Una citazione al giorno

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mercoledì 11 marzo 2015

Ho sei anni, e mi dicono che non capisco

A sei anni il bambino non capisce. Dicono che è piccolo e che perciò a sei anni certe cose non si possono capire. Lo dicono i signori adulti, signori e sedicenti padroni dei bambini. Ma diciamo che è pur vero, in effetti a quell'età così giovane e fiera il bambino non capisce per quale motivo debba stare seduto tutto il tempo in un posto che non vuole, che non sceglie, che lo fa soffrire, che vorrebbe disertare,  ma che non può farlo per via delle altre punizioni che riceverebbe. Non capisce per quale dannato motivo, sapendo di avere una propria intelligenza e un'intima morale, egli debba agire o non agire per minaccia, per paura, per ricatto, per rappresaglia. Di ciò se ne chiede il senso senza però trovarlo, perché umanamente un senso a questa cosa non esiste. Cioè, per quale motivo un essere umano, se è davvero tale, dev'essere costretto a fare o non fare le cose perché altrimenti scatterebbe una punizione decisa da altri esseri umani? A quell'età il bambino non capisce perché qualcun altro che ha due gambe come lui, una testa come lui, direi anche una vita come la sua, debba arrogarsi il diritto di decidere tutto per lui, al posto suo: cosa e come fare, cosa e come dire, cosa e come pensare, scrivere, camminare, dormire, mangiare, bere, studiare, vivere... Non lo capisce, anche se chi ha fatto un progetto su di lui gli dà continuamente delle spiegazioni, che però non capisce neanche quelle perché sono spiegazioni stupide, evidentemente inutili, retoriche, che non risolvono nulla, non alleviano il suo dolore.
Ma a 12 anni il bambino è già cambiato, ha capito, somiglia ahimé già troppo a un adulto, soprattutto nel pensiero, nella forma dei suoi ragionamenti, nei contenuti standardizzati di una logica già perfettamente militare e competitiva. Perciò se chiedete a un dodicenne scolarizzato per quale motivo egli debba stare seduto tutto il tempo in un posto che sei anni prima non voleva, non aveva scelto, che avrebbe voluto disertare, vi risponderà tirando fuori qualche motivazione stereotipata imparata dagli adulti, a cui crede ciecamente già da qualche tempo, e che vi farà capire che lui adesso ci tiene tanto alla scuola, a quel luogo di tortura e reclusione obbligatoria; vi dirà che una società non può esistere senza quel luogo che fino a qualche anno prima gli dava l'immagine precisa di ciò che non dovrebbe mai esistere in una società; vi dirà che la curiosità è sì innata, che siamo davvero nati liberi, ma che la scuola serve proprio a mantenere la curiosità e la libertà, come se la natura abbia bisogno di esseri umani sedicenti ottimizzatori di ciò che la natura crea in maniera già ottimale. Qual presunzione questi adulti! Vi dirà queste fandonie, a volte anche quelle più bizzarre e ridicole, vi dirà le stesse cose che dicono gli adulti, pari pari. Non venite a dirmi che la scuola non riproduce perfettamente questo tipo di società malsana, tale e quale, lo stesso tipo di adulto, lo stesso tipo di cercatore di padroni, lo stesso tipo di produttore e consumatore, lo stesso tipo di genitore, lo stesso tipo di ingranaggio per la medesima tipologia di macchina sistemica di sfruttamento.
La scuola convenzionale induce a credere in maniera dogmatica che essa sia necessaria, come se l'istituzione scolastica fosse l'unico posto al mondo dove poter imparare. In realtà la scuola, proprio perché è istituzionalizzata, è l'unico posto al mondo dove, sin dall'infanzia, si distrugge l'essere umano con le sue più straordinarie prerogative naturali (curiosità, creatività, autodeterminazione, fantasia, dignità personale, autocoscienza, fiducia in se stessi, solidarietà...), e dove nessun bambino o ragazzo dovrebbe mai mettere piede, perché se di scuola dobbiamo parlare bene, facciamo che la scuola sia allora tutto il mondo, la vita, i vari contesti, con le relazioni più variegate, le esperienze dirette e vissute alla pari, l'incidentalità dei saperi, il rapporto costruttivo tra le diversità non etichettate, la ricchezza delle soluzioni trovate e quelle ancora da trovare, la gioia della libera ricerca, lo sviluppo libero e autonomo della fantasia, e nessun obbligo, nessun orario stabilito, nessuna cella, nessuna classificazione, nessuna punizione o ricatto, nessun voto, nessuna competizione per una medaglia al petto. A meno che non si voglia ancora perpetuare questo tipo di società fascista per costituzione, indole e vocazione. La scelta è nostra, e saremmo ancora liberi di farla.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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