Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -
Data Rivoluzionaria

Allievo viene dal verbo allevare

Non mi piacciono gli allevamenti, perciò neanche la scuola. 'Diffidiamo de' casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudono o vengono rinchiusi...', esordiva Papini nel suo 'Chiudiamo le scuole'
Dal verbo allevare deriva il termine allievo/a; per la Crusca sarà anche un sostantivo, ma nella realtà dei fatti la parola 'allievo' si rivela essere un triste aggettivo, un'etichetta sociale, un ruolo, un attributo, una mansione con un iter di addestramento preordinato. Tra gli obiettivi di tutti gli allevamenti c'è anche quello di sostituire l'essere vivente con un ruolo funzionale all'allevamento stesso. Se ad esempio nell'avicoltura ogni individuo è destinato a diventare un ruolo preciso (pollo, gallina ovaiola, carne per insaccati, piume e foie gras, ecc) anche negli allevamenti umani le persone vengono sostituite dai ruoli con relative destinazioni. Non c'è più l'individuo o l'essere umano, ci sono il musulmano, l'ebreo, il cattolico, il clandestino, l'omosessuale, lo zingaro, l'allievo, il maestro, il meccanico, il contadino, l'ignorante, il matto, l'onorevole, l'anarchico, la donna, l'uomo, il bambino, la bambina, lo sbirro, il siciliano, il piemontese, il fascista, l'americano, il rumeno... e così via. I ruoli diventano dei sostantivi nel momento in cui gli individui si riconoscono totalmente in essi, dimenticando di essere individui, e imparano a farlo molto presto. Gli allevamenti umani, infatti, fanno dimenticare agli individui di essere tali, unici e irripetibili, e creano invece scompartimenti sociali dove questi individui vengono ammassati dopo essere stati classificati e arruolati. Sei arruolato come allievo? Allora stai con tutti gli altri allievi, non puoi stare altrove, e in quanto allievo sei ignorante per definizione. Ti trovi per esempio a Milano ma sei nato a Napoli? Allora, come ricordava ironicamente Massimo Troisi, in quanto napoletano devi per forza essere un emigrante. Con i ruoli ci si divide, si confligge, si classificano gli individui, si generano razzismi e guerre. E ci si omologa in categorie stando all'interno di una omologazione generale, totale.
Attribuire un valore morale o economico a un ruolo è poi qualcosa di criminale, ma è proprio quello che questa società fa, sospinta da una cultura imposta e assunta da tutti come giusta. Classificare gli esseri umani, incasellare tutti gli esseri viventi, non ha altro scopo che quello di far attribuire molto arbitrariamente un valore morale o economico a degli individui divenuti ruoli, strumenti. Capiamo bene che la questione è solamente culturale, non certo naturale. Chi diffonde questa cultura da qualche millennio? Per quale motivo? Attraverso quali strutture e strumenti viene diffusa questa cultura della classificazione, del ruolo, della competizione, della scomparsa dell'individuo unico e irripetibile che non dovrebbe mai essere classificabile e giudicabile? Perché creare una società di etichette in perenne conflitto? A chi giova questa continua e calcolatissima guerra fra poveri, dove ognuno, credendo di difendere il proprio ruolo o la propria ideologia, non fa altro che perpetuare il sistema? Le risposte le abbiamo tutte, e conosciamo anche il modo per uscire fuori da questa tragedia, ma purtroppo anche questa nostra infausta cultura e gli strumenti atti a divulgarla sono diventati dei dogmi da difendere, per cui, ahimé, assisto ad un'umanità disumanizzata che si arruola e si ammazza da sé per cultura imposta, e sempre per cultura crede ciecamente in ciò che fa, anche se va palesemente contro i suoi stessi interessi. Certo che siamo nell'èra del paradosso! Chi proverà a dire a un arruolato che la colpa del disastro sociale è principalmente sua - perché si è fatto arruolare, perché ha creduto in questo tipo di cultura - vedrà tutto il tragico paradosso manifestarsi.
Se ci sono allevamenti vuol dire che a monte ci sono allevatori, ma se ci sono allevatori vuol dire che ancora più a monte qualcuno continua a fabbricare questo ruolo, facendosi allievo, cioè carne da allevare e arruolare, autodichiarandosi così un idiota che ha bisogno di addestratori e moralizzatori. Credo perciò che la colpa dei mali di cui soffre l'umanità non sia degli allevatori, ma di chi vuol farsi allevare e rinchiudere nei 'casamenti di grande superficie'.

Pensandomi come un essere umano

La scuola sottrae del tempo ai ragazzi. Tempo per vivere. Vivere vuol dire tante cose, questo è certo, ma forse vuol dire soprattutto realizzarsi in quanto esseri umani, non in quanto ruoli sociali o strumenti di produzione. Realizzarsi in quanto esseri umani significa secondo me anzitutto conoscersi senza disconoscersi, cioè senza tradire le proprie attitudini, le proprie esigenze, le proprie aspettative; significa non essere altro da sé, significa stare il più vicino possibile al proprio modo di sentirsi e di volersi. 
Se però un individuo si lascia gestire emotivamente dai dogmi imposti da una cultura, il suo sentire e le sue emozioni saranno rivolte verso la difesa di quei dogmi. In altre parole, quella persona si identificherà nelle credenze provenienti dall'esterno, laiche o religiose che siano, e sarà facile preda dei pregiudizi, con tutti i conflitti sociali che ne derivano. Ma se una persona non si lascia condizionare dagli elementi che provengono dall'esterno, che sappiamo essere elementi depositati espressamente nel canestro della cultura-di-massa in una precisa epoca storica, allora quella persona non avrà nient'altro a cui pensare se non a se stesso, alla sua integrità morale, allo sviluppo del suo pensiero critco e autonomo, alla sua unicità. In questo modo si recupera e si sviluppa anche l'empatia, quel particolare modo di sentire ormai perduto che è totalmente in opposizione al modo attuale di non sentire più gli altri. Là dove c'è competizione strutturale, istituzionale, culturale, si uccide l'empatia. Difficile da recuperare quando si diventa adulti scolarizzati e adattati.
La scuola sottrae del tempo, costruisce dogmi di vario genere, e insegna a perpetuarli. Uno di questi dogmi è quello che ci fa credere che la scuola sia necessaria. E' un dogma molto duro a morire, nonostante le evidenze storiche dimostrino che questo crogiuolo istituzionale in cui viene fusa la sostanza di cui è fatta la nostra società soddisfa soltanto le esigenze di quelli che progettano e riprogettano la macchina capitalista della produzione. Una produzione continua anche di schiavi produttori. Ma l'evidenza, si sa, spesso si fa finta di non vederla, soprattutto quando ci scopre i nervi e svela le colpevoli e dolorosissime complicità di ognuno.
Secondo il mio punto di vista, togliere agli altri il tempo vitale è un autentico delitto, qualunque sia la motivazione addotta che, non a caso, proviene sempre dall'esterno, da un alto sempre arbitrario. Nulla vale più della propria vita e della propria realizzazione. Non possono esistere motivi validi per inibire o vietare la realizzazione di se stessi, poiché ognuno di noi, per noi stessi, è il bene più supremo. Nasciamo individui, ma poi purtroppo veniamo traformati in ruoli. Questo è uno dei vari compiti assegnati alla scuola: fabbricare ruoli. Perciò molti pensano che la realizzazione individuale coincida con quella professionale. Non è così, non può essere così. L'individuo è qualcosa d'altro, qualcosa che da troppo tempo è disatteso, credo ormai sconosciuto, perché ucciso profondamente dalle convenzioni sociali, dalle classificazioni, dalle sovrastrutture culturali imposte.
La distinzione tra individuo e ruolo sociale è nettissima. Quando per esempio io penso a me stesso come ruolo, non posso non disgiungere questo ruolo dal mio essere individuo. Ma proprio perché so distinguere le due cose, io riesco a soffocare il ruolo per adoprarmi invece in ciò che mi riassume come identità morale individuale. Perciò sono un docente libertario. Questo significa che mi sento fondamentalmente un individuo, e come tale sento l'esigenza di confrontarmi a scuola con altri individui intorno a me, e non con altri ruoli (studenti - bambini - inferiori). In questo rapporto tra individui - e non può che essere paritario - nessuno può avere il diritto di togliere del tempo a qualcun altro, se questo qualcun altro non è d'accordo. E come ben si sa, in una scuola tradizionale i ragazzi devono invece fare ed essere ciò che viene ordinato loro di fare e di essere, anche se essi non sono d'accordo.
Così in una scuola istituzionale la mia individualità cozza sempre contro il ruolo. Pongo rimedio, questo è vero, lo faccio in mille modi, ma non è facile in un ambiente in sé violento, autoritario, formalizzato e formalizzante, inventato apposta per fare degli individui una massa culturalmente uniformata. Ma il più delle volte ci riesco. Un piccolo esempio, davvero piccolo rispetto ad altri, è di questa mattina. Mentre si discuteva intorno all'importanza dell'arte nella società, una discussione valida anche per una prossima autovalutazione, una ragazzina a testa china sul banco non smetteva di scrivere. La cosa naturalmente mi ha incuriosito. Quando si è accorta che la stavo osservando mi ha detto che stava scrivendo un libro. Le ho chiesto se era un compito assegnato da qualche collega, e lei mi ha risposto di no: stava creando qualcosa di suo. Se avessi dato retta al ruolo anziché all'individuo, l'avrei quantomeno rimproverata, se non addirittura punita per essersi distratta con altre cose. Ma essendo io un essere umano sapevo che quella ragazza che mi stava parlando con gli occhi pieni di orgoglio stava recuperando il suo tempo per fare ciò che riteneva necessario ai fini della propria realizzazione personale. Una realizzazione momentanea, forse, ma perché inibirla? Le ho chiesto solo l'argomento del suo libro, non l'ho certo rimproverata. Per inciso, in qualità di educatore anarchico sto sempre attento alle attitudini personali dei ragazzi, e le rispetto, cercando quando richiesto di dare una mano per farle emergere. Perciò posso anche essere accusato di non svolgere il mio ruolo di caporale scolastico, ma proprio per questo mi ritengo moralmente soddisfatto e orgoglioso di essere un individuo tra altri individui

P.S.
Il testo che avete appena letto non è estratto dal libro di Max Stirner. La foto a corredo è un supporto visivo-concettuale al senso del mio post. Scrivo questo perché pare che alcune persone su facebook mi abbiano scambiato per Stirner. Troppo buoni, li ringrazio, ma credo che chi abbia letto Stirner si sia accorto della enorme differenza, quantomeno di stile, tra me e il filosofo tedesco.

Orizzonti perduti, non veduti, non voluti

Il ragazzino quel giorno a scuola era stranamente gioviale, forse aveva ricevuto meno rimproveri del solito. Poi, un'inaspettata transumanza collettiva, che dalla sua classe l'avrebbe condotto in chissà quale altra cella dell'Istituto, lo fece gioire ancora di più. Sono minuti di vero godimento quando, fuori programma, ci si può alzare dal banco per uscire dall'aula tutti insieme. Non importa dove conduca il percorso, la breve passeggiata è solitamente molto più importante della mèta, soprattutto se questa è ordinata da qualcun altro, e posta all'interno della scuola-galera. In ogni caso, mai sovvertire la fila per due, un sano addestramento scolastico-militare è ciò che serve per avere finalmente un mondo di pace.
Felice come non mai, il ragazzino s'era imbattuto nel tal professore, mentre io ero rimasto ad osservare quella scena da lontano. I due si erano incrociati velocemente, e al ragazzino gli era venuta voglia di salutare il mio collega con un 'batti cinque', meravigliosamente ricambiato dal collega. Give me five, yeah! Che belli questi scambi di intese veloci, sono spesso costruttivi nell'ambito di un rapporto di fiducia reciproca da edificare. Purtroppo però il fatto non sfuggì alla prof che accompagnava la classe: se lo segnò, come si suol dire. Infatti il giorno dopo quella prof avrebbe parlato al collega dicendogli che non era il caso di salutare in quel modo gli studenti, soprattutto quel ragazzino già così problematico. Mi chiedo se il problematico della situazione sia il ragazzino o la collega.
Io penso che arrivare a questi livelli di chiusura mentale, di sclerosi, significhi constatare da parte mia una situazione divenuta estremamente patologica, non più sostenibile. Può anche darsi che quella prof sia un caso tuttosommato isolato, ma che certamente non nasce dal nulla, c'è una cultura devastante dietro, quella della 'normalità'. Noto infatti che il concetto di 'normalità' rivendica ogni anno di più il diritto di avere una dose maggiore di patologia sociale autoritaria, di assurdità, in modo tale da far spostare progressivamente verso l'inaccettabile questa idea di 'normalità' condivisa e perpetuata. Io mi trovo a combattere dentro questa assurdità autoritaria divenuta normalità invisibile, morale sociale, sistema, e devo constatare quindi che la forbice tra il buon senso e l'idiozia si allarga sempre di più, proprio a causa dei comportamenti idioti creduti saggi.
Non devo quindi stupirmi più di nulla, mi aspetto ormai di tutto, dentro e di conseguenza fuori dalla scuola, perché all'interno di questo sistema carcerario chiamato 'società civile', dove gli stessi detenuti si redarguiscono a vicenda in nome di qualche morale da difendere e calata dall'alto, qualsiasi tipo di atrocità, qualsiasi tipo di tragedia umana può nascere e pascere. Io non credo che questo genere di società sia destinata a capire quanto sia divenatata una sorta di megacaserma di sbirri con l'uniforme in testa, sempre pronti a usare il manganello, però mai contro chi lo si dovrebbe davvero usare. E non lo credo perché, se la società avesse saputo usare il buon senso anziché farsi abbindolare dalle morali imposte, avrebbe già capito da sola, e da moltissimo tempo, la sua tragica, patologica, complice colpevolezza.

La presunzione di fare quel bene...

Il dramma della scuola segue anche la strada tracciata da una sorta di 'noli me tangere' delle maestre, dei professori, di tutti gli adulti che gravitano intorno alle vite dei bambini, modificandole a loro piacimento. Inutile star lì a ricordare a questi adulti che i bambini non sono una proprietà privata, che non sono pezzi di legno da fresare, oggetti da adattare all'ambiente, strumenti per l'ambizione personale... è inutile perché il noli me tangere piomberebbe comunque e in tutti i modi, come un'autoassoluzione inesorabile e insindacabile avallata anche da tutta la società. Purtroppo però i fatti dimostrano che, nei confronti dei bambini, l'adulto ha quasi sempre torto, anche quando egli crede davvero di fare del bene. Quella dell'adulto sarà a suo dire anche una buona fede, ma è una fede purtroppo criminale, soprattutto quando la criminalità nascosta delle intenzioni pensate 'in buona fede' gliela si fa notare ed egli continua lo stesso ad agire come ha sempre fatto, cioè in direzione ostinatissima e non contraria.
Quante volte questi adulti prendono decisioni che riguardano i bambini nella convinzione assoluta di fare la cosa giusta? (giusta per chi?). E quante volte possiamo poi riscontrare che quelle decisioni hanno prodotto il contrario di ciò che, in buona fede, si prefiggevano? Non ho mai incontrato uno o una docente che, di fronte allo sfacelo di cui è complice, non abbia detto 'ma io sono diverso/a dai miei colleghi', cercando così di discolparsi. Credo che vi siano eccezioni, certo, ma in questa società l'eccezione, oltre che confermare la regola, si paga a carissimo prezzo, e io ne so qualcosa, perché la disobbedienza è punita sia dalla legge, sia dalla società irreggimentata. Non so quanti siano disposti a pagare personalmente le conseguenze del loro dichiararsi 'eccezioni'. Non voglio far polemiche, ma a giudicare dal numero delle volte in cui mi sono sentito dire 'ma io sono diverso dagli altri', dovrei trovarmi di fronte a una società di libertari disobbedienti, a una scuola italiana straripante di pedagogia libertaria, ma ho occhi abbastanza attenti per vedere che non è così, purtroppo. Per quanto mi riguarda, anche di fronte ai ragazzi e alle ragazze, non ho mai nascosto il mio continuo mettermi in discussione, perlustrando le mie convinzioni, accorgendomi a volte che erano sbagliate e autoindirizzandomi di conseguenza verso un continuo miglioramento. Non ho ancora finito e so che non finirò mai, ma questo è il senso della mia vita. Secondo me, la vita di un individuo è, o dovrebbe essere, anche un continuo fluire dinamico di posizioni di coscienza, al fine di migliorare la rotta morale personale.
Ma al di là delle rarissime eccezioni, l'adulto scolarizzato, sclerotizzato, normalizzato, ha la particolarità di essere talmente presuntuoso da non ammettere mai a se stesso e a gli altri che la colpa di un risultato diverso da quello da lui auspicato sia la sua: di fronte al suo fallimento in qualità di educatore, il padagogo tende a cercare fuori di sé qualcosa o qualcuno da incolpare, trovandolo purtroppo immancabilmente nel bambino innocente che non sa difendersi, e che sicuramente - pensa l'adulto - non ha saputo o voluto imparare la sua lezione moralizzante. A quel punto il pedagogo inasprirà la sua lezione autoritaria, ottenendo ovviamente un risultato peggiore, poiché, o il bambino si ribellerà (motivo per cui, secondo l'adulto, va ulteriormente represso e sedato), o il piccolo si deformerà subito in un'acquiescenza passiva e devota, obbedendo agli ordini superiori, cioè autoannullandosi come individuo autodeterminato, ed è proprio questo che renderà felice l'adulto educatore, e più in generale la società di passivi adattati, ma soprattutto gli ingegneri del sistema che hanno deciso tutto questo, esattamente così com'è, e come questo tutto si deve realizzare.
Ma perché l'adulto, ammesso e non concesso che debba essere lui a decidere per il bambino, è sempre così sicuro delle sue decisioni? Ci sono casi in cui l'adulto decide in base alla propria frustrazione, o ai propri capricci, oppure perché ha constatato il suo fallimento in società (ma fallire in quanto ingranaggio dovrebbe significare non essersi adattati al sistema, e quindi dovrebbe essere motivo di orgoglio, non di pena), o semplicemente perché vuole 'migliorare' il bambino (purtroppo non c'è mai fine a questa presunzione di miglioramento), dove migliorare vuol dire far aderire il bambino in maniera più precisa ai dispositivi del Dominio. In molti altri casi, l'adulto decide sulla base di una deontologia virtuale, secondo un codice morale che gli è piovuto dall'alto e che ha imparato ad assorbire fin da bambino in maniera automatica senza interporre alcuna critica costruttiva. In tutti i casi, le decisioni calate dall'alto sul bambino risultano per l'adulto sempre insindacabili e vengono imposte in nome del sempiterno e presuntuosissimo 'lo faccio per il tuo bene'. Poi quel bene non si rivela davvero tale (a meno che non riguardi una reale incolumità fisica), anche perché procede da una esclusiva volontà dell'adulto in perenne ricerca di soddisfazioni personali, frustrato com'è. Ma io vorrei fare un esempio concreto, di quelli a cui si deve guardare in faccia con coraggio ed umiltà.
In un articolo precedente descrivevo alcune nuove disposizioni calate dall'alto che riguardano la ricreazione nella scuola dove insegno. I lettori di questo blog ricorderanno queste disposizioni relative allo scaglionamento obbligatorio degli studenti durante la ricreazione. Quando la cupola degli educatori aveva deciso di mandare in bagno i bambini divisi per classi (nessuno studente di una classe inferiore può incontrare gli studenti delle classi superiori), lo aveva fatto in forza di una sua presunta e assoluta convinzione di fare giusto e bene. E questi adulti insegnanti erano - e purtroppo sono ancora - convintissimi della bontà di questa loro decisione, talmente convinti che non importa nulla se la delibera contravviene alle loro stesse belle parole in merito alla socializzazione ('la nostra scuola promuove la socializzazione', si dice e si scrive di solito sui depliants di propaganda), una socializzazione a questo punto del tutto supposta e falsa più di quanto non avvenga normalmente, laddove nelle altre scuole i ragazzi si incontrano tutti quanti durante la ricreazione, retaggio dell'ora d'aria, che a scuola non è neanche un'ora. Il risultato di questa decisione presa 'a fin di bene per evitare atti di bullismo' - dissero e dicono ancora -  lo avevo già scritto: una ragazzina di primo anno, trovatasi in bagno nei cinque minuti riservati alle seconde classi,  è stata offesa da qualcuno superiore a lei che stava lì in bagno, in barba alla socializzazione, alla 'prevenzione del bullismo', alla solidarietà, alla fratellanza, alla pace, e a tutte le belle parole che la scuola stessa in genere proferisce, e che sanno di presa in giro. Ciò che viene imparato a scuola si riversa nella società (e viceversa attraverso gli adulti scolarizzati). Eppure gli adulti sono sempre convinti di fare del bene, il bene dei bambini, ed è questo che non deve mai sfuggire da questo discorso, e perciò lo ripeto. Ma cosa ne sanno gli adulti di cosa è bene per gli altri? E soprattutto, con quale diritto possono ancora gli adulti decidere sui bambini, credendo di far loro del bene (in realtà lo vogliono fare a se stessi), se questi adulti dimostrano solo di essere un malevolo prodotto pedagogico, a loro volta pedagoghi in questa società autoritaria e ingiusta? Cosa dovremmo aspettarci da questo circolo vizioso?
Dobbiamo dirlo con franchezza: gli adulti scolarizzati sono sostanzialmente degli adattati che insegnano ad adattarsi. Per adattati intendo persone che hanno anche imparato benissimo ad usare gli strumenti autoritari, e solo quelli (non conoscendone altri), per portarli a giudicare e sentenziare sulla base di convinzioni che sono autoritarie già in origine. Questi strumenti anche culturali, tra i quali figura l'idea del bambino come proprietà privata, essendo strumenti autoritari, non possono certo configurarsi come strumenti che volgono la società ad un vero cambiamento, anche se nel momento di deciderne l'uso tutti li pensano in buona fede come eccellenti a questo scopo. In sostanza, questa società si fonda sulla convinzione che ogni azione, ogni decisione adulta moralizzatrice sia giusta a priori, a prescindere dalla direzione in cui vanno queste decisioni e dai risultati deleteri ottenuti e visibili ormai anche sul piano storico, dove allora la colpa sarà data a qualcos'altro, magari vigliaccamente proprio al bambino 'cattivo', ovvero all'anello più debole e indifeso della società sedicente umana. E di fronte al bambino che noi adulti pensiamo cattivo (quando invece egli vuole soltanto vivere la sua vita in pace e concretizzare il proprio concetto di bene e di vita), un altro esempio di decisione presa arbitrariamente dall'adulto e creduta giusta, ma con risultati nefasti, è quella che prevede sempre una qualche forma di punizione o di 'correzione', con le buone o con le cattive, come il vietare il gioco al bambino o il supplicare la maestra di essere ancora più severa, o ancora più dolcemente subdola con le sue formule di ricatto adulatorio. Come si può combattere l'autoritarismo con l'autoritarismo? Sarebbe come credere che la pace tra i popoli si realizzi per mezzo di confini artificiali, nemici costruiti all'occorrenza, missili e soldati. Ma questo tipo di società ci crede davvero, purtroppo, fondata com'è su una cultura disciplinante di tipo militare assorbita obbligatoriamente prima a scuola, poi nella società già disciplinata.
L'adulto saprebbe forse pensare a qualcosa di diverso dallo strumento autoritario e legalitario (ad esempio il ricatto di un premio o di una ricompensa) che ha imparato a scuola e in società? No, come infatti non sa pensare ormai neanche a una libertà che non sia soggetta a qualche tipo di controllo esterno da sé, e che perciò non può mai essere libertà. L'adulto è convintissimo che le risoluzioni che egli prende in merito alla vita dei bambini siano le uniche possibili, le più doverose e giuste, quelle che egli motiva di solito con un desolante e indicativo 'lo fanno tutti, quindi è giusto'. Il sol pensiero di dare fiducia al bambino destabilizza l'adulto adattato, quando non lo manda in bestia. Pensare al bambino come una persona con tutti i suoi diritti (di scelta, di decisione, di autodeterminazione, di errore...) è qualcosa di inarrivabile per l'adulto scolarizzato e disciplinato, qualcosa di inconcepibile. L'idea di una propria libertà, e di vederla anche negli altri, terrorizza l'adulto adattato alla gabbia sociale, gli fa credere che l'umanità intera si disintegri per 'troppa libertà' (la libertà è ormai pensata a priori come qualcosa di distruttivo), e non si accorge invece che la disintegrazione di tutto, persino dell'ambiente, sta avvenendo sotto i suoi occhi proprio a causa della mancanza di libertà, del continuo controllo sugli individui da parte di altri individui, una sorveglianza che egli benedice, vuole, perpetua e giustifica anche con le sue decisioni prese 'a fin di bene', di marca autoritaria e giammai libertaria, quand'anche conoscesse il significato profondo e onesto del termine 'libertaria'.
Così sul bambino grava sempre una colpa che non ha, quella di essere un bambino, un organismo biologico considerato inferiore all'adulto, cioè un essere 'poco serio', di intelletto informe, privo di un progetto autonomo di vita, semovente a nove mesi circa, da moralizzare, addestrare e plasmare secondo la madre-forma stabilita da una logica di Domino che si riflette sulla società attuale, la società mercantile degli adulti, i quali si considerano nel giusto rispetto ai bambini e deliberano al posto loro utilizzando gli strumenti del sistema, la cultura del sistema, che non può far altro che riprodurre il sistema stesso. Gradirei ripetere: le eccezioni, essendo tali, non fanno la differenza in fatto di costruzione sociale, purtroppo, però la fanno in termini di morale, quella di coloro che eventualmente ne sanno cogliere il valore intrinseco, e di chi sa di essere un'eccezione, un disobbediente per una sua personale questione di dignità, al di là delle conseguenze punitive a cui è destinato in forza di una legge che non riconosce come giusta, e che non lo sostituisce in quanto persona autonoma.
Che fare? si chiedono sicuramente anche alcuni lettori di questo blog. Ritengo questa domanda quantomeno priva di una reale giustificazione, dal momento che proprio questo blog riassume e - oserei dire - ostenta una pratica alternativa, soluzioni diverse, che vanno tutte in direzione opposta alla consuetudine autoritaria. Ma è proprio questo agire in opposizione al consueto che credo faccia paura ai molti. La libertà oggi fa ancora più paura di ieri, spinge le persone a prendersi delle responsabilità che non vogliono e non sanno più prendersi, le spinge a scoprirsi complici del sistema, a vedersi produttori e ri-produttori di questo tipo di società ingiusta fatta di chiavi che creano padroni e piramidi. La libertà, l'idea stessa di una vera libertà, esorta l'adattato a non abbandonare il suo affetto per l'assistenzialismo di Stato che non assiste, ma sfrutta e violenta, lo fa aggrappare con più vigore alle convenzioni abituali, ai pregiudizi, come se queste convenzioni e questi pregiudizi fossero la sua coperta di Linus che però non scalda, non consola, ma corrode, consuma la sua vita e quella degli altri. E allora, dietro la domanda 'che fare?' credo si nasconda un universo di diligente e ferrea volontà di rimanere dove si è, di attaccarsi semmai febbrilmente a qualcosa che ogni tanto sembra cambiamento ma che non può esserlo (riforme) fintanto che del male ne rimane la sua radice profonda, la sostanza, la cultura generalizzata e generalizzante. Questa voglia di stare dove si è, a mio giudizio, emerge perciò con forza quando l'alternativa proposta è davvero libertaria, anarchica, e allora questa alternativa fa paura (anche se inevitabilmente attrae per il suo valore umano e morale) a prescindere dai risultati, o proprio a causa di questi, che anche questo blog e la mia pratica quotidiana o quella di altri educatori libertari dimostrano in maniera eclatante. E quando parlo di risultati non intendo un obiettivo che viene raggiunto per mezzo di un programma calato dall'alto, misurabile, ma di una evidenza il cui merito sta tutto nella natura degli individui che, facendo in modo che essi la seguano liberamente (ed è questo il mio unico compito), si autoeducano nel segno dell'innato senso di collaborazione e della curiosità spontanea.
Per quanto mi riguarda, vorrei fare più di quel che già faccio, ma non dimentichiamo che io agisco in una scuola di Stato e per sole due ore alla settimana ogni classe, cioè in una struttura carceraria dove quel che faccio, per come lo faccio, subisce attacchi ferocissimi, attacchi diretti anche alla mia persona. Ma se noi guardiamo alle esperienze di Sébastien Faure, Lev Tolstoj, Francisco Ferrer, Paulo Freire, Alexandre Neill, solo per citare alcuni pedagogisti anarchici, fino ad arrivare alle odierne scuole libertarie in tutto il mondo, chiunque potrà constatare in che modo l'essere umano, per mezzo di esse o facendo in modo che la scuola sia la vita stessa, possa emergere in tutta la sua unicità e autodeterminazione, in tutta la sua chiarezza di individualità cosciente e creativa, ben lungi dal voler uccidere se stesso sotto il peso di un adattamento volontario, e lo si vedrà aperto al compimento totale di sé, delle attitudini individuali e dei cambiamenti che queste attitudini possono avere nel corso della sua vita.
E allora, al di là dell'aspetto filosofico e teorico dell'anarchismo, che convalida e sostiene intellettualmente l'aspetto pratico dell'agire in senso antiautoritario, di fronte all'evidenza di un'alternativa felice percorribile e che già si percorre da almeno cento anni, è quantomeno ingenuo chiedersi ancora 'che fare'? Per quanto io possa aver capito, e se mi si concede il lusso di offrire un consiglio, io credo che il primo passo da compiere sia quello di sgravarci tutti del peso dei pregiudizi in merito a ciò che ci hanno fatto credere sull'anarchia, e cominciare a ragionare senza quei filtri di una cultura consueta che porta a difendere ideologie precostituite, dogmi ingabbianti, che fanno perpetuare strutture e strumenti autoritari. Penso che ragionare col cuore e non con i codici scritti sia un dovere morale, e se questo ragionar di cuore non riesce a far riemergere quel fanciullino ancora chiuso in noi, può certamente farci considerare i bambini per ciò che realmente sono, esseri umani aventi gli stessi diritti di tutti gli altri esseri umani e non umani. Partire da qui mi sembra doveroso oltre che logico, senza più avere la presunzione di considerarci più esseri umani di qualcun altro, e quindi arrogarci diritti che non abbiamo, neppure sugli animali.

Peggio del carcere? Forse si può

Cosa mai potrà pensare una mente munita di un solo tipo di cultura, segnatamente autoritaria, riguardo a quel che essa definisce crescita e sviluppo morale? Questo tipo di mente plasmata in modo autoritario non potrà far altro che pensare di inasprire gli strumenti che già conosce, credendo convintamente di fare del bene. Allora vediamolo questo bene.
Mi sono opposto agli ordinamenti interni della scuola dove attualmente insegno, le norme autoritarie di sempre, ma anche ad una regola tutta nuova decisa dall'alto che solo a pensarla mi si orripila la pelle, figuriamoci a vederla messa in atto ogni giorno, nonostante le mie proteste. Si tratta di un divieto, naturalmente. In questo carcere per minori, la sospirata ora d'aria (un quarto d'ora) viene suddivisa in tre spezzoni. Nei primi 5 minuti vanno in bagno soltanto i ragazzi di primo anno, nello spezzone successivo soltanto i ragazzi di seconda, e infine quelli di terza negli ultimi 5 minuti. Il motivo è il seguente: 'evitiamo di far bisticciare i grandi coi piccoli, che poi succede anche che quelli grandi insegnano ai piccoli persino a fumare in bagno'. La scuola tradizionale non si chiede mai 'ma che diavolo stiamo facendo se alleviamo ragazzi progressivamente sempre più ostili e bulli'? Questa domanda è bandita dalla coscienza dei colleghi e delle colleghe, censurata completamente, direi rimossa freudianamente, perché la colpa del fallimento non deve mai riguardare la pedagogia autoritaria in uso da secoli. Così questo scaglionamento forzato dovrebbe - secondo la scuola - eliminare il problema del bullismo, che invece resta e si inasprisce ancora di più, prove alla mano.
Sì, ma non è tutto, ahimé. Quando i ragazzi divisi ancora di più tra loro, per classe ed età, ritornano dal bagno (e devono farlo in fretta), si devono chiudere nelle loro rispettive classi-celle anche se la 'ricreazione' non è finita. Vietato incontrarsi anche nei corridoi. Ed eccoli chiusi in cella questi ragazzi, dove naturalmente, con la voglia di muoversi che si ritrovano dopo tre ore di immobilità forzata e innaturale, si fanno del male. Un'ottima idea anche per redarguire il secondino 'responsabile' della sorveglianza, cioè quel personaggio che ancora oggi viene ostinatamente chiamato docente
Che cosa voglia dimostrare la scuola autoritaria con questo ulteriore provvedimento non mi è ben chiaro, dato che solitamente la scuola suole darsi lustro con parole del genere 'qui noi promuoviamo la socializzazione'. La socializzazione è sempre stata una chimera già con un misero quarto d'ora insieme nel cortile (là dove esiste un cortile, da noi c'è, ma è ormai considerato una sorta di visione per sognatori utopici e romantici, roba da anarchici), ma forse per i sapienti della pedagogia autoritaria questa ulteriore separazione coercitiva risolverà il problema e tutti saranno più socievoli (o piuttosto socializzati?). In verità io sto toccando con mano soltanto un acuirsi dei conflitti. L'altro giorno una ragazzina di prima che non era riuscita ad andare in bagno durante 'il suo turno' ci è andata quando c'erano i ragazzi di seconda, e uno di questi l'ha schernita dicendole: 'ma che ci fai tu qui? Non puoi stare con noi, che sei piccola, vattene!'. Un insegnamento encomiabile per il futuro cittadino della 'società civile'. Le cronache riportano che nelle patrie galere si riscontra molta più solidrietà tra i reclusi, ma questo perché le patrie galere non sono camuffate da istituti scolastici.
Queste sono le meraviglie della scuola tradizionale, frutto dell'ingegno dei pedagogisti del sistema. La cosa che mi tormenta di più non sono quei pedagogisti allineati e prezzolati, ma i colleghi e le colleghe che accettano tutto passivamente e che non trovano nulla di male in tutto questo, anzi, mi guardano in cagnesco se lo contesto. Si dice che questa sia una società di sbirri dentro, dovremmo aver capito già da tempo in che modo ci si diventa.

Pre-testi

Oggi in una classe terza (13 anni) abbiamo discusso intorno ad alcune canzoni di Fabrizio De Andrè, dopo averle ascoltate. E' stata una proposta dei ragazzi e delle ragazze. Abbiamo ascoltato tre canzoni e poi le abbiamo commentate. Due di queste canzoni le hanno scelte i ragazzi, tra le più conosciute: 'Il pescatore' e 'La guerra di Piero', mentre la mia scelta è caduta un po' casualmente su 'Geordie' versione live con la figlia Luvi.
Al di là dell'aspetto diciamo didattico, fuori programma canonico, che ha determinato una presa di coscienza più profonda circa i testi analizzati, la cosa che mi ha interessato di più è stato il movente della richiesta da parte loro. Non mi era mai capitato di ascoltare canzoni in classe, credo, se non per un mero bisogno di ascoltare musica, ma oggi il motivo della richiesta di ascolto è stato quello di voler analizzare più profondamente dei testi, in un modo particolare, cioè alla luce del loro interesse nei miei riguardi. Sì perché, dato che questi ragazzi non mi conoscono ancora, sapendo che a me piace ascoltare De Andrè, e considerato il fatto che sono solito guardare la realtà da diversi punti di vista (cosa che sta affascinando i ragazzi), è come se essi, volendo capire i testi di De Andrè, volessero giungere ad una comprensione più precisa in merito alla mia persona.
Si stabilisce così uno dei criteri naturali per l'apprendimento reale e duraturo delle cose, quello che nasce dalla curiosità spontanea, senza alcun fine opportunista e autoritario nascosto, e da un trasferimento di interessi e informazioni altrettanto spontaneo da un elemento all'altro (in questo caso dalla mia persona alla musica e viceversa). E' come quando leggendo un libro scopriamo elementi che ci incuriosiscono, e approfondendo quegli elementi finiamo per capire meglio anche il tema del libro. E' questo quello che hanno fatto oggi i ragazzi e le ragazze, solo che il libro ero io, e i testi di De Andrè gli elementi da approfondire e capire.
A fondamento di questo meccanismo di apprendimento incidentale c'è, come dicevo, la curiosità spontanea, ma questa curiosità si è attivata per mezzo della sorpresa (io), della novità da scoprire, di un altro modo appassionante di intendere l'educazione, la vita, le persone, le cose del mondo in genere. Tutte 'cose diverse', insolite, che gli adulti già scolarizzati, di cui fanno parte i docenti autoritari, tendono normalmente a schernire o censurare, anziché ad approfondire. I bambini non hanno paura, ma attraverso l'azione della scuola autoritaria che forgia una società come la nostra saranno purtroppo destinati a diventare paurosi di qualsiasi inconsuetudine.

Educación libertaria en Aragón, 1936-38

La storiografia ufficiale esclude a priori le attività quotidiane e solidali dei popoli colpiti dalla guerra, non ne parla, a meno che queste attività non siano funzionali all'unico aspetto che interessa alla propaganda del sistema: la guerra per la guerra.
Di fatto, nel corso dei conflitti armati, tra la miseria e la violenza programmate, si possono generare situazioni e relazioni umane straordinarie, volte alla sopravvivenza e alla resistenza, che sono magnificamente libertarie, fondate sul mutuo appoggio, sulla libera e spontanea associazione. Si tratta di azioni e fatti di grande importanza per il concetto stesso di emancipazione che però subiscono la censura sistematica da parte degli storiografi allineati. Tra questi fatti, e attraverso uno studio specifico di qualche anno fa, l'Università di Salamanca pone l'accento su quel che è avvenuto in Aragona durante la guerra civile spagnola del 1936, e sottolinea la straordinarietà di un orientamento anarchico, rivoluzionario e popolare, che in mezzo a tutte le difficoltà generate dalla guerra ha voluto contrapporsi con forza all'azione autoritaria dei governi e alla loro espressione bellica. 
Nascevano infatti molte scuole libertarie sulla scorta dell'esperienza ferreriana di Barcellona (Escuela Moderna) e sulla traccia anarchica lasciata da pensatori come Lev Tolstoj, Louise Michel, John Dewey, Petr Kropotkin, Elisée Reclus, ecc. La ricerca compiuta da Miguel Mur Mata dell'Università di Salmanca - come quelle svolte in altri Atenei del mondo da altri ricercatori - è però purtroppo destinata a rimanere sugli scaffali, la storiografia ufficiale si guarda bene dal prendere in considerazione tutto ciò che appartiene all'orientamento anarchico, salvo quando occorre screditarlo o usarlo opportunisticamente come capro espiatorio. Spetta a noi prendere questi testi, leggerli e divulgarli, sia per far emergere una verità scomoda, sia perché la responsabilità personale e non mediata ci compete sempre. Qui il link al pdf (idioma spagnolo). http://gredos.usal.es/jspui/bitstream/10366/69239/1/Educacion_libertaria_en_Aragon%2c_1936-38.pdf

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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