Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -
Data Rivoluzionaria

Libero insegnamento, libero apprendimento, rapporti conviviali.


 
Prima di entrare nella scuola come docente ho fatto tantissime altre cose. Non sto a elencarle tutte perché vi annoierei, dico solo che hanno riguardato, il più delle volte, il mondo dell'arte, nelle sue più svariate manifestazioni. Forse, una di queste attività può essere oggetto d'interesse, qui, perché si lega anche al campo dell'insegnamento. Un insegnamento libero. Davo 'lezioni' di disegno e pittura, e quando dico insegnamento libero mi riferisco anche all'apprendimento libero da parte di coloro che seguivano i miei corsi, che in realtà non erano corsi, non erano come se ne vedono in giro, perché non erano strutturati, non c'era proprio niente di strutturato o di programmato. Tutti noi eravamo assolutamente liberi di fare, di chiedere, di interrompere, di riprendere, di annullare. Nessuno dei partecipanti era sottoposto a verifiche o classificazioni, neppure in forma larvata o indiretta. Nessuna imposizione e nessuna asimmetria, quindi nessun vero allievo e nessun vero maestro. L'impostazione anarchica dei corsi si basava essenzialmente sull'autoriflessione e l'autogestione dei partecipanti: chi disegnava o dipingeva era giudice di se stesso. Il mio ruolo era soltanto quello del suggeritore. Non di rado gli 'allievi' - chiamiamoli così per comodità - arrivavano e mi trovavano alle prese con un mio quadro, e questo, se vogliamo, faceva inconsapevolmente parte del processo di insegnamento: gli allievi potevano incuriosirsi e farmi tutte le domande che volevano circa il soggetto che stavo dipingendo e su come lo stavo facendo. Non c'era un tema prestabilito, ognuno disegnava e dipingeva quello che più gli piaceva, nel modo in cui desiderava, con il livello che possedeva e con la mèta in testa da raggiungere, se ce l'aveva. Non c'erano neppure vincoli di tipo anagrafico, i partecipanti avevano le età o le origini più diverse, tutti insieme appassionatamente, ognuno col suo modo di essere. Naturalmente, non c'era neppure un obbligo di frequenza, né di orari canonici da rispettare (i partecipanti potevano iniziare tardi e uscire prima, se lo volevano, a seconda delle loro esigenze e desideri). Il risultato fu un'esperienza molto bella, viva, un ambiente disteso e cordiale, Ivan Illich l'avrebbe definito 'conviviale'. Una bambina era felice di venire a dipingere dopo la sua uscita pomeridiana dalla scuola: entrava, accompagnata da qualcuno della sua famiglia, indossava il suo camice, e si rilassava dipingendo.

Poi successe che cominciai a insegnare nella scuola e, ahimé, tutto, anche l'attività di cui sopra, smise di far parte della mia esistenza: la scuola assorbì molto presto tutto il mio tempo, la mia vita, disperdendo i miei interessi. Nel periodo di transizione, cioè quando stavo già insegnando a scuola ma riuscivo ancora a svolgere l'attività di cui sopra - periodo durato ben poco - ho dato sempre meno importanza al denaro che gli 'allievi' potevano dare per la mia attività, non mi importava se non pagavano, perché quel che mi dava la scuola mi era già sufficiente per vivere. Esiste anche un altro tipo di rapporto con il denaro e con il prossimo, un rapporto fondato sulla non avidità, sulla comprensione di chi ha più bisogno di noi, sulla solidarietà e semplicità, ma anche su ciò che non dovrebbe mai essere corrotto dalla mercificazione e dalla competizione, come i rapporti umani quando sono veramente tali. 

Ancora ringraziamenti


 Non mi stancherò di ringraziare chi segue questo blog e mostra particolare interesse al tema della descolarizzazione, comprendendo che è da questa strada che può avvenire un reale e concreto cambiamento nel mondo. I lettori di questo blog, come della pagina facebook, sono davvero tanti ogni giorno. Non di rado, questi lettori si collegano anche dall'estero, e sono spesso università, come quella di Strasburgo o di Yale. Ci sono molti studenti e ricercatori che mi scrivono, che approfondiscono i temi della pedagogia, o dell'antipedagogia, e traggono spunto dai miei articoli per le loro Tesi. Quindi ancora grazie a tutti voi. L'affetto è sicuramente ricambiato.

A.

La libertà sta oltre i modelli


Q
ualsiasi atto, qualsiasi procedimento può essere interpretato e svolto sulla base di un'ideologia, o di una morale, o di una cultura specifica, e diventare un modello (sociale, politico, economico, artistico, letterario, scientifico...). Ma se ci si ostina a perpetuare il modello, se non riusciamo a uscire fuori dallo schema mentale e culturale, fuori dalla consuetudine che si fa convenzione e dogma, non andiamo da nessuna parte, non avverrà mai un'emancipazione, ci fossilizziamo. La stasi equivale alla morte. 
Perciò, continuare a perpetuare lo stesso paradigma e rifiutare tutto ciò che è innovazione o deviazione dal tracciato ufficiale, non soltanto è triste, ma anche tremendamente disumano e stupido. Saper invece accogliere le diversità, le diverse forme espressive, anche quelle che ci sembrano fuori da ogni logica e, se è il caso, saperle valutare attraverso riflessioni o criteri non precostituiti, dimostra una grande intelligenza e ci libera dalla stagnazione. La costituzione di modelli e schemi è sempre affidata alle agenzie educative, scuole in primis, delle quali si serve l'establishment per uniformare e intrappolare le masse, anzitutto mentalmente, nei valori tossici e sclerotizzanti di questa società. La liberazione dell'Uomo non può che passare attraverso la demolizione di tutte le agenzie educative e il disinnesco degli ordigni della cultura ufficiale. Viva la controcultura, viva i cambiamenti e tutte le differenze espressive. Bambini liberi dalla nostra cultura! Fuori dalle scuole!

Stati generali della scuola? Ragazzi beffati, come da copione! Altro che rivoluzione!


T
emevo che sarebbe successo, e infatti ecco che si ripresenta, puntualissima, la presa in giro nei confronti degli studenti, nonché la solita strategia per mandare a monte qualsiasi tipo di protesta veramente 'dal basso'. La protesta degli studenti contro l'alternanza scuola-lavoro (oggi si chiama PCTO), che è scaturita dopo la morte dei due studenti, Lorenzo Parelli e Giuseppe Lenoci, impegnati in una formazione obbligatoria in azienda, è già nelle mani di tutti, salvo che in quelle degli studenti. A cavalcare la loro protesta (ecco la solita strategia) ci sono davvero tutti: sindacati, una miriade di associazioni, pedagoghi, gruppi di professori e, udite udite, persino genitori, tutti insieme a fare le veci del ministro Bianchi. E quando scrivo 'a fare le veci' intendo esattamente quello che ho scritto, e chi ha un po' di sale in zucca sa che questo non è certo un bene. Si vuole la rivoluzione o sostituire il potere? 
E gli studenti dove sono finiti? Ovviamente vengono tenuti ai margini quando si tratta di organizzare fattivamente, subiscono, come sempre; per loro adesso è la fase della lusinga, la fase del 'cari ragazzi, voi avete ragione, adesso ci pensiamo noi'. Il 'ghe pensi mi' non ha mai condotto ad alcuna rivoluzione. Questi soggetti parassitari che gravitano attorno alla scuola come avvoltoi e che da anni non vedono l'ora di mettere becco e mani sull'istruzione, non vogliono altro che riformarla, proprio come farebbe un governo. E infatti non si parla già più di abolizione dell'alternanza scuola-lavoro, come chiedevano i ragazzi, ma di 'rivederla'. E non solo. Gli avvoltoi già fanno sapere che tra le istanze ci sarà anche quella dell'introduzione nelle scuole dello psicologo, che è una di quelle figure che nessuna scuola dovrebbe mai conoscere, perché svela, tra l'altro, la pericolosità della stessa scuola nei confronti della salute mentale di chi la frequenta. Ma che la scuola faccia del male, noi non abbiamo mai avuto dubbi! Inoltre, una volta tolti di mezzo gli studenti, quelli che già parlano 'a nome loro' vogliono introdurre altre iniziative e aggiungere nuove modifiche ad un'istituzione che, in realtà, dovrebbe soltanto essere abolita per sempre! Abolire la scuola e i voti? Sarebbe magnifico! Invece no, i parassiti vogliono soltanto una scuola diversa ('ricostruita' ha detto un portaparola delegato) e rimodulare il sistema di classificazione ed etichettatura (voti). E questa sarebbe una rivoluzione? Quante ne abbiamo viste così dal dopoguerra ad oggi? E' proprio per colpa di queste tantissime 'rivoluzioni' che siamo in queste condizioni!
Quindi, ragazzi e ragazze, mi dispiace per voi, ma vi hanno usati e vi stanno coglionando secondo un antico copione, ahimé, sempre funzionante. E funziona soltanto perché forse anche voi ormai non sapete più cosa sia una rivoluzione, state ragionando come chi vi comanda, state usando gli stessi argomenti proposti dalla cultura dominante, la stessa cultura deleteria che state imparando proprio a scuola; addestrati alla delega e all'obbedienza non sapete allontanare i capipopolo, non sapete girare le spalle alle sirene ammaliatrici che vi fregheranno, inesorabilmente, dicendovi per beffa che lo faranno 'per il vostro bene'
Le riforme non sono mai rivoluzioni, sono sempre e soltanto un rinnovamento del sistema di potere. In questi casi, i ministri fanno sempre finta di irritarsi, giocano a braccio di ferro, ma sotto sotto ringraziano quelli che lavorano per loro, anche oggi. Cari ragazzi e ragazze, siete ancora in tempo per mandare al diavolo chi si è intestata la vostra protesta e la sta cavalcando alla grande (con l'avallo di Confindustria, sì proprio lei!). La rivoluzione è un'altra cosa, solo l'azione diretta e l'autogestione ci salveranno, solo quelle!

Spoiler:
Le istanze proposte dai capipopolo di questa protesta non dispiacciono al potere, ma il ministro farà finta di ingaggiare una lotta con 'la base' e alla fine dirà di sì alle riforme (che anche lui vuole), e gli studenti crederanno di aver vinto e di aver fatto la rivoluzione. E mai nulla così cambierà, come mai nulla è cambiato. Film già visto e rivisto, purtroppo.

L'istituzione si autoriproduce, o non è.

Le società cosiddette civili si avvalgono di istituzioni, le quali detengono il potere della parola, nel senso che divulgano una narrazione di sé, convincente, che tuttavia non corrisponde alla realtà. Le istituzioni, in quanto tali, fanno esattamente questo: si autoriproducono all'infinito per mezzo di rituali supportati da una retorica continua. Ed è la scuola l'istituzione in questo senso più pervasiva e fondamentale delle società moderne. La scuola è il vero grande rituale collettivo, ripetitivo e, come tale, non fa che generare la convinzione che essa debba necessariamente esistere, nonostante i risultati nefasti che sono sempre stati voluti dall'ingegneria pedagogica statuale. In parole molto semplici, se con la retorica e la demagogia le istituzioni fan sembrare di essere al servizio dell'individuo, con i fatti sono invece al servizio esclusivo di se stesse e degli interessi di chi ne ha deciso l'esistenza e le governa.

(Questo scritto è una microscopica idea di quel che contiene il libro di Angelo Giglia che uscirà a breve, e di cui anche questo blog vi renderà conto. Stay tuned. Gli aspetti e i temi di cui il libro si occupa sono in realtà tanti, ma sono tutti legati alla scuola e alla necessità di abolirla come istituzione. E' un libro molto interessante, e che disturberà non poco la coscienza degli educati, colpevolmente quieta).

Annuncio.


Il grande problema socio-educativo è questo: tutti vengono educati, e tutti allo stesso modo; tutti hanno ricevuto obbligatoriamente lo stesso tipo di cultura, l'industriale come l'operaio, cosicché questo sistema di servi e padroni possa ridefinirsi ad libitum sulla propria impronta, come fosse un frattale perpetuo. E' tempo di fermare questo vortice tossico che ci risucchia nella torbida distopia sociale. Ecco perché ho voglia di annunciarvi questo: prossimamente, gli scaffali delle librerie accoglieranno una mia opera che mette in luce i motivi per cui è indispensabile abolire la scuola. I contenuti del testo, che smontano la narrazione retorica, sono desunti dalla realtà, dalle mie esperienze, da ciò che tutti possono toccare con mano e vedere con gli occhi. Non mancano riferimenti a testi e pedagogisti. 
Non è un testo che rassicura i benpensanti e nemmeno i fondamentalisti della scuola, non coccola i riformatori d'ogni risma. Per vincere una violenza opprimente occorre impiegare una forza almeno pari ad essa, e la mia penna di forza ne ha dovuto usare parecchia, quella che è stata necessaria a demistificare una 'trappola universale', come la chiama Paul Goodman. La presa di coscienza del problema-scuola si pone alla base di ogni lotta sociale, ed è un problema che va affrontato per eliminarlo del tutto, non per riformarlo. Ma l'eliminazione della scuola non significa, come ben sapete, eliminazione dell'apprendimento, al contrario, significa liberarlo dai vincoli di un pensiero unico e venefico che ci sta abbrutendo e annientando. Seguiranno altri dettagli. Grazie come sempre dell'attenzione. (Angelo)

Mi obbligano.


Non sono state poche le volte in cui a scuola, di fronte ad una nuova classe, ho chiesto di primo acchito agli studenti: ma voi che cosa ci fate a scuola? Perché siete qui? E a quel punto le risposte che ricevevo erano sempre di due tipi: il tipo sincero, e il tipo falso. La risposta sincera me l'hanno sempre data gli studenti più onesti, i più puliti dentro, specialmente i più piccoli, ma anche i liceali dall'animo provocatorio. E questa risposta sincera è uguale a quella che vedete nell'immagine: 'veniamo a scuola perché siamo obbligati'

La risposta falsa, invece, è quella che gli studenti pescano dal catalogo della retorica della scuola, una retorica mitopoietica che ogni scolarizzato conosce a memoria e che sa ripetere ogni qualvolta gli si presenta l'occasione. Di risposte false, palesemente costruite e demagogiche, ce ne sono tante, ad esempio: 'siamo qui perché la scuola ci insegna tante cose', ma anche 'siamo a scuola per capire la vita' o 'altrimenti rimaniamo stupidi e quindi saremo facilmente governabili'. Insomma, stupidaggini di questo genere. La cosa che può lasciare sgomenti è incontrare giovani di sedici anni che hanno già acquisito la narrazione dogmatica della scuola e che, senza porre alcun filtro critico preventivo, la ripetono, credendoci ciecamente. A me questo fatto non lascia più sgomento come all'inizio, perché, dopo tanti anni di insegnamento e di analisi delle dinamiche pedagogiche, so benissimo che, purtroppo, la deformazione scolastica delle coscienze si compie già verso i sette anni di età. A quell'età, i bambini hanno già imparato a copiare dagli adulti anche le risposte preconfezionate da dare sulla scuola. 

Soltanto i più forti di coscienza si salvano dalla scuola, ma sono casi più unici che rari, purtroppo. Occorre abolire la scuola.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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