Una citazione al giorno

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sabato 18 febbraio 2012

Le lacrime di Cecilia

Aspetto che suoni la campanella della quarta ora, ho da entrare in una classe. La mia collega esce dall'aula e, sulla porta, mi dà l'avviso: 'Cecilia è in lacrime'. Chiedo il motivo. 'Ho fatto fare una verifica e lei ha preso 5, ora piange, poverina'.
C'è una discrepanza tra ciò che viene inferto agli studenti e il sentimento di certi docenti, qualcosa che posso definire ipocrisia metodologica. Da un lato il brutto voto imposto, dall'altra la tristezza del docente per averglielo dato. E' aberrante. Ciò denuncia lo stato di coercizione entro cui i docenti sono inconsciamente obbligati a vivere, una imposizione istituzionale che non lascia scampo: non importa se provi dolore, la punizione va data. Ma a che pro'? Chi ci guadagna da questo meccanismo aberrante, se non il sistema autoritario dello Stato che di aberrazioni vive? Qui siamo di fronte alla messa in primo piano del dovere istituzionale rispetto al sentimento umano. Quest'ultimo viene represso con violenza da una macchina burocratica che stritola tutto e passa sopra ogni cosa. Se analizziamo il caso, noteremo che sia il brutto voto, sia la repressione del sentimento del docente sono dannosissimi, per lo studente come per il docente. L'unico che gode di tutto questo è il sistema autoritario e gerarchico, il quale vede nel docente il suo kapò, e nel discente il futuro lavoratore-consumatore alienato, tenuto sotto stretto controllo e sottoposto a continuo giudizio.
Non voglio approfondire rimaneggiando elementi di psicologia, la questione è fin troppo chiara, non ha bisogno di ulteriori supporti dimostrativi. Proprio come me, anche la 'poverina' Cecilia sa bene che la pedagogia libertaria non verrebbe minimamente presa in considerazione dai miei colleghi, così non mi sono inoltrato in una discussione con l'insegnante triste dispensatrice di lacrime. Però con Cecilia ho parlato, era la cosa più importante da fare, ho cercato di riequilibrare i pesi, di compensare, ho cercato di ridarle fiducia e un gran sorriso ha sostituito le sue lacrime. Si è sistemata i bei capelli ondulati, ha rimesso gli occhiali, e alla fine il suo sguardo complice e orgoglioso mi ha parlato: 'ci siamo, prof, è tutto a posto'.
Ma come si può distruggere l'unicità e la preziosità di una persona con un voto? Come si può permettere la demolizione dell'autostima attraverso un voto su una verifica? Cos'è un voto, se non un giudizio perentorio calato dall'alto come in un tribunale da qualcuno che lo Stato ha assunto come suo giudice vendicatore? Possono mai, un voto, una verifica, il giudizio di un docente, esprimere l'immensa meraviglia che c'è dentro Cecilia e in tutte le persone del mondo? Quello stupendo caleidoscopio di pensieri, di idee, di sogni, di creatività, di ingenuità, di umanità... come può essere frantumato? Con quale diritto una persona può condannarne un'altra, giudicandola, inducendola alla paura nei suoi futuri atti? La persona si riassume forse in un numero? Si può quantificare l'essenza della variabilità umana? Inutile far capire queste cose a chi non sa che la materia in sé, il suo studio, sono solo il pretesto per una condanna o per un'assoluzione. In ballo non c'è la conoscenza della materia, ma la persona nella sua straordinaria variabilità, fragilità, unicità. Le lacrime dovrebbero essere un segnale preciso, oltreché evidente.
A ciò si aggiunge l'infelice frase di rito: 'vedrai che poi farai meglio', che suona come un'ingiunzione di pagamento previo sacrificio (per chi?), un'istigazione beffarda a eseguire perfettamente un ordine. Nessuno deve sbagliare, tutti devono 'rendere' anche più di quanto la natura abbia stabilito per ogni singola persona, e solo in quei precisi settori che altri, dall'alto, hanno deciso per lei. Non si possono neanche trovare altre strade, altre soluzioni, bisogna fare quella data cosa, nei tempi stabiliti, nei modi stabiliti, nel migliore dei modi, piaccia oppure no, è un'ordine! Lo studente allora si sente controllato, ispezionato, giudicato, valutato, governato, ma soprattutto terrorizzato, egli cresce con una paura costante di sbagliare, paura nei confronti dell'autorità, ed è questa paura che lo porterà nella vita a domandarsi ogni volta 'sto facendo bene per lui o per lei? Sto facendo bene per la legge? Sto facendo bene per l'opinione pubblica? Perché lo studente a scuola non percepisce mai un reale interesse nei suoi confronti, ma solo ordini per delle autorità da soddisfare, siano esse i professori, i genitori, gli adulti in generale, pena un giudizio e una punizione. Lo Stato, è vero, si impara a scuola, in questo tipo di scuola, sia essa pubblica o privata. E voglio evitare adesso la disquisizione sull'altra frase di rito ancora più terribile e ipocrita, 'lo faccio per te', perché chi legge avrà già intuito che in futuro quella frase si trasformerà in 'lo facciamo per la vostra sicurezza, per la vostra libertà'. E tutti inebetiti a crederlo davvero, altro che 'poverini'!

Vai Ceci che sei in gamba!

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Caro Professore,
Leggendo questo post ho avuto la possibilità di rivivere ed analizzare avvenimenti frequenti nella mia carriera scolastica: il clima di terrore, la paura di sbagliare, la paura che, sbagliando, si possa essere considerati persone diverse, insegnanti che considerano l'andamento di un'interrogazione come una sfida tra loro e l'alunno. E poi ci sono le lacrime, che continuo a versare anche dopo anni di scuola, anche "andando più che bene". Vorrei che tutti gli insegnanti fossero come lei, ha grandi idee.

M., 17 anni

edmondo ha detto...

Ciao M.
In verità non sono io ad avere grandi idee, ma il senso libertario anarchico della mia vita. La pedagogia libertaria pone come questione il rispetto assoluto dell'essere umano in tutte le sue forme. Ogni genere di autoritarismo è violenza, e noi anarchici non possiamo accettarlo, per questo combattiamo, io lo faccio nella scuola, offrendo a tutti la gioia della libertà, naturalmente per quel che posso fare in una scuola di Stato. Capirai.
Io ti auguro di leggere qualcosa sulla pedagogia libertaria ('Avviso agli studenti' ti dovrebbe piacere, è di Raoul Vaneigem, lo trovi in pdf in rete).
Sii forte, perché sei unico/a, nessuno potrà mai rubarti i sogni di libertà, ma tu cerca di realizzarli, vedrai che ce la farai!
Un abbraccio caloroso.

Anonimo ha detto...

Professore, la ringrazio per la bellissima risposta. Il suo sito è davvero illuminante su una grande varietà di argomenti. Continui cosi.
Ancora grazie,
M.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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