Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -

giovedì 18 dicembre 2014

Orizzonti perduti, non veduti, non voluti

Il ragazzino quel giorno a scuola era stranamente gioviale, forse aveva ricevuto meno rimproveri del solito. Poi, un'inaspettata transumanza collettiva, che dalla sua classe l'avrebbe condotto in chissà quale altra cella dell'Istituto, lo fece gioire ancora di più. Sono minuti di vero godimento quando, fuori programma, ci si può alzare dal banco per uscire dall'aula tutti insieme. Non importa dove conduca il percorso, la breve passeggiata è solitamente molto più importante della mèta, soprattutto se questa è ordinata da qualcun altro, e posta all'interno della scuola-galera. In ogni caso, mai sovvertire la fila per due, un sano addestramento scolastico-militare è ciò che serve per avere finalmente un mondo di pace.
Felice come non mai, il ragazzino s'era imbattuto nel tal professore, mentre io ero rimasto ad osservare quella scena da lontano. I due si erano incrociati velocemente, e al ragazzino gli era venuta voglia di salutare il mio collega con un 'batti cinque', meravigliosamente ricambiato dal collega. Give me five, yeah! Che belli questi scambi di intese veloci, sono spesso costruttivi nell'ambito di un rapporto di fiducia reciproca da edificare. Purtroppo però il fatto non sfuggì alla prof che accompagnava la classe: se lo segnò, come si suol dire. Infatti il giorno dopo quella prof avrebbe parlato al collega dicendogli che non era il caso di salutare in quel modo gli studenti, soprattutto quel ragazzino già così problematico. Mi chiedo se il problematico della situazione sia il ragazzino o la collega.
Io penso che arrivare a questi livelli di chiusura mentale, di sclerosi, significhi constatare da parte mia una situazione divenuta estremamente patologica, non più sostenibile. Può anche darsi che quella prof sia un caso tuttosommato isolato, ma che certamente non nasce dal nulla, c'è una cultura devastante dietro, quella della 'normalità'. Noto infatti che il concetto di 'normalità' rivendica ogni anno di più il diritto di avere una dose maggiore di patologia sociale autoritaria, di assurdità, in modo tale da far spostare progressivamente verso l'inaccettabile questa idea di 'normalità' condivisa e perpetuata. Io mi trovo a combattere dentro questa assurdità autoritaria divenuta normalità invisibile, morale sociale, sistema, e devo constatare quindi che la forbice tra il buon senso e l'idiozia si allarga sempre di più, proprio a causa dei comportamenti idioti creduti saggi.
Non devo quindi stupirmi più di nulla, mi aspetto ormai di tutto, dentro e di conseguenza fuori dalla scuola, perché all'interno di questo sistema carcerario chiamato 'società civile', dove gli stessi detenuti si redarguiscono a vicenda in nome di qualche morale da difendere e calata dall'alto, qualsiasi tipo di atrocità, qualsiasi tipo di tragedia umana può nascere e pascere. Io non credo che questo genere di società sia destinata a capire quanto sia divenatata una sorta di megacaserma di sbirri con l'uniforme in testa, sempre pronti a usare il manganello, però mai contro chi lo si dovrebbe davvero usare. E non lo credo perché, se la società avesse saputo usare il buon senso anziché farsi abbindolare dalle morali imposte, avrebbe già capito da sola, e da moltissimo tempo, la sua tragica, patologica, complice colpevolezza.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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