Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -

venerdì 24 ottobre 2014

Peggio del carcere? Forse si può

Cosa mai potrà pensare una mente munita di un solo tipo di cultura, segnatamente autoritaria, riguardo a quel che essa definisce crescita e sviluppo morale? Questo tipo di mente plasmata in modo autoritario non potrà far altro che pensare di inasprire gli strumenti che già conosce, credendo convintamente di fare del bene. Allora vediamolo questo bene.
Mi sono opposto agli ordinamenti interni della scuola dove attualmente insegno, le norme autoritarie di sempre, ma anche ad una regola tutta nuova decisa dall'alto che solo a pensarla mi si orripila la pelle, figuriamoci a vederla messa in atto ogni giorno, nonostante le mie proteste. Si tratta di un divieto, naturalmente. In questo carcere per minori, la sospirata ora d'aria (un quarto d'ora) viene suddivisa in tre spezzoni. Nei primi 5 minuti vanno in bagno soltanto i ragazzi di primo anno, nello spezzone successivo soltanto i ragazzi di seconda, e infine quelli di terza negli ultimi 5 minuti. Il motivo è il seguente: 'evitiamo di far bisticciare i grandi coi piccoli, che poi succede anche che quelli grandi insegnano ai piccoli persino a fumare in bagno'. La scuola tradizionale non si chiede mai 'ma che diavolo stiamo facendo se alleviamo ragazzi progressivamente sempre più ostili e bulli'? Questa domanda è bandita dalla coscienza dei colleghi e delle colleghe, censurata completamente, direi rimossa freudianamente, perché la colpa del fallimento non deve mai riguardare la pedagogia autoritaria in uso da secoli. Così questo scaglionamento forzato dovrebbe - secondo la scuola - eliminare il problema del bullismo, che invece resta e si inasprisce ancora di più, prove alla mano.
Sì, ma non è tutto, ahimé. Quando i ragazzi divisi ancora di più tra loro, per classe ed età, ritornano dal bagno (e devono farlo in fretta), si devono chiudere nelle loro rispettive classi-celle anche se la 'ricreazione' non è finita. Vietato incontrarsi anche nei corridoi. Ed eccoli chiusi in cella questi ragazzi, dove naturalmente, con la voglia di muoversi che si ritrovano dopo tre ore di immobilità forzata e innaturale, si fanno del male. Un'ottima idea anche per redarguire il secondino 'responsabile' della sorveglianza, cioè quel personaggio che ancora oggi viene ostinatamente chiamato docente
Che cosa voglia dimostrare la scuola autoritaria con questo ulteriore provvedimento non mi è ben chiaro, dato che solitamente la scuola suole darsi lustro con parole del genere 'qui noi promuoviamo la socializzazione'. La socializzazione è sempre stata una chimera già con un misero quarto d'ora insieme nel cortile (là dove esiste un cortile, da noi c'è, ma è ormai considerato una sorta di visione per sognatori utopici e romantici, roba da anarchici), ma forse per i sapienti della pedagogia autoritaria questa ulteriore separazione coercitiva risolverà il problema e tutti saranno più socievoli (o piuttosto socializzati?). In verità io sto toccando con mano soltanto un acuirsi dei conflitti. L'altro giorno una ragazzina di prima che non era riuscita ad andare in bagno durante 'il suo turno' ci è andata quando c'erano i ragazzi di seconda, e uno di questi l'ha schernita dicendole: 'ma che ci fai tu qui? Non puoi stare con noi, che sei piccola, vattene!'. Un insegnamento encomiabile per il futuro cittadino della 'società civile'. Le cronache riportano che nelle patrie galere si riscontra molta più solidrietà tra i reclusi, ma questo perché le patrie galere non sono camuffate da istituti scolastici.
Queste sono le meraviglie della scuola tradizionale, frutto dell'ingegno dei pedagogisti del sistema. La cosa che mi tormenta di più non sono quei pedagogisti allineati e prezzolati, ma i colleghi e le colleghe che accettano tutto passivamente e che non trovano nulla di male in tutto questo, anzi, mi guardano in cagnesco se lo contesto. Si dice che questa sia una società di sbirri dentro, dovremmo aver capito già da tempo in che modo ci si diventa.

mercoledì 22 ottobre 2014

Pre-testi

Oggi in una classe terza (13 anni) abbiamo discusso intorno ad alcune canzoni di Fabrizio De Andrè, dopo averle ascoltate. E' stata una proposta dei ragazzi e delle ragazze. Abbiamo ascoltato tre canzoni e poi le abbiamo commentate. Due di queste canzoni le hanno scelte i ragazzi, tra le più conosciute: 'Il pescatore' e 'La guerra di Piero', mentre la mia scelta è caduta un po' casualmente su 'Geordie' versione live con la figlia Luvi.
Al di là dell'aspetto diciamo didattico, fuori programma canonico, che ha determinato una presa di coscienza più profonda circa i testi analizzati, la cosa che mi ha interessato di più è stato il movente della richiesta da parte loro. Non mi era mai capitato di ascoltare canzoni in classe, credo, se non per un mero bisogno di ascoltare musica, ma oggi il motivo della richiesta di ascolto è stato quello di voler analizzare più profondamente dei testi, in un modo particolare, cioè alla luce del loro interesse nei miei riguardi. Sì perché, dato che questi ragazzi non mi conoscono ancora, sapendo che a me piace ascoltare De Andrè, e considerato il fatto che sono solito guardare la realtà da diversi punti di vista (cosa che sta affascinando i ragazzi), è come se essi, volendo capire i testi di De Andrè, volessero giungere ad una comprensione più precisa in merito alla mia persona.
Si stabilisce così uno dei criteri naturali per l'apprendimento reale e duraturo delle cose, quello che nasce dalla curiosità spontanea, senza alcun fine opportunista e autoritario nascosto, e da un trasferimento di interessi e informazioni altrettanto spontaneo da un elemento all'altro (in questo caso dalla mia persona alla musica e viceversa). E' come quando leggendo un libro scopriamo elementi che ci incuriosiscono, e approfondendo quegli elementi finiamo per capire meglio anche il tema del libro. E' questo quello che hanno fatto oggi i ragazzi e le ragazze, solo che il libro ero io, e i testi di De Andrè gli elementi da approfondire e capire.
A fondamento di questo meccanismo di apprendimento incidentale c'è, come dicevo, la curiosità spontanea, ma questa curiosità si è attivata per mezzo della sorpresa (io), della novità da scoprire, di un altro modo appassionante di intendere l'educazione, la vita, le persone, le cose del mondo in genere. Tutte 'cose diverse', insolite, che gli adulti già scolarizzati, di cui fanno parte i docenti autoritari, tendono normalmente a schernire o censurare, anziché ad approfondire. I bambini non hanno paura, ma attraverso l'azione della scuola autoritaria che forgia una società come la nostra saranno purtroppo destinati a diventare paurosi di qualsiasi inconsuetudine.

domenica 19 ottobre 2014

Educación libertaria en Aragón, 1936-38

La storiografia ufficiale esclude a priori le attività quotidiane e solidali dei popoli colpiti dalla guerra, non ne parla, a meno che queste attività non siano funzionali all'unico aspetto che interessa alla propaganda del sistema: la guerra per la guerra.
Di fatto, nel corso dei conflitti armati, tra la miseria e la violenza programmate, si possono generare situazioni e relazioni umane straordinarie, volte alla sopravvivenza e alla resistenza, che sono magnificamente libertarie, fondate sul mutuo appoggio, sulla libera e spontanea associazione. Si tratta di azioni e fatti di grande importanza per il concetto stesso di emancipazione che però subiscono la censura sistematica da parte degli storiografi allineati. Tra questi fatti, e attraverso uno studio specifico di qualche anno fa, l'Università di Salamanca pone l'accento su quel che è avvenuto in Aragona durante la guerra civile spagnola del 1936, e sottolinea la straordinarietà di un orientamento anarchico, rivoluzionario e popolare, che in mezzo a tutte le difficoltà generate dalla guerra ha voluto contrapporsi con forza all'azione autoritaria dei governi e alla loro espressione bellica. 
Nascevano infatti molte scuole libertarie sulla scorta dell'esperienza ferreriana di Barcellona (Escuela Moderna) e sulla traccia anarchica lasciata da pensatori come Lev Tolstoj, Louise Michel, John Dewey, Petr Kropotkin, Elisée Reclus, ecc. La ricerca compiuta da Miguel Mur Mata dell'Università di Salmanca - come quelle svolte in altri Atenei del mondo da altri ricercatori - è però purtroppo destinata a rimanere sugli scaffali, la storiografia ufficiale si guarda bene dal prendere in considerazione tutto ciò che appartiene all'orientamento anarchico, salvo quando occorre screditarlo o usarlo opportunisticamente come capro espiatorio. Spetta a noi prendere questi testi, leggerli e divulgarli, sia per far emergere una verità scomoda, sia perché la responsabilità personale e non mediata ci compete sempre. Qui il link al pdf (idioma spagnolo). http://gredos.usal.es/jspui/bitstream/10366/69239/1/Educacion_libertaria_en_Aragon%2c_1936-38.pdf

martedì 7 ottobre 2014

Produzione propria di catene

La macchina educativa non può che soddisfare le esigenze di quelli che hanno progettato tale macchina. Tra quelle esigenze c'è la riproduzione della macchina stessa, che serve a continuare la gigantesca opera di sfruttamento e di colonizzazione delle persone. Chi subisce l'azione pedagogico-formativa di questa macchina è destinato a diventare suo malgrado un ingranaggio del capitale, della produzione, dell'accumulo, dello sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo. Riprodurre la macchina educativa secondo le esigenze dei suoi progettisti significa tradurre in patologia sociale le azioni di quelle vite che, da quella macchina, ne escono plasmate, ridotte a ingranaggi obbedienti e oleati. Per fare un esempio di patologia sociale, il fenomeno del bullismo, che è cresciuto in maniera direttamente proporzionale all'aumento della scolarizzazione, non segnala banalmente una violenza nella scuola, ma la violenza della scuola. E' un problema di struttura autoritaria, ma anche di cultura, la cui violenza intrinseca non viene ormai neppure percepita, anzi, le strumentazioni autoritarie di controllo e di repressione, di cui si avvale la scuola come la società conseguente, vengono ulteriormente inasprite e chiamate in soccorso proprio da quelli che ne subiscono gli effetti nei termini patologici percepibili ogni giorno.
John Taylor Gatto, anche lui tra gli altri, non mancò di sottolineare quest'aspetto nel corso del suo intervento pubblico a New York, nel 1990, quando venne nominato insegnante dell'anno per la seconda volta consecutiva. Il sistema scolastico - disse - può anche sfornare delle professionalità, persone bene istruite, ma queste persone sono irrilevanti perché, tra le altre cose, non capiscono neppure se stesse, non sono autonome, sono state abituate a dipendere totalmente da quelli che dettano loro la legge e i regolamenti. Perciò ne vorranno sempre.
La macchina educativa fa anche leva sull'abbattimento dell'autostima personale; il bambino inserito in una struttura coercitiva (com'è anche la famiglia nucleare o la società già scolarizzata), all'interno della quale ogni sua azione e persino ogni suo pensiero vengono controllati, misurati, regolamentati e 'corretti' attraverso il ricatto della punizione o del premio (terreno o ultraterreno), avrà come istantanea reazione il fatto di fargli presumere che sia nato davvero cattivo, e in quanto cattivo crederà di aver sempre bisogno di essere controllato, norrmato, sgridato, ricattato, privato della sua autostima e autonomia.
Il potere nasce dal controllo. La possibilità di controllare gli altri senza essere controllati sta a fondamento del potere disciplinare. Non può esistere un potere autoritario senza il controllo sulle persone, un controllo di tipo fisico, psichico, morale, totale. Chi sa di essere controllato è a tutti gli effetti succube e governabile, le sue azioni non sono mai del tutto spontanee o creative perché sono vincolate alle regole di chi lo sorveglia anche dal punto di vista morale, rimane prigioniero del 'dover essere' al sol pensiero delle conseguenze, quindi non è mai se stesso, in una parola non è libero. 
La macchina educativo-scolastica agisce in questo senso, è una feroce sorvegliante, imbriglia ogni vitalità, soffoca ogni spontaneità, e piega gli spiriti al conformismo e alla regola calata dall'alto. Non c'è studente che non sia sottoposto a controllo continuo e che non debba sentirsi continuamente controllato, persino cronometrato nel tempo concesso per andare in bagno. Sottolineo concesso e riflettiamo sul verbo. La struttura architettonica stessa della scuola non è altro che una sorta di Panopticon, un'area ben delimitata e chiusa, divisa in celle e super controllata da un apparato predisposto e strutturato gerarchicamente. Controllare infatti significa anche istituire dei limiti o dei confini anche fisici ben precisi, visibili e piantonabili. La pianta ortogonale delle città greche o romane, desunte dal modello dei rispettivi complessi casermali, non è altro che un progetto ingegneristico-militare di controllo sulla comunità, funzionale soltanto agli scopi perseguiti dal controllore, cioè dal potere.
Lentamente, passo dopo passo, dai tempi dell'antica Grecia ad oggi, la macchina educativa è giunta a istruire le persone in modo tale da renderle felici e persino impazienti di poter essere educate, e al tempo stesso proterve e altezzose nei confronti di chi non è educato, istruito, addestrato, classificato, certificato. La società attuale capitalista e democratico-rappresentativa è il frutto di questa pianificazione educativa e disciplinare, è il risultato di un ordine esterno a noi che si è tradotto in istruzione, la quale, a un certo punto della Storia recente, è diventata non a caso obbligatoria.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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