Una citazione al giorno

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Data Rivoluzionaria

martedì 24 luglio 2018

E allora lui?

A causa dell'impostazione competitiva e gerarchica della scuola, il bambino impara a credere che per valorizzare se stesso, o discolparsi di qualcosa, sia necessario accusare il compagno. 'E allora lui?', dice il bambino ad alta voce alla maestra che lo ha rimproverato, indicando col ditino qualcun altro nella cella. Ma succede anche che la faccenda si manifesti in via riservata, a quattr'occhi, tra il discente e la docente. Infatti essere delatori/delatrici è una delle prime cose che l'infante impara a scuola. Obiettivo perfettamente raggiunto, questo sì! Il bambino da addestrare all'odio si aspetta una ricompensa dall'autorità, e si predispone alla futura vita da servitore devoto, tenendo sempre nel cuore la voglia impetuosa di diventare un capo per assaporare il gusto meschino e autoritario della vendetta, che egli chiamerà impropriamente 'giustizia'. 
Accusare gli altri di un qualcosa per apparire immacolati è ciò che si vede fare normalmente nella scuola, e questo comportamento è lo stesso che vediamo riprodotto nell'atteggiamento comune degli adulti ben scolarizzati. Lo vediamo ad esempio nelle questioni politiche, dove non c'è un solo fidelizzato ad un partito che non accusi il fidelizzato di un altro partito, credendo in questo modo di pulire la fazione alla quale tiene (come ad una squadra di calcio) e difendere il suo padrone. 'E allora lui?', da qualsiasi prospettiva lo si guardi, è comunque la manifestazione di un conflitto costruito, un desiderio di punire un compagno, e non mai la causa da cui nasce quel desiderio, ovvero l'impianto autoritario e competitivo della scuola, la scuola in quanto tale. E' un impianto che lo Stato mantiene perfettamente lubrificato per mezzo dei docenti stessi che devono eseguire certi ordini precisi, certe pratiche obbligate, le solite prassi consolidate che stanno al di sopra delle loro buone intenzioni (quando queste esistono) e che appaiono persino giuste, etiche, come la discriminazione fatta attraverso i voti o la classificazione tra buoni e cattivi, tra intelligenti e stupidi, tra studiosi e annoiati, tra produttivi e oziosi... dando ad ognuno di questi aggettivi etichettanti un valore morale e gerarchico prestabilito e sempre funzionale al sistema.
Insomma, la scuola forgia le generazioni per il futuro (l'oggi è il futuro di ciò che è stato ieri), le istruisce per bene per adattarle il meglio possibile a questa specifica società competitiva e violenta, gerarchica e autoritaria, ignorante e presuntuosa, e lo fa benissimo, purtroppo, lo fa attraverso i fatti concreti, attraverso le prassi, i percorsi obbligati, al di là della retorica di fratellanza predicata nelle celle, che appunto diventa solo retorica e non produce nulla se non retorica d'occorrenza. Rari sono coloro che si salvano dalle fauci dottrinali e devastanti della scuola. 

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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