Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -

martedì 25 dicembre 2018

Capacità perdute


Tra le altre cose, l'introduzione della scolarizzazione di massa obbligatoria nel nostro sistema culturale ha atrofizzato la parte delle facoltà umane specifiche della memorizzazione. La scuola stessa, in quanto tale, con i suoi meccanismi autoritari intrinseci e non modificabili, nonostante gli sforzi libertari di alcuni docenti, ha portato al graduale impoverimento delle antiche capacità logico-cognitive e problematizzanti degli individui. Prova ne è anche il fatto che in tempi remoti, quando non esisteva la scuola come istituzione, e ancora prima che nascessero le forme storiche di scrittura, le comunità utilizzavano esclusivamente la pratica orale per tramandarsi le storie, i miti e le esperienze, le conoscenze. Non c'erano libri su cui registrare le cose, al loro posto si usava il cervello e il ragionamento, e in questo modo si potevano trovare anche più soluzioni per lo stesso problema, cosa che costituisce una ricchezza in sé, ed una difesa contro il pericolo di un pensiero unico omologante.
La tradizione orale e la memorizzazione delle informazioni non scritte, che hanno caratterizzato larghissima parte della nostra filogenesi garantendoci l'evoluzione in senso umano, si basava su dei tipi di connessioni sinaptiche che oggi, con la scuola, si sono devitalizzate. E adesso, per porvi rimedio, è errato pensare di ripristinare a scuola la pratica coercitiva della 'poesia a memoria', perché questa pratica scolastica serve a ben poco, non regge il paragone con un'attività antichissima e costante, soprattutto naturale e spontanea, com'era la memorizzazione anche creativa che avveniva per il piacere di memorizzare le cose. La classica poesiola scolastica 'mandata a memoria' non è altro che un infimo surrogato per giunta doloroso e controproducente se non si ha alcuna voglia di memorizzarla o se la si impara per coercizione, per ricatto, per compiacere docenti e genitori, o per guadagnarsi un voto o il giudizio dato da un estraneo.
L'antichissima trasmissione orale dei saperi prevedeva un esercizio continuo, potente, ma soprattutto spontaneo. Ci sono dei collegamenti o dei parallelismi interessanti tra questa antica pratica e l'apprendimento incidentale che hanno sempre fatto parte del nostro vivere quotidiano. Senza escludere la componente creativa; infatti questa trasmissione avveniva molto spesso in forma poetica, musicale, drammatica. Chi voleva tramandare una storia, un'informazione, un avvenimento, usava molto spesso la forma artistica per divulgarla. Ad esempio, i primissimi teatri dell'antica Grecia, come poteva essere quello di Tespi, dove ancora il pubblico non era obbligato a parteciparvi, erano anzitutto luoghi che servivano a trasmettere oralmente alle comunità analfabete la morale e le regole scritte del potere politico e religioso.
Ancora negli anni '70, nel Sud dell'Italia, erano presenti i cantastorie, divulgatori di tradizioni e cultura specifica (cattolica e militare), e c'era anche l'usanza di riunirsi alla sera in gruppi familiari per raccontarsi storie e leggende popolari, o i fatti di cronaca. I bambini ascoltavano incuriositi, liberi da coercizioni e voti o registri, e in modo spontaneo imparavano ciò che gli interessava, ciò che era fondamentale imparare in quel dato tempo, in quel dato luogo.
Possiamo affermare che la tradizione orale pervadeva la nostra vita poiché era la nostra stessa vita. In buona sostanza, quando non c'era la scuola, l'essere umano era portato naturalmente ad avere un'attività cerebrale più viva, più intensa e creativa: eravamo mentalmente più dinamici e performanti, e anche più aperti alle novità e diversità, come ci confermano molti studi a riguardo. Anche per questo motivo necessitiamo di una descolarizzazione della società. Chi crede che senza la scuola l'essere umano si brutalizzi cade in un pericoloso e grossolano errore, e non soltanto rende un gran servizio al sistema mercantile e militare che ha inventato la scuola, ma non si rende neppure conto - o fa finta -  che la brutalizzazione e il degrado umano sono iniziati e progrediscono proprio con la scolarizzazione obbligatoria.
Detto ciò, si dovrà chiarire che l'accusa non è nei confronti della carta stampata in sé, sarebbe un controsenso, ma nella presunzione di definirla 'civiltà', e nel volerle dare un primato o una posizione più importante (se non unica) rispetto all'oralità. Nondimeno, l'accusa è rivolta all'obbligatorietà della scuola, alla lettura dei suoi libri dai contenuti sempre uguali per tutti, libri e contenuti che rispondono esclusivamente alle esigenze delle classi dominanti e alla perpetuazione dello status quo.
Descolarizzare non significa togliere di mezzo la conoscenza o i libri, al contrario, significa togliere di mezzo l'obbligo di leggere quelli che ci propina il potere, significa ampliare le conoscenze attraverso una grande varietà di possibilità di interscambio delle stesse, ridare una vita alle nostre facoltà specifiche della memorizzazione, sviluppare la creatività e l'espressività individuale, ridare a tutti la gioia di imparare le cose più diverse attraverso l'innata curiosità, e molto altro. Imparare è un istinto naturale e gioioso, rendere l'apprendimento obbligatorio, istituzionalizzarlo, selezionarlo, valutarlo, premiarlo e punirlo come fa la scuola, significa ucciderlo, significa ucciderne lo scopo più vero e bello, significa diventare purtroppo quello che la scolarizzazione ci ha fatto diventare, e che tocchiamo con mano ogni giorno.

sabato 17 novembre 2018

Scolarizzare non vuol dire erudire

Normalmente la società accetta come vero un falso teorema, quello che vorrebbe i regimi fascisti nemici della scuola. Si è confuso, tra gli altri, il concetto di erudizione con quello di scuola. Non sono la stessa cosa, sono concetti ben distinti, ma ormai la vulgata è quella, e quindi il falso teorema secondo cui 'la scuola' (scambiata per sede dell'erudizione) sarebbe mal sopportata dai regimi fascisti è sempre in auge ed è duro a morire, come ogni dogma. Eppure dovremmo già riconoscere tutti che la scuola è un gigantesco apparato addestrante utile al Dominio e all'impostazione mercantile e gerarchica di questa società. E che la scuola sia utile al Dominio è così vero che l'attuale governo, come avevamo previsto, aumenterà la scolarizzazione nella scuola primaria (tempo pieno alla primaria, cioè bambini reclusi obbligatoriamente anche di pomeriggio, esclusi dalla vita sempre più presto). Si aggiungono le parole dell'attuale ministro dell'interno che ogni tanto ripete di esigere il diritto allo 'studio' per tutti. Ecco sempre quella confusione: la scuola non è lo studio, o meglio, non è quel che noi pensiamo sia lo studio. 
Non occorre, credo, che io spieghi ancora una volta che la scuola è un mero addestramento all'obbedienza, alla competizione, alla classificazione, alla schiavitù volontaria, ecc. Con la scusa di qualche libro di regime che ci informa di notizie spesso distorte, parziali, se non  addirittura false, e che comunque non contemplano l'esperienza e non garantiscono un apprendimento reale e autonomo, ogni dittatura che si rispetti piega le coscienze delle generazioni alla scuola, e quindi al proprio servizio. Il tempo pieno non smantella affatto la legge cosiddetta 'Buona scuola', come sta annunciando Di Maio, ma la potenzia nei fatti! E' il punto di vista dei bambini che dobbiamo tutelare (concetto tanto abusato a parole, ma tanto evitato perché è davvero rivoluzionario). Del resto, quello dell'aumento progressivo della scolarizzazione è un progetto che giunge da molto lontano e che ogni tipo di governo porta avanti con infallibilità, riforma dopo riforma.
Prendere i bambini piccolissimi e obbligarli al tempo pieno (non solo a scuola, ma ovunque, persino nel paese dei balocchi) è un altro di quei crimini che si sommano alla già devastante esperienza della scuola ordinaria, che negli anni, dietro istanza di banchieri, managers e industriali, ha aumentato il carico di ore di reclusione per i ragazzi (reclusione anche mentale oltre i muri scolastici) in maniera esponenziale. A questo riguardo, qualche tempo fa avevo scritto un articolo (QUI) che vi invito a leggere o rileggere, giusto per dare una misura, seppur minima, di come la caserma scolastica stia fagocitando la vita di tutti. Buona lettura, e cerchiamo di comprendere che la scuola non c'entra niente con il sapere.

sabato 6 ottobre 2018

L'indignato riformista

Protestare, indignarsi, manifestare, desiderare un cambiamento... Sì, va bene, ma che cosa vogliono dire ormai queste cose in una società come la nostra? Esse purtroppo auspicano soltanto una riforma del potere, che è la causa dei nostri guai, e non la sua eliminazione. Un'eliminazione che dovrebbe essere prima di tutto mentale, concettuale, ideale. Marcello Bernardi traccia un profilo secondo me molto preciso del riformista tipico della nostra epoca, e scrive:
'...Ma la schiera di questi volonterosi manifesta sintomi di disorientamento e di confusione. I neoribelli si rivelano solitamente incapaci di esprimere una protesta individuale e tendono ad aggregarsi in gruppi il più possibile omogenei, fanno quasi sempre riferimento a un Capo carismatico che garantisca una copertura ideologica, o addirittura fideistica, e con varie giustificazioni cercano di sottrarre alla critica alcuni Valori tipici della cultura post-industriale cui non si sentono di rinunciare, e segnatamente il Valore-danaro. In altri termini, assumono una posizione di radicale contestazione nei confronti del sistema dominante, ma ne conservano diligentemente alcune connotazioni fondamentali. E forse non a caso ne conservano proprio quelle che costituiscono la sua matrice socio-politica: il potere, la sudditanza, la disciplina, la produttività economica, il profitto'.
Questi valori enunciati da Marcello Bernardi si accompagnano puntualmente ad una serie di convinzioni dogmatiche, tra le quali annovero quelle secondo cui le prigioni, le scuole, le caserme, un sistema giudiziario erede del Diritto Romano, l'organizzazione gerarchica e la divisione in classi e sottoclassi di qualsiasi gruppo di individui... siano assolutamente cose utili, giuste, indispensabili. E lo sono, in realtà, ma soltanto per mantenere in piedi e ben saldo questo tipo di società. Se vogliamo una società diversa, umana e libera, è evidente che quei valori e quei dogmi devono essere ricusati come fondamento del nostro sistema culturale. Perciò è necessario anzitutto  descolarizzare la società, proteggendo così i bambini dal processo di deformazione della coscienza.

P.S. Marcello Bernardi scriveva quelle parole nel 1984, quando non c'erano ancora i famigerati 'social network', cioè quando per protestare si scendeva nelle piazze, quelle vere. Figuriamoci oggi che cosa scriverebbe in merito al 'neoribelle' delle petizioni online et similia.

Un capitolo del libro dalla cui introduzione ho tratto il passo che ho qui riportato.

venerdì 28 settembre 2018

La scuola è violenza dottrinale istituzionalizzata


Tra gli obiettivi della scuola, intendo tra quelli mai dichiarati e sempre negati, ma che sono perfettamente osservabili e valutabili, c'è anche quello, importantissimo, di far credere che la scuola (se stessa) sia utile alle masse. Per emanciparle (sic!). La scuola, come ogni istituzione dello Stato, è costituzionalmente preposta alla propria autosantificazione ed autocelebrazione; essa inculca alla gente la convinzione secondo la quale non vi è redenzione senza scuola. Di più: senza scuola l'umanità sarebbe rincretinita, perduta e destinata all'autodistruzione. Cosa che sta avvenendo invece in piena scolarizzazione obbligatoria di massa. E sono invece le masse, in quanto tali, sempre cretine.
Questa bizzarra e fasulla convinzione secondo cui la scuola renderebbe liberi, saggi e salvi (e persino più intelligenti), tende ad acuirsi in ragione del tempo che passa nel crederla vera. Ovvio, una convinzione si rafforza sempre col tempo, fino a vedere la gente che, come ai giorni nostri, non si pone più alcuna domanda: accetta, crede, obbedisce e insegna quello che è diventato ormai un dogma inviolabile, una verità incontestabile, anche se i fatti la smentiscono categoricamente.
Eppure, neanche tanto tempo fa, la scuola non era ancora ritenuta un sacro sacello. Negli Stati Uniti, a suo tempo, ci furono grandi proteste contro la decisione del governo di rendere la scuola obbligatoria; certe cronache di fine Ottocento, ad esempio, sempre in Nord America, riportano la notizia di soldati che trascinavano a scuola file di ragazzini disperati e in lacrime sotto la minaccia delle armi. Si va a scuola come in caserma, e per ambedue le istituzioni la parola comune è, guarda caso, 'disciplina'. Quei ragazzini, con i genitori in protesta, sapevano bene a cosa stavano andando incontro, e cosa stavano lasciando, loro malgrado.
Oggi, a forza di retoriche autocelebrazioni da un lato e di demonizzazione della vita-fuori-dalla-scuola dall'altra, la prassi educativa per mezzo di agenzie certificate dal sistema ha fatto diventare la scuola una tappa imprescindibile, un automatismo, una sacra liturgia, seppur vissuta dai ragazzi, a ragione, come un enorme e inutile sacrificio. Tale è! ma, per inciso, non è forse la Chiesa che prende i bambini (anche lei) e dice loro che tutta la vita è un sacrificio e che, zitti e remissivi, dobbiamo soffrire e prepararci alla sofferenza di una vita in servitù? Menzogne su menzogne!
Insomma, se ieri era normale ribellarsi contro la scuola obbligatoria, oggi siamo di fronte a masse di persone entusiaste nel vedere che esistono persino progetti contro la 'dispersione scolastica'. Tutto dire. Certo, chi da millenni fa affari con le caserme di ogni genere non può ammettere alcuna diserzione, e fa credere alla gente che la vita fuori dalla caserma sia 'dispersione', o luogo di perdizione della recluta. E la gente ha finito per crederlo!
Il disegno di James Ensor del 1889, dal titolo 'Alimentation doctrinaire' (alimentazione dottrinaria), rappresenta le forze che sono responsabili del progetto pedagogico di questo sistema. Sono le figure che ordinano e attuano l'indottrinamento delle masse, sì da poterle governare facilmente. Guardate bene: oltre al vescovo, oltre al generale, oltre al sovrano, e oltre al giudice, potete notare il pedagogo, l'educatore, il quale regge un cartello didascalico con su scritto 'Instruction obligatoire' (istruzione obbligatoria).
Non aggiungerei altro, mi fermerei qui per non offendere la vostra intelligenza, credo che da soli sappiate decodificare l'immagine e capirne il senso, dico solo che è vero, sì, le masse hanno un assoluto bisogno di emanciparsi, ma anzitutto da quell'istituzione che le ha rese tali, obbedienti, serve, deboli con i forti, e forti con i deboli.

lunedì 17 settembre 2018

Descolarizzazione: alcune considerazioni di Paul Goodman

Un cervello fecondo, critico e straordinario come Paul Goodman manca sempre nel panorama editoriale italiano. Salvo due o tre libri tradotti nella nostra lingua, tutti gli altri, e sono tanti, latitano sui nostri scaffali e nelle biblioteche. Ritengo questo un grave e colpevole vuoto. 
Vorrei trascrivere qui qualche cosa che ho voluto tradurre per i fatti miei, naturalmente attinente al tema dell'educazione, della scuola, dell'apprendimento incidentale, della descolarizzazione, di cui Goodman è stato un fervente promotore e sostenitore. Ivan Illich colse immediatamente la preziosità del pensiero di Goodman e volle attualizzarlo, puntualizzandolo in un'analisi se possibile ancora più meticolosa e ampia, nel suo 'Descolarizzare la società' (testo più attuale oggi che nel 1971). 
Di seguito, dunque, leggerete alcune affermazioni lapidarie di Paul Goodman che - bisognerà tenerne conto - sono il frutto di un lungo percorso critico e analitico. Egli scrive così su 'La Critique sociale':
[...]
Io penso che:
- L'educazione incidentale dovrebbe essere il principale metodo di apprendimento.
- La maggior parte dei licei dovrebbero essere eliminati. Altri tipi di comunità di giovani dovrebbero assumere le funzioni sociali dei licei.
- L'educazione universitaria dovrebbe generalmente seguire, e non precedere, l'ingresso nella professione.
- L'obiettivo principale degli educatori dovrebbe essere quello di assicurarsi che le attività della società permettano di attuare l'educazione incidentale.
- Lo scopo della pedagogia elementare fino a dodici anni dovrebbe essere quello di proteggere e nutrire la libera crescita del bambino, poiché la pressione familiare e quella sociale sono troppo forti perché un bambino possa resistergli.

RIESAMINIAMO GLI ARGOMENTI DI QUESTO PROGRAMMA.

- Noi dobbiamo diminuire la scolarizzazione perché la sua interminabile tutela va contro la natura e, di fatto, blocca la crescita.
- Gli sforzi che tendono a sottomettere il processo di maturazione ad un programma scolastico scoraggiano i giovani e guastano una grande parte delle loro capacità di apprendimento e adattamento.
- La scolarizzazione non prepara ad una vera azione; essa è lo scopo di se stessa. Soltanto quelli che hanno dei talenti accademici, tra il 10 e il 15% secondo Conant, ricavano profitto da questa attività inutile, senza provare noia e senza rimanerne mutilati.
- Il nostro sistema educativo, che isola di fatto i giovani dalle generazioni più adulte, aliena i giovani. E nonostante questo rimane assurdo, per molti dei più brillanti e sensibili giovani, escludersi dalla società o affrontarla in modo ostile. Questo stato di cose non conduce a una ricostruzione sociale.

Trailer del film 'Paul Goodman ha cambiato la mia vita' che, temo, non vedremo mai nei cinema italiani.


martedì 24 luglio 2018

E allora lui?

A causa dell'impostazione competitiva e gerarchica della scuola, il bambino impara a credere che per valorizzare se stesso, o discolparsi di qualcosa, sia necessario accusare il compagno. 'E allora lui?', dice il bambino ad alta voce alla maestra che lo ha rimproverato, indicando col ditino qualcun altro nella cella. Ma succede anche che la faccenda si manifesti in via riservata, a quattr'occhi, tra il discente e la docente. Infatti essere delatori/delatrici è una delle prime cose che l'infante impara a scuola. Obiettivo perfettamente raggiunto, questo sì! Il bambino da addestrare all'odio si aspetta una ricompensa dall'autorità, e si predispone alla futura vita da servitore devoto, tenendo sempre nel cuore la voglia impetuosa di diventare un capo per assaporare il gusto meschino e autoritario della vendetta, che egli chiamerà impropriamente 'giustizia'. 
Accusare gli altri di un qualcosa per apparire immacolati è ciò che si vede fare normalmente nella scuola, e questo comportamento è lo stesso che vediamo riprodotto nell'atteggiamento comune degli adulti ben scolarizzati. Lo vediamo ad esempio nelle questioni politiche, dove non c'è un solo fidelizzato ad un partito che non accusi il fidelizzato di un altro partito, credendo in questo modo di pulire la fazione alla quale tiene (come ad una squadra di calcio) e difendere il suo padrone. 'E allora lui?', da qualsiasi prospettiva lo si guardi, è comunque la manifestazione di un conflitto costruito, un desiderio di punire un compagno, e non mai la causa da cui nasce quel desiderio, ovvero l'impianto autoritario e competitivo della scuola, la scuola in quanto tale. E' un impianto che lo Stato mantiene perfettamente lubrificato per mezzo dei docenti stessi che devono eseguire certi ordini precisi, certe pratiche obbligate, le solite prassi consolidate che stanno al di sopra delle loro buone intenzioni (quando queste esistono) e che appaiono persino giuste, etiche, come la discriminazione fatta attraverso i voti o la classificazione tra buoni e cattivi, tra intelligenti e stupidi, tra studiosi e annoiati, tra produttivi e oziosi... dando ad ognuno di questi aggettivi etichettanti un valore morale e gerarchico prestabilito e sempre funzionale al sistema.
Insomma, la scuola forgia le generazioni per il futuro (l'oggi è il futuro di ciò che è stato ieri), le istruisce per bene per adattarle il meglio possibile a questa specifica società competitiva e violenta, gerarchica e autoritaria, ignorante e presuntuosa, e lo fa benissimo, purtroppo, lo fa attraverso i fatti concreti, attraverso le prassi, i percorsi obbligati, al di là della retorica di fratellanza predicata nelle celle, che appunto diventa solo retorica e non produce nulla se non retorica d'occorrenza. Rari sono coloro che si salvano dalle fauci dottrinali e devastanti della scuola. 

sabato 2 giugno 2018

Liberiamo i bambini!

Entrare nella psicologia del servo volontario di boetiana memoria, parlandoci insieme e facendosi molta forza per non finire a terra tramortiti dalla sua smisurata presunzione acquisita per mezzo delle varie certificazioni scolastiche, rivela parecchie cose, per esempio che esiste in lui una vera rimozione freudiana che gli impedisce di percepirsi come un servo ubbidiente. Questa rimozione gli serve per evitare di soffrire della sua condizione, ed offrire a se stesso una falsa ed effimera forma di dignità, che comunque sa di non possedere. L'atto e il principio della disobbedienza potrebbero affrancarlo, ma la morale che gli è stata costruita dentro fin dai suoi primi giorni di vita da parte di tutti gli adulti moralizzati lo imprigiona ancora di più e lo castiga di fronte agli altri servi volontari, di conseguenza non può, non sa, non vuole affrancarsi: gli costa meno dolore servire tutta la vita che infrangere la morale del padrone; nel primo caso avrebbe il consenso degli altri servi, mentre l'infrazione della regola gli varrebbe la collera dei suoi compagni di catena. E' un mondo alla rovescia: oggi lo schiavo in catene che si ribella con la dovuta forza viene accusato di violenza dai suoi stessi compagni. Prodigi dell'educazione di massa obbligatoria.
Tutto questo, infatti, è un costrutto meramente educativo, non ha nulla a che fare con la natura degli individui. Il problema è culturale, formativo, di istruzione. Si tratta di un impianto pedagogico calato dall'alto, programmato e programmatico, strutturale, passante per la catena scolastica non a caso resa obbligatoria, e che tramuta il bambino, la sua unicità e autodeterminazione, in un servo devotissimo, soldato a difesa della società schiavizzante, normalizzato e conformato, resiliente a qualsiasi sopruso da parte dell'autorità, pronto per essere immesso nel ciclo della produzione o nel limbo degli anelanti alla catena produttiva.
I bambini dovrebbero rimanere lontani da questo genere di cultura, non essere avviati in questa strada che li porta inevitabilmente verso la loro prigionia. Se li facciamo entrare dalla tramoggia ne usciranno vermi.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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