Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -
Data Rivoluzionaria

La scuola è nemica del pensiero libero, non potrebbe essere diversamente.

Non facciamoci illusioni sulla presunta 'aria di libertà di pensiero' che si respirerebbe a scuola. O meglio, non alimentiamo ancora di più questa falsità, sappiamo tutti molto bene che se uno scolaro comincia a parlare in classe di anarchia (l'unica vera forza in grado di dissolvere il potere) viene subito redarguito e messo a tacere. O ridicolizzato. Altro che libertà di pensiero! Chi censura per prima è proprio la scuola, sono i suoi insegnanti (presi come come tali, non come persone, la differenza è sostanziale), specialmente quando si tratta di anarchia e di anarchici. C'è una tale ignoranza sull'anarchia che, sull'argomento, rimango sempre sconcertato dalla banalizzazione, dallo stupido conformismo che sento o che mi trovo a leggere qua e là. Chi dobbiamo ringraziare per questa profondissima ignoranza? 
Potremmo ad esempio far conoscere a scuola le bellissime poesie di Renzo Novatore proprio come si fa con quelle dei poeti noti a tutti perché letti obbligatoriamente a scuola (tutti poeti innocui, o pro sistema, o resi tali dai filtri pedagogici di Stato. E non solo i poeti). Se ne avrebbe il coraggio? E sarebbe poi giusto imporre Novatore? Se non è giusto, come credo, perché invece si impongono serenamente tutti gli altri? Questo discrimine tra il 'lui sì' ed il 'lui no', creerebbe pensiero critico e libero? Ne siamo certi? 
Di fronte alla possibilità che gli studenti si imbattano in versi come ad esempio 'l'anarchia è per me un mezzo per giungere alla realizzazione dell'individuo', e di fronte alla possibilità che versi di questo genere, mandati a memoria e posti come condizione necessaria per avere un buon voto, siano intercettati dall'autorità dirigenziale (ci sono tante di quelle spie, a scuola..!), pensiamo forse che questi docenti, sedicenti promotori del pensiero libero, lascino serenamente che ciò avvenga? Non credo proprio! Io ci ho provato, e sono stato aggredito da colleghe che si reputano rivoluzionarie e molto aperte di mente. E ho avuto le stesse reazioni avverse in tutte le scuole in cui sono stato (non sono poche), non esclusa l'attuale. Onestamente? mi stupirei se ciò non avvenisse! E non vi racconto le scene patetiche a cui ho dovuto assistere, e le convocazioni dal dirigente! Lo sapete che è probabile che non mi venga più concesso il bonus docente perché lo userei per comperare libri 'sconvenienti'? Ma di cosa stiamo parlando? 
Che la scuola sia da considerare promotrice del libero pensiero è solo mitologia, fa parte di quella narrazione autoreferenziale di cui ho già avuto modo di parlare. Io invece riassumo ed espongo i fatti, e questi contraddicono lo storytelling demagogico della scuola. I fatti veri - questi sì rivoluzionari quando si vive nella menzogna e li si vuol raccontare - rappresentano la realtà di quel che succede o di quel che non succede, ed il vero delitto è certamente ignorarli, come avviene, o rinnegarli o piegarli ad un dogma qualsiasi.
E allora vediamoli questi fatti, vediamola questa realtà. Leggete questo stralcio di giornale.  Quel che scrive Lorenzo C. di Palermo è ciò che avviene comunemente a scuola, non soltanto in sede d'esame, ma sempre. E' un imperativo categorico venato di minaccia mascherato da atto cautelativo (per una 'pacifica convivenza', si dice sempre) che viene insegnato ai ragazzi. Addirittura, quando questo modus operandi censorio viene ben assimilato (e lo si assimila molto presto), sono gli studenti stessi che redarguiscono i loro compagni che osano esternare i loro liberi pensieri. Quante liti ho visto per questo motivo! Ecco, io devo combattere ogni giorno contro questa realtà, e ci rimetto in prima persona quando devo difendere il libero pensiero, l'espressione critica, che rimangono cose assolutamente vietate. Da qui la mia esigenza di operare in clandestinità. Ma quale libero pensiero a scuola? Non scherziamo e apriamo gli occhi!


E se non dovesse bastare questa dichiarazione lampante, possiamo farci raccontare la stessa situazione, ma anche molto altro, da J. Taylor Gatto, professore a New York, che denuncia la realtà dei fatti in queste sue sette lezioni.
Insomma, ma di cosa parliamo? Vogliamo forse far leggere obbligatoriamente anche Max Stirner col suo rifiuto intelligentissimo dello Stato e della Chiesa? Portiamo questo acuto filosofo, maestro di Nietzsche, sui banchi di scuola? Magari! Portiamo anche tutti gli studiosi che affermano l'assoluta necessità di farla finita con la scuola e con l'educazione? Pensiamo davvero che la scuola e i suoi docenti-soldati acconsentano a divulgarli? E non parlo solo di pensatori anarchici morti. Vogliamo forse far maturare un pensiero davvero critico? Vogliamo forse creare una società libera fatta di non adattati e non rassegnati? Non prendiamoci in giro! Anche Lev Tolstoj viene censurato nelle sue pagine più anarchiche, antigovernative e ferocemente anticlericali (lui, per giunta da cristiano qual era!). Di cosa parliamo? Quale libertà di pensiero a scuola? Come possiamo credere che si formi una coscienza critica quando i pochi elementi che il sistema spaccia come totale e giusta Conoscenza sono sempre quegli stessi che servono al sistema per perpetuarsi? 
Che differenza c'è tra un anarco-individualista e un collettivista? Perché questa differenza non viene spiegata dai miei colleghi? Perché non viene inserita in nessun programma ministeriale? Quale tipo di reazione hanno le popolazioni aggredite dalle guerre, quali soluzioni di autogestione hanno sempre trovato? Ce lo direbbero sicuramente Rudolf Rocker, ma anche Piet Kropotkin, ammesso che si sappia però chi siano costoro. La scuola della Conoscenza non ce li fa conoscere. Curioso e strano? No, è la norma! Che cosa è successo nell'autogestione anarchica di Barcellona nel 1936? 'Perché, c'è stata davvero un'autogestione anarchica a Barcellona?', si chiederà il perfetto scolarizzato, colto, dal pensiero libero e critico. Ma di cosa stiamo parlando?
Dove mettiamo la storia reale e completa della Prima internazionale con Bakunin? E Michail Bakunin stesso? Vogliamo dirlo che era anarchico o, al massimo concesso da sua maestà, lo dichiariamo tout-court e genericamente 'socialista'? Possiamo dirlo che Pierre-Joseph Proudhon è stato il filosofo anarchico, o uno dei pensatori anarchici, che ha dato i maggiori spunti a chi si è poi incoronato padre del comunismo, talmente 'padre padrone' da trasformare il comunismo anarchico e rivoluzionario in comunismo autoritario di Stato e di partito? (se ti dà fastidio il fatto che io non scriva il suo nome, rifletti e chiediti perché tu non provi lo stesso fastidio nel sapere che la scuola censura migliaia di nomi importantissimi). E di tutti gli altri filosofi e sociologi anarchici volutamente censurati cosa ne facciamo? E del grande imprescindibile geografo Elisée Reclus? Lo censuriamo perché è anarchico? Certo, è la scuola, che altro può essere? Ma di cosa stiamo parlando?
Suvvia, non facciamoci illusioni, la scuola rimane sempre quell'agenzia pubblicitaria che ti fa credere di avere bisogno della società così com'è, diceva Ivan Illich. A proposito, 'chi è Illich?' si chiederà tutta la società scolarizzata e dal pensiero critico. Appunto! Ah! Se non ci fosse internet che vi fa conoscere un po' di sana anarchia! Perché, vedete, se l'opposizione al fascismo di stampo scolastico conduce alla fine gli studenti a concepire la lotta al fascismo come un qualcosa che si fa soltanto aderendo ad un altro partito e votandolo, allora non si è capito proprio nulla, e non vedo niente di cui la scuola debba farsi vanto, se non di un'unica cosa: della sua stessa funzione di dispositivo addestrante del sistema, che è la funzione per cui è stata concepita e alla quale, per il raggiungimento del suo programma occulto, serve anche la censura.




La scuola è scuola, non cambia la sua natura in base al tipo di governo.

Anche il popolare maestro Alberto Manzi fu sospeso dall'insegnamento e il suo stipendio venne dimezzato. Il reato fu la disobbedienza civile, fu il non aver avuto paura del Leviatano, affrontarlo, smascherare la sua ipocrisia di fondo, i suoi piedi d'argilla. Manzi si rifiutò di valutare i bambini come avrebbe voluto lo Stato, cioè si rifiutò di valutarli prendendo in considerazione anche l'espressione dell'intera personalità dell’alunno in ogni sua manifestazione (come e con chi interagisce, come e cosa pensa, come si atteggia, come obbedisce agli ordini, come reagisce a dei precisi stimoli, come e se rispetta l'autorità...). All'epoca dei fatti (1981) non c'era un governo di destra, c'era il pentapartito, una compagine di centro sinistra che, per quel provvedimento punitivo ad personam, si avvalse di una legge del 1977 (anno in cui v'era un governo che vedeva il PCI come secondo partito per numero di seggi, dietro alla DC). Presidente della repvbblica, all'epoca, era il socialista Sandro Pertini.
Il problema, in sostanza, come sempre, non è il tipo di governo in carica, ma è la funzione e la natura stessa delle istituzioni in quanto tali, una natura sempre conservatrice e autoritaria che si rinvigorisce a forza di riforme ('riforme, ci vogliono le riforme!', grida il solerte progressista!). Tutto ciò che dall'esterno regola la vita delle persone, che le norma limitandone la libertà, che le inquadra, che le moralizza, che le divide e le valuta, ha natura autoritaria. La scuola forma la società e di conseguenza forma pure i docenti che fanno parte della società. Di questo tipo di società. Se in classe un docente decide di spogliarsi del suo grembiulino da docente e prova, invece, a fare l'essere umano - il che, dato il contesto, coincide necessariamente col fare il rivoluzionario - lo fa clandestinamente e al prezzo che sappiamo e che vediamo. I casi che finiscono nelle pagine di cronaca nazionale sono punte di un iceberg. Io stesso sono stato, e sarò sempre, vittima di provvedimenti disciplinari da parte del Leviatano, come altri colleghi e colleghe che antepongono ostinatamente il loro essere umani all'uniforme da docente e agli interessi dell'istituzione. Non so fare altrimenti.


Qualche appunto su due pensieri di William Godwin

Dei materiali di filosofia di cui sono in possesso, quelli relativi a William Godwin mi dimostrano che già nel XVIII secolo la scuola produceva, presso gli studenti e i liberi pensatori, le stesse reazioni di insofferenza e sconforto di oggi, quando non di rabbia e odio. Ciò dimostra che in fondo la scuola svolge da sempre la stessa funzione, in barba alle riforme (e a chi ci crede), le quali servono soltanto a rafforzare l'istituzione stessa. 
Al tempo di Godwin la causa dei bambini e dei giovani desiderosi di libertà, ma rinchiusi in un'aula, non veniva presa in considerazione perché non era neppure concepita come una 'Causa', della quale discutere, men che meno esserne preoccupati. Come oggi. Infatti in questa società adultocentrica e disciplinare, il diritto di libertà del giovane di decidere se andare a scuola oppure no viene annullato istantaneamente dalla legge sull'obbligatorietà, non viene preso in considerazione neppure lontanamente, sarebbe un'eresia soltanto pensare a questo diritto, a dispetto di tutta una schiera di pedagogisti riformisti che nel XX secolo si sono succeduti portando l'ipocrita bandiera del 'poniamo lo studente al centro'. Ma già dire studente è cosa diversa dal dire persona, dunque niente di nuovo, come sanno bene questi giovani che sopportano, che devono imparare a sopportare da bravi schiavi e futuri efficienti produttori.
E' Godwin il primo a far emergere la causa dei bambini prigionieri, è stato lui il primo a schierarsi dalla loro parte, a denunciare i veri obiettivi nascosti della scuola, i suoi metodi, la sua ipocrisia strutturale e universale, la sua natura autoritaria. Godwin, attraverso la sua coscienza anarchica, riconosce anzitutto il fanciullo, ma lo riconosce come persona, ne riconosce i diritti, le sue peculiarità naturali, e ne rispetta ogni sua caratteristica umana e vitale. Scriverà a tal proposito:
'Dobbiamo un particolare rispetto a ogni cosa che abbia forma umana. Io non dico che un fanciullo sia l’immagine di Dio. Affermo invece che si tratta di un essere individuale, dotato delle facoltà di ragionamento, delle sensazioni di piacere e dolore e dei princìpi di moralità'.
Questo passaggio è molto importante. Quando scriveva queste righe - si era appena all'inizio dell'Ottocento - Godwin stava già dichiarando e anticipando al mondo che il bambino non è un recipiente vuoto da dover riempire o moralizzare, perché il bambino ha facoltà proprie e autonome di ragionamento, di intelligenza, conosce il senso del bene e del male, e non ha bisogno di essere educato (non certo dalla scuola, e non certo dagli adulti che ne facciano le veci e le funzioni). Infatti, Godwin, dopo aver esposto il suo pensiero sull'inaudita schiavitù che ogni bambino deve sopportare a scuola e in famiglia (bambini trattati peggio degli schiavi nelle Indie occidentali, dirà), scrive anche che:
'La libertà è la scuola dell’intelletto; cosa alla quale non si concede abbastanza attenzione. Ogni ragazzo impara più nelle sue ore di svago che in quelle di studio. A scuola si impadronisce dei materiali del pensiero, ma nei giochi pensa per davvero: qui affila le facoltà e apre gli occhi. Dal momento della nascita il bambino è un filosofo sperimentale: egli mette alla prova i suoi organi e i suoi arti, imparando l’uso dei muscoli. Chiunque lo osservi attentamente scoprirà che è questo il suo costante esercizio. Ma l’intero processo dipende dalla libertà'. 
E per quanto riguarda quei 'materiali del pensiero', ci si dovrà pur chiedere, credo oggi più di ieri, perché proprio quei materiali, sempre quelli, e non invece altri materiali, quelli che nessuna scuola oserebbe mai mettere sui banchi. Ma sono certo che la risposta, in fondo, la conosciamo tutti.

Chiese e sacerdoti del Capitale.

Il capitalismo è una religione, si concretizza e si diffonde per mezzo dell'impianto statuale. Ci sono molte chiese che raccolgono e allevano nel loro seno i fedeli del Capitale. 
Le caste sacerdotali nella nostra società sono tante, c'è una casta per ogni chiesa. Ad esempio, nella chiesa-fabbrica, col tempo gli operai hanno finito per credere ciecamente che il lavoro sia un loro diritto, quando non è che una terribile necessità dovuta al vile ricatto capitalista del 'se non lavori non mangi', ricatto che gli operai hanno oramai assunto come dogma inviolabile, come morale di vita, come ineluttabilità. Quegli operai, proprio come gli economisti, sono una casta sacerdotale perché sostengono e perpetuano una mitologia: l'illusione sociale del progresso e del benessere economico. Questi sacerdoti portano avanti l'idea di un paradiso in terra da realizzare per mezzo del lavoro. Ma rimangono poveri, schiavi e sfruttati.
Non solo gli operai, in questo tipo di società ci sono altre caste sacerdotali, e sono tutte di stampo professionale e specialistico. Tutti concorrono alla realizzazione del sogno capitalista, credendoci ciecamente. Prendiamo la 'nuova chiesa universale', come la chiama Illich, cioè la chiesa-scuola. Un esercito di docenti lavorano ogni giorno per costruire l'immagine olografica del paradiso in terra, un'immagine da dare in pasto ai bambini, ai giovani, una narrazione obbligatoria che deforma la loro meravigliosa natura, uccide la loro intelligenza, la loro creatività, e gli fa credere che senza la chiesa-scuola e senza di loro, sacerdoti di una supposta conoscenza, saranno solo dei deficienti, degli inetti, degli schiavi rassegnati. Non sanno che lo diventeranno davvero, ma proprio perché seguono quel dogma sacerdotale, quella chiesa, fatta anch'essa di promesse di progresso e di benessere economico. Quei docenti, come gli operai e gli economisti, sono una casta sacerdotale, creduta imprescindibile, perché quell'illusione sociale di progresso e di benessere economico la insegnano dottrinalmente ai più piccoli, forgiano nella mente dei più indifesi l'idea di un paradiso in terra che si realizzerebbe soltanto per mezzo dell'acquisizione di un certificato che li dichiarerà 'maturi'. Sì, maturi per il Capitale. Ma anche questi sacerdoti, che lo siano o che lo diventeranno a loro volta, rimangono lo stesso poveri, schiavi e sfruttati. 
Potrei andare avanti con le varie chiese: la chiesa-ufficio, la chiesa-ospedale, la chiesa-galera, la chiesa-famiglia... tutte hanno la loro casta sacerdotale, e tutte contribuiscono alla costruzione di una mitologia, di una 'bella narrazione', di quel miraggio fatto di un'idea di benessere economico e di progresso, ma anche di ordine e pace, di amore e giustizia. Tante belle parole. Ma adesso farei un distinguo, perché c'è una differenza nettissima tra i sacerdoti della chiesa canonica e quelli delle chiese sociali: se ambedue le specie costruiscono illusioni di pace e amore per tutti (chi paradisi in cielo, chi paradisi in terra), soltanto i sacerdoti delle chiese sociali, soprattutto i docenti, pensano che non si tratti di illusione e lavorano sotto dettatura alla costruzione del sogno capitalista, credendoci fino in fondo ed oltre, giurando sulla bontà di ciò che fanno e di ciò che promettono, nonostante siano loro i primi a non godere di nulla di cui essi stessi promettono, di alcun benessere, di alcuna pace, di alcuna libertà, e rimangano sempre e comunque poveri, schiavi e sfruttati.

La setta mondiale degli scolarizzati.

Qualsiasi ateo può giustamente ben dimostrare di non aver bisogno della dottrina della chiesa per sapere che cosa è il bene e che cosa è il male. Ciononostante, i fedeli indottrinati continueranno a diffidare degli atei e a sostenere che la dottrina della loro chiesa è indispensabile per capire le cose del mondo. Possiamo dunque sostenere, a ragion veduta, che la chiesa e la sua dottrina producono divisione, discriminazione, presunzione e conflitto.
Ma allo stesso identico modo si comporta l'altra chiesa, cioè la scuola, che non a caso Ivan Illich definiva la 'nuova chiesa universale'. Infatti qualsiasi analfabeta può giustamente ben dimostrare di non aver bisogno dei libri di scuola per sapere che cosa è il bene e che cosa è il male. Ciononostante, i fedeli scolarizzati continueranno a diffidare degli analfabeti e a sostenere che il programma della loro scuola è indispensabile per capire le cose del mondo. Anche in questo caso, come vediamo, la scuola e il suo programma producono divisione, discriminazione, presunzione e conflitto.
Via via che le riforme si succedono, spero lo abbiate notato, la scuola assume sempre di più il ruolo di chiesa, e in modo sempre più chiaro. A ben vedere, anche l'educazione scolastica è un tipo di dottrina religiosa, e la scuola è un'istituzione dello Stato, e come tutte le istituzioni si caratterizza per la sua tendenza alla conservazione, nonché per la missione indottrinante, colonizzante, delle masse. E' allarmante, per chiunque abbia buon senso e capacità analitica, constatare che l'atteggiamento dello scolarizzato sia oggi così perfettamente aderente, combaciante, identico a quello del bigotto fidelizzato alla chiesa-di-dio. 
A quando le crociate contro quel nuovo tipo di infedele che non sa usare la grammatica, addossandogli per questo tutte le colpe del mondo? Questo è, d'altra parte, il comportamento più usuale delle masse contro chi non si allinea, masse rese appositamente ignoranti e feroci da un percorso autoritario di indottrinamento. Organizzeranno cacce alle streghe e roghi per quelli che non hanno un diploma o che non sanno la tale data o la tabellina del sette? In fondo - dicono gli indottrinati per deresponsabilizzarsi - non è colpa di questi ignoranti se c'è il fascismo? Un pessimo pretesto per pulirsi la coscienza! C'è da un po' aria di criminalizzazione. E poi sarebbero i non scolarizzati gli ignoranti? Ne siamo sicuri? 
Il comportamento fascista, la mentalità fascista, la cultura fascista, sono qualcosa che si acquisisce negli ambienti autoritari, cioè laddove si deve rispettare una gerarchia, delle leggi calate dall'alto decise e scritte dai capi, dove tutto quello che viene stabilito dai capi dev'essere rispettato, onorato, ripetuto. Come a scuola, esatto! E' a scuola che vige un regime fascista. Questo regime si esprime nella sua stessa struttura, nei metodi, negli ingranaggi, nei dispositivi di valutazione e classificazione, nonché di punizione e premiazione. Questo è il fascismo! E a nulla servono 'i bravi docenti', che non sono questi a fare la scuola, perché, al contrario, è la scuola che fa i docenti. Chi non si adatta è out, soccombe!
Mi auguro invece che le persone comincino a tirar fuori un po' di vera intelligenza, di buon senso, di quello stesso pensiero critico che usano di solito nei confronti della chiesa-di-dio e che lo utilizzino per capire in che modo e quanto siano stati ingannati e incattiviti dall'istituzione scolastica, così totalmente responsabile della tragedia dei nostri tempi.

P.S. Le chiese non si riformano, si eliminano.

La liberazione, secondo me.

- Mi scusi, ma per lei che cos'è la liberazione?
- Intende quella politica e sociale?
- Sì, non certo quella del grasso intorno alla vita. Per quanto...
- Per me la liberazione rappresenta qualcosa di molto preciso. Vede, quando un popolo decide di disfarsi delle fondamenta della sua cultura, dei valori e dei simboli in cui ha creduto per secoli e che lo hanno reso prigioniero, schiavo di se stesso, quando decide di disfarsi dell'educazione di massa che rende possibile la perpetuazione di questi valori, delle scuole e di tutte le forme di coercizione-reclusione, delle false morali, delle sterili guerre fra poveri, dei confini, dei governi, delle religioni, in poche parole, quando l'essere umano vorrà capire che l'unico modo che ha di salvarsi, oggi, è quello di lasciare in pace i bambini, lasciarli essere come decidono loro di essere, senza farli cadere vittime della nostra cultura autodistruttiva, allora quella per me è la liberazione.
Vuole una metafora? E' come un palazzo che è stato avvolto da una infinità di travi, ferri, tubi, plastiche, fantasmi, altarini, materiali insulsi ma luccicanti, e smantellare tutte quelle sovrastrutture per liberarlo e farlo respirare, farlo vivere, farlo esprimere, dargli la possibilità di manifestare tutta la sua luce, tutta la sua essenza. Perché sa, se ne sarà accorto anche lei, c'è l'assurda idea che il bambino sia un recipiente vuoto, che non sia nulla, che non porti nulla con sé fin dalla nascita, e che debba perciò essere sottoposto a un progetto culturale da parte di persone esterne a lui, guarda caso persone adulte, anche estranee chiamate 'esperti', le quali sono state a loro volta sottoposte a indottrinamento; capisce che in questo modo il circolo diventa vizioso e viziato del suo stesso vizio.
Ma i bambini - e non mi dica che non lo sa - non sono recipienti vuoti, sono già dei palazzi unici e magnifici, perfetti, irripetibili, sono proprio tutto quello che l'umanità desidera essere, ma che non ha il coraggio di realizzare (che lasci fare ai bambini, allora!).
Ciò che noi adulti facciamo sui bambini è soffocare il loro meraviglioso palazzo, la loro luce, il loro essere, modificarlo, standardizzarlo, uniformarlo, mettergli addosso una divisa, rivestirlo con tutte quelle sovrastrutture che sono credenze, dogmi, convinzioni, idee malsane, conoscenze funzionali al regime sociale... tutte cose che servono a perpetuare questo tipo di società e lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo per il vantaggio di pochi. Se dobbiamo parlare di liberazione, dobbiamo saperci liberare dalla convinzione che il bambino sia un essere da plasmare come piace a noi usando il pretesto della 'conoscenza', che in realtà è dottrina del sistema introdotta a forza, è adattamento, conformismo obbligatorio.
Contro il bambino e il suo mondo di gioia, gli adulti usano anche lo sporco ricatto secondo il quale, se il bambino non diventa come loro, come un 'adulto serio' (sic!), finirà per diventare un essere abominevole e odioso, emarginato, meritevole d'ogni tipo di pena, sia in terra, sia in quel luogo inventato apposta per ricattare chiamato 'inferno'. Lei dirà: 'possiamo insegnare al bambino ad essere anticonformista'. Sbagliato! Anzitutto: perché mai dovremmo prendere il bambino, farlo diventare come noi con anni e anni di tortura educativa modellante, e poi dirgli 'no guarda, adesso è meglio che tu sia come un bambino!', quindi insegnargli a ritornare unico e irripetibile com'era all'inizio? Ammesso poi che sia così facile tornare ad essere bambini dopo l'addestramento scolastico e sociale, ma non le pare una cosa stupida in sé? Non sarebbe allora meglio non avviare mai quell'addestramento?
Inoltre devo affermare che non è affatto il caso di insegnare al bambino l'anticonformismo (ammesso che una società di adattati possa farlo, o accetti che qualche disadattato - gioco forza definito 'strano e pericoloso' -  lo faccia), perché lui, il bambino, lo è già, anticonformista, fin dalla nascita; poi, purtroppo, l'educazione obbligatoria massificata lo rende conformato, un adattato disumano, remissivo e obbediente con i potenti, ma sempre pronto a scaricare la sua frustrazione violenta sui più deboli, con l'aggravante di sentirsi nel giusto e perfino libero, intelligente, saggio e originale. Un 'adulto serio', insomma!
Allora, liberazione per me? Eccola: liberazione è l'atto responsabile e supremo di liberare il bambino da noi adulti, dalla cultura di questa società. Quando arriverà il giorno di questa consapevolezza autonoma e si darà avvio a questa operazione di liberazione (io ho già iniziato), solo allora festeggerò.

25 aprile, la liberazione e la scuola obbligatoria


Del 25 aprile si è detto forse tutto, tranne una cosa: non ha prodotto nulla di quello che la gente si aspettava. Ma quale 'liberazione'?
Se riavvolgessimo il nastro per andare indietro a quell'immediato dopoguerra, scopriremmo che ci furono vari personaggi, intellettuali, professori, scrittori, politici (soprattutto politici) che si affrettarono a indicare la 'strada giusta' al fine di non ritrovarci più tra i piedi il fascismo. Quindi si mise mano a una nuova Carta costituzionale, alla monarchia succedette la repubblica e al popolo venne data la facoltà di scegliersi da solo un circolo di padroni. Eppure quella non era ancora del tutto la 'strada giusta'! Per essere veramente tale doveva aggiungersi una parte preziosissima e fondamentale: la scuola di massa obbligatoria. E in effetti, quella parte, prontamente aggiunta, fu davvero preziosa e fondamentale, il problema era capire per chi lo fosse veramente. Col tempo lo scoprimmo: era ed è fondamentale per le classi dirigenti, era ed è preziosa per tutto l'establishment! Solo che nessuno lo vuole ancora ammettere, ed è questo non volerlo ammettere il segno preciso, netto, chiarissimo del fatto che la scuola sia diventata un credo assoluto, una chiesa intoccabile, da proteggere, malgrado il tragico risultato della sua azione sempre più nefasta e pervasiva nella vita dei giovani, che di vita propria a dire il vero non ne hanno più (altro che liberazione per loro!).
Il tragico risultato però era stato ampiamente profetizzato da chi non ha mai avuto il paraocchi, da chi sapeva fin dal XVIII secolo, da chi non si lasciava imbambolare dalla 'bella narrazione' della scuola. Erano gli anarchici, i quali sapevano - come oggi -  che un'istituzione dello Stato non avrebbe mai al mondo prodotto una redenzione, non avrebbe mai tolto le catene al popolo, non avrebbe mai eliminato lo sfruttamento dell'uomo nei confronti dell'uomo, non avrebbe mai abolito le classi sociali, e che assolutamente inutili, se non funzionali al potere, sarebbero state tutte le sue riforme. Nessuna scuola è concepita per liberare le persone. Il sistema non vuole di certo suicidarsi!
C'è ancora gente, purtroppo, che di fronte all'innegabile fallimento della scuola, ma volendola a tutti i costi difendere, dice che la scuola ha solo bisogno di essere riformata. Questo avviene perché la scuola è riuscita nel suo intento principale e sostanziale, e cioè quello di produrre sudditi convinti di avere sempre bisogno della scuola. E' proprio questo cane che si morde la coda, promosso dall'educazione scolastica, quel meccanismo perverso che oggi, purtroppo, fa ancora riemergere il fascismo.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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