Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -

sabato 2 giugno 2018

Liberiamo i bambini!

Entrare nella psicologia del servo volontario di boetiana memoria, parlandoci insieme e facendosi molta forza per non finire a terra tramortiti dalla sua smisurata presunzione acquisita per mezzo delle varie certificazioni scolastiche, rivela parecchie cose, per esempio che esiste in lui una vera rimozione freudiana che gli impedisce di percepirsi come un servo ubbidiente. Questa rimozione gli serve per evitare di soffrire della sua condizione, ed offrire a se stesso una falsa ed effimera forma di dignità, che comunque sa di non possedere. L'atto e il principio della disobbedienza potrebbero affrancarlo, ma la morale che gli è stata costruita dentro fin dai suoi primi giorni di vita da parte di tutti gli adulti moralizzati lo imprigiona ancora di più e lo castiga di fronte agli altri servi volontari, di conseguenza non può, non sa, non vuole affrancarsi: gli costa meno dolore servire tutta la vita che infrangere la morale del padrone; nel primo caso avrebbe il consenso degli altri servi, mentre l'infrazione della regola gli varrebbe la collera dei suoi compagni di catena. E' un mondo alla rovescia: oggi lo schiavo in catene che si ribella con la dovuta forza viene accusato di violenza dai suoi stessi compagni. Prodigi dell'educazione di massa obbligatoria.
Tutto questo, infatti, è un costrutto meramente educativo, non ha nulla a che fare con la natura degli individui. Il problema è culturale, formativo, di istruzione. Si tratta di un impianto pedagogico calato dall'alto, programmato e programmatico, strutturale, passante per la catena scolastica non a caso resa obbligatoria, e che tramuta il bambino, la sua unicità e autodeterminazione, in un servo devotissimo, soldato a difesa della società schiavizzante, normalizzato e conformato, resiliente a qualsiasi sopruso da parte dell'autorità, pronto per essere immesso nel ciclo della produzione o nel limbo degli anelanti alla catena produttiva.
I bambini dovrebbero rimanere lontani da questo genere di cultura, non essere avviati in questa strada che li porta inevitabilmente verso la loro prigionia. Se li facciamo entrare dalla tramoggia ne usciranno vermi.

sabato 12 maggio 2018

La scuola si sta prendendo tutta la vita!

La scuola non funziona? La scuola sta morendo? Non è vero! La scuola non è mai stata così funzionante e viva, purtroppo dico! E come potrebbe, un sistema autoritario come lo Stato, far morire la sua migliore palestra d'obbedienza di massa? Sarebbe un suicidio per tutto l'establishment! Per gli obiettivi occulti che si era prefissata di raggiungere, la scuola sta benissimo e funziona perfettamente. 
Mancano i soldi per le scuole pubbliche? Non c'è una politica di investimento per la scuola? Non è vero neanche questo! Alle singole scuole arrivano fiumi, oceani di danaro pubblico! I progetti PON (Programma Operativo Nazionale) finanziati dai Fondi Strutturali Europei (sempre e solo soldi nostri), stanno foraggiando le singole scuole come mai prima! A livello nazionale si parla di somministrazioni di centinaia di milioni di euro! Ma questi progetti sono dei carichi di lavoro assolutamente extra, totalmente fuori contratto, non obbligatori, che i docenti hanno accettato di fare, avallandoli nei collegi, e che li impegnano anche nei week-end, nelle ore exracurriculari, e tra un po' anche di notte! Una volta pagati i docenti e le figure collaterali anche esterne, il grosso del finanziamento per ogni progetto immaginate voi dove va a finire, in quali tasche. 
I ragazzi sono sfiniti! La loro vita non esiste più. E poi ci lamentiamo se qualcuno di loro reagisce con violenza nella cella in cui è costretto? Tra orario curricolare, alternanza scuola-lavoro, partecipazione ai Pon, carico di studio domestico, recuperi pomeridiani, partecipazione a corsi di varia natura, la loro vita non esiste più! Non hanno tempo da dedicare a loro stessi. Sarei più preciso se dicessi che la scuola, l'intero apparato istituzionale tentacolare, economico e autoritario, si è impossessato della vita degli studenti e dei docenti. La scuola sta fagocitando tutto. 
Questo non è un mistero per chi conosce i meccanismi decisionali che avvengono ai piani alti. Questa appropriazione dell'intera vita da parte della scuola è un vero progetto economico e sociale che io, con queste mie orecchie, ho ascoltato dai cosiddetti 'esperti' di cui il ministero si serve per mettere a punto le strategie governative di manipolazione di massa. E non si creda, poi, che questi 'esperti' facciano parte della scuola o che siano ferrati in materia di didattica o di pedagogia. Tutt'altro! Per non nascondervi niente, sappiate che uno di questi 'esperti' è un banchiere. E perché un banchiere, o un manager aziendale, o tutt'e due, dovrebbero dire al ministero che cosa bisogna fare con le scuole e con le nuove generazioni? Ma devo proprio dirvi tutto? A proposito, il progetto Invalsi è uno degli strumenti di sorveglianza su cui si basano gli 'esperti' dell'alta finanza per mettere a punto le loro strategie di manipolazione di massa. L'Invalsi registra puntualmente la normalizzazione attuata dalla scuola e fornisce all'intellighenzia finanziaria il materiale statistico necessario per le loro azioni future nelle scuole.
Posso qui darvi delle anticipazioni sul progetto generale che sta prendendo forma. La vita che esiste fuori dalla scuola dovrà entrare nella scuola per diventare tutt'altra cosa: obbligo formativo. Per usare una metafora, sarà come il principio del cibo in scatola che viene pubblicizzato in modo tale da farti credere che il cibo naturale fuori dalla scatola non sia buono, mentre invece quello inscatolato, additivato, e ben confezionato sia il vero cibo salutare e ipervitaminico. Esempio. Il ragazzo vuole andare a passare del tempo (quando ce l'ha) in piscina con gli amici? Perché tutta questa libertà decisionale? Perché tutta questa autonomia? Ci penserà la scuola! Con un progetto PON specifico, la scuola organizzerà e stabilirà per il ragazzo orari precisi per la piscina. Guai se però non ci va o se disobbedisce agli ordini del docente, perché è quello l'obiettivo vero, imparare a credere e obbedire, e che sia giusto farlo. I pedagogisti autoritari intanto gli avevano illustrato quanto è bello e giusto andare in piscina con la scuola, in 'sicurezza' (parola magica), con degli esperti che lo monitorano ogni minuto. Il ragazzo sarà obbligato, e all'inizio forse protesterà, ma alla fine si abituerà e anche lui un giorno dirà che andare in piscina per obbligo scolastico è molto meglio che andarci liberamente, che è più 'sicuro', che la libertà fa male.
Se soltanto riuscissimo a capire quanta ragione aveva Ivan Illich già nel 1971 e quanto è ancora basilare e attuale il suo libro 'Descolarizzare la società'! C'è un grande lavoro critico e di decostruzione da fare, di smontaggio del dogma scolastico, e dovrebbero farlo anzitutto i docenti, cioè quelli che, ahimé, con la carotina di 50 euro lordi sventolata davanti al muso, avallano norme incredibilmente debilitanti per loro stessi e devastanti per i loro figli.

sabato 21 aprile 2018

Scuola e violenza: un approccio con metafora.

Ho visto gabbie d'allevamento destinate a docili pennuti. Si tratta di contenzione coatta, di coercizione non voluta, di una situazione innaturale dove tutti gli individui (tutti) soffrono e reagiscono di conseguenza. Se in queste gabbie costrittive alcuni pennuti, per l'ovvio disagio, cominciano ad agitarsi e a beccarsi tra di loro, fino a sanguinarne, la colpa non è dell'animale sofferente che si agita in cerca di spazio. Dobbiamo andare a monte del problema se vogliamo eliminarlo. 
Eliminare il problema non vuol dire limare i becchi degli animali, e nemmeno pretendere che altri pennuti, ugualmente reclusi e feriti, feriscano a loro volta chi si agita al fine di insegnare a sopportare la sofferenza in perfetto silenzio e tenace inerzia. Ma quando tutti i pennuti, fin da quando sono teneri pulcini, vengono addestrati a pensare e credere che stare in quelle gabbie è una condizione naturale e giusta, doverosa e perfino liberatrice, le soluzioni che essi troveranno per i loro problemi non potranno che peggiorare la loro condizione e far aumentare il loro grado di violenza reattiva. Perché la violenza reattiva, visibile e diretta, come ha lungamente analizzato Johan Galtung, ha origine dalla violenza strutturale (la gabbia) e dalla violenza culturale (la convinzione dogmatica che la gabbia sia una cosa giusta). La violenza che esplode presso ogni sofferente è un effetto, la logica conseguenza di una condizione di coercizione innaturale subìta.
Agire sugli effetti non elimina mai la causa, acuisce soltanto il problema. Sarà un bel giorno quello in cui i pennuti cominceranno a dire che la vera violenza non è nella gabbia, ma della gabbia!

martedì 10 aprile 2018

Presentimenti di bambino

Ero piccolo, ricordo, e avevo già dentro di me dei presentimenti poco gradevoli riguardo a quello che sarebbe stato, da lì a poco, il mio rapporto con la politica e le sue istituzioni. Forse proprio in virtù dei pochi anni di vita, era molto presente in me un grande istinto di conservazione, come un sapere a priori che il destino e la vita delle persone, se date in mano a poche altre persone, non avrebbe fatto altro che danneggiarmi e danneggiarci. Un istinto animale, forse. Questo io presentivo. Credo sia questa una reale 'immunità di gregge', cioè il preavvertire il fatto che regalare il potere a qualcun altro è solo garanzia di autolesione, quindi anche di lesione altrui. Come bambino ero poi triste perché ero cosciente che su di me gravavano le decisioni di tutti gli adulti, e io non contavo niente proprio perché ero un bambino, e come tale destinato a subire: condizione ineluttabile per tutti i bambini in questo tipo di cultura adultocentrica. Non c'è mai stato un solo attimo in tutta la mia vita in cui io non abbia avuto timore delle riforme in campo politico. Ho sempre sospettato, avendone poi conferme e riconferme, che riformare qualcosa da parte dei politici significasse tutt'altro che migliorare le nostre condizioni. Tutto quello che una riforma può fare è dare alle nostre condizioni un'apparenza diversa. Solo apparenza. Per celare rinnovate ingiustizie. Così è, perché appare.

martedì 20 marzo 2018

Condividere le unicità e rispettarle in quanto tali

La libera condivisione delle idee, delle soluzioni, delle esperienze, dei modi di pensare e di agire, ecc. rappresentano da sempre una ricchezza fenomenale, non solo in termini pedagogici. Culture diverse che viaggiano, che si incontrano, che si opinano frizionandosi o si sposano, sono da sempre caratteristiche fondamentali dell'umanità in evoluzione, dell'essere umano libero e curioso che vive, che cerca, che scopre, che inventa e che si muove verso nuovi spazi di conoscenza. Filogenesi e ontogenesi, con il conseguente progresso, non possono fare a meno dell'Uomo che incontra l'Uomo. E' un fatto naturale. E spinge naturalmente in direzione libertaria.
Per questo motivo le ideologie razziste o nazionaliste, che spesso si declinano nel più rassicurante - ma ugualmente pericoloso e becero - patriottismo, non hanno alcun senso, se non quello votato al pensiero autoritario e alla edificazione di una società come la nostra: distopica. 
Il libero scambio di conoscenze, voluto o incidentale, non porta necessariamente alla fusione o all'omologazione degli individui, e nemmeno alla loro chiusura ri-vendicativa. Queste due tendenze appartengono soltanto alle comunità autoritarie gerarchizzate, agli Stati nazionali, alla cultura che impera attualmente. No, lo scambio di conoscenze e l'incontro delle civiltà può e dovrebbe essere pensato e vissuto per quello che è, come un primo atto di rispetto reciproco delle rispettive identità culturali, ben distinte tra loro. Se poi, col passar del tempo, da questo incontro avviene un sincretismo o una sintesi, questo non sarà certamente qualcuno a deciderlo dall'alto, pedagogicamente, ma sarà la viva spontaneità a crearla, senza per conseguenza creare frizioni e ingiustizie. Ma sarà sempre tutto in libero e continuo movimento, vivo!
L'idea di una società necessariamente omologata e massificata è quella che ci viene insegnata e prescritta fin dalla nascita, ma è anche quella più distruttiva per noi, è contro natura, va contro i nostri stessi interessi, contro la vita stessa. L'adattamento massificante è sempre quantomeno irrispettoso, se non assassino, della ricchezza che connota ogni esperienza di diversità condivisa. Non si tratta, allora, di fare la guerra agli altri per sostenere ed affermare una nostra presunta superiorità (la vita è vita, nessun individuo ha il diritto di classificarla), ma non si tratta neanche di inglobare, massificare, integrare, diluire tutti gli individui nel brodo del pensiero unico, di un unico sistema culturale. Si tratta semplicemente di avere la voglia e la capacità di essere se stessi, unici, all'interno di una varietà, rispettando chi, nella sua preziosa e naturale unicità diversa dalla nostra, vuole essere altrettanto se stesso e unico; se stessa e unica.
Credo che i razzisti soffrano sostanzialmente di una grande fragilità della personalità, tale da impedire loro di sentirsi unici all'interno di una varietà. Essi percepiscono la varietà e l'unicità come loro acerrime nemiche e, di conseguenza, ne hanno terribilmente paura. Non a caso amano le uniformi, tendono a sottomettersi a un capo o a volerlo diventare... Tutto è ricondotto, alla fine, alla classica e stolta paura della libertà, propria e altrui. Così i razzisti, i nazionalisti, i seguaci del 'prima noi' (leggasi 'solo noi'), incapaci di rimanere se stessi e unici in un contesto di smagliante varietà (dal quale potrebbero imparare ed evolvere), aspirano a sottomettere con la forza tutti gli altri, volendoli perfettamente uniformati al loro modo di pensare, e in questo modo si illudono di eliminare le stupide paure che vivono in loro sottoforma di infantili fantasmi. Tutti i pensieri e le ideologie omologanti sono necessariamente autoritarie, e lo Stato non è altro che la loro espressione più compiuta e pericolosa.

venerdì 9 marzo 2018

Che cos'è un dogma?

Un dogma è sostanzialmente una promessa che non viene mai mantenuta e nonostante questo, seppure i fatti reali della vita dimostrino la sua natura menzognera, riesce infallibilmente a illudere la gente della sua assoluta necessità, per il bene  della società. Il dogma ti illude di un qualcosa o di un risultato in prospettiva di cui però non può dimostrare né la veridicità, né l'esistenza, né ovviamente l'efficacia. E mai potrà farlo.
Il dogma, però, non è soltanto quello legato al cosiddetto 'diritto divino' o alla teologia, ma è anche tutto ciò che sta alle fondamenta di quelle che possiamo definire 'altre chiese', o 'nuove chiese'. La scuola è una di queste nuove chiese, lo dice bene Ivan Illich. La scuola è un dogma, una promessa disattesa, un'illusione sociale, com'è ovvio che sia. Infatti la scuola non ha mai realizzato nulla di quel che promette da secoli (un Uomo sociale solidale, emancipato, autonomo e libero), fa l'esatto contrario, e tuttavia riesce a costruire nelle coscienze la credenza secondo la quale essa è necessaria. Se pure esitono delle menti fulgide e degli spiriti liberi e critici, non rappresentano di certo la regola, sono menti e spiriti rimasti intatti nonostante la scuola, non per merito suo.
Credo, e insieme a me lo credono anche altri pedagogisti e intellettuali (ed è la realtà dei fatti, la loro progressione, a darci ragione), che la scuola sia il dogma più forte e più distruttivo che la storia umana abbia mai conosciuto e subìto. Credere ciecamente, cioè dogmaticamente, vuol dire infatti porsi in una posizione non soltanto acritica rispetto a, ma anche - e la cosa è ben più grave - a difesa del dogma stesso. Credere ciecamente significa chiudere appunto gli occhi sul fatto che si sta dando fiducia ad una menzogna comprovata, significa chiudere gli occhi di fronte ai fatti concreti che smentiscono la promessa. Il dogma è una terribile gabbia mentale che ammazza l'individuo, privandolo delle sue qualità più belle e umane. E di gabbie mentali, oltre che fisiche, ce ne hanno costruite una infinità. E' tempo di abbatterle tutte. E' tempo di liberazione!

venerdì 16 febbraio 2018

La scuola genera violenza e sudditanza

Qualsiasi dispositivo o struttura istituzionale di coercizione e sorveglianza, sia essa gabbia visibile o psicologica, sia essa società disciplinare come la nostra, siano tutte queste cose messe insieme, costituisce la base necessaria per l'incattivimento e la disumanizzazione delle persone. Il grado di pressione coercitiva esercitata sugli individui fa soltanto allungare o accorciare i tempi della manifestazione della violenza, quando questa trova le condizioni per emergere, ma non la esclude.
Rispetto alla scuola, la violenza non vive in essa proveniente dall'esterno, ma le appartiene strutturalmente, in quanto luogo di coercizione, di sorveglianza e di punizione (o di premio, che è la stessa cosa in termini di risultato sociale gerarchizzante e disumanizzante). La scuola genera violenza perché è essa stessa violenza. Gli individui che fanno funzionare la scuola, a tutti i livelli, sono vittime e carnefici del loro stesso agire all'interno di quella struttura sociale disciplinare. E più questi individui aiutano la struttura a 'funzionare meglio' nell'illusione che ciò possa migliorare le cose, più il meccanismo coercitivo e di sorveglianza li incattivisce e disumanizza. Per effetto dogmatico, i funzionari della scuola tendono infatti a nascondere a se stessi la vera causa del problema, e pensano che per eliminare la violenza ci voglia un'azione ancora più forte e incisiva da parte della causa stessa che l'ha prodotta: la scuola in quanto tale, con i suoi meccanismi di reclusione, classificazione, sorveglianza, coercizione, repressivi e punitivo-premiali.
L'esperimento condotto nel 1971 al Dipartimento di Psicologia dell'Università di Stanford ha evidenziato proprio questo aspetto di psicologia sociale, rinchiudendo dei ragazzi, di cui tutti dicevano bene, in una struttura di reclusione e dando loro dei ruoli: guardie da un lato, reclusi dall'altro. Si è appunto notato che i bravi ragazzi, costretti in un ruolo e in una struttura disciplinare, hanno cambiato di conseguenza la loro personalità, al tal punto che l'esperimento è stato interrotto anzitempo per troppa violenza generata e subìta.  Il ruolo di guardia ha dato a questi 'ragazzi secondini' il pretesto per farli agire di conseguenza, con cattiveria, in modo cosciente. Il ruolo di recluso ha alterato di conseguenza la personalità degli altri ragazzi. Insomma, si è ricreata in piccolo la nostra società e si è dimostrato, ancora una volta, che questa società è frutto di un progetto ben preciso, voluto e attuato da chi ovviamente ne ha tratto vantaggio e continua a trarne.
L'appartenenza a un gruppo organizzato in un contesto gerarchizzato e disciplinare, come è il nostro tipo di società (che nasce da una data e precisa istruzione o programmazione fatta sui bambini), non fa altro che stimolare e sviluppare comportamenti disumani. Tutti noi, chi più e chi meno, portiamo i segni di questo condizionamento obbligatorio avuto da bambini e che prosegue da adulti, nella società scolarizzata, per mezzo di una programmazione/istruzione continua fondata sui principi autoritari, antilibertari; princìpi applicati in modo concreto, esperenziale, vissuti nei fatti di tutti i giorni (il modo più efficace di apprendere, peccato però apprendere soltanto questo tipo di cultura, non un'altra). I meno condizionati da questo processo sono quelli che questa società rifiuta etichettandoli in vari modi: diversi, recalcitranti, sognatori, pazzi, asociali, delinquenti, criminali, ingrati, ecc.
Spesso ciò che dall'alto ci viene presentato come una soluzione, è invece il problema, o parte costitutiva del problema. Ci sono anche altri motivi per cui la società dovrebbe essere descolarizzata, e in fretta, ma penso che già quel che ho scritto fin ora basti a far riflettere, quantomeno a riflettere, sui motivi che spingono gli studenti a compiere atti violenti di bullismo, quando non veri e propri omicidi. La causa originaria di queste violenze non è neppure la diffusione delle armi (che certo non giova e andrebbero abolite, tutte), ma la spinta psicologica in senso disumano autoritario generata da una condizione di reclusione, coercizione, sorveglianza. La causa della violenza nella scuola è la scuola stessa, così come la causa della violenza in questa società è questo tipo di società. Ben lo diceva anche Erich Fromm.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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