Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -

martedì 10 settembre 2019

Alternative alla scuola.

Farla finita con questo e con quel che ne consegue!
Una premessa fondamentale:
Non mi soffermerò ancora, adesso, sui motivi per cui è necessario descolarizzare la società, penso che nel corso di tutti questi anni di mia presenza in rete e spiegazioni, e proposte di lettura, soprattutto in questo blog, le persone più attente al problema abbiano già da tempo capito la grande importanza e urgenza della descolarizzazione, persino a prescindere dalle eventuali alternative da proporre. Come dire: è più urgente toglierci dal rogo che pensare alle alternative mentre intanto ci arrostiamo. O no? Ma...


...Ma per quelli che continuano a chiedere (e non a chiedersi) quali possano essere le alternative alla scuola, facendolo palesemente in modo provocatorio e sterile nel 99% dei casi, o perché la scuola gli ha cancellato l'immaginazione e la creatività, trascriverò di seguito un progetto tratto da un testo che riassume le idee di Ivan Illich relative a questo tema. Almeno due punti, però, bisogna anzitutto tenerli sempre presenti, altrimenti non si andrà da nessuna parte:
  1. In termini di obiettivi intemedi e finali, di formazione morale-culturale, di metodologie, di gerarchizzazione, di strumenti di addestramento, e di risultati ottenuti, non esiste alcuna differenza tra scuola pubblica e privata. In questa società, a meno di essere dei veri ribelli con tutto ciò che questo comporta, ogni tipo di agenzia educativa (e non solo) è sottoposta al controllo e alla vidimazione dello Stato, comprese, in una misura relativa, le scuole libertarie.
  2. La scuola non è l'unico luogo in cui una persona può imparare. Sembra una banalità, ma troppo spesso nelle parole proferite dalle persone emerge questa assurda convinzione. Inoltre vorrei evidenziare che la scuola non è una creazione divina, e non crea conoscenza: ripete e fa ripetere dei concetti e delle nozioni, peraltro funzionali solo al sistema.

Un progetto:
Come già detto, mi rifaccio al grande pedagogista Ivan Illich, autore del famoso libro 'Descolarizzare la società', il quale pensava anche alla creazione di una rete di strutture educative aperte, libere, una rete organizzata in quattro servizi fondamentali:
  1. Negozi e ambienti appositi per l'apprendimento formale (dalle biblioteche ai laboratori, alle macchine per insegnare, a sale-spettacolo, a circuiti televisivi), affiancati da strutture sociali (botteghe, laboratori, aziende, gruppi...) dove è invece possibile apprendere direttamente tramite l'esperienza.
  2. Iniziative di raccordo per mettere in contatto chi insegna e chi desidera imparare, anche per poter effettuare scambi di competenze.
  3. Socializzazione libera, mediante la formazione di gruppi riuniti intorno a un interesse comune.
  4. Creazione di un 'annuario degli educatori', cioè un elenco di individui disposti a insegnare, in modo che chi ritiene di aver bisogno di una di queste figure possa mettersi in contatto con essa e avvalersi delle sue prestazioni.
Questo progetto implica la possibilità che gli individui scelgano liberamente come, quando e in che misura fruire delle diverse offerte educative, e che la società si trasformi, per diventare sempre di più un luogo di contatto, di confronto e di scambio alla pari, all'insegna di quella 'convivialità' di cui Illich ha scritto parecchio e che ha come significato profondo la costruzione di una società libera, attiva, fatta di individualità e non più di masse uniformate e conformate.
Un esempio concreto e già attuato si trova in Messico, nello Stato di Oaxaca. Si chiama Unitierra (Universidad de la Tierra), che è una realtà fondata da Gustavo Esteva, amico di Ivan Illich, e al cui interno convergono conoscenze e culture tra le più svariate. Una ricchezza immensa. Ma nel mondo ci sono e ci sono stati altri progetti del genere, o per lo meno degli embrioni di questo pensiero di formazione alternativa, ad esempio le esperienze fatte da Sébastien Faure e i bambini di La Ruche, nei primi anni del Novecento, in Francia. Si tratta adesso di allargare queste esperienze il più possibile, metterle in relazione collaborativa tra loro, renderle di tutti, per tutti. Nella noia, nella coercizione e nella paura non si impara mai nulla veramente, con gioia, ma si ammaestra.
Va da sé che il progetto esposto non è che uno soltanto, altri se ne possono aggiungere, purché non siano o non diventino scuole o luoghi di reclusione coatta, e naturalmente questo stesso progetto si pone come canovaccio e giammai come modello assoluto valido per tutti, ogni realtà sociale svilupperà incidentalmente il suo progetto, i suoi progetti, o darà più risalto a una parte di essi in base alle esigenze che si vengono a creare spontaneamente. 
So bene che qualsiasi tipo di alternativa alla scuola venga proposta a coloro i quali tengono alla difesa dell'orrido esistente, sarà rifiutata a priori, per partito preso. Ma questo non è un blog per tutti, la libertà e il progresso sono materie che si affidano alle intelligenze consapevoli e alle coscienze non deformate dal feroce addestramento dottrinale scolastico. Perciò, adesso che ho risposto alle domande provocatorie del genere 'e le alternative?', si prega di evitare i 'sì, però...', perché alla fine si cade dal ridicolo al patetico. Evitatevelo.

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domenica 8 settembre 2019

Quaderni a righe e a quadretti, il cittadino ubbidiente passa anche da lì.

Sui quaderni di scuola elementare - parliamo dunque di bambini piccoli - le righe e i quadretti non sono stati messi lì a caso, non servono affatto a far 'scrivere bene'. Se volete saperne di più, vi riassumo la questione d'appresso. Inizio da una citazione fondamentale del filosofo Gilles Deleuze:

Gilles Deleuze
'Se fossimo portati a dire che il linguaggio è sempre stato un sistema dell'ordine e non dell'informazione - sono ordini che vi vengono dati, e non informazioni che vi vengono comunicate - avremmo l'impressione di dire qualcosa di evidente. Apriamo il notiziario alla televisione e cosa riceviamo? Non riceviamo in primo luogo delle informazioni, riceviamo degli ordini. E cosa avviene a scuola? E' ovvio! Quando la maestra riunisce i bambini non è per informarli dell'alfabeto, è per insegnare loro un sistema di ordini, un sistema di comando che permetterà e costringerà gli individui a formare degli enunciati conformi agli enunciati dominanti. La scuola serve soprattutto a questo'.
Quando Deleuze chiariva il concetto del 'sistema di comando' che vige nella scuola, si riferiva proprio al fatto che il linguaggio, quando lo si fa passare attraverso certi canali autoritari come la scuola o la tv, non ci dà immediatamente delle informazioni, ma ci dà principalmente degli ordini, ovvero un sistema di comando a cui ubbidire, un sistema che fa riprodurre lo stesso tipo di sistema a chi assorbe quel linguaggio e quei canali. Facciamo un esempio e prendiamo come canale la scuola. Scegliamo un obiettivo obbligato per questo contesto: insegnare al bambino a scrivere non uscendo fuori dalle righe imposte. Si dovrà notare anzitutto che l'obiettivo dichiarato non è semplicemente quello di insegnare a scrivere, che è ciò che ci si aspetta da qualsiasi pedagogo umano, ma imparare a farlo senza uscire dalle righe. Ed è questo che, alla fine, diventerà il vero obiettivo. Al di là di ciò, si tratta di una palese imposizione, di una coercizione che viene sempre mascherata, addolcita, lubrificata da una o più giustificazioni, la più quotata, in questo caso, è: 'il bambino deve imparare a scrivere in modo chiaro, altrimenti la sua scrittura non sarà leggibile e nessuno lo capirà' (chissà quali scuole hanno frequentato i medici). E attraverso questo genere di giustificazioni o pretesti si compie il trasferimento del sistema di comando dal docente al discente, che a sua volta imparerà a utilizzarlo e a vederlo come una cosa normale, quando a non vederlo addirittura. 
Ma nello specifico, che cosa succede a livello psicologico al bambino in piena fase evolutiva? Quando la maestra ordina all'allievo di non uscire fuori dalle righe, l'informazione passa in secondo piano rispetto alle conseguenze che l'allievo subirà se uscirà fuori dalle righe, se contravverrà alla norma imposta, se sovvertirà la regola. L'allievo sarà stato infatti informato a priori della ricompensa e della punizione che riceverà, a seconda se eseguirà bene o male l'ordine e, come i cani di Pavlov, imparerà anche questo sistema di conseguenze autoritarie finendo per ritenerle una cosa normale, un valido sistema pedagogico, quando invece è mero addestramento!
Qui ci sono già tutti gli elementi di una società fondata sull'autoritarismo (o gerarchia). C'è un capo (la maestra), c'è un ordine calato dall'alto (scrivi dentro le righe!), c'è una giustificazione di facciata che poggia su una falsa morale (se non impari a scrivere in modo chiaro nessuno ti capirà, e inoltre una brutta grafia non è elegante), c'è una conseguenza prestabilita da qualcuno (se scrivi bene ti premio, se scrivi male ti punisco), c'è la distruzione dell'autodeterminazione e dell'autostima dell'allievo (futuro cittadino, schiavo produttore ligio al dovere), il quale impara a obbedire all'ordine non perché egli sia davvero convinto che scrivere dentro le righe sia giusto, ma perché deve compiacere l'autorità (maestra, genitore) e anche perché sa che ci saranno sempre e comunque delle conseguenze: era stato informato preventivamente che sarebbe incorso nel pericolo della punizione o dell'adulazione premiale.
Come se non bastasse, tutto ciò porta l'allievo a competere con i suoi 'compagni' (che potenzialmente divengono nemici da combattere), perché nel frattempo avrà anche imparato che in questo genere di società, per poter sopravvivere, occorre rendersi superiore agli altri, sgominarli. Si perpetua così l'assetto gerarchico e divisivo-competitivo della società. Quale umanità! In questo caso specifico, la superiorità di colui che ha ricevuto un bel voto non deriva affatto dall'aver scritto convintamente bene, dritto e chiaro, ma dall'averlo fatto come ha voluto l'autorità. L'allievo, quindi, si sente superiore agli altri perché ha saputo obbedire bene all'ordine ricevuto, lo ha fatto meglio degli altri servi da eliminare. E' un servo superiore, insomma! Come dice Deleuze, la scuola serve soprattutto a questo.
Questo non è che un esempio, uno tra i troppi su cui è stata edificata la nostra società. Nulla viene lasciato al caso da parte dello Stato, neppure le righe dei quaderni!

P.S. Vorrei far notare che l'insegnamento acritico di questi ordini, che verranno a loro volta reinsegnati acriticamente, vengono appresi in modo sottaciuto, silente, strisciante, all'interno di una metadidattica. E' così che si imparano le cose, con il fare all'interno di una consuetudine, dove, mentre si fa una cosa, si apprende qualcos'altro, e in modo più profondo. Questo lo dico perché ancora in molti credono che l'insegnamento della pace, della fratellanza, ecc. passi attraverso la predica verbale. Non è così che funziona.

Scolasticamente ineccepibili

Ho poco da dire, in questo momento, ma lo ritengo importante, e volevo scriverlo da tempo. Sapete, nel corso degli anni ho conosciuto studenti apertamente fascisti. Questi studenti studiavano e ricevevano ottimi voti e complimenti dai miei colleghi, non erano stupidi, sapevano scrivere abbastanza bene, leggevano libri e giornali, usavano l'inglese quando occorreva farlo. Riguardo alla 'Storia patria', se faccio riferimento a certe classi del quinto anno di liceo, questi ragazzi erano preparatissimi proprio sul fascismo e il nazismo, conoscevano a menadito date e fatti, sapevano collegare questi fatti e contestualizzarli perfettamente. Un giorno qualcuno di loro tirò fuori lo smartphone e si formò subito un gruppetto attorno a lui, stavano guardando un filmato su Youtube e sorridevano con aria fiera e soddisfatta, stavano guardando e ascoltando un discorso di Mussolini. Di quel discorso conoscevano le parole, le cadenze, le pause, il riferimento preciso, il contenuto, l'anno e il giorno, il luogo... tutto! Questi studenti, normalmente, all'esame di Stato, brillano soprattutto se gli viene chiesto di parlare della Seconda guerra mondiale: quel capitolo lo conoscono benissimo, lo hanno studiato e ristudiato mille volte, con entusiasmo, con viva voglia di sapere.
Qualcuno, leggendo quello che ho appena scritto, forse avrà capito delle cose anche in merito alla funzione dei libri scolastici. Me lo auguro. Non voglio aggiungere altro.

mercoledì 21 agosto 2019

Non scuole alternative, ma alternative alla scuola!

Nella scuola è tutto minuziosamente calcolato, programmato, verificato, pianificato, registrato. Lo sviluppo dell'ingegneria scolastica e della sorveglianza su di essa, negli ultimi decenni, è stata pari allo sviluppo tecnologico avvenuto in ambito aerospaziale. Nella scuola nulla è lasciato al caso, neppure un eventuale e raro caso, che perciò, essendo qualcosa fuori norma, viene malvisto. Anche il caso, a scuola, deve comunque essere 'modulizzato', inserito in un programma di osservazione e misurazione per un eventuale trasformazione in 'iter' o 'prassi', che in questo modo lo snatura inevitabilmente. Questo significa che decenni di studi e di ricerche hanno portato a compimento lo studio capillare e ossessivo del programma fatto sul programma. Si è giunti, cioè, com'è tristemente ovvio, a porre l'accento sul perfezionamento maniacale e burocratico del percorso
Ma nonostante questo evidente ultraperfezionismo, verificato in numerosi passaggi e pianificato in altrettante riforme e normative caduteci sulla testa, si continua ingenuamente a ripetere che la scuola non funziona, che occorre metter mano a questo e a quello. Ancora! Occorre dirlo forte: non è la scuola che non funziona! I suoi meccanismi e il suo percorso funzionano fin troppo bene! Per gli scopi per cui è stata progettata, la scuola è incredibilmente perfetta!
Ciò che non funziona è invece la comprensione, da parte della società, del fatto che l'emancipazione dall'oppressione e dalle ingiustizie non può passare attraverso programmi predeterminati, luoghi di coercizione e addestramento, burocratizzazione e mercificazione dei saperi (peraltro assai relativi, controllati e devitalizzati), programmazioni e sorveglianze, punizioni e ricompense, ecc. Non è la scuola la soluzione, ed è evidente che sia così! La scuola è un'azienda di costruzione sociale, di questa società, non di un'altra. Ciò di cui abbiamo bisogno, per una società diversa da questa, per un mondo giusto e umano, non è neppure una scuola alternativa, ma è un'alternativa alla scuola. Ci sono grandi idee che si possono pescare o ripescare a questo scopo. A mio giudizio, queste grandi idee, queste alternative alla scuola, sono state ben riassunte da Ivan Illich, e penso che un giorno le scriverò su questo blog, in modo tale da poter aiutare anche coloro i quali, deficitari di fantasia proprio perché perfettamente scolarizzati, si chiedono quale possano essere le soluzioni o le alternative alla scuola. Intanto il mio invito per costoro è quello di fare uno sforzo per cercare autonomamente di capire quali possano essere queste alternative capaci di far raggiungere l'obiettivo dell'apprendimento più autentico, più libero, grande e gioioso. Esistono. Non è difficile. E decisamente l'homeschooling non è fra queste!

mercoledì 19 giugno 2019

Seguaci della società o di se stessi?

Potremmo fare una cortesia a noi stessi, all'umanità tutta, facendo una cosa molto semplice. Tutte le volte che ci scappa di dire 'bisogna educare i bambini a...', chiediamoci anzitutto se i bambini abbiano davvero bisogno di essere educati (p. es. al rispetto delle differenze, degli animali, dell'ambiente, ecc.) o se non sia necessario, invece, diseducarli da ciò che gli abbiamo già insegnato o, molto meglio, se siamo ancora in tempo, non iniziarli affatto a questa società. Il più delle volte, quando pensiamo di educare un bambino a dei princìpi che in realtà portava già con sé naturalmente e  spontaneamente prima di essere stato manomesso dagli adulti, lo stiamo esortando a diseducarsi, a ridiventare quel che era prima di diventare un seguace della morale autoritaria della società. Il bambino non naviga bene in questa contraddizione perenne, ne rimane scosso, ma non sa esplicarlo. Infatti... 
Da una parte gli si insegna a competere, dall'altra gli parliamo di fratellanza e di rispetto dell'altro; da una parte gli si insegna ad adattarsi a questa società capitalista, dall'altra gli diciamo di lottare contro le ingiustizie di questa società; da una parte gli si insegna che la proprietà privata è un valore positivo, dall'altra gli diciamo che deve imparare a condividere con gli altri. E così via, in un'infinità di esempi contraddittori. Bisogna semplicemente decidersi se insegnar loro ad essere funzionali a questa società (e la scuola lo fa benissimo, è fatta per quello), o se iniziare a smetterla di essere moralizzatori ed educatori di chi non ha alcun bisogno di morali e di educazione.
Se il mondo fosse l'espressione dei bambini, se fosse il risultato della loro morale pura e schietta, sarebbe sicuramente luogo meraviglioso per tutti.


martedì 4 giugno 2019

Filo-anarchici


Di solito guardo con sospetto quelli che si definiscono 'filo-qualcosa'. Io credo che amare qualcosa o qualcuno non possa essere fatto a distanza, o anteponendo delle barriere, o delle riserve, o degli alibi vari per mantenere la distanza. Essere filo-qualcosa esprime sempre un timore a monte, di qualsiasi natura, o una ipocrisia di base. 
Non ha senso, ad esempio, dire di amare il proprio partner senza essere parte organica di quell'amore: o si è parte di quell'amore, altrimenti non si è, non è neppure amore. Allo stesso modo, in campo sociale, non ha senso dire di amare la libertà senza volerla amare nella sua espressione più alta e compiuta: l'anarchia. O si ama pienamente l'anarchia, tanto da identificarci totalmente in essa e diventare noi stessi espressioni di libertà, o si può essere soltanto dei filo-anarchici. 
Credo anche che, in merito alla libertà e al suo volerne prendere le distanze con qualsiasi pretesto, anche dicendo di essere 'filo-anarchici', Erich Fromm abbia centrato il problema ponendo la questione sul piano della paura, che è ormai di massa. Del resto, quante volte abbiamo appurato che è soltanto la paura che spinge il suddito, divenuto tale con l'educazione, a dire che la libertà è certamente bella, ma che necessita di governatori esterni per normarla, misurarla, reprimerla? Il che equivale al farsi normare con apposite leggi (morali e non) l'intensità e la durata del rapporto di coppia. Cosa che in questa società avviene, peraltro. 
Non c'è nemico della libertà più pericoloso di un suddito che crede sia giusto che qualcuno imbrigli la sua libertà e quella degli altri, spacciandosi al contempo per amante della libertà. Meglio non essere filo-qualcosa, specialmente quando si tratta di libertà, ma essere pienamente ciò che si ama, senza paura. Al bando l'ipocrisia!

Occupazione abusiva.

La vita dei giovani dovrebbe essere piena di passione, di amore, di gioco, di gioia, di stravaganza, di avventura, di fantasia, di rivoluzione e di invenzione. Invece, purtroppo, è solo piena di scuola.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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