Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -

venerdì 27 aprile 2012

'secondo Matteo'


Il disegno è di Matteo (12 anni). Quella di Matteo è l'età più ambita dai catechisti al soldo della Chiesa. A quell'età i bambini e le bambine vanno a catechismo. In questo tipo di società anche la religione è un dovere, un obbligo di Stato, un assolvimento del bon ton borghese. Ma proprio quell'età è carica di interrogativi e di dubbi, e non è detto che i catechisti riescano sempre a imbonire i pargoli. A scuola i miei studenti si mostrano sempre critici nei confronti della Chiesa e della dottrina, ma anche dei catechisti stessi. Non esitano a sfogarsi con me circa i metodi autoritari di chi cerca di indottrinarli. 'Non alzare la mano quando devo spiegare', esclamò severa una catechista alla piccola Giulia, che giustamente si risentì parecchio. E poi, l'altro giorno, Luca mi ha chiesto: 'ma secondo lei è logico che una vergine abbia dato alla luce un figlio'? La sua domanda era rivolta a me, ma in realtà la poneva a se stesso, alla sua coscienza.
L'età delle domande e dei dubbi non lascia scampo, la ricerca di risposte è naturale. Quando però a rispondere non sono i catechisti, bensì la verità storica, vengono fuori disegni spontanei come questo di Matteo. Il colore rosso che esce dalle finestre e che si sparge a terra è il sangue di tutti quelli che la Chiesa ha ammazzato in nome del suo dio, della sua 'carità', della sua prepotenza, della sua presunzione.

lunedì 23 aprile 2012

Attenzione alle fiabe, alle favole, a chi le scrive, a chi le pubblica

Navigando in rete ho trovato una frase di G. K. Chesterton:
'Le fiabe non insegnano ai bambini che i draghi esistono, loro lo sanno già che esistono. Le fiabe insegnano ai bambini che i draghi si possono sconfiggere'.
Bella vero? Così almeno sembra.
E' noto il fatto che una frase può assumere valenze negative o positive a seconda del contesto. Contestualizzata in un ambiente di critica sociale, questa frase di Chesterton appare persino utile dal punto di vista pedagogico e morale. Appare ma non è. Perciò sento la necessità di evidenziare il ruolo subdolo e servile di questo scrittore e di questa sua frase che giocano ambedue a sostegno del sistema imperante, gerarchico e autoritario.

Innesto del senso di paura
Nelle fiabe, a livello profondo, il bambino non percepisce il drago come animale, ma come un elemento qualsiasi che incute paura e da cui bisogna tenersi alla larga o difendersi. Incutere terrore nei bambini è sempre stato uno dei compiti basilari della Chiesa e dello Stato per creare coscienze suddite e devote (peccato originale, gendarmi di Pinocchio, lupo cattivo, orco, fiamme dell'inferno, prigione, paura dell'altro...). Col terrore si coltivano coscienze distorte, bisognose di quelle autorità che promettono una 'salvazione' terrena o ultraterrena.

Ricorso all'autorità
Il drago si può sconfiggere, certo, ma nelle fiabe (e soprattutto nella tradizione religiosa) non è mai il bambino che sconfigge il drago, ma un'autorità, un adulto, un santo-cavaliere come San Giorgio, insomma una figura terza che interviene come un deus ex machina. Il bambino impara così che per difendersi da una paura o da un pericolo (ad es. paura del 'diverso', pericolo di attacco alla Nazione, ecc) gli esseri umani devono necessariamente attendere un salvatore, un delegato, e non certo un delegato qualsiasi, quest'ultimo deve essere riconosciuto come autorità e, sia nelle fiabe, sia nelle favole, queste autorità sono -guarda caso- tutte teste incoronate o militari (cavalieri, poliziotti, gendarmi, generali). Per inciso, prima o poi scriverò qualcosa in merito alla nascita dei supereroi a fumetti.

Una buona fiaba potrebbe allora essere quella dove il protagonista è un bambino, e dove questo bambino sconfigge da sé la paura, facendo appello alla cultura, all'autodeterminazione e alle proprie umane forze, e sottolineo umane, cioè senza attendere miracoli o sortilegi (Harry Potter) che provengono da chissà quale dimensione celeste.
In tutte le fiabe propagandate dal sistema non viene mai esaltata la libertà e l'autonomia dell'individuo, senza che questi elementi non vengano subordinati e piegati a qualcosa o a qualcuno. In questo caso, il bambino che ascolta la fiaba del drago può scegliere di identificarsi soltanto in due elementi: il drago o colui che lo uccide. Sceglierà sempre l'autorità che sconfigge la paura. Poco importa se il drago esista oppure no, il più delle volte le paure costruite ad hoc dal sistema non esistono, ma gli adulti avranno ormai imparato ad eleggersi chi gli venderà finta protezione, in cambio di una vita normata, addomesticata, spiata e sottomessa.
Ah già! Chi è Chesterton? Uno scrittore moralista al soldo della Chiesa, quello che ha scritto quei romanzi ispiratori delle sceneggiature di 'Padre Brown', quello che ha scritto 'Il delitto nasce dalla libertà', dove per 'libertà' Chesterton intende solo due tipi di scelta che l'Uomo può fare: scegliere di rimanere con gli occhi aperti verso dio, o scegliere se rimanere ciechi. Questa per Chesterton (e per la Chiesa) è tutta la libertà di scelta degli esseri umani.

P.S. Proporrò un disegno ai ragazzi, dove il 'dragostato' verrà sconfitto da loro stessi, in gruppo, mutuandosi la forza e l'intenzione.

sabato 21 aprile 2012

Educazione e anarchia

Da sempre l'anarchia tiene in buon conto l'aspetto educativo-culturale delle persone, laddove 'educare' non vuol dire normalizzare, irreggimentare, inculcare nozioni a forza, punire e premiare... ma assecondare e coltivare le attitudini naturali, l'autonomia, l'autostima, l'umanità, elementi necessari nel rapporto solidale e armonico con gli altri e con la Natura, ed in questo rapporto (fatto di scambio continuo di informazioni) trovare le soluzioni ai problemi della vita. Questa attenzione all'educazione e alla cultura ha per fondamento una vitale necessità: liberare l'individuo dalle sovrastrutture moralistiche imposte dal pensiero unico dominante, borghese, gerarchico e autoritario. Perciò gli anarchici amano scoprire e leggere soprattutto quello che lo Stato tende a nascondere (riuscendoci), che è una parte considerevole e illuminante della conoscenza umana.
Il dialogo che avevo intrapreso con un rappresentante di libri, di cui ho scritto giorni fa, può essere mostrato come esempio per spiegare come lo Stato e la Chiesa censurino sistematicamente le informazioni ritenute a loro scomode e pericolose. Va da sé che gli argomenti imposti dallo Stato sono quindi sempre gli stessi, come se nessun vero contraddittorio dovesse esistere nello pseudo dibattito culturale. E così è, in effetti. Ed è avvilente vedere le persone rimaner convinte del fatto che ciò che viene loro proposto rappresenti tutta la conoscenza a disposizione dell'umanità. Ma non è certo colpa delle persone, queste sono solo vittime dell'inganno. Però, se volessi trovare una colpa anche nelle persone, direi che è solo difetto loro se non sanno abbandonare i pregiudizi sull'anarchia. Se riuscissero a toglierseli, avrebbero anche loro il modo di conoscere altre informazioni, e sono certo che le troverebbero di una forza tale che ogni piano di studio scolastico risulterebbe loro quasi banale, se non -come nel mio caso e in molti altri- pericoloso.
Voglio parlare onestamente, come faccio sempre: Manzoni e Leopardi non mi hanno insegnato molto, anzi, mi hanno annoiato a morte, esattamente come molti altri autori, ma non è tanto la noia quello che oggi accuso, ma il profondo convincimento di docenti e studenti 'maturi' secondo cui anche quei due letterati/poeti abbiano contribuito al progresso umano. I fatti, a distanza di 200 anni, ci parlano in maniera differente e ci dimostrano che il progresso umano -sottolineo umano- non potrà mai realizzarsi con i soli elementi dati in pasto al popolo e scelti dallo Stato. Non per niente lo Stato è tale proprio perché è conservatore, in tutti i sensi. Lo Stato e la chiesa, infatti, pongono come loro scopo primario l'autoconservazione, costi quel che costi, e purtroppo il costo è altissimo giacché si parla di umanità.
Eppure, alcuni autori studiati nelle scuole hanno saputo dire qualcosa in più, qualcosa che però viene sempre letto in modo superficiale o tralasciato. Prendiamo un autore conosciuto, Giuseppe Tomasi di Lampedusa e il suo capolavoro 'Il Gattopardo'; certamente Tomasi di Lampedusa era un duca, quindi anche lui un conservatore dello status quo, ma proprio in quel romanzo -forse per uno scrupolo di coscienza o un sussulto di umanità o forse perché in quegli anni l'anarchismo aveva finito per ammantare anche le coscienze di una parte dell'aristocrazia- ha inserito un sottotesto il cui messaggio appare chiarissimo: il potere dello Stato, aiutato dall'ipocrisia delle classi aristocratiche e dagli eserciti, non cambia mai, si perpetua utilizzando la bugia e la forza. Varrebbe allora la pena, nelle aule scolastiche, soffermarsi su quel sottotesto anziché analizzare inutilmente le mattonelle di ceramica del salone di casa Salina. Alcuni insegnanti, è vero, si soffermano anche su quel sottotesto, ma in che termini? Cosa dicono agli studenti? Non potrebbero dire nulla più di quanto io non vi abbia già detto, e cioè che lo Stato è conservatore di se stesso. Ma può bastare? No di certo. Cosa manca? Manca un bel... 'quindi'? Manca tutta la parte anarchica, ma proprio tutta, dal suo significato, ai suoi scopi, ai suoi metodi, al suo preciso progetto politico per far sorgere un'umanità più giusta e finalmente libera. Ma come può un insegnante parlare di anarchia ai ragazzi se proprio quell'insegnante rimane pieno di pregiudizi o ignorante in materia? Ecco allora perché lo Stato può ammettere certi testi (e sottotesti) nelle scuole, esso è consapevole dell'ignoranza dilagante in materia di anarchia, soprattutto in coloro che, per indole o per mestiere, dovrebbero invece conoscerne quel tanto che basta per spiegare il sottotesto del Gattopardo e di altri romanzi (Ibsen, Hesse, Tolstoj, Zola, Brecht, Pascoli, e un'infinità di altri autori).
'Prof, cosa fa oggi'? mi chiede uno studente. Ho qualcosa da leggere, gli rispondo. 'Prof, ma non si annoia'? Non più, amico mio.

venerdì 20 aprile 2012

La scuola stanca

Provo sofferenza nel vedere i ragazzi spossati. Lo siamo tutti, è logico, siamo quasi alla fine dell'anno scolastico. Quale riflessione può emergere da questa condizione di stanchezza se non quella che la scuola è un laboratorio che prepara al lavoro comandato e subalterno, e alla sudditanza permanente? I ragazzi sono tutti stanchissimi, come i lavoratori costretti in un lavoro fatto solo per dovere. Poveri studenti, da settembre ad oggi sono quasi 200 giorni, sempre seduti in quei banchi, in quelle aule, 5 ore al giorno, ordinati e obbedienti, a studiare cose noiosissime, a subire torti e propaganda, autoritarismi, scansioni temporali, ordini diretti e indiretti, leggi e regole. 'Bravi soldatini' imparano ad esaltarsi di fronte all'obbedisco garibaldino. 'Bravi cittadini' imparano a sopportare i colpi della legge. E intanto la persona muore giorno dopo giorno, e con lei la sua autonomia.
Li vedo, non ce la fanno proprio più, e cosa posso fare io per loro in sole due ore alla settimana? In programma avevamo Giotto, era un argomento scelto dai ragazzi stessi, certo ne abbiamo parlato, ma io li ho visti i loro occhi e abbiamo deciso di smettere. Siamo andati in cortile, pausa, la cosa più umana e giusta da fare. Se la scuola fosse diversa, i ragazzi non starebbero in queste condizioni, anzi, verrebbero con gioia per imparare le cose, non a studiarle per forza. C'è chi non vede l'ora di poggiare la testa sul banco per dormire, ma non può, non deve, pena la nota sul registro. Ciò equivale al lavoro subordinato: non si può staccare, non si deve lasciare la catena di montaggio, non si deve pregiudicare la produzione, pena il licenziamento.
Poi oggi vedo gli alunni di una classe stare in piedi sulle scale interne dell'edificio, ma in fila per uno, addossati al muro, uno per ogni gradino, immobili e zitti, dovevano scendere al piano terra, ma la prof aveva ordinato loro di stare fermi e in fila indiana perché altrimenti quelli che dovevano salire avrebbero trovato un intralcio. Un intralcio! Certo, 'ordine' ci vuole! Disciplina! Mettiamo pure i semafori nei corridoi, non sia mai che l'intralcio crei qualche decimo di secondo di ritardo! La scuola pensa che i ragazzi siano degli idioti che non sanno neanche far passare quelli che devono salire, e le rampe sono larghe almeno due metri. Siamo al delirio militaresco. Li ho visti fermi come soldatini obbedienti all'ordine, e a quel punto me ne sono infischiato se erano 'in consegna' a quell'altra prof e li ho liberati: sciogliete le righe! -ho esclamato con un occhio buttato alla prof- siate liberi! Sono scesi giù in umano disordine. E chi dal basso doveva salire è salito senza problemi.
E' una scuola stanca in tutti i sensi. Ci rubano la vita. E ai bambini lo Stato insegna che farsi rubare la vita vuol dire essere responsabili.

lunedì 16 aprile 2012

Sara e Angelica spiegano un testo di Silvano Agosti

In questa classe di undicenni non mi era ancora capitato di leggere 'La tragedia delle ciliege triangolari' di Silvano Agosti, cosa che faccio nelle classi ad ogni inizio d'anno scolastico. Credo che quel capitolo sia un buon incipit per un percorso di educazione libertaria, ma evidentemente in questa classe avevo pensato di agire diversamente. Bene così. Oggi mi sono messo a leggere ad alta voce il testo del noto regista e poi ho invitato i ragazzi e le ragazze a scrivere in sintesi il significato di quel testo.
Sarebbe auspicabile conoscere il testo originale prima di leggere ciò che Sara e Angelica hanno scritto, e questo per gustare meglio il modo in cui le ragazze hanno saputo effettuare la loro sintesi. Potete trovare il testo in questo pdf, è un capitolo de 'Il genocidio invisibile'.


Trascrivo testualmente, errori compresi.

La tragedia delle ciliege triangolari
c'era un bambino normale, che si divertiva, giocava e si comportava come si comportano tutti i bambini. Un giorno, che questo bambino era a scuola, mentre la maestra spiegava, lui stava disegnando delle ciliegie triangolari e rosa, allora, appena la maestra lo vide gli disse di stare più attento, e lo sgridò, dicendogli che le ciliegie erano rotonde e rosse, da quel giorno, il bambino accettò tutti i tipi di sottomissioni senza essere più libero di potersi fare delle sue idee e senza potersi costruire un suo mondo. Questo ci fa capire che noi siamo prigionieri e non siamo liberi di farci delle proprie domande. E non siamo manco liberi di poter fare un disegno libero disegnando una ciliegia triangolare e rosa al posto di farla rotonda e rossa.
(Sara)


A 5 anni il bambino è perfetto, libero e spensierato. Però appena arrivato a scuola riceve secche restrizioni, la maestra lo sgrida se fa le ciliege triangolari e rosa e perciò corre a correggerle facendo tutto secondo 'legge'. Così diventerà insicuro. Quando finisce la 'scuola' gli danno un diploma, la 'maturità' dove accertano che lui è stato sottomesso al punto giusto. Perché quel 'maturo' farà capire ai suoi datori di lavoro che lui non si ribellerà al suo capo... Tutto ciò va a formare un 'ergastolo' vestito di necessità. Le necessità sono il mangiare e gli altri bisogni che secondo lo stato si potranno soddisfare con una misera paga. Ma se uno è sicuro non dovrà subire tutto questo e perciò sarà libero.
(Angelica)

domenica 15 aprile 2012

Smascherando la censura nei libri di scuola

Nei corridoi della scuola ci sono scaffali pieni di libri. L'altro giorno ne ho sfogliato uno di Arte, sapendo già in anticipo che non ci avrei trovato quel che invece sarebbe giusto trovarci. E infatti, tra gli altri argomenti nascosti, anche il capitolo sulle società gilaniche non c'era. Quel capitolo è molto importante, perché fa capire che la nascita delle monarchie e delle poleis non è stata una prima tappa di 'civiltà' e di 'progresso' come lo Stato vuol farci intendere, tutt'altro, è stata l'inizio della prigionia dei popoli, l'inizio del regresso morale e culturale, l'inizio del dominio dell'uomo sull'uomo, l'inizio del patriarcato e dei confini, l'inizio del progetto di disintegrazione della fratellanza, l'inizio delle élites al potere e del loro inganno, un passo antistorico e anticulturale totalmente innaturale, l'inizio della proprietà privata e dell'ingiustizia sociale, la stessa ingiustizia di cui oggi soffrono tutti i popoli statalizzati, illusi dalle storiche e vane promesse di giustizia da parte di chi, quelle ingiustizie, le ha espressamente create e continua a mantenerle.
Che l'isola di Creta fosse rimasta gilanica -quindi anarchica e pacifica- fino a tempi relativamente recenti (ca. 1600 a.C.), neppure l'ombra. Anche in questo libro, a proposito di Creta, si fa riferimento soltanto al mitologico re Minosse, esaltandolo e prendendo il suo nome come un 'marchio di fabbrica' per definire l'arte cretese 'minoica'.
Sappiamo che il percorso cronologico proposto dai libri di Stato tende opportunisticamente a dimostrare un andamento lineare e ascendente del progresso filogenetico, in verità le società gilaniche dimostrano che il progresso umano (sottolineo umano) era stato ampiamente raggiunto e si era posto in equilibrio in rapporto alla 'natura naturans', e che l'inizio della statalizzazione, imposta con la forza e con la menzogna, ha fatto crollare di colpo la linea ascendente di questo progresso umano, in favore dell'arretratezza morale dei popoli e della loro sudditanza che ancora permane.
Il capitolo successivo a quello cretese, inserito nell'indice di tutti i libri, è quello relativo alla cultura micenea, quindi con Micene siamo già in piena cultura guerresca e autoritaria. Se andiamo nello specifico di questo libro, ci accorgiamo di come gli autori dicano e non dicano a proposito del fatto che quasi immediatamente prima di Micene le civiltà fossero libere e pacifiche. Testualmente:
'Rispetto alla civiltà cretese Micene rappresentò una frattura, per certi aspetti un parziale ritorno al passato. La civiltà micenea aveva infatti portato, ai nascenti nuclei urbani dell'Egeo, un carattere più guerresco e sostanzialmente meno raffinato'.
Sento la necessità morale di rettificare quanto segue:

'Rispetto alla civiltà cretese Micene rappresentò una frattura, per certi aspetti un parziale ritorno al passato'.
Qui gli autori e gli editori vorrebbero far intendere che prima della civiltà cretese i popoli avessero una cultura guerresca e che, dopo Creta, la cultura militare riprese il suo cammino. Ciò è profondamente deviante, sappiamo infatti che Creta ha rappresentato l'àpice di una cultura ormai pacifica, anarchica, fraterna, che ha soggiaciuto necessariamente a un passato di relazioni umane specificamente solidali e cooperative. Ciò è avvalorato non soltanto dall'antropologia, ma anche dall'archeologia, che ha iniziato a trovare armi da guerra (sottolineo da guerra) e dipinti di lotte armate soltanto nel periodo relativo alla nascita degli stati, non prima. Per giunta, l'aggettivo 'parziale' ('parziale ritorno al passato') tende a far credere che da sempre nell'Egeo vi fosse una cultura sanguinaria e criminale, talmente terribile che i micenei (Agamennone & C.) riuscirono a introdurla solo parzialmente. L'ipotesi è talmente anti-antropologica che si commenta da sé. Ma l'intera frase, a ben vedere, è contraddittoria.
Infatti da parte degli autori di questo libro c'è una lieve ammissione circa la natura pacifica e raffinata dei popoli prima di Micene ('La civiltà micenea aveva infatti portato [...] un carattere [...] sostanzialmente meno raffinato'), ma questa ammissione non soltanto è velata, per nulla argomentata, ma vuole fare intendere che la raffinata cultura cretese sia stata solo una piccola parentesi storica di pace, circoscritta all'Egeo, cioè nata e morta lì, senza neppure spiegare come e perché. Sappiamo invece che le società gilaniche erano diffuse in gran parte dell'Europa, comprese le isole.
Oltre alla demistificazione di queste operazioni di censura e di distorsione della Storia, ritengo perciò utile e onesto il lavoro di divulgazione delle società gilaniche da parte di un'équipe di docenti ed esperti dell'Associazione Laima che, a Torino, hanno deciso di entrare nelle scuole per informare del fatto che, oltre allo Stato, un altro sistema di gestione sociale non soltanto esiste ed è già esistito, ma è garanzia di pace, di giustizia, di progresso umano, di vera libertà e di democrazia nell'accezione originaria e pura del termine. Tale sistema si chiama anarchia. Grazie perciò a Morena Luciani che presiede l'associazione Laima, Alessandro Bracciali che lavora nell'ambito delle scuole libertarie, e a Mario Bolognese che è il capostipite dei divulgatori dell'educazione gilanica in Italia. Il mio personale abbraccio va a loro.
Il libro in questione si intitola 'Manuale di storia dell'arte', vol.1 - Electa.Bruno Modadori. I testi del libro sono di Elisabetta Franchi; la rielaborazione di Luigi Maffini e Clara Calza; redazione di Roberto Giulidori e Bona Schmid; segreteria di redazione Rosella Troian.


Non smetterò mai di denunciare le operazioni di censura nei libri scolastici che, unite alla lettura opportunistica e partitica della Storia, rappresentano una delle armi più potenti in mano ai regimi. Non far conoscere gli argomenti, distorcerli, piegarli in funzione del sistema attuale, è una pratica che appartiene sia ai governi dittatoriali, sia a quelli democratici. Da ciò si può capire quanto interesse abbia lo Stato a mantenere le persone nell'ignoranza, al fine di perpetuare se stesso, insieme al suo unico scopo: programmare e forgiare cittadini convinti che la sudditanza sia una condizione ineluttabile e persino naturale.

giovedì 5 aprile 2012

Una barca nella tempesta è sempre sola

Dalla 'giornata sulla pedagogia' che si è svolta a Milano il 5 febbraio 2012, la rivista anarchica 'A' ricava spunti per una sintesi e pubblica un resoconto. Ed io da questo resoconto ne estrapolo un pezzetto riferito alla possibilità di cambiare la scuola dal suo interno*, che è quello che tento di fare con i miei ragazzi, con le nostre possibilità limitate per oggettive ragioni. Riporto:
'Di fatto si è giunti alla considerazione che attualmente tale possibilità* è sempre più labile e incerta. Le istituzioni e la società non hanno più alcuna relazione al tipo dialogico e sempre più spesso i tentativi di chi promuove il dialogo e l'ascolto sono frustrati dalla netta indisponibilità e dalla mancanza di apertura di un sistema scolastico, nel suo complesso, sempre più ridotto a mero ordinamento'.
Al di là degli altri argomenti -molto più ottimisti- trattati al Circolo Arci 'La Scighera', il pensiero sopra merita di essere sottolineato, almeno da me, per la sua verità seppur parziale. Perciò l'ho pubblicato. Se potessi aggiungere qualcosa all'articolo, porterei naturalmente la mia esperienza diretta.
La scuola in cui insegno è esattamente uguale a tutte quelle in cui ho insegnato prima, perché, come dice Ivan Illich, tutte le scuole del mondo hanno un elemento che le accomuna, un binario invisibile ma tenace, il 'programma nascosto'. Si tratta del metodo, della struttura, del sistema. Allora noi possiamo anche parlare agli alunni di fratellanza e riempirci la bocca di belle visioni per il futuro in stile M. L. King, ma fintanto che i migliori argomenti per una migliore umanità avranno il mero ruolo di rivestimento di una struttura autoritaria, tutte le belle parole e tutti i buoni propositi rimarranno lettera morta, di ciò ne è testimone la società stessa. Certamente mi è capitato di aprire una breccia pedagogico-libertaria in qualche mio collega, ma sono giunto alla conclusione, in base alla mia esperienza, che per fare gli educatori libertari occorre anzitutto essere libertari. Non c'è alternativa. Posso dimostrarlo quando, parlando delle costrizioni che hanno i bambini a scuola, ho suggerito a una mia collega di far scegliere agli stessi ragazzi dove stare seduti (almeno quello!). Il risultato lo esplico nei suoi due punti fondamentali:
  1. La collega si è mostrata favorevole, perché davvero convinta (tale mi è sembrata).
  2. La collega, dopo aver detto ai ragazzi di scegliersi liberamente il banco, si è ritenuta assolutamente legittimata nella decisione finale di far rispostare i ragazzi, a sua propria discrezione, in base a sue proprie impressioni.
Detto tutto? Dipende da chi sa cogliere. Fattostà che la situazione è anche questa, oltre al fatto che la struttura scolastica tradizionale è un verace calderone burocratico e tecnicistico, legiferante e coercitivo, paurosamente utile solo al sistema.
Dove voglio arrivare l'ho già detto: inutile tentare di fare i libertari se prima non si rivede in toto la concezione e la forma della propria vita. Una coscienza abituata all'autoritarismo non potrà mai concepire pensieri e atti anarchici, se non involontariamente.
Per cui è vero, ci sono mille difficoltà oggettive in cui anche io, educatore anarchico in una scuola di Stato, navigo con l'onda sempre contro. Ma cosa fare? Ho lungamente riflettuto su questo interrogativo. Di certo non sarei in grado di fare il classico insegnante autoritario che abitua all'obbedienza. Una specie di soluzione l'avrei anche trovata, ma temo che sia irrealizzabile al momento. La esterno: tentare anzitutto di conoscersi, intendo tra educatori libertari che operano nella scuola pubblica, e organizzare gruppi itineranti localmente che propongano incontri, seminari, interventi, conferenze, dibattiti, nelle scuole, sia per i docenti, sia per i genitori. Perché è difficile fare questo? Perché devo constatare, con mio rammarico (ma potrei sbagliare), un desolante isolamento tra (quasi) tutti gli educatori libertari. Non è perciò solo questione di 'istituzioni e di società' o di 'netta indisponibilità della scuola', come dice l'articolo di A-rivista. Allo stato attuale, l'indisponibilità la registro anche tra colleghi libertari, soprattutto in forma virtuale (perché non tutti sono disponibili a raggiungere un luogo per la presentazione di un libro o per una conferenza). Ho sbagliato, non si tratta di indisponibilità, ma di assenza. Qual è il cemento utile a unire gli intenti, se non gli intenti stessi?
Ma non voglio spostare l'attenzione, la questione rimane quella che ci riporta all'articolo di 'A', dove le difficoltà esistono e sono tante per davvero, dal rapporto con i colleghi, a quello con il dirigente scolastico, a quello di tutta una struttura burocratica e di controllo, ai programmi, ai voti, ai registri, ai verbali, ai mille ordini, ai mille divieti, ai non-saluti perché un anarchico è meglio non salutarlo, al papà del ragazzino che fa il carabiniere, alla fila per due da far rispettare, alla condizione permanente di clandestino, all'incomprensione della legge, al collega che origlia dietro la porta dell'aula, alla censura dei libri che 'è giusta' perché meglio Mussolini che Bakunin, eccetera eccetera.

domenica 1 aprile 2012

Caro, piccolo anarchico

Non hai avuto altro dalla vita che dolore, e due genitori che qualcuno oggi ti nasconde. Le tue lacrime non sono acqua, sono i tuoi pugni sul muro. Sei in gabbia, molto più di me. Nessuno conosce il tuo dolore e la tua voglia di libertà, nessuno capisce, nessuno ti accarezza. Ti hanno detto 'ora stai qui e fai quel che ti diciamo, ora salta, ora siedi, ora mangia, ora dormi, ora studia', ma più tu cerchi la vita, più quei mostri te la negano. Ti hanno detto che la vita è eseguire gli ordini, ma tu sai che non è quella la vita, lo sai molto meglio di noi tutti. Così ti ribelli, mio caro Simone, e io imparo da te la dignità. Cosa vuoi tu, piccolo anarchico, se non amore? Amore e nient'altro, ciò che vale davvero, ciò che è tutto. Sei venuto da me, come fai sempre, con una domanda: 'vuoi vedere il mio disegno'? Piccolo grande Simone, il tuo mondo vibra di amore e di fantasia, è il tuo sogno da realizzare, ma nessuno se ne accorge. E tu che vorresti regalare quell'amore a piene mani, non puoi, i tuoi mille padroni non te lo permettono. Io so che quell'amore non morirà mai, nonostante l'odio e le prigioni che ti hanno costretto a sopportare. Mi hai chiesto: 'quei bastardi non mi fanno parlare al telefono con i miei genitori per più di cinque minuti, ti sembra giusto'? Niente è giusto intorno a te, Simone, ogni cosa bella ti viene negata. Allora, ribelle, ti aggrappi all'amore chiuso dentro di te, al sogno della tua libertà, e sei persona, fiore meraviglioso cresciuto in mezzo all'odio e al letame di questa società schifosa che accusa anche me perché difendo la tua dignità. La mia carezza è per te.

Il disegno di Simone

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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