Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -

lunedì 18 febbraio 2013

Il senso dello Stato per le verifiche


Si pensa che la verifica serva a misurare le conoscenze dei ragazzi. Questo è vero, ma solo in piccola parte, è una verità aleatoria, poiché quella conoscenza viene misurata nella breve distanza che passa tra il giorno della lezione e quello della verifica. Se la verifica venisse svolta a distanza di un mese dalla lezione, al 90% darebbe risultati deludenti. Perciò la scuola maschera i suoi limiti facendo studiare a casa i ragazzi il giorno prima della verifica. Inoltre la misurazione viene effettuata sulla base di una griglia di valutazione che è ignobilmente uguale per tutti, e questa omologazione non tiene minimamente conto delle singole individualità, delle differenze interpretative di ognuno, dello stile di apprendimento di ogni persona, e delle contingenze del momento. La legge è legge, si impara anche così. A problema dato, occorre fornire una data risposta, entro quel dato tempo, nel dato modo. La scuola come laboratorio di a-creatività? Certo.
Ma la verifica (o gli esami), secondo l'obiettivo nascosto del sistema, serve invece a un'altra cosa. Si vuole abituare il futuro suddito a subire continuamente giudizi, valutazioni, punizioni e premi, inquisizioni, da parte di tutte le autorità che egli incontrerà nella vita, e alle quali dovrà dimostrarsi devoto e rispettoso. E lo sarà. Gli studenti vengono allenati, giorno per giorno, per anni e anni, a considerare giusto il controllo dello Stato e i suoi processi giudiziari-inquisitori. L'ingrediente-base per tutta questa operazione di addestramento è la paura. Paura di sbagliare, paura del brutto voto, paura della punizione del genitore quando vedrà il brutto voto, paura di non riuscire ad essere all'altezza, di non reggere il confronto con i compagni. Competizione, paura, coercizione, autorità, disciplina, ordine. Cose militari, insomma. Da qui sorgono i 'piccoli crimini' che in futuro diventeranno normalità assoluta. Ad esempio l'atto di copiare di nascosto, che solo in apparenza rappresenta un voler prendere in giro l'autorità docente, o il sistema, in verità anche quello rappresenta un allenamento alla non-dignità personale, e soprattutto all'idea che si possa -e addirittura si debba- far le scarpe ai nostri simili. La scuola come palestra dell'inganno? Certo.
Non mi stupisco affatto quando i miei colleghi mi dicono di aver scoperto il ragazzo tale che si è fatto pagare per scrivere agli altri compagni un bigliettino di appunti da tenere furtivamente sotto il banco prima della verifica. La scuola come palestra della corruzione? Certo, anche quello. E dove volete che imparino i bimbi queste vigliaccherie? E' così che si diventa 'furbi', no? Gente che formerà la società di domani e che forse -speriamo di no- andrà a governare. Siamo tutti figli di questa scuola, ci piaccia o no, ma quelli che si salvano sono quelli che hanno coscienza del ruolo violento della scuola. Ribadisco che non serve a nulla predicare bene in classe, dire ad esempio ai ragazzi che 'questo non si fa, copiare non va bene', è davvero inutile se poi è proprio il sistema che costringe a farlo, ci allenano fin da bambini a far questo, non c'è predica moralista che tenga.
Ma allora cosa possiamo fare? Mi rivolgo ai docenti della scuola tradizionale. Dato che nella scuola bisogna per forza fare le verifiche, io cerco in tutti i modi di eliminare quell'ingrediente-base: la paura. Non lo faccio solo a parole. Quando i ragazzi, per vari motivi, non sanno una risposta o hanno un altro tipo di soluzione, normalmente si trovano in una condizione indotta di panico, pensano al voto e alla punizione. Il mio intervento a monte è invece quello di dire ai ragazzi che ogni errore è di per sé un valore, poiché dall'errore si impara. Quante volte l'abbiamo detto, vero? Ma poi? Poi normalmente, sulla testa dei ragazzi cade inesorabile la scure del voto negativo, e ritorna la paura. Io invece cosa faccio, oltre a dire che 'sbagliando s'impara'? Metto in pratica il processo cognitivo partendo dall'errore. Insieme ai ragazzi prendo gli errori, ne discutiamo, li confrontiamo, li analizziamo, in un clima sereno. Non faccio accenno ai voti, anche perché mi succede spesso, discutendo intorno a un errore, di trovare che quello che a me sembrava un errore non lo era affatto, ma era invece una impostazione logica diversa che il ragazzo o la ragazza aveva sintetizzato in una formula tutta sua. Altri punti di vista che esistono ed emergono. Non li uccido e non li punisco. Ma anche di fronte a un errore oggettivo, questo viene sempre considerato un gradino per avanzare piuttosto che un crimine da punire. Quindi noi prendiamo in analisi gli errori per poter andare avanti. Infatti si va avanti. Quando i ragazzi constatano che la predica trova un effettivo riscontro nella pratica, allora spariscono paure, bigliettini, corruzioni, e si progredisce collettivamente nella conoscenza. Per quanto riguarda le correzioni delle verifiche, in una scuola di Stato può andar bene l'autovalutazione. Qui alcuni esempi.

giovedì 14 febbraio 2013

Il governo nel governato

Mi sono soffermato sul seguente passo tratto dal buon libro 'Anarchia come organizzazione: la pratica della libertà' di Colin Ward (Elèuthera editrice). 
Il potere di un governo, persino nelle dittature più tiranniche, dipende dall’acquiescenza dei governati. Perché la gente accetta di essere governata? Non è solo questione di paura: che cosa hanno da temere milioni di persone da una piccola banda di politici professionisti e dai loro mercenari? La gente accetta passivamente perché crede negli stessi valori che propugnano i loro governanti. Sia il vertice che la base credono nel principio di autorità, nella gerarchia, nel potere. 
Il libro accoglie anche il capitolo chiamato 'descolarizzazione', ma il testo qui sopra fa parte della premessa all'intero libro, una premessa concisa, ma anche precisa, come del resto tutto il lavoro di Ward. Il fatto che io abbia concentrato la mia attenzione sulla frase sopra citata si deve alla mia voglia di puntualizzare, ampliare se possibile, il concetto riferito all'accettazione passiva dei governi da parte della gente. Ward coglie nel segno quando dice 'sia il vertice che la base credono nel principio di autorità, nella gerarchia, nel potere'. In qualità di educatore libertario io però non posso non far emergere il ruolo che la scuola assume nella società, quale strumento di propaganda occulta, la quale veicola tutto ciò che serve affinché la gente non possa fare a meno di credere negli stessi valori propugnati dai governanti.
I princìpi di autorità e di gerarchia costituiscono il fondamento della scuola, di quel sistema pedagogico invisibile ma inesorabile ('prussiano') che finisce per creare -soprattutto in creature malleabili- una sovrastruttura comportamentale d'acciaio, dura da dismettere una volta metabolizzata. Esattamente come fa un vestito, dal quale ci guardiamo bene dal toglierci in pubblico perché -ci diciamo subito- ci serve, è necessario, non si potrebbe fare senza, girare nudi è impensabile, allo stesso modo agisce la dottrina autoritaria e gerarchica che avvolge le coscienze dei bambini. Tutto il repertorio riferito alla disciplina militare, all'ordine a cui si deve obbedire, al premio e alla punizione, alla paura introiettata, ecc. diventa molto presto -davvero presto- una corazza di credenza dogmatica a cui si finisce per credere ciecamente, ed è impossibile pensare a qualcosa di diverso, la gente addestrata fin dalla culla a indossare quella corazza si sentirebbe a disagio al sol pensiero di liberarsene.
Non è soltanto il metodo pedagogico autoritario ad imprimere nel fanciullo l'idea che quei valori siano giusti e -perciò- condivisibili, ma sono anche le materie studiate a scuola, 'discipline' come la Storia, che hanno il compito di veicolare tali valori nefasti, militari, gerarchici. Che cos'è la Storia raccontata sui libri  diffusi dallo Stato se non una lunga e inesorabile sequenza di elementi autoritari che devono per forza essere conosciuti? Quelli e non altri, ben certo, perché si agisce solo in base a quello che si conosce. Se conosco X non posso pensare e agire come Y. Dovrei prima conoscere Y per avere almeno una scelta. Allora ecco la storia delle guerre, dei generali, dei condottieri, delle false rivoluzioni che riportano sul trono lo Stato, la finta libertà, le leggi calate dall'alto, le imprese degli imperatori, i faraoni, i re di Roma, Carlo Magno (e spiega cosa vuol dire magno), inni e bandiere, il patriottismo risorgimentale, il nemico da scacciare, vassalli e cavalieri, false repubbliche, false democrazie, tutto fa capo al capo (onorato e riverito), il fascismo, il comunismo, Hitler, Stalin, l'esercito, i cavalieri, le flotte navali, gli aerei inglesi, i tank tedeschi, la costituzione, i regolamenti, le trincee, il milite ignoto, quello noto per aver ammazzato il nemico, quindi eroe della patria, i superuomini, i deus ex machina, la speranza della vittoria, l'apologia del dominio... tutto ciò che il repertorio del male possa offrire, questo viene ostentato e diffuso nelle scuole e nei media, a formare quel vestito a cui non solo ci si affeziona, ma che non ci si vuol togliere, e di cui si pensa sia anche l'unico esistente, dato che gli altri vestiti non vengono mai esposti. 
Per inciso, ma è importante saperlo, è perfettamente inutile dire agli indottrinandi che 'il fascismo è un male' se, tanto, è la sola cosa che viene propagandata e se, soprattutto, ci si comporta da fascisti, gerarchicamente, in ogni angolo della realtà. I bambini copiano i modelli dal dato reale, e se questi modelli sono malvagi, stigmatizzarli verbalmente non elimina affatto l'elemento malvagio inculcato. Sarebbe come dire al bambino che l'unico giocattolo che possiede fa molto male, ma questo non impedirà al bambino di giocarci e di crederci. Non provi la mamma a nascondergli quel giocattolo, sennò son guai per la mamma!
Lascio da parte il ruolo del genitore, che è poi un ex-studente ormai convinto del vestito che gli hanno fatto indossare, e lascio da parte anche l'azione devastante della dottrina cattolica, poiché non mi basterebbe una settimana per elencare tutti gli elementi che, da par loro, contribuiscono a formare e a difendere i valori di cui sopra, valori di Stato sempre fascisti e borghesi (dio, patria, famiglia). Chiudo il cerchio. Se riprendiamo la frase di Colin Ward ('sia il vertice che la base credono nel principio di autorità, nella gerarchia, nel potere'), capiamo molto meglio perché la gente si lasci governare così facilmente e anche in modo così passivo, credendo di non riuscire a fare nulla senza governanti e senza leggi di Stato. Che altro potrebbe fare la gente dopo anni e anni di dottrina autoritaria e gerarchica? Prospettare al bambino la sostituzione del suo unico giocattolo -anche se brutto- lo farà piangere per ore e ore, finché non avrà visto il nuovo giocattolo. E qui sta il punto. E allora...

...che cosa fare?
Nella fase attuale, oggi come oggi, occorre anzitutto far prendere coscienza le persone della loro condizione di indottrinate -non sanno di esserlo già a 11 anni- perché senza una presa di coscienza nessun progresso umano può essere avviato. E bisogna farlo a partire dalla divulgazione di informazioni diverse dal consueto. L'altro giorno un bambino in classe mi ha chiesto: 'come faccio a cercare una cosa se non la conosco'? Quel bambino ha ragione da vendere, si parlava di ricerche da svolgere in rete o in biblioteca, e in effetti sfido chiunque a cercare ad esempio Rudolf Rocker senza conoscere questo nome. Quindi va da sé che il contrasto alla propaganda dello Stato va fatto con un'altra propaganda. Ciò che mi sono promesso di fare a scuola non sono 'soltanto' esercizi pratici di libertà (sempre difficoltosi da svolgere in una scuola di Stato), ma anche di divulgare pensieri diversi e autori diversi, in modo da smontare le false credenze, i falsi valori, la falsa Storia, i pregiudizi. Testi, argomenti e autori anarchici. Ciò vuol dire forare il vestito d'acciaio, lasciare che la luce censurata dallo Stato penetri nella coscienza, offrire agli altri un differente punto di vista, quello della solidarietà, della pace, della vera giustizia, dell'armonia, del diritto alla disobbedienza ai soprusi, dell'antimilitarismo, ecc. cercando allo stesso tempo di dare fiducia ai bambini, che non sono cagnolini da addestrare, ma persone da esaltare con il loro diritto di conoscere altri elementi che non siano sempre quelli autoritari e gerarchici. Una volta aperta la breccia della coscienza e della conoscenza, una volta offerti nuovi elementi con cui pensare e agire, la gente non potrà più ignorarli, e allora sarà davvero una questione di scelta individuale, soprattutto una libera e vera scelta.

domenica 10 febbraio 2013

I fiori raddrizzati sono sempre fiori piegati

Ai ragazzini di 11 anni spiego sempre il programma di appiattimento della scuola. Lo faccio disegnando alla lavagna dei fiori posti uno accanto all'altro, così come li ha creati la natura: uno più alto, uno più basso, uno storto così, uno storto cosà, ecc. Poi dico che se la natura li ha creati cosi diversi tra loro, vuol dire che un motivo ci sarà e che ognuno di essi è importante così per come è. Poi disegno un fil di ferro che si attorciglia intorno al gambo dei fiori, dicendo che quel filo è una delle azioni della scuola sugli alunni, che li vuole tutti diritti allo stesso modo. Non solo, poi disegno una linea in testa ai fiori, è la linea del tetto-limite che la scuola impone agli alunni. Chi non arriva a quel limite, o chi lo supera, viene punito. I ragazzini capiscono al volo il discorso, lo spiego ovviamente in maniera semplice. Per gli adulti posso spiegarlo nel modo che segue. 
La natura crea la varietà e in questa varietà vive l'armonia. Lo stato e la chiesa, che si vogliono sostituire alla natura con le loro leggi e dottrine, negano con prepotenza questa varietà, creando appiattimento, omologazione, standardizzazione, uniformità del pensiero e delle azioni conseguenti. La scuola, in qualità di strumento dello stato, non può rinunciare a quel condizionamento autoritario che incanala gli individui nella catena massificante. Così immagino sempre i bambini come dei meravigliosi fiori che, nascendo, si dispongono naturalmente nel loro contesto in maniera varia e libera, a seconda delle loro singole necessità vitali. Senonché la scuola è il luogo dove i fiori vengono ammassati e classificati, rinchiusi in celle per anni; la scuola pone intorno al gambo di quei fiori un fil di ferro per farli crescere diritti e ugualmente ordinati, come un esercito irreggimentato, pone un tetto-limite alla loro personalità. I fiori più bassi di quel tetto-limite, cioè quelli che per ragioni diverse e oggettive hanno difficoltà a seguire la dottrina scolastica e non possono arrivare al livello preimpostato dalla scuola, vengono puniti, mentre i i fiori più alti, cioè quelli che dimostrano slanci creativi e particolari intuizioni, vengono appiattiti al livello prestabilito dal tetto. Anche questi ultimi vengono puniti se essi non si abbassano all'altezza del tetto imposto o se lo sfondano, essi sono 'i pericolosi', quelli che ragionano diversamente, quelli che trovano altre soluzioni o una via alternativa ai problemi, quindi potenzialmente anche al sistema.
Al di là dell'azione violenta e massificante dello stato che vuol sostituirsi alla natura, se ci concentriamo proprio su quel tetto-limite imposto, noi dovremmo quantomeno chiederci che cosa esso rappresenti, quale scopo abbia il suo raggiungimento. Se lo scopo di quel tetto (obiettivi formativi) è quello di far imparare agli studenti tutte le cose che vengono incanalate a scuola, rimane da chiedersi come mai queste cose non producano un effettivo cambiamento della società gerarchica e capitalista. E' certo che i pedagogisti, ma non solo loro, hanno già risposto alla questione ('la scuola è l'agenzia pubblicitaria che ti fa credere di avere bisogno della società così com'è', diceva Ivan Illich), ma allora dovremmo capire che per cambiare veramente la società occorre anzitutto sbarazzarci della scuola, di questo tipo di scuola, che agisce esclusivamente per allevare e formare adoratori del sistema. E' davvero stolto lamentarsi di come vadano le cose nella società (ormai mondiale) e al contempo concedere al sistema di addestrare i nostri figli nelle scuole e nelle parrocchie.
Ora, si dà il non-caso che lo scopo di quel tetto-limite sia anche quello di formare caratteri inclini all'accusa, oltre che alla competizione. L'accusa che diventa meschina delazione. In un ambiente scolastico omologante, dove tutti apprendono coercitivamente gli stessi atteggiamenti e lo stesso stile percettivo, i fiori che rifiutano il fil di ferro, oppure quelli che non raggiungono il tetto o lo sforano non sono ben visti neppure dagli altri fiori, i quali non accettano la varietà e la diversità, perché questa diversità svela il loro grado di appiattimento e la loro mediocrità alla quale non sanno più ribellarsi. Guardate, per i fiori normalizzati è davvero un grande dolore scoprirsi tali, e in più impotenti, incapaci ormai di reagire per paura innestata o perché è stata insegnata loro l'adorazione dogmatica delle autorità. Quindi, è come vedere un plotone di soldati che si ribellano ai pochi 'fuori posto insubordinati', (nella loro libertà, i 'fuori posto insubordinati' dimostrano agli altri soldati la servitù alla quale si sono piegati e si sono affezionati), quindi i soldati regolari li accusano e vanno a fare la spia al comandante, nella speranza di ricevere una medaglietta, l'insulso premio per i deboli di coscienza.
Se tutto questo ci sembra meschino e violento, come effettivamente è, allora perché continuare a perpetuarlo? Il sistema vuole per sé pseudo individui, non più persone padrone di se stesse, non più individui orgogliosi e creativi, ognuno a proprio modo, ognuno con le proprie caratteristiche e fieramente solidali, ma violentemente raddrizzati (quindi piegati) a un volere esterno, pedine di un gioco che è fonte di piacere -e di ricchezza- solo per chi detiene il controllo dello stato. Noi possiamo anche chiamare ipocritamente 'ordine' un campo di fiori tutti allineati, tutti con lo stelo dritto e tutti ugualmente alti, ma in questo 'ordine' ottenuto col manganello o col ricatto (ordine che sottolineo essere solo formale ed esteriore) non c'è più la vita. Quelli sono fiori solo in apparenza. Il vero ordine è un'altra cosa, il vero ordine sta nella varietà naturale e nella libertà di tutti gli elementi che formano un'armonia di diversità nel grande respiro della vita.

venerdì 8 febbraio 2013

Modello militare

Anche la scuola obbligatoria è diventata tale per esigenze militari. Tutto ciò di cui lo Stato si interessa ha natura e scopi militari. Nell'esercito, come nella scuola, la disciplina è una ferrea regola che non mira allo sviluppo del buon senso e dell'umanità, ma all'accettazione benevola delle violenze ricevute, alla sottomissione agli ordini da parte degli 'inferiori di grado'. Una pedagogia scolastica militare fondata sulla cieca e muta osservanza dei provvedimenti disciplinari non fa altro che ri-produrre schiere di soldati ciechi e muti, in conseguenza del fatto che i bambini -cavie innocenti- diventano molto presto ricreatori del modello militare assorbito, ritenendolo molto presto normale e giusto, persino l'unico possibile. Dal canto loro, i professori, cioè gli ex studenti e come tali inconsapevoli, non si pongono alcuna riflessione sul fatto che una buona persona si avrà non già in seguito all'insegnamento di una condotta remissiva zeppa di coercizioni e paure, ma in virtù di un'educazione fondata sulla solidarietà e sull'uguaglianza. Ma questa è una virtù inconcepibile per il sistema scolastico statale-militare, inconcepibile per gli stessi militari, siano essi in cattedra o in caserma. Diceva Bakunin a proposito dei professori: 'identiche condizioni e identiche cause producono sempre i medesimi effetti. E allora avverrà lo stesso coi professori della scuola moderna, divinamente ispirati e investiti dallo Stato. Diverranno necessariamente, alcuni senza rendersene conto, altri con piena consapevolezza, strumenti di propaganda della dottrina del sacrificio del popolo, a vantaggio del potere dello Stato e del profitto delle classi privilegiate'.
Possiamo individuare l'asse attorno al quale gira tutto l'universo militare; questo asse si chiama gerarchia. Una società gerarchizzata è militare. La scuola tradizionale (non importa se pubblica o privata), così come la pretestuosa costruzione della società globalizzata, risponde al preimpostato paradigma gerarchico e gerarchizzante. La regola base, l'asse attorno al quale viene fatto girare ogni evento sociale è l'ingiustizia e la disuguaglianza, con tutto quello che di atroce ne scaturisce, anzitutto i crimini. Come lo Stato, anche la scuola tradizionale è un crimine contro l'umanità. La scuola non va riformata, va sostituita integralmente con un modello opposto, già prefigurato da Godwin nel 1797. Tutte le grandi riforme della scuola sono avvenute in conseguenza di una guerra (d'armi o d'economia), al fine di rimodellare il carattere dei sudditi sulla nuova forma sanguinante e lacerata di ogni dopoguerra, e prepararli così a diventare novelli soldati per la ricostruzione burocratica e materiale della nazione, quindi difensori di tutti i nuovi rapporti gerarchici istituzionali e sociali.
L'esaltazione sociale della scuola trova coincidenza nell'esaltazione sociale del soldato. A voler domandare alle persone se per una nazione sia più importante la scuola o l'esercito, troveremo molta incertezza nella risposta. La verità è che la scuola e l'esercito sono due facce della stessa medaglia, senonché l'esercito è l'emanazione fisica di ciò che la scuola produce culturalmente, psicologicamente, caratterialmente. L'esaltazione sociale della figura del soldato ha ovviamente inizio con le prime monarchie di tradizione Kurgan, il cui intento era soprattutto quello di difendere il privilegio della classe governativa dagli attacchi del popolo ridotto in schiavitù e in povertà. Niente di meglio che propagandare la figura del soldato quale tutore professionista dell'ordine territoriale, farlo emergere rispetto agli altri lavoratori, dargli un'aura di nobiltà, con la scusa della 'sicurezza collettiva' scaturita dall'innesto nel popolo del senso di paura (ad es. paura per un altro popolo dichiarato nemico e dipinto come tale). In quest'ottica di propaganda sociale a favore del soldato, il regime militare degli spartani creò scuole per i ricchi, i quali, poiché costituivano la classe governativa, dovevano insegnare ai figli le modalità e le astuzie con cui poter un giorno governare la massa popolare schiava (iloti). Già in quel tempo la scuola, poiché élitaria, era percepita dagli schiavi come qualcosa di prezioso, quindi da lodare e, magari, un giorno, a cui poter avere accesso. Divenire un soldato stava diventando sempre più un'ambizione, esattamente come oggi è ambizioso varcare le soglie delle Università e completarne egregiamente gli studi.
Oggi i governi nascondono la missione e la natura militare degli Stati, ma continuano a propagandare la scuola come un valore 'culturale' assoluto, indossando la maschera dei benefattori del popolo per via del concesso 'diritto allo studio' (il fatto che un diritto venga concesso è sempre indice di un possesso esclusivo e autoritario a monte). Non solo, in merito alla frequenza della scuola, i governi sono riusciti anche a infondere nei cittadini un senso di vergogna -e anche di paura- qualora si disertino i ranghi di banchi. L'operazione del sistema non è soltanto quella di creare sudditi obbedienti sempre inclini alla competizione, ma anche quella di generare un senso di vergogna e di paura in chi dissente da tale educazione militare.

sabato 2 febbraio 2013

Vietato pisciare, ma non solo

Un essere umano non ha esigenze esclusivamente fisiche, come potrebbe essere l'atto del respirare o del camminare, l'essere umano ha anche esigenze di carattere etico e psicologico come il diritto all'autonomia, il diritto alla libera espressione, il diritto di scelta, il diritto di esistere secondo le proprie aspirazioni e le inclinazioni del momento, ecc. La scuola tradizionale soffoca sul nascere le esigenze delle persone, addestra queste ultime a farne a meno, tutt'al più la scuola -sintetizzata nella figura degli insegnanti- ammette ogni tanto di aprire la finestra per far respirare meglio le bestiole, previa gentilissima richiesta da parte dello studente che può anche essere negata- e consente a queste ultime di sgranchirsi le gambe soltanto in quei pochi minuti canonici dell'intervallo (retaggio e copia dell'ora d'aria per i carcerati) che l'autorità ha stabilito dall'alto della sua pretesa importanza e utilità. Ribadisco che, in tutto questo, il guaio non risiede soltanto nel soffocamento della persona e delle sue esigenze, ma anche e soprattutto nel fatto che tale prassi venga accolta dalla società con benevolenza e normalità incontestabile. Sottolineo incontestabile.
Il processo che si è svolto nei giorni scorsi, a scuola, contro un ragazzo di 13 anni che, a fronte di un negato consenso ad uscire per fare pipì ha 'risposto male' alla sua carnefice in cattedra, è esemplificativo del fatto che a scuola persino l'esigenza fisico-biologica viene controllata, governata, ordinata da parte dell'autorità. Nel processo a carico del ragazzo (consiglio di classe straordinario), che non era neppure presente per potersi eventualmente difendere, la sentenza era già stata scritta a monte (colpevole), la punizione pure (una qualsiasi, purché sia punizione), nessuno dei docenti si era soffermato sul perché della richiesta del ragazzo di uscire e della sua umanissima reazione al diniego ricevuto; nel processo i docenti si sono rifatti esclusivamente al 'regolamento d'Istituto' e la loro attività intellettuale è stata soltanto quella di studiare la tipologia della punizione e il grado di intensità. Naturalmente il reato è stato quello di 'lesa maestà', ma coperto dalla scusa dell'educazione. E nel crudele gioco della democrazia, dove la maggioranza crea inevitabilmente la minoranza e la schiaccia con furore, a poco è servita la mia voce solitaria. 
Quella di far apprendere la 'buona educazione' al ragazzo è una di quelle assurde scuse che solo l'autorità può vantare di possedere. Prendiamo la frase che ha detto il ragazzo: 'prof, ma io non posso mica pisciare dentro una bottiglia'! Dov'è la colpa secondo l'autorità? La colpa è nella parola 'pisciare', ma anche nel fatto che il ragazzo abbia reagito, seguendo il suo naturale istinto, alla castrazione di un suo diritto, un diritto sancito dalla legge della natura. E che sarà mai la natura? Per ogni autorità e per ogni borghesismo ciò che ha detto il ragazzo, e per come lo ha detto, è inaudito, vietato, l'autorità deve allora 'educare' questo ragazzo. Educarlo a cosa? Primo, a non rispondere all'autorità, neanche se si subisce un grave torto (forse il ragazzo avrebbe dovuto alzare ordinatamente un cartello come si fa nelle manifestazioni, dove anche la rabbia è organizzata e controllata); secondo, a non dire 'pisciare', semmai urinare, è più fine. Ma a ragionare da veri esseri umani, dobbiamo allora porci queste domande, le stesse domande che nessuno al processo si è posto: il ragazzo sapeva che la parola 'pisciare' è borghesemente non corretta? Certamente sì, ma allora in base a quale codice è stato punito? In base al codice borghese? O in base a quello dell'Accademia della Crusca? Questi codici sono contemplati dall'ordinamento statuale (ammesso che si voglia seguire la costituzione)? E se invece il ragazzo non conosceva il 'dramma' di questa parola, non bastava semplicemente insegnargli il codice borghese senza punirlo? Ci sono tanti bei corsi di bon-ton, in 10 appuntamenti risolvi tutte le 'questioni educative' che si trascinano per anni nella scuola. Capite bene l'assurdità dei motivi di cui si avvale sempre l'autorità. Motivi che non tengono mai in considerazione le esigenze umane (figuriamoci le umane reazioni), ma che si rifanno a codici assurdi, arbitrari, da 'circolo della canasta', autoritari, pretestuosi.
A voler essere vendicativi, dovrei augurare a quella collega che suo figlio, a scuola, abbia a soffrire nello stesso modo per la vescica gonfia e che, nel 'malaugurato' caso di un divieto e di una reazione orale al divieto, subisca lo stesso trattamento riservato al ragazzo di cui sopra. A voler essere vendicativi fino in fondo, dovrei persino augurare lo stesso 'trattamento educativo' ai figli di tutti i giudici presenti in quel processo. Ma non servirebbe a niente, sapete perché? Perché la presunzione dei docenti di essere nel giusto in quanto 'docenti', non soltanto li ha già portati a dimenticare come essi erano da studenti, ma non permetterebbe alcuna modifica nel loro modo di pensare e di agire, talmente sono incancreniti nel loro stupido e violento ruolo di carnefici inconsapevoli.
Capite bene quanto sia difficile cambiare la società se non si parte proprio dalla scuola, distruggendo tutto ciò che la società ritiene essere 'la normalità' e 'il giusto'.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

Lettori fissi