Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -

martedì 29 dicembre 2015

L'esperienza, presupposto del buon apprendimento.

Possiamo riconoscere senza alcuna difficoltà che l'esperienza diretta è quella che sta alla base di ogni buon apprendimento. Lo si scrive da almeno 2600 anni. Eppure la nostra cultura ritiene ancora, attraverso una reiterata e immutata serie di pretesti e di fasulle convinzioni, che i bambini e le bambine debbano imparare fin da subito a sapersi privare della possibilità di fare esperienze dirette e ad essere rinchiusi/e dentro coloratissimi loculi scolastici o familiari. Divieto di esperienza, dunque, che vuol dire anche divieto di trarre piacere dall'autonoma scoperta, dalla libera ricerca, dalla spontanea creatività, dal naturale autoapprendimento, ecc.
Per l'anno nuovo, quello solare che sta per aprirsi, io non ho buoni propositi, perché ce li ho tutti cattivi, come sempre. E quelli farò. Mi auguro infatti di poter dare ancora ai bambini la voglia di evadere o sabotare tutti quei luoghi 'dove molti uomini si rinchiudono o vengono rinchiusi', in cui viene vietata l'esperienza e la gioia, come pure la possibilità di essere pienamente se stessi o quel che si desidera essere. Vorrei continuare a rimanere vicino ai bambini per non imporre loro nulla, per non ostacolare il loro bisogno naturale di vivere, di rifiutare la pedagogia del dover essere, della competizione, della noia ripetitiva, dell'obbedienza, della prevaricazione come valore indispensabile. Se eresia vuol dire creatività, opportunità di emancipazione per il genere umano, liberazione dai dogmi di ogni genere, allora vorrei continuare ad essere additato come eretico di fronte all'oscurantismo di colleghi e colleghe, di dirigenti scolastici e società educata. Continuerò a lasciar decidere i bambini e le bambine le cose che vogliono fare o non fare. Questo, seppur rimanendo - ahimé - all'interno di una cella, ma stabilendo con loro nuovi legami di complicità fondati sul rispetto reciproco, e decidendo sempre insieme il da farsi.
Certo, di vincoli ce ne sono una infinità dentro una scuola istituzionale, vincoli ed ostacoli anche materiali che non permettono di mettere in pratica una reale pedagogia dell'esperienza, né di attivare tutti gli strumenti per favorire lo sviluppo della responsabilità personale, perché, vorrei ricordarlo, libertà vuol dire anche assunzione di responsabilità che si esprime sulla base di una moralità propria, umana, non condizionata. E l'unico modo per imparare la libertà (e quindi la responsabilità) è quello di viverla. Ma come dice Marcello Bernardi:
'Tutti i tipi di esperienza sono guardati con grandissimo sospetto dai genitori, insegnanti e padri spirituali, e impediti nei limiti del possibile. A meno che non si tratti di esperienze programmate e controllate da coloro che si dicono educatori, preferibilmente nell'ambito di quei due istituti di reclusione che sono la casa e la scuola'.
La nostra società, purtroppo, ed ogni eccezione conferma la regola, continua a plasmare/produrre bambini e bambine sull'identico modello pedagogico mercantile e competitivo, antropocentrico e fascista, e questo modello, a sua volta, genererà cloni sociali della stessa caratura valoriale che lo difenderanno e perpetueranno. E' un cane che si morde la coda, e se la morde essendo spinto da falsi pretesti, dai soliti luoghi comuni. Diciamolo: 'chi si fida a concedere un'autonomia a questi scapestrati ragazzini? E' la domanda che si pone Marcello Bernardi scimmiottando gli adulti terrorizzati all'idea di dover lasciare i bambini liberi.
'E se si allontanassero dal loro terreno di cultura, se riuscissero a sfuggire alla custodia familiare e scolastica, se incontrassero delle cattive compagnie, se imparassero che si può essere diversi da come li vogliono i grandi che sanno qual è il loro bene? No, no, andiamoci cauti. L'autonomia, per i nostri bravi educatori, va bene solo per chi non ne ha più bisogno, cioè per l'adulto ormai inserito nel sistema. Non ne ha più bisogno, costui, semplicemente perché non è più capace di farne nessun uso.
Si vorrebbe che l'individuo, dalla nascita al servizio militare, facesse e conoscesse solo quello che scelgono gli altri, quelli che 'ne sanno più di lui'. Lo si vorrebbe sempre a portata di mano, sempre sotto controllo. Che poi non ci si riesca, è un altro affare. Il fallimento, giustificano gli aspiranti controllori, è un segno di questi tempi nefandi, è la conseguenza della generale corruzione e del ben noto 'tramonto dei Valori'.
Se un bambino, o un ragazzo, può disporre degli strumenti che gli servono, e in primo luogo di quel tanto di autonomia che gli permetta di fare le sue esperienze, egli evolve e progredisce. E da questa sua autocostruzione nasce in definitiva la sua regola di vita. Non dalle indicazioni più o meno autoritarie che gli vengono date dagli altri [...] Il compito del rapporto educativo, diciamolo ancora una volta, non è quello di stampare in un individuo determinate qualità, ma bensì quello di aiutare l'individuo a sviluppare le sue qualità'. (M. Bernardi: 'Educazione e libertà', Rizzoli).
A scanso di equivoci, sempre facili a venire a galla in questi casi, direi che 'aiutare' non dovrebbe mai tradursi con il pretestuoso 'te lo impongo per il tuo bene'. Aiutare significa anzitutto incontrarsi in un rapporto non gerarchico, paritario, libero, dentro un contesto altrettanto libero, svincolato da burocrazie e strutture competitive. Il resto è vera vita. Buon anno nuovo a voi.

lunedì 14 dicembre 2015

Viva la cultura? Quale cultura?

Per avere un popolo servo bisogna anzitutto assoggettarlo fisicamente e psicologicamente. Armi in pugno e intelligence autoritaria! Ma questo non basta, ben lo sapevano già gli antichi egizi, perché un servo assoggettato in questo modo rimane sempre consapevole della propria condizione ed è quindi sempre teso ad un pensiero di liberazione e di libertà. Quindi gli ingegneri del sistema hanno escogitato il modo perfetto di avere un popolo sì servo, ma devoto alle autorità e al sistema stesso. Il modo perfetto è l'assoggettamento sul piano culturale, cosa che garantisce al sistema il fatto di perpetuarsi per volontà stessa dei servi. L'azione culturale sui popoli l'ha sempre svolta la scuola, l'educazione, l'istruzione, un sistema pedagogico preciso, dottrinale e addestrante, che genera una società perfettamente colonizzata in tutte le sue componenti. Quando una società si scolarizza non diventa più intelligente ed emancipata, come erroneamente si tende a credere, ma si rende soltanto obbediente, una costruttrice felice della propria servitù. Quindi attenzione quando noi tutti inneggiamo alla cultura senza neppure specificare alcunché (viva la cultura, più cultura per tutti, ecc), perché tutto dipende sempre da quale tipo di cultura vogliamo essere colonizzati. Per quanto mi riguarda, l'unica cultura che desidero per me è quella libertaria, certamente umana e di vera emancipazione. Stesso discorso vale per i libri; mi sembra stupido inneggiare al libro in sé senza mai specificarne il tipo. Un tizio può aver letto migliaia e migliaia di libri, ma di autori talmente infimi, scolastici, o comunque asserviti al sistema, da fare di quel tizio un perfetto servo idiota acculturato e, cosa forse peggiore, assai presuntuoso. Ciò che serve a un'umanità colonizzata come la nostra è un altro tipo di cultura, opposta a quella che il sistema ci propina.

domenica 20 settembre 2015

Marcello Bernardi, ancora sul CUORE


Dal libro raro 'Per una gioventù senza CUORE' di Marcello Bernardi, da cui ho recentemente estratto il capitolo nominato 'LA SCUOLA', traggo oggi per i lettori di questo blog - che ringrazio per le visite costanti - un altro capitolo, quello inserito nel mese di 'marzo' e che si occupa dell'Istituzione e dei due tipi di violenza sui quali, secondo me, nella nostra quotidianità, dovremmo porre particolare attenzione per non cadere nei pericolosi errori di valutazione, nei pregiudizi, nelle forme fideistiche nei riguardi della violenza legalizzata che perciò non viene neppure considerata tale dalla nostra società. Buona lettura.

L'ISTITUZIONE

Nel capitolo dedicato al tempestoso mese di marzo ci sono diversi fatti e fatterelli che inducono a meditare sulla violenza. Siamo alla sera del primo marzo quando cominciano i deplorevoli episodi: Franti rompe con una sassata il vetro d'una finestra ed è denunciato da Stardi. Tre giorni dopo Franti cerca di accoppare Stardi. Poi si rifà vivo il padre di Crossi, il prigioniero numero 78, che aveva ammazzato il suo spietato datore di lavoro. Alla metà del mese lo stesso Enrico, solitamente pacifico e inoffensivo, insulta il compagno Coretti e per poco non lo picchia con la riga. Cosa fra le più orrende.
Dice infatti al figlio l'ingegnere Bottini: 'Non dovevi alzare la riga sopra un compagno migliore di te, sopra il figliolo di un soldato!'. Il buon padre lo riconosce senza esitazioni: i figliuoli dei soldati sono in genere migliori dei figliuoli degli ingegneri. I soldati, che hanno la funzione di fare la guerra e cioè di uccidere altri uomini chiamati 'nemici', costituiscono una categoria particolarmente benemerita. L'alzar la riga sul figliolo di un falegname o di un contadino, a quanto dice l'ingegner Bottini, sarebbe stato un atto meno indegno. Il soldato, infatti, può anche assassinare la gente, ma appartiene all'Istituzione, il falegname e il contadino non vi appartengono, quindi contano un po' meno.
Per concludere la serie dei violenti ecco infine il protagonista del racconto mensile, tale Ferruccio di anni 13, che impiega il suo tempo a far la sassaiola e a venire alle mani coi compagni, e poi la livida faccia del giovane Vito Mozzoni, ladro e assassino.
Tutti questi casi hanno una caratteristica comune: la violenza è sempre strettamente personale, privata, esercitata a titolo individuale per malvagità, per vendetta, per collera, per monelleria o per rapina. E la violenza individuale, diversamente da quella governativa, non è tollerata nel piccolo roseo universo del CUORE. La disapprovazione per i personaggi violenti è chiaramente espressa in più punti. Persino il povero ebanista padre di Crossi, che pure aveva degli ottimi motivi per dare una lezione al padrone 'che da un pezzo lo perseguitava', che aveva ucciso involontariamente, che 'ha espiato nobilmente il suo delitto' con sei anni di galera, e che è un uomo di cuore, persino lui viene assolto con qualche riserva. Merita la nostra compassione, il nostro perdono, e anche la nostra stima, ma resta pur sempre un ex-carcerato giustamente perseguitato dal rimorso. Un rimorso che traspare dal suo 'viso smorto e malinconico'. Se la faccia di costui fosse stata vivace e allegra l'autore ne sarebbe rimasto scandalizzato e la sua pietà sarebbe diminuita di molto. Forse sarebbe scomparsa del tutto. Chi commette violenza deve espiare con un perenne pentimento, oppure con la vita, come fa il giovane Ferruccio nel racconto 'Sangue romagnolo'.
Certamente la violenza è condannabile, ma si ha l'impressione che l'autore sia impegnatissimo nel disapprovare la violenza privata, e non lo sia affatto, come si diceva, nel criticare la violenza pubblica. Al contrario, in varie occasioni gli educatori di Enrico si valgono di espressioni entusiastiche ed esaltanti nel trattare il tema della violenza istituzionale. Ce ne sarà un fulgido esempio in giugno, di questa passione per l'assassinio di stato. Una frasetta, ma molto eloquente. Questa volta è proprio Enrico che scrive, evidentemente ormai ammaestrato a dovere. Scrive della sfilata militare: 'E poi venne su lenta, grave, bella nella sua apparenza faticosa e rude, coi suoi grandi soldati, coi suoi muli potenti, l'artiglieria di montagna, che porta lo sgomento e la morte fin dove sale il piede dell'uomo'. Magnifico. I luminosi progressi degli eserciti consentono ormai di portare lo sgomento e la morte dappertutto, anche in cima alle montagne, fin dove sale il piede dell'uomo. Oltre che sui mari. Consentiranno fra qualche anno di portare sgomento e morte anche nel cielo, e fra qualche decennio nello spazio, coi satelliti atomici e i missili intercontinentali. Ma, ripetiamolo, qui si tratta di violenza dell'Istituzione, dello Stato, e perciò buona. Quella cattiva appartiene all'individuo.
Ai violenti individuali irrecuperabili, come Franti e Vito Mozzoni, il CUORE riserva una condanna senza appello; ai violenti provvisori, recuperabili, come il padre di Crossi, o Enrico, o Ferruccio, si assegna la penitenza del rimorso, del rimprovero paterno e della coltellata nella schiena; ai violenti di stato si elargiscono lodi e celebrazioni. In questo capitolo le lodi toccano al conte di Cavour. A un tale succulento esempio di violenza nazionale il padre di Enrico dedica la sua lettera del 29 marzo. '...è lui' scrive l'ingegner Bottini, 'che mandò l'esercito piemontese in Crimea a rialzare la nostra gloria militare... è lui che fece calare dalle Alpi centocinquantamila Francesi a cacciar gli Austriaci dalla Lombardia...', lui che, persino morendo, 'domandava dove fossero i corpi dell'esercito e i generali'. La violenza di Franti, che tira sassate alle finestre e si accapiglia coi compagni, è raccapricciante; quella di Cavour, che manda al massacro migliaia di uomini, è aureolata e trionfale. Franti e Mozzoni ci vengono presentati con facce bieche e coltelli in pugno, Cavour curvo sul lavoro e occupatissimo a salvare l'Italia. Franti e Mozzoni, che impiegano la violenza personale, sono interamente cattivi; Cavour, che impiega la violenza dello stato, è interamente buono. Franti è il criminale, Cavour il Salvatore della Patria.
Ma se qualcuno esprimesse il dubbio che un Salvatore della Patria, almeno in certi casi, altro non sia che un criminale con un esercito a disposizione, quel qualcuno andrebbe difilato in galera. A ben pensarci, l'atteggiamento di Franti e quello di Cavour di fronte al mondo hanno qualcosa in comune: il primo sfida la scuola, il secondo sfida l'Europa. E tutti e due ricorrono alla violenza: Franti lanciando una pietra con le proprie mani, Cavour spargendo la morte con le mani altrui. Però Franti viene scacciato per sempre dalla scuola e dalla società, mentre Cavour viene distribuito per tutto il paese sotto forma di statua. Una statua alla quale, secondo l'ingegner Bottini, dobbiamo dir 'Gloria!' in cuor nostro.

giovedì 17 settembre 2015

La forza è solo nelle braccia

La scuola è stata progettata anche per distruggere l'autodeterminazione delle persone. Negarlo è da stolti, visto il circostante belante. Certo qualcuno, grazie a chissà quale alchimia esistenziale, riesce ancora a salvarsi dal tritacarne scolastico, ma sono troppo pochi al mondo, e sono anche braccati da tutti gli altri. Infatti la persona autodeterminata viene considerata eretica, colpevole, pericolosa, e chissà cos'altro perché critica questa assurda normalità, dimostrando quanto sia dannosa per tutti noi, e inoltre non vuole ordini, non cerca padroni, non vuole governi, li trova offensivi per la propria dignità, sa cosa le serve per poter vivere pienamente, ama la libertà propria e degli altri, affronta eventuali conflitti ponendo le questioni sulla base del buon senso, non sui codici scritti o su quel che dice il capo, anche perché, se fosse per queste poche 'persone pericolose', di capi non ne esisterebbero. Vogliamo sputarci sopra? Perciò la scuola, strumento infallibile e antico del potere, distrugge questa naturale autodeterminazione degli esseri umani, insegna ai bambini e ai ragazzi ad obbedire, e a credere per giunta che sia meritevole di lode farlo. 
Gli adulti già scolarizzati pensano perciò che l'obbedienza sia una virtù. Quello che essi hanno ricevuto è un addestramento culturale di tipo militare e fascista, ma generalmente senza che essi se ne siano mai resi conto, perché a scuola si parla di democrazia, di diritti, di accoglienza, di questo e di quello, tutte belle parole, ma che sono appunto soltanto parole, vuota e stucchevole retorica, ipocrisia pura, nei fatti e attraverso i fatti la scuola fascistizza il 99% delle persone, e anche di più, a prescindere da quanto bravi * siano i docenti o da quanto allegra e luminosa e accogliente sia la struttura architettonica.
Se, attraverso la scuola, lo Stato non provvedesse a distruggere l'autodeterminazione delle persone, non soltanto l'atto di obbedire sarebbe semmai un innocuo fatto personale, un optional discrezionale che non coinvolge tutta la comunità, perturbandola irrimediabilmente, ma non ci sarebbe il potere in quanto autorità dominante, in quanto sfruttamento dell'uomo sull'uomo, violenza strutturale e legalizzata. Perché il vero potere non è mai la sola testa in cima. Il vero potere si esprime per mezzo del 'più giù', è l'insieme delle braccia servili, tutte quelle innumerevoli braccia che eseguono gli ordini, che obbediscono, che non fiatano e aspirano a un premio, che producono e consumano, che rispettano le autorità andando persino contro i propri interessi, esattamente come imparano a fare i bambini impauriti e rinchiusi per anni dentro una classe-cella. Devono imparare a farlo, altrimenti... niente Dominio, niente società borghese, niente violenza istituzionale, niente fascismo, niente arricchimento di pochi ai danni dei molti, niente società 'civile'... 
Facciamola finita con l'educazione, diceva il pedagogista John Holt, lui tra gli altri, e lo ripeto anche io! Lo ripeto però non ai pochi 'pericolosi', ma a quello sterminato e devoto esercito di braccia obbedienti che, purtroppo, proprio per colpa della scuola, credono ancora che quest'ultima sia il luogo deputato all'emancipazione della società. Falso, evidentemente. A questa moltitudine di paurosi ricattati con la divisa nel cervello che difende il potere anche inconsapevolmente, magari dicendo poi 'ho solo eseguito degli ordini' (abbiamo già tristemente udito queste parole altrove, vero?) darei adesso una 'bruttissima notizia': il potere è conservatore in sé; ci si emancipa soltanto disobbedendogli, cominciando magari a disobbedire all'obbligo scolastico, che è diventato un obbligo non certo per inseguire il sogno di una emancipazione collettiva. Chi detiene il potere non ha mai di questi sogni, sarebbero sogni suicidi.

* Ci sarebbe da scrivere molto sulla vulgata che dice spesso 'quel docente è bravo' (il fatto che lo si dica spesso è già un segno per sospettare della faccenda, visto il pessimo risultato che possiamo constatare intorno a noi). Che cosa vuol dire, poi, essere 'bravi docenti'? Magari ne parlerò. In ogni caso è sufficiente scavare un po' nella questione per scoprire che per la nostra società 'essere bravi docenti' significa essere abili nell'addestrare senza farsene accorgere, o abili nel far passare con simpatia e buona attenzione i contenuti decisi dal sistema, o ancora abili nel ridurre la classe al silenzio e costringerla all'immobilità fisica; insomma, essere 'bravi docenti' significa essere abili nel far accettare col sorriso tutti gli ordini dati e a farseli eseguire con altrettanta gioia da bambini e ragazzi. Obbedire e produrre con gioia, essere schiavi docili e grati, acquiescenti, questo è il vero sogno di tutti i padroni e del loro amato Stato.

Arte?

- Un modo per esprimersi.
- Un modo per comunicare.
- Un modo per aumentare la fantasia.
- Un modo per fare bello il mondo.
- Un modo per capire il passato.
- Un modo per capire il futuro.
- E il presente? - Pure! Aahhh, ok.
- Un modo per inventare le cose.
Avete letto le cose che sembrano rispondere meglio alla domanda 'che cos'è l'arte?', secondo l'opinione di alcuni undicenni (classe prima media), incontrati oggi per la prima volta.

mercoledì 12 agosto 2015

Distruzione obbligatoria

'...il lavoratore, costretto per secoli e quindi abituato ad attendere il lavoro, cioè il pane, dal buon volere del padrone, ed a vedere la sua vita continuamente alla mercé di chi possiede la terra ed il capitale, ha finito col credere che sia il padrone che dà da mangiare a lui, e vi domanda ingenuamente come si potrebbe fare a vivere se non vi fossero i signori. Così uno, il quale fin dalla nascita avesse avuto le gambe legate e pure avesse trovato modo di camminare alla men peggio, potrebbe attribuire la sua facoltà di muoversi precisamente a quei legami, che invece non fanno che diminuire e paralizzare   l’energia muscolare delle sue gambe. Se poi agli effetti naturali dell’abitudine s’aggiunga l’educazione data dal padrone, dal prete, dal professore, ecc., i quali sono interessati a predicare che i signori ed il governo sono necessari; se si aggiunga il giudice ed il birro, che si forzano di ridurre al silenzio chi pensasse diversamente e fosse tentato a propagare il suo pensiero, si comprenderà come abbia messo radice, nel cervello poco coltivato della massa laboriosa, il pregiudizio della utilità, della necessità del padrone e del governo'.
Questo diceva Errico Malatesta a proposito dei padroni e dei governi (pdf). Ma lo stesso concetto vale per la scuola, ritenuta ahimé necessaria dalla 'massa laboriosa' soltanto perché questa, la massa, è stata abituata a lunghi anni di obbligo scolastico infantile, sì che, laddove gli infanti dovessero in età adulta accorgersi, nonostante tutto, di possedere ancora del genio creativo e la capacità di imparare autonomamente, questi adulti crederanno che il merito debba essere attribuito alla scuola, quando invece quest'ultima non fa che 'diminuire e paralizzare' l’energia cerebrale e tutte le magnifiche peculiarità umane e naturali, compresa certamente la capacità di imparare per via incidentale e di creare autonomamente. C'è anche chi si salva dall'azione della scuola, e meno male!

Da questo punto di vista, corroborato dall'esperienza storica, chi si è fatto carico di distruggere obbligatoriamente l'essere umano per trarne vantaggio non è altri che quel mostro a due teste rappresentato dallo Stato e dalla Chiesa, che lavora sempre per conto della classe al potere, ma anche beffardamente in nome delle masse sfruttate che continuamente creano i loro sfruttatori per automatismo culturale dogmatico, e ovviamente per 'il pregiudizio della loro utilità'.

venerdì 10 luglio 2015

La fabbrica del cono gigante

immagine presa dal web
Un grumo allegro di bambini, eccoli qui, sono in sei. Stanno giocando insieme con la sabbia del bagnasciuga. Mi piace osservare da lontano i giochi dei bambini, imparo sempre tante cose, e anche loro, giocando, vivendo insieme, imparano incidentalmente tante cose. Questi bambini e queste bambine avranno un'età compresa tra i sei e i dieci anni. Per fortuna accanto a loro non c'è nessun educatore, nessun adulto scolarizzato, nessun insegnante a dividerli per età e a rinchiuderli in qualche cella, sia essa scolastica o di casa, facendoli annoiare mortalmente 'per il loro bene'.
Inizia così la costruzione di un enorme cono, il loro cono di sabbia. Quando i bambini si mettono d'accordo non ce n'è per nessuno, bastano poche parole e due occhiate complici, poi si parte, e se è il caso - come quasi sempre è -  ci si mette d'accordo di continuo anche durante l'opera. Si lavora tutti insieme, febbrilmente, ma è divertente perché è per davvero un gioco, non certo qualcosa di imposto, non certo un ricatto salariale padronale. Questi bambini hanno avuto l'idea di costruire un cono partendo da una grossa pietra di circa 10 Kg e cominciando a ricoprirla di sabbia bagnata. Ecco la fabbrica del cono gigante! Osservo l'autorganizzazione perfetta, immediata, e soprattutto la spontaneità di ogni cosa. Due bambine si dedicano alla modellazione, mentre un bambino rivolta con la paletta la sabbia, e la accumula ben bene affinché una bambina  la trasporti al cantiere, un metro più in là.

inciso
Dev'essere terribile, se ci si pensa, per la moltitudine degli adulti scolarizzati, vedere che, fatte le dovute proporzioni, si possa mettere in piedi un cantiere senza neppure nominare un capocantiere, né un architetto, né un ingegnere, senza insomma tutta quella sfilza di certificazioni gerarchizzate e gerarchizzanti (le specializzazioni di cui Ivan Illich parla spesso, e non certo in modo positivo). Ormai la nostra società non è più in grado di pensare al di fuori dello schema dato e a cui si è affezionata in modo religioso, tanto da non volersene staccare. Anche questi bambini, purtroppo, impareranno il modello culturale dominante e, salvo forse qualcuno, vorranno trasmetterlo agli altri, vorranno essere 'laureati in' solo per avere un ruolo nella macchina del capitale (la nostra  società), ma per adesso essi sono ingegneri, architetti, artisti, capi di se stessi, carpentieri, senza aver bisogno di alcuna certificazione statale, sono perciò persone e basta, e stanno usando la loro naturale e solidale intelligenza e curiosità, con gioia e in autonomia: tutte cose che la scuola uccide scientemente, per progetto occulto.
chiuso inciso
Una volta finito il cono non so bene cosa sia successo, forse i bambini si saranno rimessi d'accordo, fattostà che il bambino più alto della ciurma taglia di netto col piede il vertice del cono. Ma nessuno si innervosisce per questo. Come mai? Ho capito! questi bambini vogliono prendere un'altra pietra e metterla sul tronco di cono, così da realizzare una costruzione ancora più alta. Due di loro, a quattro mani, prendono perciò una seconda pietra e la collocano sul cono mozzato, quindi tutti ricominciano con la sabbia a modellare questa che sembra ormai una cuspide della Sagrada Familia. Quanta gioia, quale slancio di energie, che spontaneità, e per fortuna, come dicevo prima, non c'è nessun adulto scolarizzato a disturbare queste creature con i soliti 'fai così, fai cosà, te lo faccio vedere io, sarebbe meglio fare così, tu non sei capace...'.
Il gioco poi cambia. Una volta finito il cono gigante si inizia con un intreccio reciproco di gambe (le proverbiali acrobazie dei bambini) dove a un certo punto, accavallata la gamba destra sulla gamba del vicino, e torcendo il corpo tutti insieme nello stesso momento, si viene a formare una volta a crociera, un gruppo scultoreo con le mani appoggiate per terra e le gambe che rimangono in alto, sospese. E' una tensostruttura umana! Prima provano in tre, poi in quattro, poi entra nel gioco una bambina davvero piccola di statura, talmente piccola che non riesce ad arrivare alle gambe degli altri per agganciarle, e allora rimane a guardare gli altri e a ridere. Gli altri, vedendo la piccola in disparte, decidono di cambiare gioco e di costruire una piramide umana, in maniera tale che la più piccola possa salire per ultima a formarne il vertice. E così fanno. Tutti si divertono magnificamente. Nel frattempo scopro che anche mezza spiaggia sta osservando divertita ed estasiata questi bambini autorganizzati, questi giochi così spontanei, così vitali e autoeducanti, dove non c'è neppure l'ombra di ideologie e dogmi, nessuna legge esterna da seguire, nessuna direttiva imposta dall'alto, e naturalmente nessun adulto a classificare e a dare premi e punizioni; c'è però l'infinita gioia di essere nel modo in cui ognuno vuole essere. Ciò non genera caos e violenza, al contrario porta convivialità, felicità condivisa con tutti, anche con me che guardo e imparo.

lunedì 29 giugno 2015

Due parole non esaustive sull'aggressività

Di per sé anche l'aggressività non è giudicabile. L'aggressività è. Semmai è il tipo di cultura che determina la sua qualità, e dà facoltà di giudicarla in un senso o in un altro. Possiamo però, a mio modo di vedere, distinguere l'aggressività per le sue finalità, se sono ad esempio autoritarie o libertarie, e da qui giungere se si vuole a un giudizio personale. E infatti, riguardo all'elemento 'aggressività umana', che da Fromm in avanti occorre sempre saper distinguere in distruttiva e costruttiva, maligna o benigna, sono stati scritti dei saggi molto importanti, purtroppo sempre poco o per nulla divulgati, che dimostrano come siano il contesto sociale autoritario e la sua tipica struttura organizzativa gerarchica a influenzarne il tipo, il suo carattere distruttivo, maligno. E infatti, riguardo alla nostra società violenta, si tratta di capire che i mali sociali o del mondo non dipendono dai singoli, cioè dalle singole persone, se non indirettamente e 'per conseguenza di', ma dipendono dalla società stessa, dal suo tipo di struttura entro cui i singoli si collocano, e dal tipo di cultura a cui le persone fanno storicamente riferimento per organizzarsi, pensare e agire. Bisogna guardare alla causa degli avvenimenti, anziché agli effetti, e colpire quella causa se non vogliamo più quegli effetti. Così anche riguardo alla scuola, non è corretto parlare di 'violenza nella scuola', dovremmo invece parlare di 'violenza della scuola', come alcuni pedagogisti e sociologi hanno giustamente osservato prima di me, e come ho già avuto modo di ricordare prima di adesso.
Una struttura sociale pensata in modo tale che tutto abbia una gerarchia, una catena di comando e di obbedienza forzata al suo interno, si configura come una vera e propria fabbrica della violenza, una violenza di tipo visibile e invisibile, e che si autoriforma di continuo, si alimenta di e da se stessa. Potete leggere a tal proposito gli scritti di Johan Galtung riguardo al triangolo della violenza. Se non conoscete Galtung, chiedetevi come mai l'informazione mainstream, di cui fa parte la scuola in maniera severa e primaria, lo censuri volentieri.
Una società strutturata in maniera militare non può far altro che generare e divulgare un tipo conseguente di cultura, quella autoritaria, e perciò ogni àmbito della società sarà coinvolto in un processo educativo e autoeducativo che stimola le persone ad utilizzare un'aggressività di tipo distruttivo, irrazionale, maligno. Donde la necessità del tutto apparente e fallace da parte delle singole persone di credersi le uniche e sole responsabili dei mali del mondo o della società. Ma, come dicevo, il problema non sono i singoli, è la struttura sociale e la cultura che i singoli hanno scelto di costruirsi e che accettano. Scuola e chiesa, poi, essendo istituzioni proprie di questo tipo di società autoritaria, accentuano il senso di colpa dei singoli, in particolare dei bambini ('se mi puniscono vuol dire che sono cattivo, e se sono cattivo merito di essere punito'), e in questo modo viene allontanato dal campo logico-visivo delle persone la vera causa dei problemi e si pensa ad agire autoritariamente sempre sugli effetti, sui singoli, inutilmente com'è ovvio ('La legge non ha mai reso gli uomini neppure poco più giusti' - H. D. Thoreau).
L'aggressività umana di tipo distruttivo origina perciò dalla struttura gerarchica della società, e questa aggressività non può far altro che rigenerarsi e ripetersi nei rapporti sociali, nelle numerose relazioni interpersonali quotidiane, anche quelle parentali. Pensiamo ad esempio al rapporto madre-figlio, dove, in questo tipo preciso di società militare, il figlio è pensato come la proprietà privata del genitore, e quest'ultimo si autoproclama detentore della pubblica morale, della conoscenza, della verità, della serietà, per cui si arroga da solo - con l'avallo della società -  il diritto di plasmare il bambino a sua immagine e somiglianza, a immagine e somiglianza della stessa società, e guai a chi si oppone o tenta di far pensare il bambino autonomamente, criticamente, come la sua natura vuole, non conforme ai costumi  imposti. All'interno di questo rapporto parentale che io molto a stento definirei 'affettivo', i pesi sono enormemente sbilanciati a favore dell'adulto, il bambino in quanto tale è una vittima, vittima anche del troppo 'affetto' riversato su di lui. Infatti la troppa attenzione dei genitori nei riguardi dei figli non ha mai generato caratteri liberi, persone autonome e inclini alla comprensione dell'altro o del disueto. Tutt'altro, i troppi vezzi, la troppa attenzione, il troppo controllo, contribuiscono a organizzare nel bambino un carattere aggressivo-distruttivo, come anche Marcello Bernardi ci ricorda:
'Come pediatra mi accade ogni giorno di vedere bambini letteralmente 'incorporati' dalla madre, continuamente vezzeggiati, continuamente appiccicati al seno materno, continuamente stretti fra le braccia materne, continuamente consolati con paroline e versetti, anche quando non ne hanno alcun bisogno. non sono bambini felici. E soprattutto non sono bambini indipendenti e liberi e non lo saranno mai. Sono soltanto delle appendici della madre. [...] penso di poter dire che in molti casi sia l'eccesso di presenza materna a produrre l'aggressività del bambino. Il che è logico. Un individuo perseguitato da una protezione ossessiva e implacabile può anche sviluppare dentro di sé l'impulso a eliminare il persecutore da un lato e a eliminare l'estraneo, che da sempre gli è stato presentato come nemico, dall'altro lato. Il bambino oppresso da una quantità troppo abbondante di sollecitudini materne si trova infatti nella condizione di dover far fronte a due nemici: lo sconosciuto, che non è preparato ad affrontare, e la stessa madre che lo disturba coi suoi fatali inesauribili interventi. E contro tutti e due egli si arma di pulsioni aggressive'. (Marcello Bernardi).

giovedì 4 giugno 2015

Chiù scola pi tutti

Questa riforma della scuola, ipocritamente e beffardamente definita 'buona scuola', ha un significato molto preciso, come del resto tutte le precedenti riforme. Ha un obiettivo nascosto, come le precedenti. E segue un continuum logico di trasformazione in peggio della società. Se infatti noi tracciamo una direttrice, precisamente la direttrice che risulta dall'azione di tutte le riforme che si sono succedute fino ad oggi, possiamo rilevare - e non senza allarme - che la società si è via via abbrutita, maggiormente asservita, depauperata del senso umano e di solidarietà... in una parola, la nostra cultura si è fatta progressivamente sempre più autoritaria. Le generazioni di giovani, dacché la scuola è stata trasformata in un obbligo, hanno modellato la società sulla base e per conseguenza della cultura che queste stesse generazioni hanno ricevuto dalle strutture scolastiche e dagli altri media. D'altra parte, non è forse molto appetibile per qualsiasi governo raccogliere tutti i bambini e i ragazzi, ma proprio tutti, in un colpo solo, radunarli in un unico calderone per poterne modellare i caratteri e inclinarli a un tipo univoco di cultura e di visione del mondo? Quel calderone è la scuola! E come ci tengono tutti i governi a che neppure un giovane sfugga alla tramoggia culturale con la scusa della 'prevenzione della dispersione scolastica'. Potessi tornare indietro, mi disperderei molto volentieri! Quanto tempo prezioso ho perduto nelle loro celle! Prima ci hanno fatto credere che la scuola obbligatoria rappresenta il bene, il progresso, la conoscenza, noi lo abbiamo creduto attraverso la scuola stessa, e poi si sono inventati la 'dispersione scolastica' come grave peccato sociale da debellare. Sono loro il peccato sociale! E la loro dispersione scolastica è una truffa morale! E' come voler inculcare nelle coscienze che il farsi sfruttare è cosa buona, e quello che sfugge allo sfruttamento è un criminale. Falso! Sono loro i criminali, i progettisti, i riformatori del potere, i parassiti malefici e bugiardissimi della società occidentale che ormai di civile non ha un bel niente! E sarà anche peggio dopo quest'ennesima riforma della scuola. Vogliono infatti una società-Panopticon perfetta! E come sempre, la faranno costruire alle masse schiavizzate grazie alla trasformazione culturale che questa riforma infonderà alle prossime generazioni di schiavi. Un immenso Panopticon, lo capiamo questo? Una società orwelliana dove ogni schiavo produttore non avrà più modo di solidarizzare con il compagno, nell'eventualità ancorché remotissima di rivolta, ma sarà ben felice di condurlo, ad ogni occorrenza, al banco degli imputati per sottoporlo alla valutazione e ad un giudizio dato da altri. Perché è questa la parola d'ordine adesso: autovalutazione. Ma la nuova futura società, cosa dovrà valutare di se stessa? Non è più il tempo dell'addestramento dei servi alla produzione, la società a questo ci è già arrivata da tempo e occorre andare più in là in senso autoritario, da domani la società sarà quella dove i servi si autovaluteranno con gioia e convinzione per vedere se il loro grado di asservimento e addestramento è buono o meno, meritevole di una punizione o di un premio. Questo è precisamente ciò che già fa l'Invalsi: giudica il grado di addestramento che è avvenuto a scuola, attraverso la scuola, ed è una forma di autovalutazione. Autosadismo perfetto. Ma guardate anche i palinsesti televisivi, guardateli come sono in perfetta sincronia e sintonia con gli obiettivi nascosti della scuola, sono già zeppi di programmi in cui i concorrenti, ovviamente sempre in competizione tra di loro e ben categorizzati, sono sempre più sottoposti al giudizio e alla valutazione di vari 'specialisti', i quali, non in tv, ma in una società autoritaria come la nostra, non sono altro che quei miserabili funzionari burocrati al soldo del sistema capitalista e guerrafondaio, persone che da domani valuteranno persino il nostro modo di parlare, se questo sarà necessario al sistema. La scuola non farà altro, con la nuova riforma, che inasprire ancora di più la competizione, la valutazione anche sui docenti, la vigilanza costante con la scusa di qualche altra 'norma sulla sicurezza', le punizioni se non si è conformati o se si disobbedisce, i premi se si dimostra di essere ben adattati o dei gran leccaculo. E le nuove generazioni che cresceranno dentro questo apparato carcerario riformato crederanno sia tutto normale e persino giusto, troveranno che 'vivere' in questo modo, orwellianamente, sia la cosa più saggia da fare nonostante - sono certo - le immancabili lamentele. La trappola invisibile che la 'buona scuola' ci sta preparando è particolarmente subdola e violenta, e lo sarà ancora di più fintanto che le persone non la vedranno, o faranno finta di non vederla, o la riterranno normale, o peggio (sì c'è un peggio) fintanto che la riterranno davvero utile se fosse ancora più pesante. D'altra parte, questa così innominabile non è forse la società ben scolarizzata, obbligatoriamente scolarizzata, che crede ancora, purtroppo, che per risolvere i problemi ci voglia più scolarizzazione? Eccola allora, la 'buona scuola'.

mercoledì 3 giugno 2015

Nel mondo esistono culture, non razze diverse.

Secondo me, il razzista è anzitutto una persona che crede nell'esistenza di razze - classificate arbitrariamente  in inferiori e superiori - tra i membri dell'umano consorzio. Solo in conseguenza di ciò il razzista potrà odiarne di volta in volta qualcuna sulla scorta di un pretesto qualsiasi fornitogli all'occorrenza da un'autorità in cui crede e da cui dipende intellettualmente e moralmente. Il razzista non ha un pensiero veramente autonomo, è una sorta di agente, è un automa che obbedisce a un'istruzione, a un comando esterno e violento, e al quale non sa dire di no, perché in fondo quell'ordine risponde a una sua paura, ma senza ovviamente mai placarla. A mio avviso il razzismo non è altro che la risposta illogica a una paura irrazionale, ma anche una risposta irrazionale a una paura illogica. In una situazione di conflitto per cause irragionevoli come nei casi di razzismo, io ci vedo tre parti in causa: una è l'aggressore, l'altra è l'aggredito, e poi c'è la parte che non si vede ma che ho già nominato, ed è l'autorità, quella che organizza da dietro le quinte e a volte anche dal proscenio, quella che decide quale cultura debba avere una società. Fra queste tre parti in causa la più violenta è certamente il regista, il mandante, l'autorità, il colonizzatore, l'unico individuo che trae vantaggio economico e di potere dal conflitto che egli genera. Se volessi analizzare bene la questione (alcuni lo hanno fatto prima e molto meglio di me, per esempio T. Adorno), scoprirei che in una qualsiasi comunità la parte meno violenta di tutte è proprio la vittima della violenza razzista.
Non si creda che tutto questo non c'entri con la scuola. Purtroppo c'entra eccome!

martedì 28 aprile 2015

Una citazione

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mercoledì 8 aprile 2015

Nessun titolo

Siamo figli di una data cultura disumanizzante, di un tipo preciso di società, di un progetto che qualcuno inizialmente ha fatto su di noi, e che noi adesso riproduciamo e imponiamo ai nostri figli in maniera automatica, dogmatica, inconsapevole, acritica e/o rassegnata. In questa società l'allievo è una preda obbligata dell'adulto, in quanto allievo il bambino è oggetto, non soggetto, ed egli deve purtroppo imparare prestissimo ad adattarsi al modello culturale imperante, deve saperlo difendere da chi propone anche solo un'idea diversa di società. Una società di individui liberi, ad esempio, è inconcepibile per un adulto pensato e trattato in età infantile, e non solo, come un oggetto. 
'Questo trasformare l'allievo in un oggetto' - dice Joel Spring - 'riflette la convinzione che il nocciolo del problema non risieda nella società ma nell'individuo'. E infatti una delle abominevoli specificità della scuola è quella di far credere che siano gli individui i colpevoli, i meritevoli di ingiunzioni, i difettosi, quando invece il problema risiede nel progetto culturale generale, nel metodo di divulgazione obbligatoria dello stesso progetto, nella struttura gerarchica della società, nel paradigma organizzativo-militare che ci viene imposto. D'altra parte lo Stato, proprio come fa la sua scuola, individua sempre l'origine dei problemi sociali nei comportamenti dei singoli, punendoli e costringendoli, trovando in ciò approvazione nella massa conformata (il mito della legalità), proprio perché gli individui sono stati educati sin da piccoli a credere che i mali della società dipendano dai loro comportamenti o persino dalla loro natura, che devono perciò essere curati, diretti, controllati, puniti. Gli individui educati a questa società non riescono a concepire il fatto che l'origine dei problemi si trova invece al di fuori di loro, in qualcosa che essi stessi difendono perché quel qualcosa lo hanno interiorizzato dogmaticamente attraverso l'educazione ricevuta.
In questo modo 'l'approccio educativo' - prosegue Spring - 'parte dal presupposto che la miseria esiste perché le classi subalterne non sanno agire in maniera appropriata nella società. Scopo dell'educazione è quindi di modificare il comportamento delle classi subalterne in modo da conformarle ai bisogni di una società che è causa prima della miseria'. Ma ovviamente, più l'individuo sarà conformato a questo tipo di società, più vorrà essere inserito nel suo tessuto produttivo e morale, e più sarà impossibile risolvere (anche) il problema della miseria. Pertanto il sistema educativo, la cui estensione è la società tutta, procede attribuendo colpe ai singoli, accusando per esempio i poveri di essere dei falliti, o i fantasiosi di essere deviati, e inventando continuamente delle etichette o dei ruoli per poter condannare qualcuno all'occasione.
No, il problema non sono i singoli presi nella loro potenziale autonomia, il problema è l'educazione intesa come comunemente si vuole intendere, cioè istruzione inoculata dall'alto, il problema è ciò che l'educazione produce, qualcosa di aberrante come la massa, il conformismo, un tipo preciso di automa obbediente e omologato che, purtroppo, in mezzo al disastro e al disordine in cui si autocostringe, si inclina per cultura a credere che senza quel luogo specifico in cui viene formato come un automa e che egli chiama 'scuola' ci sarebbero disastri e disordini. Ma io vedo con i miei occhi che la tragedia del genere umano e non umano, i disastri inenarrabili e i disordini, stanno procedendo senza intoppi in una società perfettamente scolarizzata, educata, civilizzata e istruita per obbligo, autoritariamente.

mercoledì 11 marzo 2015

Ho sei anni, e mi dicono che non capisco

A sei anni il bambino non capisce. Dicono che è piccolo e che perciò a sei anni certe cose non si possono capire. Lo dicono i signori adulti, signori e sedicenti padroni dei bambini. Ma diciamo che è pur vero, in effetti a quell'età così giovane e fiera il bambino non capisce per quale motivo debba stare seduto tutto il tempo in un posto che non vuole, che non sceglie, che lo fa soffrire, che vorrebbe disertare,  ma che non può farlo per via delle altre punizioni che riceverebbe. Non capisce per quale dannato motivo, sapendo di avere una propria intelligenza e un'intima morale, egli debba agire o non agire per minaccia, per paura, per ricatto, per rappresaglia. Di ciò se ne chiede il senso senza però trovarlo, perché umanamente un senso a questa cosa non esiste. Cioè, per quale motivo un essere umano, se è davvero tale, dev'essere costretto a fare o non fare le cose perché altrimenti scatterebbe una punizione decisa da altri esseri umani? A quell'età il bambino non capisce perché qualcun altro che ha due gambe come lui, una testa come lui, direi anche una vita come la sua, debba arrogarsi il diritto di decidere tutto per lui, al posto suo: cosa e come fare, cosa e come dire, cosa e come pensare, scrivere, camminare, dormire, mangiare, bere, studiare, vivere... Non lo capisce, anche se chi ha fatto un progetto su di lui gli dà continuamente delle spiegazioni, che però non capisce neanche quelle perché sono spiegazioni stupide, evidentemente inutili, retoriche, che non risolvono nulla, non alleviano il suo dolore.
Ma a 12 anni il bambino è già cambiato, ha capito, somiglia ahimé già troppo a un adulto, soprattutto nel pensiero, nella forma dei suoi ragionamenti, nei contenuti standardizzati di una logica già perfettamente militare e competitiva. Perciò se chiedete a un dodicenne scolarizzato per quale motivo egli debba stare seduto tutto il tempo in un posto che sei anni prima non voleva, non aveva scelto, che avrebbe voluto disertare, vi risponderà tirando fuori qualche motivazione stereotipata imparata dagli adulti, a cui crede ciecamente già da qualche tempo, e che vi farà capire che lui adesso ci tiene tanto alla scuola, a quel luogo di tortura e reclusione obbligatoria; vi dirà che una società non può esistere senza quel luogo che fino a qualche anno prima gli dava l'immagine precisa di ciò che non dovrebbe mai esistere in una società; vi dirà che la curiosità è sì innata, che siamo davvero nati liberi, ma che la scuola serve proprio a mantenere la curiosità e la libertà, come se la natura abbia bisogno di esseri umani sedicenti ottimizzatori di ciò che la natura crea in maniera già ottimale. Qual presunzione questi adulti! Vi dirà queste fandonie, a volte anche quelle più bizzarre e ridicole, vi dirà le stesse cose che dicono gli adulti, pari pari. Non venite a dirmi che la scuola non riproduce perfettamente questo tipo di società malsana, tale e quale, lo stesso tipo di adulto, lo stesso tipo di cercatore di padroni, lo stesso tipo di produttore e consumatore, lo stesso tipo di genitore, lo stesso tipo di ingranaggio per la medesima tipologia di macchina sistemica di sfruttamento.
La scuola convenzionale induce a credere in maniera dogmatica che essa sia necessaria, come se l'istituzione scolastica fosse l'unico posto al mondo dove poter imparare. In realtà la scuola, proprio perché è istituzionalizzata, è l'unico posto al mondo dove, sin dall'infanzia, si distrugge l'essere umano con le sue più straordinarie prerogative naturali (curiosità, creatività, autodeterminazione, fantasia, dignità personale, autocoscienza, fiducia in se stessi, solidarietà...), e dove nessun bambino o ragazzo dovrebbe mai mettere piede, perché se di scuola dobbiamo parlare bene, facciamo che la scuola sia allora tutto il mondo, la vita, i vari contesti, con le relazioni più variegate, le esperienze dirette e vissute alla pari, l'incidentalità dei saperi, il rapporto costruttivo tra le diversità non etichettate, la ricchezza delle soluzioni trovate e quelle ancora da trovare, la gioia della libera ricerca, lo sviluppo libero e autonomo della fantasia, e nessun obbligo, nessun orario stabilito, nessuna cella, nessuna classificazione, nessuna punizione o ricatto, nessun voto, nessuna competizione per una medaglia al petto. A meno che non si voglia ancora perpetuare questo tipo di società fascista per costituzione, indole e vocazione. La scelta è nostra, e saremmo ancora liberi di farla.

martedì 17 febbraio 2015

Allievo viene dal verbo allevare

Non mi piacciono gli allevamenti, perciò neanche la scuola. 'Diffidiamo de' casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudono o vengono rinchiusi...', esordiva Papini nel suo 'Chiudiamo le scuole'
Dal verbo allevare deriva il termine allievo/a; per la Crusca sarà anche un sostantivo, ma nella realtà dei fatti la parola 'allievo' si rivela essere un triste aggettivo, un'etichetta sociale, un ruolo, un attributo, una mansione con un iter di addestramento preordinato. Tra gli obiettivi di tutti gli allevamenti c'è anche quello di sostituire l'essere vivente con un ruolo funzionale all'allevamento stesso. Se ad esempio nell'avicoltura ogni individuo è destinato a diventare un ruolo preciso (pollo, gallina ovaiola, carne per insaccati, piume e foie gras, ecc) anche negli allevamenti umani le persone vengono sostituite dai ruoli con relative destinazioni. Non c'è più l'individuo o l'essere umano, ci sono il musulmano, l'ebreo, il cattolico, il clandestino, l'omosessuale, lo zingaro, l'allievo, il maestro, il meccanico, il contadino, l'ignorante, il matto, l'onorevole, l'anarchico, la donna, l'uomo, il bambino, la bambina, lo sbirro, il siciliano, il piemontese, il fascista, l'americano, il rumeno... e così via. I ruoli diventano dei sostantivi nel momento in cui gli individui si riconoscono totalmente in essi, dimenticando di essere individui, e imparano a farlo molto presto. Gli allevamenti umani, infatti, fanno dimenticare agli individui di essere tali, unici e irripetibili, e creano invece scompartimenti sociali dove questi individui vengono ammassati dopo essere stati classificati e arruolati. Sei arruolato come allievo? Allora stai con tutti gli altri allievi, non puoi stare altrove, e in quanto allievo sei ignorante per definizione. Ti trovi per esempio a Milano ma sei nato a Napoli? Allora, come ricordava ironicamente Massimo Troisi, in quanto napoletano devi per forza essere un emigrante. Con i ruoli ci si divide, si confligge, si classificano gli individui, si generano razzismi e guerre. E ci si omologa in categorie stando all'interno di una omologazione generale, totale.
Attribuire un valore morale o economico a un ruolo è poi qualcosa di criminale, ma è proprio quello che questa società fa, sospinta da una cultura imposta e assunta da tutti come giusta. Classificare gli esseri umani, incasellare tutti gli esseri viventi, non ha altro scopo che quello di far attribuire molto arbitrariamente un valore morale o economico a degli individui divenuti ruoli, strumenti. Capiamo bene che la questione è solamente culturale, non certo naturale. Chi diffonde questa cultura da qualche millennio? Per quale motivo? Attraverso quali strutture e strumenti viene diffusa questa cultura della classificazione, del ruolo, della competizione, della scomparsa dell'individuo unico e irripetibile che non dovrebbe mai essere classificabile e giudicabile? Perché creare una società di etichette in perenne conflitto? A chi giova questa continua e calcolatissima guerra fra poveri, dove ognuno, credendo di difendere il proprio ruolo o la propria ideologia, non fa altro che perpetuare il sistema? Le risposte le abbiamo tutte, e conosciamo anche il modo per uscire fuori da questa tragedia, ma purtroppo anche questa nostra infausta cultura e gli strumenti atti a divulgarla sono diventati dei dogmi da difendere, per cui, ahimé, assisto ad un'umanità disumanizzata che si arruola e si ammazza da sé per cultura imposta, e sempre per cultura crede ciecamente in ciò che fa, anche se va palesemente contro i suoi stessi interessi. Certo che siamo nell'èra del paradosso! Chi proverà a dire a un arruolato che la colpa del disastro sociale è principalmente sua - perché si è fatto arruolare, perché ha creduto in questo tipo di cultura - vedrà tutto il tragico paradosso manifestarsi.
Se ci sono allevamenti vuol dire che a monte ci sono allevatori, ma se ci sono allevatori vuol dire che ancora più a monte qualcuno continua a fabbricare questo ruolo, facendosi allievo, cioè carne da allevare e arruolare, autodichiarandosi così un idiota che ha bisogno di addestratori e moralizzatori. Credo perciò che la colpa dei mali di cui soffre l'umanità non sia degli allevatori, ma di chi vuol farsi allevare e rinchiudere nei 'casamenti di grande superficie'.

mercoledì 7 gennaio 2015

Pensandomi come un essere umano

La scuola sottrae del tempo ai ragazzi. Tempo per vivere. Vivere vuol dire tante cose, questo è certo, ma forse vuol dire soprattutto realizzarsi in quanto esseri umani, non in quanto ruoli sociali o strumenti di produzione. Realizzarsi in quanto esseri umani significa secondo me anzitutto conoscersi senza disconoscersi, cioè senza tradire le proprie attitudini, le proprie esigenze, le proprie aspettative; significa non essere altro da sé, significa stare il più vicino possibile al proprio modo di sentirsi e di volersi. 
Se però un individuo si lascia gestire emotivamente dai dogmi imposti da una cultura, il suo sentire e le sue emozioni saranno rivolte verso la difesa di quei dogmi. In altre parole, quella persona si identificherà nelle credenze provenienti dall'esterno, laiche o religiose che siano, e sarà facile preda dei pregiudizi, con tutti i conflitti sociali che ne derivano. Ma se una persona non si lascia condizionare dagli elementi che provengono dall'esterno, che sappiamo essere elementi depositati espressamente nel canestro della cultura-di-massa in una precisa epoca storica, allora quella persona non avrà nient'altro a cui pensare se non a se stesso, alla sua integrità morale, allo sviluppo del suo pensiero critco e autonomo, alla sua unicità. In questo modo si recupera e si sviluppa anche l'empatia, quel particolare modo di sentire ormai perduto che è totalmente in opposizione al modo attuale di non sentire più gli altri. Là dove c'è competizione strutturale, istituzionale, culturale, si uccide l'empatia. Difficile da recuperare quando si diventa adulti scolarizzati e adattati.
La scuola sottrae del tempo, costruisce dogmi di vario genere, e insegna a perpetuarli. Uno di questi dogmi è quello che ci fa credere che la scuola sia necessaria. E' un dogma molto duro a morire, nonostante le evidenze storiche dimostrino che questo crogiuolo istituzionale in cui viene fusa la sostanza di cui è fatta la nostra società soddisfa soltanto le esigenze di quelli che progettano e riprogettano la macchina capitalista della produzione. Una produzione continua anche di schiavi produttori. Ma l'evidenza, si sa, spesso si fa finta di non vederla, soprattutto quando ci scopre i nervi e svela le colpevoli e dolorosissime complicità di ognuno.
Secondo il mio punto di vista, togliere agli altri il tempo vitale è un autentico delitto, qualunque sia la motivazione addotta che, non a caso, proviene sempre dall'esterno, da un alto sempre arbitrario. Nulla vale più della propria vita e della propria realizzazione. Non possono esistere motivi validi per inibire o vietare la realizzazione di se stessi, poiché ognuno di noi, per noi stessi, è il bene più supremo. Nasciamo individui, ma poi purtroppo veniamo traformati in ruoli. Questo è uno dei vari compiti assegnati alla scuola: fabbricare ruoli. Perciò molti pensano che la realizzazione individuale coincida con quella professionale. Non è così, non può essere così. L'individuo è qualcosa d'altro, qualcosa che da troppo tempo è disatteso, credo ormai sconosciuto, perché ucciso profondamente dalle convenzioni sociali, dalle classificazioni, dalle sovrastrutture culturali imposte.
La distinzione tra individuo e ruolo sociale è nettissima. Quando per esempio io penso a me stesso come ruolo, non posso non disgiungere questo ruolo dal mio essere individuo. Ma proprio perché so distinguere le due cose, io riesco a soffocare il ruolo per adoprarmi invece in ciò che mi riassume come identità morale individuale. Perciò sono un docente libertario. Questo significa che mi sento fondamentalmente un individuo, e come tale sento l'esigenza di confrontarmi a scuola con altri individui intorno a me, e non con altri ruoli (studenti - bambini - inferiori). In questo rapporto tra individui - e non può che essere paritario - nessuno può avere il diritto di togliere del tempo a qualcun altro, se questo qualcun altro non è d'accordo. E come ben si sa, in una scuola tradizionale i ragazzi devono invece fare ed essere ciò che viene ordinato loro di fare e di essere, anche se essi non sono d'accordo.
Così in una scuola istituzionale la mia individualità cozza sempre contro il ruolo. Pongo rimedio, questo è vero, lo faccio in mille modi, ma non è facile in un ambiente in sé violento, autoritario, formalizzato e formalizzante, inventato apposta per fare degli individui una massa culturalmente uniformata. Ma il più delle volte ci riesco. Un piccolo esempio, davvero piccolo rispetto ad altri, è di questa mattina. Mentre si discuteva intorno all'importanza dell'arte nella società, una discussione valida anche per una prossima autovalutazione, una ragazzina a testa china sul banco non smetteva di scrivere. La cosa naturalmente mi ha incuriosito. Quando si è accorta che la stavo osservando mi ha detto che stava scrivendo un libro. Le ho chiesto se era un compito assegnato da qualche collega, e lei mi ha risposto di no: stava creando qualcosa di suo. Se avessi dato retta al ruolo anziché all'individuo, l'avrei quantomeno rimproverata, se non addirittura punita per essersi distratta con altre cose. Ma essendo io un essere umano sapevo che quella ragazza che mi stava parlando con gli occhi pieni di orgoglio stava recuperando il suo tempo per fare ciò che riteneva necessario ai fini della propria realizzazione personale. Una realizzazione momentanea, forse, ma perché inibirla? Le ho chiesto solo l'argomento del suo libro, non l'ho certo rimproverata. Per inciso, in qualità di educatore anarchico sto sempre attento alle attitudini personali dei ragazzi, e le rispetto, cercando quando richiesto di dare una mano per farle emergere. Perciò posso anche essere accusato di non svolgere il mio ruolo di caporale scolastico, ma proprio per questo mi ritengo moralmente soddisfatto e orgoglioso di essere un individuo tra altri individui

P.S.
Il testo che avete appena letto non è estratto dal libro di Max Stirner. La foto a corredo è un supporto visivo-concettuale al senso del mio post. Scrivo questo perché pare che alcune persone su facebook mi abbiano scambiato per Stirner. Troppo buoni, li ringrazio, ma credo che chi abbia letto Stirner si sia accorto della enorme differenza, quantomeno di stile, tra me e il filosofo tedesco.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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