Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -

lunedì 17 settembre 2018

Descolarizzazione: alcune considerazioni di Paul Goodman

Un cervello fecondo, critico e straordinario come Paul Goodman manca sempre nel panorama editoriale italiano. Salvo due o tre libri tradotti nella nostra lingua, tutti gli altri, e sono tanti, latitano sui nostri scaffali e nelle biblioteche. Ritengo questo un grave e colpevole vuoto. 
Vorrei trascrivere qui qualche cosa che ho voluto tradurre per i fatti miei, naturalmente attinente al tema dell'educazione, della scuola, dell'apprendimento incidentale, della descolarizzazione, di cui Goodman è stato un fervente promotore e sostenitore. Ivan Illich colse immediatamente la preziosità del pensiero di Goodman e volle attualizzarlo, puntualizzandolo in un'analisi se possibile ancora più meticolosa e ampia, nel suo 'Descolarizzare la società' (testo più attuale oggi che nel 1971). 
Di seguito, dunque, leggerete alcune affermazioni lapidarie di Paul Goodman che - bisognerà tenerne conto - sono il frutto di un lungo percorso critico e analitico. Egli scrive così su 'La Critique sociale':
[...]
Io penso che:
- L'educazione incidentale dovrebbe essere il principale metodo di apprendimento.
- La maggior parte dei licei dovrebbero essere eliminati. Altri tipi di comunità di giovani dovrebbero assumere le funzioni sociali dei licei.
- L'educazione universitaria dovrebbe generalmente seguire, e non precedere, l'ingresso nella professione.
- L'obiettivo principale degli educatori dovrebbe essere quello di assicurarsi che le attività della società permettano di attuare l'educazione incidentale.
- Lo scopo della pedagogia elementare fino a dodici anni dovrebbe essere quello di proteggere e nutrire la libera crescita del bambino, poiché la pressione familiare e quella sociale sono troppo forti perché un bambino possa resistergli.

RIESAMINIAMO GLI ARGOMENTI DI QUESTO PROGRAMMA.

- Noi dobbiamo diminuire la scolarizzazione perché la sua interminabile tutela va contro la natura e, di fatto, blocca la crescita.
- Gli sforzi che tendono a sottomettere il processo di maturazione ad un programma scolastico scoraggiano i giovani e guastano una grande parte delle loro capacità di apprendimento e adattamento.
- La scolarizzazione non prepara ad una vera azione; essa è lo scopo di se stessa. Soltanto quelli che hanno dei talenti accademici, tra il 10 e il 15% secondo Conant, ricavano profitto da questa attività inutile, senza provare noia e senza rimanerne mutilati.
- Il nostro sistema educativo, che isola di fatto i giovani dalle generazioni più adulte, aliena i giovani. E nonostante questo rimane assurdo, per molti dei più brillanti e sensibili giovani, escludersi dalla società o affrontarla in modo ostile. Questo stato di cose non conduce a una ricostruzione sociale.

Trailer del film 'Paul Goodman ha cambiato la mia vita' che, temo, non vedremo mai nei cinema italiani.


martedì 24 luglio 2018

E allora lui?

A causa dell'impostazione competitiva e gerarchica della scuola, il bambino impara a credere che per valorizzare se stesso, o discolparsi di qualcosa, sia necessario accusare il compagno. 'E allora lui?', dice il bambino ad alta voce alla maestra che lo ha rimproverato, indicando col ditino qualcun altro nella cella. Ma succede anche che la faccenda si manifesti in via riservata, a quattr'occhi, tra il discente e la docente. Infatti essere delatori/delatrici è una delle prime cose che l'infante impara a scuola. Obiettivo perfettamente raggiunto, questo sì! Il bambino da addestrare all'odio si aspetta una ricompensa dall'autorità, e si predispone alla futura vita da servitore devoto, tenendo sempre nel cuore la voglia impetuosa di diventare un capo per assaporare il gusto meschino e autoritario della vendetta, che egli chiamerà impropriamente 'giustizia'. 
Accusare gli altri di un qualcosa per apparire immacolati è ciò che si vede fare normalmente nella scuola, e questo comportamento è lo stesso che vediamo riprodotto nell'atteggiamento comune degli adulti ben scolarizzati. Lo vediamo ad esempio nelle questioni politiche, dove non c'è un solo fidelizzato ad un partito che non accusi il fidelizzato di un altro partito, credendo in questo modo di pulire la fazione alla quale tiene (come ad una squadra di calcio) e difendere il suo padrone. 'E allora lui?', da qualsiasi prospettiva lo si guardi, è comunque la manifestazione di un conflitto costruito, un desiderio di punire un compagno, e non mai la causa da cui nasce quel desiderio, ovvero l'impianto autoritario e competitivo della scuola, la scuola in quanto tale. E' un impianto che lo Stato mantiene perfettamente lubrificato per mezzo dei docenti stessi che devono eseguire certi ordini precisi, certe pratiche obbligate, le solite prassi consolidate che stanno al di sopra delle loro buone intenzioni (quando queste esistono) e che appaiono persino giuste, etiche, come la discriminazione fatta attraverso i voti o la classificazione tra buoni e cattivi, tra intelligenti e stupidi, tra studiosi e annoiati, tra produttivi e oziosi... dando ad ognuno di questi aggettivi etichettanti un valore morale e gerarchico prestabilito e sempre funzionale al sistema.
Insomma, la scuola forgia le generazioni per il futuro (l'oggi è il futuro di ciò che è stato ieri), le istruisce per bene per adattarle il meglio possibile a questa specifica società competitiva e violenta, gerarchica e autoritaria, ignorante e presuntuosa, e lo fa benissimo, purtroppo, lo fa attraverso i fatti concreti, attraverso le prassi, i percorsi obbligati, al di là della retorica di fratellanza predicata nelle celle, che appunto diventa solo retorica e non produce nulla se non retorica d'occorrenza. Rari sono coloro che si salvano dalle fauci dottrinali e devastanti della scuola. 

sabato 2 giugno 2018

Liberiamo i bambini!

Entrare nella psicologia del servo volontario di boetiana memoria, parlandoci insieme e facendosi molta forza per non finire a terra tramortiti dalla sua smisurata presunzione acquisita per mezzo delle varie certificazioni scolastiche, rivela parecchie cose, per esempio che esiste in lui una vera rimozione freudiana che gli impedisce di percepirsi come un servo ubbidiente. Questa rimozione gli serve per evitare di soffrire della sua condizione, ed offrire a se stesso una falsa ed effimera forma di dignità, che comunque sa di non possedere. L'atto e il principio della disobbedienza potrebbero affrancarlo, ma la morale che gli è stata costruita dentro fin dai suoi primi giorni di vita da parte di tutti gli adulti moralizzati lo imprigiona ancora di più e lo castiga di fronte agli altri servi volontari, di conseguenza non può, non sa, non vuole affrancarsi: gli costa meno dolore servire tutta la vita che infrangere la morale del padrone; nel primo caso avrebbe il consenso degli altri servi, mentre l'infrazione della regola gli varrebbe la collera dei suoi compagni di catena. E' un mondo alla rovescia: oggi lo schiavo in catene che si ribella con la dovuta forza viene accusato di violenza dai suoi stessi compagni. Prodigi dell'educazione di massa obbligatoria.
Tutto questo, infatti, è un costrutto meramente educativo, non ha nulla a che fare con la natura degli individui. Il problema è culturale, formativo, di istruzione. Si tratta di un impianto pedagogico calato dall'alto, programmato e programmatico, strutturale, passante per la catena scolastica non a caso resa obbligatoria, e che tramuta il bambino, la sua unicità e autodeterminazione, in un servo devotissimo, soldato a difesa della società schiavizzante, normalizzato e conformato, resiliente a qualsiasi sopruso da parte dell'autorità, pronto per essere immesso nel ciclo della produzione o nel limbo degli anelanti alla catena produttiva.
I bambini dovrebbero rimanere lontani da questo genere di cultura, non essere avviati in questa strada che li porta inevitabilmente verso la loro prigionia. Se li facciamo entrare dalla tramoggia ne usciranno vermi.

sabato 12 maggio 2018

La scuola si sta prendendo tutta la vita!

La scuola non funziona? La scuola sta morendo? Non è vero! La scuola non è mai stata così funzionante e viva, purtroppo dico! E come potrebbe, un sistema autoritario come lo Stato, far morire la sua migliore palestra d'obbedienza di massa? Sarebbe un suicidio per tutto l'establishment! Per gli obiettivi occulti che si era prefissata di raggiungere, la scuola sta benissimo e funziona perfettamente. 
Mancano i soldi per le scuole pubbliche? Non c'è una politica di investimento per la scuola? Non è vero neanche questo! Alle singole scuole arrivano fiumi, oceani di danaro pubblico! I progetti PON (Programma Operativo Nazionale) finanziati dai Fondi Strutturali Europei (sempre e solo soldi nostri), stanno foraggiando le singole scuole come mai prima! A livello nazionale si parla di somministrazioni di centinaia di milioni di euro! Ma questi progetti sono dei carichi di lavoro assolutamente extra, totalmente fuori contratto, non obbligatori, che i docenti hanno accettato di fare, avallandoli nei collegi, e che li impegnano anche nei week-end, nelle ore exracurriculari, e tra un po' anche di notte! Una volta pagati i docenti e le figure collaterali anche esterne, il grosso del finanziamento per ogni progetto immaginate voi dove va a finire, in quali tasche. 
I ragazzi sono sfiniti! La loro vita non esiste più. E poi ci lamentiamo se qualcuno di loro reagisce con violenza nella cella in cui è costretto? Tra orario curricolare, alternanza scuola-lavoro, partecipazione ai Pon, carico di studio domestico, recuperi pomeridiani, partecipazione a corsi di varia natura, la loro vita non esiste più! Non hanno tempo da dedicare a loro stessi. Sarei più preciso se dicessi che la scuola, l'intero apparato istituzionale tentacolare, economico e autoritario, si è impossessato della vita degli studenti e dei docenti. La scuola sta fagocitando tutto. 
Questo non è un mistero per chi conosce i meccanismi decisionali che avvengono ai piani alti. Questa appropriazione dell'intera vita da parte della scuola è un vero progetto economico e sociale che io, con queste mie orecchie, ho ascoltato dai cosiddetti 'esperti' di cui il ministero si serve per mettere a punto le strategie governative di manipolazione di massa. E non si creda, poi, che questi 'esperti' facciano parte della scuola o che siano ferrati in materia di didattica o di pedagogia. Tutt'altro! Per non nascondervi niente, sappiate che uno di questi 'esperti' è un banchiere. E perché un banchiere, o un manager aziendale, o tutt'e due, dovrebbero dire al ministero che cosa bisogna fare con le scuole e con le nuove generazioni? Ma devo proprio dirvi tutto? A proposito, il progetto Invalsi è uno degli strumenti di sorveglianza su cui si basano gli 'esperti' dell'alta finanza per mettere a punto le loro strategie di manipolazione di massa. L'Invalsi registra puntualmente la normalizzazione attuata dalla scuola e fornisce all'intellighenzia finanziaria il materiale statistico necessario per le loro azioni future nelle scuole.
Posso qui darvi delle anticipazioni sul progetto generale che sta prendendo forma. La vita che esiste fuori dalla scuola dovrà entrare nella scuola per diventare tutt'altra cosa: obbligo formativo. Per usare una metafora, sarà come il principio del cibo in scatola che viene pubblicizzato in modo tale da farti credere che il cibo naturale fuori dalla scatola non sia buono, mentre invece quello inscatolato, additivato, e ben confezionato sia il vero cibo salutare e ipervitaminico. Esempio. Il ragazzo vuole andare a passare del tempo (quando ce l'ha) in piscina con gli amici? Perché tutta questa libertà decisionale? Perché tutta questa autonomia? Ci penserà la scuola! Con un progetto PON specifico, la scuola organizzerà e stabilirà per il ragazzo orari precisi per la piscina. Guai se però non ci va o se disobbedisce agli ordini del docente, perché è quello l'obiettivo vero, imparare a credere e obbedire, e che sia giusto farlo. I pedagogisti autoritari intanto gli avevano illustrato quanto è bello e giusto andare in piscina con la scuola, in 'sicurezza' (parola magica), con degli esperti che lo monitorano ogni minuto. Il ragazzo sarà obbligato, e all'inizio forse protesterà, ma alla fine si abituerà e anche lui un giorno dirà che andare in piscina per obbligo scolastico è molto meglio che andarci liberamente, che è più 'sicuro', che la libertà fa male.
Se soltanto riuscissimo a capire quanta ragione aveva Ivan Illich già nel 1971 e quanto è ancora basilare e attuale il suo libro 'Descolarizzare la società'! C'è un grande lavoro critico e di decostruzione da fare, di smontaggio del dogma scolastico, e dovrebbero farlo anzitutto i docenti, cioè quelli che, ahimé, con la carotina di 50 euro lordi sventolata davanti al muso, avallano norme incredibilmente debilitanti per loro stessi e devastanti per i loro figli.

sabato 21 aprile 2018

Scuola e violenza: un approccio con metafora.

Ho visto gabbie d'allevamento destinate a docili pennuti. Si tratta di contenzione coatta, di coercizione non voluta, di una situazione innaturale dove tutti gli individui (tutti) soffrono e reagiscono di conseguenza. Se in queste gabbie costrittive alcuni pennuti, per l'ovvio disagio, cominciano ad agitarsi e a beccarsi tra di loro, fino a sanguinarne, la colpa non è dell'animale sofferente che si agita in cerca di spazio. Dobbiamo andare a monte del problema se vogliamo eliminarlo. 
Eliminare il problema non vuol dire limare i becchi degli animali, e nemmeno pretendere che altri pennuti, ugualmente reclusi e feriti, feriscano a loro volta chi si agita al fine di insegnare a sopportare la sofferenza in perfetto silenzio e tenace inerzia. Ma quando tutti i pennuti, fin da quando sono teneri pulcini, vengono addestrati a pensare e credere che stare in quelle gabbie è una condizione naturale e giusta, doverosa e perfino liberatrice, le soluzioni che essi troveranno per i loro problemi non potranno che peggiorare la loro condizione e far aumentare il loro grado di violenza reattiva. Perché la violenza reattiva, visibile e diretta, come ha lungamente analizzato Johan Galtung, ha origine dalla violenza strutturale (la gabbia) e dalla violenza culturale (la convinzione dogmatica che la gabbia sia una cosa giusta). La violenza che esplode presso ogni sofferente è un effetto, la logica conseguenza di una condizione di coercizione innaturale subìta.
Agire sugli effetti non elimina mai la causa, acuisce soltanto il problema. Sarà un bel giorno quello in cui i pennuti cominceranno a dire che la vera violenza non è nella gabbia, ma della gabbia!

martedì 10 aprile 2018

Presentimenti di bambino

Ero piccolo, ricordo, e avevo già dentro di me dei presentimenti poco gradevoli riguardo a quello che sarebbe stato, da lì a poco, il mio rapporto con la politica e le sue istituzioni. Forse proprio in virtù dei pochi anni di vita, era molto presente in me un grande istinto di conservazione, come un sapere a priori che il destino e la vita delle persone, se date in mano a poche altre persone, non avrebbe fatto altro che danneggiarmi e danneggiarci. Un istinto animale, forse. Questo io presentivo. Credo sia questa una reale 'immunità di gregge', cioè il preavvertire il fatto che regalare il potere a qualcun altro è solo garanzia di autolesione, quindi anche di lesione altrui. Come bambino ero poi triste perché ero cosciente che su di me gravavano le decisioni di tutti gli adulti, e io non contavo niente proprio perché ero un bambino, e come tale destinato a subire: condizione ineluttabile per tutti i bambini in questo tipo di cultura adultocentrica. Non c'è mai stato un solo attimo in tutta la mia vita in cui io non abbia avuto timore delle riforme in campo politico. Ho sempre sospettato, avendone poi conferme e riconferme, che riformare qualcosa da parte dei politici significasse tutt'altro che migliorare le nostre condizioni. Tutto quello che una riforma può fare è dare alle nostre condizioni un'apparenza diversa. Solo apparenza. Per celare rinnovate ingiustizie. Così è, perché appare.

martedì 20 marzo 2018

Condividere le unicità e rispettarle in quanto tali

La libera condivisione delle idee, delle soluzioni, delle esperienze, dei modi di pensare e di agire, ecc. rappresentano da sempre una ricchezza fenomenale, non solo in termini pedagogici. Culture diverse che viaggiano, che si incontrano, che si opinano frizionandosi o si sposano, sono da sempre caratteristiche fondamentali dell'umanità in evoluzione, dell'essere umano libero e curioso che vive, che cerca, che scopre, che inventa e che si muove verso nuovi spazi di conoscenza. Filogenesi e ontogenesi, con il conseguente progresso, non possono fare a meno dell'Uomo che incontra l'Uomo. E' un fatto naturale. E spinge naturalmente in direzione libertaria.
Per questo motivo le ideologie razziste o nazionaliste, che spesso si declinano nel più rassicurante - ma ugualmente pericoloso e becero - patriottismo, non hanno alcun senso, se non quello votato al pensiero autoritario e alla edificazione di una società come la nostra: distopica. 
Il libero scambio di conoscenze, voluto o incidentale, non porta necessariamente alla fusione o all'omologazione degli individui, e nemmeno alla loro chiusura ri-vendicativa. Queste due tendenze appartengono soltanto alle comunità autoritarie gerarchizzate, agli Stati nazionali, alla cultura che impera attualmente. No, lo scambio di conoscenze e l'incontro delle civiltà può e dovrebbe essere pensato e vissuto per quello che è, come un primo atto di rispetto reciproco delle rispettive identità culturali, ben distinte tra loro. Se poi, col passar del tempo, da questo incontro avviene un sincretismo o una sintesi, questo non sarà certamente qualcuno a deciderlo dall'alto, pedagogicamente, ma sarà la viva spontaneità a crearla, senza per conseguenza creare frizioni e ingiustizie. Ma sarà sempre tutto in libero e continuo movimento, vivo!
L'idea di una società necessariamente omologata e massificata è quella che ci viene insegnata e prescritta fin dalla nascita, ma è anche quella più distruttiva per noi, è contro natura, va contro i nostri stessi interessi, contro la vita stessa. L'adattamento massificante è sempre quantomeno irrispettoso, se non assassino, della ricchezza che connota ogni esperienza di diversità condivisa. Non si tratta, allora, di fare la guerra agli altri per sostenere ed affermare una nostra presunta superiorità (la vita è vita, nessun individuo ha il diritto di classificarla), ma non si tratta neanche di inglobare, massificare, integrare, diluire tutti gli individui nel brodo del pensiero unico, di un unico sistema culturale. Si tratta semplicemente di avere la voglia e la capacità di essere se stessi, unici, all'interno di una varietà, rispettando chi, nella sua preziosa e naturale unicità diversa dalla nostra, vuole essere altrettanto se stesso e unico; se stessa e unica.
Credo che i razzisti soffrano sostanzialmente di una grande fragilità della personalità, tale da impedire loro di sentirsi unici all'interno di una varietà. Essi percepiscono la varietà e l'unicità come loro acerrime nemiche e, di conseguenza, ne hanno terribilmente paura. Non a caso amano le uniformi, tendono a sottomettersi a un capo o a volerlo diventare... Tutto è ricondotto, alla fine, alla classica e stolta paura della libertà, propria e altrui. Così i razzisti, i nazionalisti, i seguaci del 'prima noi' (leggasi 'solo noi'), incapaci di rimanere se stessi e unici in un contesto di smagliante varietà (dal quale potrebbero imparare ed evolvere), aspirano a sottomettere con la forza tutti gli altri, volendoli perfettamente uniformati al loro modo di pensare, e in questo modo si illudono di eliminare le stupide paure che vivono in loro sottoforma di infantili fantasmi. Tutti i pensieri e le ideologie omologanti sono necessariamente autoritarie, e lo Stato non è altro che la loro espressione più compiuta e pericolosa.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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