza, ma la capacità del docente di essere riuscito -non importa in che modo- a inculcargli le nozioni predefinite, calate dall'alto, 'finalizzate a', e pericolosamente massificanti. In bocca al potere, le parole 'merito' ed 'efficienza' hanno sempre avuto una valenza fortemente antiumana, antisolidale, nefasta, che prefigura guerre fra poveri e ingiustizie. Merito ed efficienza, in un regime come quello Statale, sono, a mio avviso, prerogative che aderiscono soltanto alla filosofia militare.
Oggi 'gli specialisti' dell'educazione che si prestano colpevolmente a collaborare con l'Invalsi e con il Ministero, a causa delle proteste della gente e degli insuccessi dei test a livello mondiale, non nascondono il fatto che questi ultimi presentino delle 'criticità', così dicono gli specialisti addetti alla lubrificazione degli ingranaggi di sistema. Ma dire 'criticità' significa far capire subdolamente alla gente che, in qualche modo, la macchina virulenta può essere aggiustata. No, grazie! Quando il potere dice di voler aggiustare un proprio strumento, significa solo che vuole potenziarlo. Io non chiamerei 'criticità' ciò che invece dovrebbe essere chiamato col suo vero nome: abominio progettato. E non aggiusterei mai ciò che invece dovrebbe essere distrutto e dimenticato per sempre. E non mi riferisco soltanto all'Invalsi.
Come in un allevamento intensivo di mucche, dove la quantità di latte estorto determina l'abbattimento dell'animale oppure l'orgogliosa esposizione al mercato a seconda di quanto latte dà il bovino all'allevatore, i docenti saranno controllati, valutati, quindi classificati, destinati a un premio o a una punizione, a seconda del loro rendimento aziendale. I docenti torneranno a essere studenti, giudicati nel loro ruolo di kapò, e dovranno dimostrare di essere degli ottimi kapò. Dire che il piano è diabolico è ancora troppo poco, anche perché i bambini e i ragazzi saranno percepiti come oggetti, terreno di battaglia, strumenti attraverso cui i docenti si faranno una guerra spietata per accaparrarsi qualche euro in più o per non soccombere. Al potere non basta più l'obbligo scolastico, vuole adesso anche l'obbligo di efficienza da parte dei suoi kapò, al fine di garantirsi una produzione di sudditi molto più sudditi e capillarmente omologati. Che non ne sfugga uno! E' evidente che il potere ha sempre più paura e si regge su piedi d'argilla, oggi più di ieri.
 E la gente, la massa, che cosa dice? Non avendo mai avuto una formazione libertaria capace di demistificare ogni atto del potere e di rifiutarlo a priori, la massa persegue la linea autoritaria acquisita culturalmente, e per questa massa è evidente che un miglioramento di qualsiasi situazione -a scuola come fuori- debba attuarsi per mezzo dell'autoritarismo e dei suoi strumenti. D'altra parte, lo vediamo anche a scuola, là dove esiste un problema da affrontare, gli strumenti invocati sono quelli per cui, ad esempio, la giustizia viene interpretata come vendetta punitiva. Nulla di strano, dunque, se la gente più cieca inneggi alla guerra fra poveri (qui categoria docenti) per migliorare l'azione devastante della scuola sugli studenti. Migliorare l'autoritarismo. Migliorare le tecniche di sfruttamento e di indottrinamento. Migliorare l'efficienza dei sorveglianti kapò. Significa in sostanza inasprire la linea autoritaria del sistema e gli effetti del suo progetto, occulto ormai solo a chi non lo vuol vedere. La massa, quale prodotto del sistema, è di per sé antidemocratica e fascista, diceva Adorno, e ahimé si vede.

P.S. Non che io, sulla questione Invalsi, non abbia mai allertato i miei colleghi e le mie colleghe, ne parlavo già nel 2009, ma a quel tempo ricevetti da loro soltanto qualche risatina e un'alzata di spalle. Alcuni di loro oggi hanno capito, altri continuano ad avere lo stesso atteggiamento menefreghista e disinvolto, e con quell'atteggiamento si rendono più colpevoli del potere stesso, poiché volontariamente complici. Aspirano alla loro esposizione alla fiera del bestiame, e a una medaglietta ricordo.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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