Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -

domenica 15 marzo 2020

Ingranaggi a vista


'L'organizzazione scolastica trasforma l'istruzione nel più potente strumento nelle mani dei dirigenti' (F. Ferrer). 
I governi alle prese con il Coronavirus ben si guardano dal disattivare i gangli specifici del sistema padronale. Si chiude tutto, ma qualcosa deve rimanere viva! La filiera della schiavitù globale non deve essere intaccata, perché la società disciplinare e mercantile di oppressi e oppressori necessita del suo autoperpetuarsi, del suo autoricambio continuo. La filiera della schiavitù, si intende quella di base, quella condotta alla sua vera essenza: famiglia-scuola-chiesa-fabbrica. Tutto supervigilato e burocratizzato. Non sfugge uno spillo. Questo meccanismo dottrinale di biopotere deve continuare a funzionare, per forza!
Non è mai successo prima di adesso, credetemi, vedere il motore scoperto del sistema, senza cofano e telaio, così vulnerabile e offerto alla vista. Si tratta delle attività veramente vitali del sistema, ciò che permette ai pochi padroni di restare tali e ai moltissimi servi di essere felici della loro condizione. Famiglia-scuola-chiesa-fabbrica. Si guardi bene al percorso: tutta la vita di un individuo, dalla culla alla pre-tomba: famiglia-scuola-chiesa-fabbrica. Famiglia scolarizzata, non scordiamolo. 
Qualcosa però scricchiola, qua e là, proprio perché il nervo è scoperto, i gangli vitali sono a vista. Nella società adesso l'uno riesce a guardare l'altro come mai era successo prima: il lavoratore che guarda l'altro lavoratore, lo studente che guarda l'altro studente, a controllare quale differenza li stia 'per caso' dividendo in questo frangente. Qualcosa scricchiola. Perché rimanere a lavorare in questo tipo di fabbrica? - si chiede l'operaio sfruttato guardandone un altro che invece ha ricevuto l'ordine di rimanere in casa. E perché continuare con un addestramento dottrinale scolastico attuato per forza anche a distanza? - si chiede lo studente intelligente recalcitrante e immune alla scolarizzazione di massa obbligatoria. Questo si domandano, alcuni, oggi. Chi si pone domande è già sulla via della risposta. Certo, si deve pur mangiare, si deve pur produrre. Ovvio! Ma bisogna anche chiedersi 'come si mangia' e 'come si produce', chi ne fa le spese, chi ne trae profitto, e perché dev'essere così e non in un altro modo. Il motore e i suoi ingranaggi essenziali sono scoperti, ciò che fa funzionare veramente il sistema economico-disciplinare-militare ora è totalmente visibile. 

martedì 10 marzo 2020

Dalla scuola al razzismo, ad esempio.

Diventare la prigione di se stessi è diventata una pratica autoeducativa consueta, una morale sociale.

Il più alto ostacolo che impedisce lo sviluppo di un pensiero critico teso al progresso umano, libertario, è costituito dal prodotto dell'istituzione scolastica. Qual è questo prodotto? Questo prodotto è la persona, il cosiddetto 'cittadino educato'. Questo cittadino, attraverso un continuo e lungo esercizio educativo-disciplinare ed autodisciplinare, acquisisce un'omologazione vendutagli a caro prezzo e di cui va fiero. Lo stesso cittadino educato diventa così l'agente di sorveglianza di se stesso, e più in generale dell'integrità del sistema, di un sistema di valori che ha dovuto acquisire e del quale, diluendosi in esso, è diventato il custode più fedele. In altre parole, l'essere umano, che in natura è la causa prima e il solo responsabile del suo benessere, per mezzo della scuola (e della società scolarizzata educante) è divenuto il problema di se stesso, il proprio poliziotto (che si autosorveglia, sorvegliando gli altri), il proprio boia (che si autopunisce, punendo gli altri).
La persona in questione finisce, già in età infantile, per diventare il sistema. Difendendo il sistema, questa persona crederà di difendere se stessa, la sua dimensione anche fisica. E non c'è quindi da stupirsi se le masse preferiscano ormai soffrire per migliaia di anni piuttosto che cercare di liberarsi e vivere senza padroni. Liberarci da cosa - si chiedono - da noi stessi? Piuttosto pensiamo a difendere i nostri valori, che ci rappresentano! Da qui si può anche capire come e perché nascano tutte le fobie irrazionali che stanno alla base del razzismo, dove 'l'altro', fatto passare come 'diverso e pericoloso', potrebbe compromettere l'integrità della patria, della famiglia, della razza, dell'identità, che sono tutta una serie di pretesti, come sappiamo, ma utili a far sentire il 'cittadino educato e istruito' degno e fiero di se stesso, cioè una degna e fiera preda del sistema. Non c'è più distinzione, quindi, tra cittadino educato e sistema, sono la stessa cosa. Chi tenta di far aprire gli occhi alle masse educate, esse, intimorite dal presagio funesto di libertà, avanzeranno come schiere agguerrite di soldati a difesa di se stesse, del sistema.

martedì 11 febbraio 2020

La saggezza non deriva dal sapere

Diceva Eraclito: 'Il sapere molte cose non insegna ad avere intelletto'.
Come ho avuto modo di dire anche in questo blog più di una volta, l'intelletto, l'intelligenza, la saggezza, non si raggiungono, non sono una mèta, non si conquistano per mezzo di percorsi educativi o di istruzione obbligati provenienti dall'esterno, pensati da qualcuno che ha tutto l'interesse a costruire una società funzionale ai suoi scopi. Questa credenza è un retaggio dogmatico di molti secoli fa. Occorre ribadirlo spesso: 'il sapere molte cose non insegna ad avere intelletto'.
L'intelligenza è una proprietà del cervello, è una sua funzionalità intrinseca, propria, innata, e può essere di vari tipi. Cervello e intelligenza sono, osservando bene da un certo punto di vista, la stessa cosa.
'Leggere dei libri' (espressione che non vuol dire niente se non si specifica quantomeno il tipo di libri) non vuol dire, come si tende erroneamente a credere, creare intelligenza, vuol dire invece orientarla in un preciso senso, farla lavorare in una direzione voluta, programmarla per un tipo preciso di obiettivo. L'intelligenza è una proprietà funzionale che preesiste ad ogni supporto esterno, od input, e sono questi supporti od input esterni a condizionarla. Se oggi notiamo una supposta diffusa 'ignoranza' nella società, non è perché non si legga abbastanza, ma, al contrario, è perché l'intelligenza viene costantemente indirizzata verso un certo tipo di obiettivi sociali, comportamentali, esistenziali. Mai come oggi, in realtà, la società è stata invasa da informazioni, siamo circondati da canali informativi, da ogni parte ci arrivano informazioni e istruzioni che, nel caso della scuola, poi, sono pure obbligatorie. Almeno un dubbio dovrebbe emergere.
Occorre allora farsi qualche domanda: 'che cosa ci viene dato in pasto dai mass-media, di cui la scuola fa parte? Quale tipo di informazione e quale tipo di sistema culturale agiscono sulla nostra intelligenza'? Che tipo di 'ambiente' mi hanno costruito intorno? Chi decide cosa rendere informazione per la società? Perché? Che cos'è, dunque, la saggezza? Il mio invito, infine, quello di ascoltare questi tre minuti di radio estrapolati da una lunga trasmissione di Rai Radio3 dedicata alla saggezza, la saggezza però intesa come la intende la Chiesa (è la Rai, non scordiamolo), ma che, in questi tre minuti dove si cita anche Eraclito, rende un buon servizio al nostro ragionamento laico e libertario. Buon ascolto.


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venerdì 22 novembre 2019

Lessico e gerarchizzazione

Ignorante: non è il contrario di intelligente.
Intelligenza: è la proprietà funzionale di ogni cervello. L'intelligenza esiste perché esistono dei neuroni che trasmettono segnali elettrici ad altri neuroni. Può variare la modalità si trasmissione/ricezione e la codifica/decodifica dei segnali (come nel caso dei daltonici, ad esempio), ma questo è un altro discorso e non attiene minimamente alla funzione intellettiva.
Ignoranza: non conoscenza. Ma non conoscenza di cosa? Non esiste un'ignoranza assoluta, né una conoscenza assoluta. Nessuno può arrogarsi il diritto di definire 'ignorante' qualcun altro, accusandolo per questo. Nessuno può stabilire quali cose bisogna conoscere per essere definiti non ignoranti. Ognuno sa, semplicemente perché vive e, vivendo, facendo esperienze, impara. Più sono le esperienze, più sono varie, libere e incidentali, più si impara. Conoscere, come apprendere, è un meccanismo naturale, innato, biologico, spontaneo. Per molti secoli, ed è ancora così in una certa misura, la Chiesa prima, ed oggi l'Establishment capitalista, hanno decretato una gerarchia tra le persone in base a quello che queste conoscevano. Nel Medioevo, e ancora nel Rinascimento e oltre, se le persone conoscevano i precetti della Chiesa e studiavano sui testi imposti dal clero, erano definite 'virtuose' e venivano poste al vertice di una ignobile gerarchia sociale, dove, secondo i vescovi, risiedeva l'Homo Studiosus, appunto l'intelligente, colui che sente, che vive, che è. Chi invece non seguiva i precetti della Chiesa e non era utile alla causa del sistema, veniva paragonato a certi animali (a partire dal cavallo e via via verso quelli sempre meno utili all'Uomo), poi più giù alle piante, e infine persino alle pietre (gli improduttivi, gli accidiosi, i non funzionali), che semplicemente sono, ma non vivono, non sentono, non intelligono.
Una simile classificazione, come l'ha perfettamente illustrata Charles de Bovelles nel disegno che vedete qui, non è altro che il frutto di un arbitrio autoritario perfettamente funzionale al sistema. Purtroppo questo pregiudizio fondato sulla menzogna e l'opportunismo sopravvive ancora oggi ed è molto duro a morire. Si basa sull'idea malsana secondo cui chi non studia sui testi imposti dal sistema scolastico è classificato come 'ignorante', ergo come un indegno meritevole di accuse varie, emarginazione e punizione. La nostra cultura è pericolosa, la nostra morale è falsa, le nostre agenzie educative funzionali alla perpetuazione di questa condizione. Liberiamo almeno i bambini da noi!

giovedì 10 ottobre 2019

La scuola tritatutto

La scuola, in quanto scuola, è un dispositivo autoritario, violento e incredibilmente menzognero. I meccanismi organici di cui si compone e attraverso i quali garantisce la sua perpetuazione possono anche infischiarsene di ciò che si dice in classe, questi meccanismi fanno in ogni caso il lavoro per cui sono stati progettati. E lo fanno benissimo, infallibilmente, da che scuola è scuola, riforma dopo riforma. Il dispositivo procede quindi nella sua direzione e raggiunge tutti i suoi obiettivi a prescindere da quel che un docente, ancorché animato dei più bei propositi, ripete e fa ripetere ai suoi allievi. Quello che imparano veramente gli allievi, in una scuola, è un sistema di comando, come ha ben evidenziato Gilles Deleuze.
Un intero corpo docente di una scuola potrebbe occupare tutte le ore di lezione, di tutto l'anno e di tutti gli anni dell'obbligo formativo, recitando e facendo recitare decaloghi moralizzanti, raccontando storie di rivoluzione, elogiando la libertà e la creatività, vituperando le autorità ed il sistema corrotto e corruttore, parlando di come sia ingiusto lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo, esortando al rispetto dell'ambiente e di ogni essere vivente, invitando ad essere buoni, onesti, altruisti, solidali, ma anche combattivi e disubbidienti per difendere i propri diritti, eccetera, ma il risultato finale sarebbe sempre lo stesso in termini di (dis)valori acquisiti: si avrà sempre un bravo cittadino massificato e autoritario, conformista e ubbidiente, rassegnato e deresponsabilizzato, forte con i deboli e debole con i forti. Questo perché in campo educativo la teoria non ha mai la forza necessaria per vincere sulla pratica, è sempre quest'ultima ad avere la meglio. Si sa: si impara con l'esperienza diretta molto meglio che con le parole. E la pratica di una scuola è fatta di azioni tutte autoritarie e menzognere, a cominciare dal concetto di obbligatorietà, un concetto mistificato dalla parola 'offerta'. Che beffa!
Il dispositivo autoritario scolastico si compone di strategie, di metodologie, di ricerche unidirezionali, di azioni e percorsi obbligati da fare (e da far fare), di impostazioni gerarchizzanti, addestranti, di integrazioni forzate al sistema, di progettazioni, classificazioni e valutazioni obbligatorie, di una sorveglianza continua, di rapporti sempre asimmetrici, di tutta una serie di obblighi e ricatti che non permettono ad alcuna bella parola di forare il gigantesco muro della pratica educante. La scuola è un tritatutto, si salvano davvero in pochi, prova ne è il tipo di società in cui 'viviamo' che è figlia della scolarizzazione e dell'insegnamento di tutta la società già scolarizzata e adultocratica.
Questo quadro della situazione è stato già messo in evidenza nella critica alla scuola, una critica non certo recente. Gustavo Esteva per esempio ha, secondo me, riassunto bene in poche frasi il concetto di una scuola che è, nei fatti, un problema proprio in quanto scuola: '...Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'. Queste parole sono tratte dal suo libro 'Senza insegnanti, descolarizzare il mondo' Asterios Editore.
Come dico spesso, non sono i docenti che fanno la scuola, ma è la scuola che fa i docenti, che essi lo vogliano o no. E' la scuola che plasma e annienta, lo fa con i suoi meccanismi, con i suoi passaggi obbligati, con le sue pratiche quotidiane, con tutto ciò che viene ormai considerato pericolosamente una necessità e un'opportunità. Un disastro! E non c'è bella predica che possa resistergli, purtroppo!

giovedì 3 ottobre 2019

Grazie


Oggi vorrei ringraziare delle persone: tutti quelli che inviano messaggi di stima ad indirizzo mio e di questo blog che, come sapete, sin dal 2011, offre a tantissime persone ogni giorno dei motivi di riflessione sulla pedagogia libertaria e non solo su quella. In primo luogo, nello specifico, vorrei salutare e ringraziare tutti gli studenti universitari che, ispirati da questo blog e dai materiali qui inseriti, hanno preparato le loro Tesi di Laurea, discutendole con successo nelle varie Facoltà. Congratulazioni! 
Ringrazio naturalmente tutti quelli che mi seguono fin dal primo giorno, qui in rete, i sostenitori morali, i curiosi, gli affaccendati e gli sfaccendati che hanno voluto darmi la loro testimonianza di affetto; le vostre email le trovo sempre molto pertinenti e gentili.
Ringrazio i docenti che mi scrivono da ogni angolo d'Italia per farmi sapere quanto questo blog sia importante per loro, per la loro professione, per le loro riflessioni, per il loro essere. Grazie davvero. Ringrazio anche i colleghi e le colleghe che mi seguono dall'estero, in particolare la fenomenale coppia formata da Kate e Linda, con le quali rimane sempre valido un bel progetto di collaborazione.
Ringrazio chi si occupa in maniera onesta e seria di pedagogia libertaria, lavorando quasi nell'ombra da molti anni su questo tema con grande umiltà e competenza, scambiando con me 'pensieri e parole' che mi hanno arricchito, ed anche aiutato, due persone in particolare: Filippo Trasatti e David Gribble. Vi abbraccio.
Ringrazio tutti i lettori, le lettrici di questo blog, tutti quelli che seguono i post anche su Facebook, e mi inviano messaggi di complicità. Grazie a quelli che dovrò ancora incontrare e che si aggiungeranno ai lettori attuali.
E voglio lasciare per ultimi loro, che ultimi però non sono: i bambini e le bambine delle scuole medie, i ragazzi e le ragazze dei licei, tutte persone magnifiche con le quali condivido parte del mio tempo vivo, e che ogni tanto mi mandano anche via email le loro belle parole, disegni, barzellette e risate. A loro unisco anche gli ex alunni, ormai adulti, che mi salutano sempre entusiasti dopo tanti anni. Rimanete tutti unici ed uniche! 
E' un grazie sincero, dato col cuore. 
Continuo.
Edmondo De Gallis.

mercoledì 2 ottobre 2019

La scuola risponde solo alle esigenze del mercato

Per quale motivo anche i governi più reazionari, fascisti e conservatori, necessitano della scuola, della sua azione 'educante'? Già all'inizio del Novecento ci si interrogava su questo, e  l'interrogativo faceva vacillare molte convinzioni dure a morire. Le risposte furono date già allora con forza piena, scomoda, dirompente. Una di queste venne dal filosofo e pedagogista Giovanni Cesca, il quale, tra le altre cose, ebbe a dire:
'L'Educazione è ritenuta da tutti come il mezzo migliore per far trionfare le proprie idee e tendenze, e perciò le classi sociali, i diversi partiti politici, le chiese e le sette religiose, le scuole scientifiche e sociali, che sono in armonia con queste'. 
A fianco a lui, in questo dato evidente, è il grande Francisco Ferrer Guàrdia
'è passato il tempo nel quale i governi si opponevano alla diffusione dell'istruzione in cui cercavano di limitare l'educazione delle masse. Questa tattica era loro possibile un tempo [...] Ma i tempi sono cambiati. I progressi della scienza e le scoperte di ogni specie hanno rivoluzionato le condizioni di lavoro e della produzione. Non è più possibile ora che il popolo resti ignorante; bisogna ch'esso sia istruito perché la situazione economica di un paese si conservi e progredisca di fronte alla concorrenza universale. Allora i governi hanno voluto l'istruzione, un ordinamento sempre più completo della scuola, non perché sperassero dalla educazione il rinnovamento della società, ma perché avevan bisogno d'individui, di operai, di strumenti da lavoro più perfezionati per far prosperare le imprese industriali e i capitali impiegativi. E si son visti i governi più reazionari seguire questo movimento...'.
Ma non dobbiamo cadere in errore e pensare che le risposte ci arrivino solo dall'alba del Novecento. William Godwin, in epoca illuminista, è il primo filosofo, da quanto ci perviene, a metter mano ad una critica strutturata della scuola, a ragion veduta. In tempi recenti, altri pensatori, filosofi, pedagogisti, sociologi, hanno affrontato l'argomento e dato la medesima risposta, fino a giungere ai contemporanei John Holt, Paul Goodman, Ivan Illich, Colin Ward, Joel Spring, Marcello Bernardi, ecc. Come dice Colin Ward all'inizio del capitolo 'Descolarizzazione', 'Perpetuare questa società è, in definitiva, la vera funzione sociale della scuola'. 
Chi dunque crede di poter cambiare questa società per mezzo della scuola è, nel migliore dei casi, un illuso.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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