Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -

mercoledì 19 giugno 2019

Seguaci della società o di se stessi?

Potremmo fare una cortesia a noi stessi, all'umanità tutta, facendo una cosa molto semplice. Tutte le volte che ci scappa di dire 'bisogna educare i bambini a...', chiediamoci anzitutto se i bambini abbiano davvero bisogno di essere educati (p. es. al rispetto delle differenze, degli animali, dell'ambiente, ecc.) o se non sia necessario, invece, diseducarli da ciò che gli abbiamo già insegnato o, molto meglio, se siamo ancora in tempo, non iniziarli affatto a questa società. Il più delle volte, quando pensiamo di educare un bambino a dei princìpi che in realtà portava già con sé naturalmente e  spontaneamente prima di essere stato manomesso dagli adulti, lo stiamo esortando a diseducarsi, a ridiventare quel che era prima di diventare un seguace della morale autoritaria della società. Il bambino non naviga bene in questa contraddizione perenne, ne rimane scosso, ma non sa esplicarlo. Infatti... 
Da una parte gli si insegna a competere, dall'altra gli parliamo di fratellanza e di rispetto dell'altro; da una parte gli si insegna ad adattarsi a questa società capitalista, dall'altra gli diciamo di lottare contro le ingiustizie di questa società; da una parte gli si insegna che la proprietà privata è un valore positivo, dall'altra gli diciamo che deve imparare a condividere con gli altri. E così via, in un'infinità di esempi contraddittori. Bisogna semplicemente decidersi se insegnar loro ad essere funzionali a questa società (e la scuola lo fa benissimo, è fatta per quello), o se iniziare a smetterla di essere moralizzatori ed educatori di chi non ha alcun bisogno di morali e di educazione.
Se il mondo fosse l'espressione dei bambini, se fosse il risultato della loro morale pura e schietta, sarebbe sicuramente luogo meraviglioso per tutti.


martedì 4 giugno 2019

Filo-anarchici


Di solito guardo con sospetto quelli che si definiscono 'filo-qualcosa'. Io credo che amare qualcosa o qualcuno non possa essere fatto a distanza, o anteponendo delle barriere, o delle riserve, o degli alibi vari per mantenere la distanza. Essere filo-qualcosa esprime sempre un timore a monte, di qualsiasi natura, o una ipocrisia di base. 
Non ha senso, ad esempio, dire di amare il proprio partner senza essere parte organica di quell'amore: o si è parte di quell'amore, altrimenti non si è, non è neppure amore. Allo stesso modo, in campo sociale, non ha senso dire di amare la libertà senza volerla amare nella sua espressione più alta e compiuta: l'anarchia. O si ama pienamente l'anarchia, tanto da identificarci totalmente in essa e diventare noi stessi espressioni di libertà, o si può essere soltanto dei filo-anarchici. 
Credo anche che, in merito alla libertà e al suo volerne prendere le distanze con qualsiasi pretesto, anche dicendo di essere 'filo-anarchici', Erich Fromm abbia centrato il problema ponendo la questione sul piano della paura, che è ormai di massa. Del resto, quante volte abbiamo appurato che è soltanto la paura che spinge il suddito, divenuto tale con l'educazione, a dire che la libertà è certamente bella, ma che necessita di governatori esterni per normarla, misurarla, reprimerla? Il che equivale al farsi normare con apposite leggi (morali e non) l'intensità e la durata del rapporto di coppia. Cosa che in questa società avviene, peraltro. 
Non c'è nemico della libertà più pericoloso di un suddito che crede sia giusto che qualcuno imbrigli la sua libertà e quella degli altri, spacciandosi al contempo per amante della libertà. Meglio non essere filo-qualcosa, specialmente quando si tratta di libertà, ma essere pienamente ciò che si ama, senza paura. Al bando l'ipocrisia!

Occupazione abusiva.

La vita dei giovani dovrebbe essere piena di passione, di amore, di gioco, di gioia, di stravaganza, di avventura, di fantasia, di rivoluzione e di invenzione. Invece, purtroppo, è solo piena di scuola.

'A mio figlio insegno a stare in questa società'.

Le persone non hanno difficoltà a credere che per cambiare il mondo si debba prima cambiare se stessi profondamente, e tuttavia fanno sempre finta di credere che insegnare ai bambini a diventare come loro conduca al cambiamento auspicato.

martedì 28 maggio 2019

A scuola di discriminazione.

Un incredibile, fenomenale, ineccepibile, infallibile strumento di divisione tra gli individui, questa è la scuola! Una divisione che porta dritti dritti al conflitto, alla caccia alle streghe, alla cultura biasimevole del punire e premiare, della vendetta covata e realizzata. Questa, tra le altre terribili cose, è la scuola! Una scuola così tanto ignorata sotto questo aspetto, seppur evidentissimo, ma così tanto idealizzata nella sua narrazione contraddittoria
La divisione che compie la scuola sull'unità organica degli individui, insegnando a questi ultimi a compierla a loro volta su se stessi, è qualcosa di abnorme, di incontrollabile. E lo fa in vari modi, a vari livelli. Il livello più evidente è quello anagrafico: la scuola separa e classifica gli individui in base all'età, e li deposita nelle aule-pollaio corrispondenti e deputate (celle ricolme di germi e di paura infusa, ma coloratissime). Poi vi è la divisione effettuata dai voti e dai giudizi espressi dai vari 'specialisti del settore': una vera marchiatura che decreta l'uccisione della bella narrazione scolastica che suole esaltare, tra le altre meraviglie irrealizzabili a scuola, la fantomatica 'uguaglianza': ma una volta stabilito chi sarebbe 'asino' e chi 'intelligente' secondo i criteri stabiliti dagli 'specialisti' che coincidono con una morale autoritaria perfettamente rispondente alle istanze del capitale, c'è ben poco da perorare cause a favore di una 'scuola-idolo' che promuoverebbe, a suo dire, l'eguaglianza e la socializzazione! Chi si loda s'imbroda!
Altre divisioni attendono e imparano gli studenti nel corso degli anni nelle loro celle, come la divisione autoselettiva basata sul perseguimento dell'obiettivo automatico e strutturale della competizione tra simili, attraverso la quale anche due bambini che sono amici da sempre arrivano spesso a litigare, a non parlarsi più. Abituarsi all'odio reciproco è ciò che si impara in queste agenzie d'istruzione! Per fortuna interviene spesso la natura, soprattutto in tenera età, e i due bambini, normalmente, ritornano spontaneamente a giocare insieme. Ma è merito della loro natura, del loro buon senso innato, dall'istinto di socialità, non della scuola! Per questo motivo possiamo affermare che se dalla scuola esce qualcosa di buono, non è grazie ad essa, ma malgrado essa!
La divisione più odiosa e subdola, però, quella più nascosta e terrificante, è la discriminazione generata per mezzo dei certificati scolastici, i noti titoli di studio, cioè per mezzo della scuola stessa in quanto dispositivo che produce consumatori suddivisi in gradienti qualitativi prestabiliti e certificati. Significa che la scuola, come diceva Ivan Illich, opera un severissimo discrimine tra chi possiede un titolo di studio e chi non lo possiede (e anche tra i titoli di pari grado, a seconda del tipo di Istituto in cui sono stati acquisiti), arrivando a far credere, in modo disgustoso, che colui che non ha acquisito un certificato scolastico, o che ne ha acquisito uno di 'rango inferiore' rispetto allo standard assunto come 'accettabile' in quel preciso momento storico e in quel dato luogo, od uno acquisito in un Istituto 'poco rinomato', non soltanto sarebbe un individuo 'ignorante' (che secondo la nostra terribile cultura scolastica autoritaria equivarrebbe a dire uno 'stupido' o 'incapace di ragionare'), ma sarebbe considerato anche un figuro ignobile che, per giunta, essendo 'ignorante', è sicuramente meritevole di essere considerato il capro espiatorio per tutti i guai della società, un reietto da tramutare in una preda per un branco di 'colti' che vorrebbe fargliela pagare in qualche modo e riversare su di lui le colpe di una società ingiusta fatta proprio da loro, dai laureati (l'atteggiamento discriminatorio si traduce in prima istanza nello scherno: 'ma cosa vuoi saperne tu che hai solo la licenza media? Non puoi capire, non vali niente, lascia fare a noi che siamo quelli intelligenti'). Ecco che la scuola, essendo una chiesa e una religione, crea la sua setta fondamentalista.
In barba a cosa, tutto questo? In barba alla bella retorica sul valore dell'eguaglianza, del rispetto nei confronti di ogni individuo in quanto tale, della vita stessa, della comprensione, della solidarietà, dell'umanità, ecc. Insomma, la scuola da un lato predica sempre bene per autopromuoversi, ma nei fatti contraddice sempre se stessa e i suoi finti obiettivi di facciata. E' ciò che vediamo.
Ma come potrebbe funzionare diversamente un dispositivo inventato espressamente dal potere che serve proprio per dividere la gente, generare sperequazione e odio già tra i bambini, e porre le basi culturali per agevolare le guerre fra poveri? Io penso che sia davvero ora di guardare in faccia la realtà, i fatti, i risultati, anziché rifugiarsi nella bella narrazione con la quale il potere ha rivestito ogni sua espressione, prima fra tutte la scuola. E non trascurerei nemmeno il fatto che non è conoscendo bene la Divina Commedia o i precetti della buona grammatica che si diventa antifascisti (come si può credere a questa sciocchezza?). Anche perché per natura siamo tutti anarchici, nasciamo tutti antiautoritari, ma si può diventare facilmente fascisti con un'educazione e una cultura specifiche come la nostra, se non rimaniamo vigili su noi stessi, in barba alle grammatiche e agli Alighieri vari! E a proposito di libri e informazioni, se dobbiamo dirla tutta come si dovrebbe, ciò che impara lo studente dai libri di scuola, stando nella cella, non è tanto il loro contenuto, che passa in secondo piano, quanto 'un sistema di ordini, un sistema di comando che permetterà e costringerà gli individui a formare degli enunciati conformi agli enunciati dominanti. La scuola serve soprattutto a questo' (Gilles Deleuze).
Il discorso non si esaurisce qui, sono stato fin troppo sintetico, non ho preso in considerazione altri aspetti, come ad esempio il fatto che è proprio la scuola, con queste sue discriminazioni strutturali (o struttura discriminatoria), a generare il problema del bullismo (in questo blog ho riportato prove a supporto, casi evidenti e vissuti). Ma io credo che le poche righe che ho scritto fin qui siano già largamente sufficienti a far ragionare sui fatti e la realtà. Dico i fatti e la realtà, non i paradisi vagheggiati e le inesistenti proprietà taumaturgiche della scuola.

Altro.
La scuola giustifica le divisioni sociali.

domenica 19 maggio 2019

Piccola storia di un delitto

Se io ho nella testa solo alcuni determinati elementi, il senso della mia vita sarà dato da quei soli elementi. Anche tutta la mia esistenza sarà organizzata in base a quei soli elementi e penserò di essere libero e colto. In questa condizione, normalmente, pensare a un cambiamento della mia vita significa  che ho solo bisogno di prendere gli elementi che ho nella testa, mescolarli tra loro e ricomporli. Ma è come se io avessi cambiato soltanto la disposizione delle suppellettili nella mia cella, la mia vita non cambia. 
Per analogia, io non posso fare una rivoluzione sociale usando gli elementi che già conosco, cioè gli stessi strumenti che qualcuno mi ha messo nella testa e che sono all'origine stessa del mio malessere. Se mi hanno insegnato che per vivere ci vogliono i governi, i parlamenti, una società divisa in classi, delle leggi esterne a me, delle agenzie educative, dei moralizzatori, un apparato gigantesco autoritario repressivo e la convinzione che tutto questo sia giusto e civile, allora per me sarà completamente inutile rimescolare questi elementi, dar loro un altro colore, e sperare di cambiare la società e la mia condizione. 
Per cambiare realmente io devo saper essere dinamico, aperto, curioso e creativo, devo uscire dalla statica normalità e dalle convenzioni, cioè devo fare come fanno i bambini, i quali, quando il loro giocattolo preferito finisce di soddisfarli, non lo guardano più, lo gettano via d'istinto, lo calpestano con disinvoltura e, se non ne hanno un altro di diversa natura a portata di mano, se lo inventano e, se è il caso, esplorano altri territori (fisici o mentali). 
Questa capacità creativa e anarchica di ogni bambino svanisce non appena qualcuno dall'esterno comincia a inculcargli la convinzione che per vivere ci vogliono i governi, i parlamenti, una società divisa in classi, delle leggi esterne a lui, delle agenzie educative, dei moralizzatori, un apparato gigantesco autoritario repressivo e la convinzione che tutto questo sia giusto e civile. Quando in seguito ad una specifica azione educativa il bambino sarà diventato un vero adulto o, per meglio dire, quando il bambino sarà stato opportunamente soffocato, per lui, che anche da adulto conserverà l'istinto naturale di migliorare la sua condizione, sarà completamente inutile rimescolare gli elementi che gli hanno inculcato al fine di sperare di cambiare le cose; di più, ringrazierà chi glieli ha inculcati così bene, e con così tanto amore, da farlo diventare 'un adulto serio con la testa sulle spalle'. 
A quel punto l'essere umano è morto, si è sciolto e sepolto nella massa informe, ne è parte, non saprà più pensarsi veramente libero, la libertà lo terrorizzerà a tal punto che, per giustificare la sua serva condizione e proteggere le sue catene, dirà che essere liberi è sicuramente bello, ma è un sogno impossibile da realizzare, persino pericoloso da pensare (figuriamoci tentare!). E dirà anche molte altre cose, tirerà fuori tanti pretesti, tutti completamente stupidi ed autolesivi. E darà la colpa a qualsiasi cosa esterna a lui pur di non voler ammettere di essere stato indottrinato e ucciso quando era ancora un bambino.

sabato 18 maggio 2019

La scuola è nemica del pensiero libero, non potrebbe essere diversamente.

Non facciamoci illusioni sulla presunta 'aria di libertà di pensiero' che si respirerebbe a scuola. O meglio, non alimentiamo ancora di più questa falsità, sappiamo tutti molto bene che se uno scolaro comincia a parlare in classe di anarchia (l'unica vera forza in grado di dissolvere il potere) viene subito redarguito e messo a tacere. O ridicolizzato. Altro che libertà di pensiero! Chi censura per prima è proprio la scuola, sono i suoi insegnanti (presi come come tali, non come persone, la differenza è sostanziale), specialmente quando si tratta di anarchia e di anarchici. C'è una tale ignoranza sull'anarchia che, sull'argomento, rimango sempre sconcertato dalla banalizzazione, dallo stupido conformismo che sento o che mi trovo a leggere qua e là. Chi dobbiamo ringraziare per questa profondissima ignoranza? 
Potremmo ad esempio far conoscere a scuola le bellissime poesie di Renzo Novatore proprio come si fa con quelle dei poeti noti a tutti perché letti obbligatoriamente a scuola (tutti poeti innocui, o pro sistema, o resi tali dai filtri pedagogici di Stato. E non solo i poeti). Se ne avrebbe il coraggio? E sarebbe poi giusto imporre Novatore? Se non è giusto, come credo, perché invece si impongono serenamente tutti gli altri? Questo discrimine tra il 'lui sì' ed il 'lui no', creerebbe pensiero critico e libero? Ne siamo certi? 
Di fronte alla possibilità che gli studenti si imbattano in versi come ad esempio 'l'anarchia è per me un mezzo per giungere alla realizzazione dell'individuo', e di fronte alla possibilità che versi di questo genere, mandati a memoria e posti come condizione necessaria per avere un buon voto, siano intercettati dall'autorità dirigenziale (ci sono tante di quelle spie, a scuola..!), pensiamo forse che questi docenti, sedicenti promotori del pensiero libero, lascino serenamente che ciò avvenga? Non credo proprio! Io ci ho provato, e sono stato aggredito da colleghe che si reputano rivoluzionarie e molto aperte di mente. E ho avuto le stesse reazioni avverse in tutte le scuole in cui sono stato (non sono poche), non esclusa l'attuale. Onestamente? mi stupirei se ciò non avvenisse! E non vi racconto le scene patetiche a cui ho dovuto assistere, e le convocazioni dal dirigente! Lo sapete che è probabile che non mi venga più concesso il bonus docente perché lo userei per comperare libri 'sconvenienti'? Ma di cosa stiamo parlando? 
Che la scuola sia da considerare promotrice del libero pensiero è solo mitologia, fa parte di quella narrazione autoreferenziale di cui ho già avuto modo di parlare. Io invece riassumo ed espongo i fatti, e questi contraddicono lo storytelling demagogico della scuola. I fatti veri - questi sì rivoluzionari quando si vive nella menzogna e li si vuol raccontare - rappresentano la realtà di quel che succede o di quel che non succede, ed il vero delitto è certamente ignorarli, come avviene, o rinnegarli o piegarli ad un dogma qualsiasi.
E allora vediamoli questi fatti, vediamola questa realtà. Leggete questo stralcio di giornale.  Quel che scrive Lorenzo C. di Palermo è ciò che avviene comunemente a scuola, non soltanto in sede d'esame, ma sempre. E' un imperativo categorico venato di minaccia mascherato da atto cautelativo (per una 'pacifica convivenza', si dice sempre) che viene insegnato ai ragazzi. Addirittura, quando questo modus operandi censorio viene ben assimilato (e lo si assimila molto presto), sono gli studenti stessi che redarguiscono i loro compagni che osano esternare i loro liberi pensieri. Quante liti ho visto per questo motivo! Ecco, io devo combattere ogni giorno contro questa realtà, e ci rimetto in prima persona quando devo difendere il libero pensiero, l'espressione critica, che rimangono cose assolutamente vietate. Da qui la mia esigenza di operare in clandestinità. Ma quale libero pensiero a scuola? Non scherziamo e apriamo gli occhi!


E se non dovesse bastare questa dichiarazione lampante, possiamo farci raccontare la stessa situazione, ma anche molto altro, da J. Taylor Gatto, professore a New York, che denuncia la realtà dei fatti in queste sue sette lezioni.
Insomma, ma di cosa parliamo? Vogliamo forse far leggere obbligatoriamente anche Max Stirner col suo rifiuto intelligentissimo dello Stato e della Chiesa? Portiamo questo acuto filosofo, maestro di Nietzsche, sui banchi di scuola? Magari! Portiamo anche tutti gli studiosi che affermano l'assoluta necessità di farla finita con la scuola e con l'educazione? Pensiamo davvero che la scuola e i suoi docenti-soldati acconsentano a divulgarli? E non parlo solo di pensatori anarchici morti. Vogliamo forse far maturare un pensiero davvero critico? Vogliamo forse creare una società libera fatta di non adattati e non rassegnati? Non prendiamoci in giro! Anche Lev Tolstoj viene censurato nelle sue pagine più anarchiche, antigovernative e ferocemente anticlericali (lui, per giunta da cristiano qual era!). Di cosa parliamo? Quale libertà di pensiero a scuola? Come possiamo credere che si formi una coscienza critica quando i pochi elementi che il sistema spaccia come totale e giusta Conoscenza sono sempre quegli stessi che servono al sistema per perpetuarsi? 
Che differenza c'è tra un anarco-individualista e un collettivista? Perché questa differenza non viene spiegata dai miei colleghi? Perché non viene inserita in nessun programma ministeriale? Quale tipo di reazione hanno le popolazioni aggredite dalle guerre, quali soluzioni di autogestione hanno sempre trovato? Ce lo direbbero sicuramente Rudolf Rocker, ma anche Piet Kropotkin, ammesso che si sappia però chi siano costoro. La scuola della Conoscenza non ce li fa conoscere. Curioso e strano? No, è la norma! Che cosa è successo nell'autogestione anarchica di Barcellona nel 1936? 'Perché, c'è stata davvero un'autogestione anarchica a Barcellona?', si chiederà il perfetto scolarizzato, colto, dal pensiero libero e critico. Ma di cosa stiamo parlando?
Dove mettiamo la storia reale e completa della Prima internazionale con Bakunin? E Michail Bakunin stesso? Vogliamo dirlo che era anarchico o, al massimo concesso da sua maestà, lo dichiariamo tout-court e genericamente 'socialista'? Possiamo dirlo che Pierre-Joseph Proudhon è stato il filosofo anarchico, o uno dei pensatori anarchici, che ha dato i maggiori spunti a chi si è poi incoronato padre del comunismo, talmente 'padre padrone' da trasformare il comunismo anarchico e rivoluzionario in comunismo autoritario di Stato e di partito? (se ti dà fastidio il fatto che io non scriva il suo nome, rifletti e chiediti perché tu non provi lo stesso fastidio nel sapere che la scuola censura migliaia di nomi importantissimi). E di tutti gli altri filosofi e sociologi anarchici volutamente censurati cosa ne facciamo? E del grande imprescindibile geografo Elisée Reclus? Lo censuriamo perché è anarchico? Certo, è la scuola, che altro può essere? Ma di cosa stiamo parlando?
Suvvia, non facciamoci illusioni, la scuola rimane sempre quell'agenzia pubblicitaria che ti fa credere di avere bisogno della società così com'è, diceva Ivan Illich. A proposito, 'chi è Illich?' si chiederà tutta la società scolarizzata e dal pensiero critico. Appunto! Ah! Se non ci fosse internet che vi fa conoscere un po' di sana anarchia! Perché, vedete, se l'opposizione al fascismo di stampo scolastico conduce alla fine gli studenti a concepire la lotta al fascismo come un qualcosa che si fa soltanto aderendo ad un altro partito e votandolo, allora non si è capito proprio nulla, e non vedo niente di cui la scuola debba farsi vanto, se non di un'unica cosa: della sua stessa funzione di dispositivo addestrante del sistema, che è la funzione per cui è stata concepita e alla quale, per il raggiungimento del suo programma occulto, serve anche la censura.




Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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