Una citazione al giorno

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martedì 29 maggio 2012

Parlando con due bambini di sette anni

A chi stiamo passando il testimone del futuro dell'umanità se non a coloro che oggi siedono a scuola? E come potrà mai cambiare questa società ingiusta (ammesso che la si voglia cambiare, ammesso che la si trovi ingiusta) se ci ostiniamo a inculcare al bambino gli stessi modelli e le stesse conoscenze che abbiamo assorbito noi adulti, nostro malgrado? Se noi, nella nostra presunzione di giustizia e di sapienza, continuiamo a imporre ai bambini l'identica matrice che ci ha forgiati, è evidente che dalla madre-forma uscirà sempre la stessa forma. Perché illudersi ancora, dopo tremila anni di Storia, che da un modello di forma X si debba generare una forma diversa da X? L'errore di fondo è poi credere che il bambino abbia davvero necessità di 'madre-forme', dovrebbero essere piuttosto gli adulti a ri-formarsi imparando dalla forma-bambino, riadattandosi ad essa. Troppo avvilente? Sacrilego? Indisponente? Impertinente? Se proprio non si vuol ammettere che un bambino possa inseganre all'adulto, non sarebbe allora il caso di cominciare a ripristinare i modelli e i valori che hanno caratterizzato il genere umano prima della nascita degli Stati e del loro connesso sistema capitalistico-guerresco-gerarchico-competitivo-autoritario?
Come forse qualcuno sa già, parallelamente al mio 'lavoro ordinario' nelle classi medie, sto indirizzando i miei studi e le mie osservazioni verso i bambini delle elementari. Faccio quel che posso, nel senso che sfrutto le mie ore-buca per andare nelle aule dove vengono rinchiusi i più piccoli, con i quali parlo, se e quando essi lo desiderano. Ecco un breve dialogo intercorso ieri in una classe seconda elementare. Se tutti i bambini rispondono come hanno risposto Franco e Maria, capirete per quale motivo il futuro dell'umanità ha ben poche possibilità di cambiare in meglio. I due bambini hanno 7 anni.

Ero seduto a terra, zitto, con le spalle appoggiate al muro. Osservavo attentamente i bambini nell'aula, stavano a gruppetti. Uno di loro, Franco, si avvicina a me e esordisce così:
- Lo conosci Batman?
- Certo che lo conosco, conosco anche Robin.
- Lo sai che a me piace Batman?
- Perché ti piace?
- Perché è un super eroe.
- A me non piace Batman.
- Perché?
- Perché è un super eroe.
- Perché?
- Perché a me piace la gente semplice, quella che costruisce le case, quella che aggiusta le sedie, quella che coltiva la frutta che stai mangiando, la gente di tutti i giorni.

(qualche secondo di silenzio, poi Franco 'cambia' discorso)

- Lo sai che io a casa ho i videogiochi?
- Io no.
- Perché?
- Non mi piacciono i videogiochi, preferisco giocare con altre cose.
- E con che cosa giochi?
- Con le cose vere, per esempio mi piace la trottola. Mi piace giocare con i colori, mi piace toccare il legno, mi piace suonare la chitarra, mi piace arrampicarmi sugli alberi, mi piace giocare con la sabbia del mare.
- Io a casa ho tanti videogiochi.
- Quale videogioco ti piace di più?
- Quello dove devo difendere il castello dai nemici. Ma tu sei un maestro?
- No, sono una persona.

(nel frattempo arriva Maria e il dialogo adesso è solo con lei)

- Lo sai che io sono famosa?
- Sei famosa? E perché?
- Perché mi hanno messa sul giornale. Mio padre ha comprato il giornale e mi ha chiamato e mi ha fatto vedere che c'era il mio nome. Sono famosa e da grande voglio fare l'atleta famosa.
- E cosa vuol dire 'sono famosa'?
- Che sono importante.
- E cosa vuol dire essere importanti?

(silenzio, ci pensa)

- Che tutti mi conoscono.
- Io non sono famoso, però mi conoscono in tanti lo stesso. Forse essere importanti vuol dire che sei come un capo. Ti senti come un capo?
- Sì.
- E cosa vuol dire essere un capo?
- Che comando tutti.
- Vuoi comandare tutti?
- Eh, così tutti fanno quello che voglio io.
- Sei contenta di essere famosa perché così puoi comandare tutti?
- Sì.
- E non pensi che gli altri possano soffrire se li costringi a fare quello che non vogliono fare?

(si alza e se ne va)

A sette anni il modello autoritario è già innestato e ben delineato, sia in Franco, sia in Maria. L'ambiente familiare, la cultura teleimposta e quella borghese, nonché l'ambito scolastico (che hanno tutte almeno tre elementi in comune: l'autoritarismo, la competizione e la disciplina) hanno già formato il loro carattere, gli hanno già dato la piega voluta dal sistema. Se il modello autoritario e competitivo assorbito dai due bambini trova riscontro anche nei comportamenti e nei pensieri degli altri bambini, non dovremo aspettarci un cambiamento dell'umanità in senso cooperativo e pacifico, ma in quello ancora più sperequativo, gerarchico e aggressivo. La mia osservazione non si limiterà a quesi casi, peraltro già da altri ampiamente documentati, ma da qui devo partire se voglio arrivare alla chiusura di tutti i cerchi in merito alla metodologia del sistema statalizzato, ed avanzare in quelle analisi che rafforzano le ragioni e le urgenze della pedagogia libertaria, al fine di adattarla ad un presente sempre in divenire (verso il peggio).

2 commenti:

carolina verzeletti ha detto...

vorrei scrivere -che tristezza-...ma fai finta che non l'abbia detto, perchè voglio credere e ancora sperare in qualcosa di migliore.
Dopo più di 20 anni ho ripreso fra le mani "vivere,amare,capirsi" di Leo Buscaglia docente universitario di una materia strana un corso sull'"amore" sopratutto a quel tempo...spesso nel libro fa riferimento agli insegnati e al modo d'insegnamento stereotipato, freddo e schematico che già in quegli anni si stava propagando, quindi nulla da allora è mutato, ti assicuro leggerlo scalda l'anima...ti potrebbe interessare come insegnate per nulla lontano dal tuo sentire.
Ciao

gianni ha detto...

Oh sì, Carolina, non hai per niente torto, proverò a leggerlo. Mi viene persino facile rincarare la dose, dicendoti che di scuola autoritaria ne parlava già Lev Tolstoj. Il modello è sempre Stato quello.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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