Una citazione al giorno

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mercoledì 23 maggio 2012

Quel che conta

Che strano vuoto intorno, lunare, freddo, azzurro, opaco, nessuna voce, nessuna presenza. Mi riferisco al vuoto-web dei miei colleghi, delle mie colleghe; ma non i colleghi di cui è strapiena la società, non quelli che vedo tutti i giorni a scuola, mi riferisco invece agli educatori libertari. Magari l'avevate già capito. Proprio per il fatto che siamo ancora così pochi dovremmo quantomeno lanciarci delle voci: 'hey, io sono qui, e tu? Cos'hai fatto oggi in classe? Hai avuto problemi? Mi dài un consiglio? Che ne pensi di questo disegno'? Invece il silenzio. Ma più di questa umana esigenza relazionale, potrebbe l'urgenza o la priorità di mettere in rete quanti più nostri contributi al fine di divulgare la pratica pedagogico-libertaria. Forse più che di contributi dovrei parlare di con-tributi, perché se è vero che gli insegnanti libertari esistono, è altrettanto vero che questi hanno forse finito per assumere l'esclusiva sembianza di un libro. Va benissimo, ma un po' di divulgazione della nostra pratica anche in rete non guasterebbe. Non mi si fraintenda, non lo dico per far piacere a me personalmente (anche se non disdegnerei imparare dai colleghi), ma proprio per quell'urgenza di cui sopra, per quella necessità gridata dalla comunità, dai bambini, dalla società normalizzata e beffata dalla sua stessa autorità.
Aver sentito da parte mia l'esigenza di aprire questo blog-diario rispondeva anche (sottolineo anche) alla necessità di compartire le esperienze e di confrontarle, ma vedo che questo risulta difficoltoso. Per conoscere quel che fanno i miei colleghi libertari a scuola devo andare in libreria. Va bene, ma quale logica ci sia dietro non riesco a immaginare, se quella del profitto tout-court, o quella del 'muoviti, fai un salto in centro che ti fa bene', o quella che 'l'esperienza è mia e non la regalo a nessuno'. Non importa. Anzi, non m'importa. Sono contento -e anche tanto- per questo blog da cui qualcuno so che attinge per i suoi esercizi di libertà, ne vado fiero; e se sono contento anche per i miei colleghi associati-italiani-autori-editori, lo sono molto meno per il mancato senso tutto libertario e anarchico della condivisione aperta, libera, utile a tutti, per il bene di tutti. Una volta una mia collega 'regolare' mi aveva chiesto come si svolgessero le lezioni in una scuola libertaria ('in maniera pratica', insisteva a chiedere), e io non avevo neanche capito che quella che per me era una domanda alquanto illogica, invece nascondeva un'esigenza assolutamente comprensibile, quella che tutti i non conoscitori della pedagogia libertaria hanno. Ma cosa dovrei dire a quella mia collega, oggi? Scusa, amica mia, posso solo dirti quello che faccio io in classe, ma di ciò che fanno gli altri miei colleghi libertari non ne so nulla? Sì, le dico così, o tutt'al più le suggerisco qualche libro.
Senonché, mentre riflettevo su quest'assenza-web del tutto legittima da parte dei colleghi libertari, mi ricordavo anche di un articolo apparso su Umanità Nova, e allora certe sfumature sono diventate tratteggi più precisi, proprio come una rete, ma di un'elasticità troppo simile alla gomma.
Per carità, nessuno obbliga nessuno, è assolutamente possibile che il mio blog non interessi ai colleghi libertari, e poi, davvero, per quale motivo essi dovrebbero interessarsi ai miei esercizi e ai miei pensieri? Sembrerò forse intristito e disilluso, non so in quale chiave mi stiate leggendo, invece sono contento -e dico sul serio- di questo blog, dei miei studenti, dei lettori che mi seguono, sia qui, sia su facebook, sono felicissimo del fatto che io condivida con gli altri ciò che faccio e ciò che penso, senza scontrini di mezzo. Oggi so che il mio lavoro ha ancora più valore poiché, oltre ad essere clandestino e 'in direzione ostinata e contraria', oltre a procurarmi continue soddisfazioni, viene svolto in esemplare e assoluta autonomia. Io e i miei amabili studenti. Stop. Forse è ciò che conta davvero.

6 commenti:

Anonimo ha detto...

Hei!!! Non fermarti!
E' vero, si ha bisogno di confrontarsi con gli altri per apprendere... per capire.... per migliorare... Ma le cose non dobbiamo farle per gli altri, dobbiamo farle per noi, per dire le cose che abbiamo da dire.
Ci va tempo perché si cominci a capire un discorso che per i più è nuovo, l'essere umano deve assimilare, deve capire, deve prendere coscenza, cambiare il suo paradigma, provare, fallire e riprovare, fare qualche esperienza, capire i propri errori, tentare qualche soluzione in autonomia, combattere contro il mondo ch ela pensa al contrario, capire di non sapere e a questo punto comincia ad aprirsi e chiedere, informarsi. A questo punto comincia a comunicare le proprie esperienze, a condividere.
Ci va tempo, ci va tempo a farsi conoscere e ci va tempo ad avere il coraggio di comunicare (e anche l'umiltà di condividere).
Questo diario è una buona strada, va scritto ancora, e ancora, e ancora...

:-) Davide

gianni ha detto...

Caro Davide, non ho alcuna intenzione di fermarmi, anche perché non potrei e, come ho scritto, sono contento anche di questo blog. Intanto un anno è passato e l'evoluzione è in corso. Sì, ci va del tempo, e i miei studenti cresceranno, con un'altra coscienza, la loro.
Grazie. Ciao.

Anonimo ha detto...

Complimenti Gianni! Ho appena scoperto il tuo blog e che dire... grande stima e appoggio!! Mi ci sono buttata a capofitto e sto ricavando un sacco di suggerimenti utili!! una collega libertaria

edmondo ha detto...

Cara collega libertaria, grazie per far visita a questo blog da cui trai suggerimenti. Ti abbraccio.

neb ha detto...

Caro collega o, preferisco, compagno d'avventure. Io da precarissima non ho molto da dire...entro per un giorno in una classe e vengo ammonita (sì a volte con note scritte) di squarciare il velo, di aprire il vaso di pandora. Faccio domande, sollevo questioni, creo collaborazione...i bambini sono spiazzatissimi, alcuni, a volte, piangono perché hanno paura di cosa farò (darò un brutto voto? mi chiedono spesso mentre discutiamo della costituzione o dell'unione europea). Entro in classe, chiudo la porta, e poi giù tutto, via i libri, via i banchi. per un giorno serve libertà al pensiero. spesso ho con me un libro di haiku, a volte lo leggo senza avvisarli ed è delirio. mi siedo sulla cattedra (mai dietro) e aspetto che qualcuno mi chieda cosa faccio seduta lì o perché non può farlo lui...e mi sento incoraggiata e stimolata quando la domanda è, invece, "posso anche io?". ti seguo, ti leggo, ma non avendo una classe fissa ho poco da aggiungere. non smettere, sei anche tu un vaso di pandora aperto e aiuti tanti nella nebbia a vedere oltre...ti ho consigliato ad altre compagne d'avventura che alla sola parola "fare lavoro di gruppo" si spaventa...forse è troppo ma da qualche parte bisogna iniziare :)

edmondo ha detto...

Ciao neb, grazie del tuo contributo. Hai risposto nel 'post giusto'. Non ho ben capito perché con te i bambini piangano, di cosa hanno paura davvero? Dovresti domandarglielo. E' vero che la libertà può sorprendere i bambini che sono già stati 'normalizzati', ma che piangano mi spiazza alquanto, la libertà porta sempre gioia, altrimenti che libertà è?
Grazie per aver segnalato questo blog alle tue 'compagne d'avventura', ed è vero, da qualche parte bisogna pure cominciare. Felice che tu abbia scelto me. Ciao.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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