Una citazione al giorno

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mercoledì 17 febbraio 2016

Unioni gay, adozioni, famiglia, morale cattolica... ma quante storie!

Per quanto mi riguarda, la questione delle unioni gay e della relativa adozione di figli è soltanto una falsa questione, una di quelle diatribe che tengono acceso il dibattito, le luci del teatrino mediatico, ma anche la distrazione dal punto cruciale ed essenziale, quello dell'autorità familiare, di qualsiasi genere essa sia. Mi fa innervosire l'ardore con cui la folla si addensa di fronte alle due opzioni messe in campo e di conseguenza, come sempre, perde di vista o ignora completamente il contesto o il punto nevralgico della questione. Non sarà che esiste un punto di vista diverso, almeno uno diverso, ragionato e sicuramente più autonomo, da quello imposto da chi sta creando questo - a mio avviso - inutile dibattito mediatico? Io ad esempio, sul tema che in questi giorni sta facendo scaldare le folle, ho un parere diverso. Riguardo alle coppie gay (se fosse per me eliminerei anche l'etichetta 'gay') mi sembra che nel dibattito venga tralasciato proprio quell'aspetto del potere interno alla famiglia, del Dominio, di cui vittime predestinate sono, ahimé, sempre i figli. E il guaio è che qualcuno, nel suo dibattere, dice anche di sapere quale sia il bene dei bambini e di volerlo preservare! Ma andiamo avanti. 
Nessuno può dimostrare che una coppia gay non si predisponga in maniera egualmente gerarchica autoritaria, proprio come una famiglia tradizionale, nei confronti di se stessa e dei figli. Tutt'altro, io so che l'educazione, il tipo di cultura che ci viene inculcata obbligatoriamente attraverso la scuola e gli altri media conduce tutti ('maschi, femmine e cantanti') alla stessa concezione autoritaria della famiglia e di qualsiasi altro elemento sociale istituzionalizzato e organizzato legalmente. Voglio dire che in questo tipo specifico di società non facciamo altro che costruire piramidi in ogni dove, con qualsiasi tipo o genere di materiale. Capiamo la metafora.
Per quanto mi riguarda, penso perciò che di fronte all'esercizio del potere dato sempre come fatto culturale pedagogizzante formativo, nulla cambia se una coppia è omosessuale o etero, o se la famiglia è di tipo tradizionale o progressista, stretta, allargata, comunitaria, o come-caspita-volete-voi. Laddove vi è autorità e gerarchia, cioè Dominio, cioè qualcuno che comanda e qualcun altro che deve obbedire contro i propri interessi, non può mai esserci libertà e umanità, con tutto ciò che questo comporta e che ormai abbiamo imparato a conoscere. Per cui, detta papale papale, a me non importa il modo in cui ognuno concepisce la propria famiglia, è invece auspicabile che non vi sia alcuna istituzionalizzazione delle unioni decise liberamente da chicchessia, e che dentro ogni tipo di contesto affettivo nessuno abbia a comandare e nessun altro debba obbedire e subire le decisioni prese dal vertice. Il potere è sempre distruttivo e immorale, generatore di violenza e ingiustizia, a prescindere da chi lo esercita, perciò semmai per me la questione centrale è solo questa, non certo il 'come deve essere quello/a che dovrà indossare i pantaloni'. Chi dibatte su adozioni gay sì e adozioni gay no, è esattamente come quello che si dispone a destra o a sinistra, in spazi ideologici calati dall'alto, senza capire che il vero problema è il potere in sé, non la parte politica che lo eserciterà.
Fin qui le mie parole, ma cosa dice ad esempio uno che per tutta la vita si è occupato professionalmente di famiglia, figli, educazione, pedagogia, salute psicofisica dei bambini? Parlo di Marcello Bernardi. Forse può essere utile leggere anche il suo punto di vista. Trovo queste sue parole, e le trascrivo di seguito, non sono esaustive, beninteso. Un motivo per riflettere intimamente su altri punti di vista, se ci va di farlo.
'...L'importante, mi pare, è non lasciarsi sopraffare dall'imposizione di modelli dati come ineluttabili. Per esempio dal modello della famiglia nucleare. Questo modello è in crisi, l'abbiamo sentito dire infinite volte e da infinite parti, ma non si riesce a superarlo. Il che vuol dire che ogni persona lo deve superare in proprio. Non è il caso di aspettare che i soliti Esperti ci suggeriscano la soluzione. Non è il caso di stare a vedere che cosa succederà nella cosiddetta 'famiglia aperta', se mai si riuscirà a realizzarla. E' il caso di aprire subito la propria famiglia, e se stessi, secondo linee e scelte che non possono essere che personali. Posso dire solo questo: che i disturbi del carattere e della socializzazione, che come pediatra vedo quotidianamente in un numero crescente di bambini, mi spingono a pensare che sia urgente uno sforzo comune, di ciascuno e di tutti insieme, per andare oltre gli schemi che ci sono stati imposti. E che ci sono imposti ancora, nonostante tutte le più clamorose dimostrazioni del loro fallimento. Sia la figura materna che la famiglia possono sottrarsi, anche senza riforme, alla istituzionalizzazione, e quindi recuperare la loro qualità affettiva. Possono respingere le tentazioni dell'appropriazione, della iperprotezione, della chiusura, dell'isolamento. Meglio farlo subito, perché nel frattempo la fabbrica dei nevrotici seguita a funzionare'.

Immagine: Paul Gauguin, 'Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo' (particolare).

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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