Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -

domenica 13 luglio 2014

A volte mi chiedono

A volte mi chiedono per quale motivo io in rete non parli di 'anarchia in generale'. Capisco la domanda, non ne parlo per tanti motivi, a cominciare dal fatto che sui libri ne parlano molto meglio di me, e inoltre il mio impegno è piuttosto settoriale, si potrà facilmente intuire a quale settore mi riferisco. Ma qui parlerò di un altro motivo, se questo può soddisfare la curiosità di quanti nutrono interesse nei miei riguardi. Certo, preferisco soddisfare di più la curiosità dei bambini, come faccio ogni giorno rispondendo alle loro domande, la quale non ha altri scopi se non la voglia spontanea e naturale di imparare, ma vorrei provare a rispondere, a mio modo.
Per quanto io possa sapere di teoria generale (poco in rapporto, vivo principalmente di azioni) so di non poter pretendere nulla dalle mie parole, specie se l'oggetto della discussione è l'anarchia in generale'. So di non potermi aspettare illuminazioni altrui, aspettarmelo sarebbe da parte mia presuntuoso oltreché antilogico. Non credo infatti che occorrano le parole, quelle sole ed esterne, per far uscire la gente dalla trappola che essa stessa si crea. Potrei urlare 'liberatevi', ma sarebbe completamente inutile senza l'onesta volontà di liberazione da parte del mio interlocutore. Perché il punto è questo. Potrei parlare anni e anni di anarchia, non servirebbe a nulla senza il riscontro favorevole. Perciò la questione si sposta dal chi parla dall'esterno, al chi dovrebbe accogliere le parole. Io posso lanciare dei segnali per constatare se il ricevente è in attività ricettiva, ma se non ho risposta è inutile srotolare tutto il papiro e leggerlo per intero. Questo è ciò che penso adesso, in queste attuali condizioni, e supportato dall'esperienza anche pedagogica, che mi insegna che è meglio stimolare la curiosità piuttosto che offrire il piatto pronto.
Per andare sul personale 'andante con trasporto' direi che liberarsi è un atto individuale e volontario, richiede autosservazione, autoriflessione, volontà e responsabilità personale, tutto ciò che conduce a una presa di coscienza di nuovi punti di vista, spesso sbalorditivi e positivamente inaspettati, che non fanno certamente rimpiangere i vecchi. Quindi, almeno per me, è occorso e occorre del tempo. Leggersi dentro le parole, piuttosto. Non si tratta di mistica codificata e organizzata, di pratiche esoteriche, ma di un pensare in modo non mediato, personalissimo. Niente filtri esterni perturbatori. In questo pensare me stesso, io sono 'solo' anche se mi trovo con altri.
Io credo che ce la possano fare quelli che riescono ad avere un positivo animo critico, ma NON nei riguardi delle novità come spesso avviene (considerate una minaccia all'umanità), ma nei confronti delle consuetudini e dei valori a cui la società si è troppo affezionata. Essere critici con se stessi. Una bella impresa! E' difficile liberarsi, ma è certo che esiste un impulso in ognuno di noi che ci spinge in quella direzione, verso la libertà. Per 'critica' intendo il suo vero significato: 'punto di rottura e di svolta', e non la mera imprecazione lanciata contro i despoti di turno, o l'accusa funzionale solo alla difesa del potere costituito. L'imprecazione serve solo a sfogare una rabbia momentanea: va bene, ma poi? E l'accusa pretestuosa la lascio volentieri ai frequentatori di talk-show, reali o virtuali che siano.
Dicevo, 'punto di rottura e di svolta'. Chi mai riuscirebbe a criticare se stesso, cioè a dare una svolta totale al proprio modo di vedere le cose, che è poi quello che qualcuno ha deciso per tutti al fine di farci diventare 'bravi cittadini'? Chi oserebbe mettere in discussione feticci, convenzioni e automatismi culturali divenuti mentali? Chi vorrebbe diventare 'scomodo' o, andando contro la morale comune, essere preso per sognatore o sovversivo? Difficile vero? Ci sono convinzioni durissime a morire, e credo soprattutto da scoprire; sembra che a toglierci di dosso (di dentro) le sovrastrutture ci manchi il terreno sotto i piedi, mentre sono proprio le usualità assunte acriticamente che ci fanno camminare sul ciglio del baratro. E' difficilissimo distruggere le sovrastrutture culturali, la morale imposta, la presunzione di sapere... ma chi ci riesce, secondo me, può considerarsi una 'merce' preziosa, rara. 'Non son l'uno per cento', cantava Ferré riferendosi agli anarchci. 'Un indispensabile anticorpo della società', diceva De Andrè riferendosi a quei pochi artisti non integrati.
Perciò non posso pretendere nulla dalle mie parole. Anche queste che sto scrivendo adesso, da sole non bastano a 'dare impulso a una causa di libertà', serve altro, serve l'altro, e a tal proposito suggerirei di modificare il 'modello Jakobson' aggiungendo agli elementi della comunicazione quello che secondo me gli manca: la volontà altrui di recepire il messaggio. Anche senza questo elemento non ci potrà mai essere comunicazione, se poi nel concetto di comunicazione vogliamo inglobare anche il suo scopo primario, che è il comprendere per poi scegliere e agire.
Eppure, a guardare più attentamente le cose, ci si potrà accorgere che, all'interno del mio agire insieme agli altri, un agire quotidiano e credo massimamente rispettoso dell'individualità altrui, mi sembra che ci sia abbastanza materiale per poter individuare il carattere di quella che qualcuno chiama 'anarchia in generale'. Simpaticamente.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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