Una citazione al giorno

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giovedì 16 febbraio 2012

La crisi del docente di fronte a un altro metodo

Usciti dalle Università e terminata tutta la trafila per lavorare nella scuola, non mi pare che molti insegnanti si pongano seriamente il problema di come approcciarsi agli studenti e/o di come fare le lezioni. Questo perché una 'certa' esperienza scolastica l'abbiamo avuta tutti, che è la stessa esperienza dei padri, dei nonni, dei bisnonni, di tutti gli avi: professore in alto di qua, alunni in basso di là, in mezzo la legge e un metodo pedagogico autoritario. Quindi gli insegnati vengono catapultati nel mondo dell'infanzia e dell'adolescenza con quelle stesse informazioni metodologiche che hanno acquisito fin da piccoli. Quegli slanci di 'progressismo individuale' che raramente si registrano non fanno certo la differenza, semmai disorientano se non vengono assunti come paradigma o se non sono profondamente capiti anche dagli alunni. Di fatto, quello dell'insegnamento tradizionale rimane un metodo sostanzialmente improvvisato, ma di un'improvvisazione assolutamente prevedibile. Tu chiama un neolaureato e mettilo in una classe, non farà altro che ripetere il metodo di insegnamento che ha conosciuto.
Ammesso che alcuni insegnanti (pochissimi in proporzione al totale) abbiano studiato pedagogia, di certo quella che essi hanno dovuto studiare non è certo la pedagogia libertaria. Il massimo pedagogico raggiunto (il più delle volte solo nominalmente) è rappresentato dalla Montessori. Ma la stessa Montessori viene per giunta frantumata, e di tutti i pezzetti se ne utilizzano solo quelli che più convengono al sistema tradizionale. Comunque si va tutti in classe, una bella cattedra autoritaria ci attende, il libro e il registro ce li abbiamo, il programma ce lo studiamo per benino, lo intavoliamo, lo suddividiamo in base ai quadrimestri e ai ritmi imposti dalla legge, organizziamo i moduli, decidiamo tutto noi: obiettivi, scadenze, punizioni, premi, doveri, gite, permessi, verifiche, voti... Si tappa la bocca ad ogni ragazzino e poi in Collegio-docenti parliamo ipocritamente della 'centralità dello studente' (quando ne parliamo).
Questo per dire che non ci facciamo tanti scrupoli dopo l'Università, anzi, non vediamo l'ora di entrare in un'aula. In qualche modo andrà. Voglio dire ai giovani insegnanti che il loro 'peggio inconsapevole e strutturato' sarà ulteriormente peggiorato, ignorato e imbrigliato con la loro esperienza. Quindi è completamente assurdo pensare che un insegnante è tanto più 'bravo' quanto più lunga è la sua esperienza. Poi bisogna intendersi sul concetto di 'bravo'. Nel metodo scolastico tradizionale, un insegnante ritenuto 'bravo' è certamente colui o colei che meglio comanda e che ancora meglio si fa obbedire, ammansendo le coscienze, uccidendo ogni talento, affossando dignità e autostima, cassando le responsabilità, educando all'obbedienza. Tutto questo al di là della questione relativa alla conoscenza della propria materia. Qui si parla di metodo, di pedagogia, che è altra cosa.
Ma poniamo il caso di spiegare a un insegnante tradizionale qualcosa sulla pedagogia libertaria. Mi è successo l'altroieri, ero in viaggio con un'amica che ha 15 anni di servizio in un liceo statale. Dato che questo blog è un diario, voglio trascrivere il dialogo intercorso tra lei e me, a futura (mia) memoria.

- Conosci qualcosa sulla pedagogia libertaria?
- No, ehmmmm... che cos'è?
- Sinteticamente, è una pedagogia attraverso cui possiamo esaltare l'autostima, la responsabilità, la solidarietà, il senso critico, l'autonomia dei ragazzi... Con me i ragazzini decidono tutto loro, fanno le assemblee, organizzano da soli il programma, mi suggeriscono il 'come si può fare', insomma si autoresponsabilizzano, non esiste autorità alcuna.
- Va beh, dài, ma come fai?
- Dico loro che sono liberi di decidere, e loro decidono tutti insieme, in assemblea.
- No, io intendo, come si fa a livello pratico e concreto. Come fai?
- Ma tu intendi dire come si fa a fare lezione?

(parentesi di richiamo: ecco, è questa la domanda che la maggior parte degli insegnanti non si pone prima di essere catapultato nel mondo della scuola o, se tale domanda emerge, si riferisce piuttosto ad un aspetto formale e accademico della trasmissione univoca del sapere. Adesso invece diventa per loro un problema serio, incomprensibile, insolubile: 'come faccio la lezione'?).

- Sì, voglio proprio dire... come si fa a fare lezione?
- Non esiste un metodo standardizzato o preconfezionato. D'altra parte, anche tu non lo hai mai avuto nel tuo insegnamento tradizionale. Tu sei tu, con i tuoi pregi e i tuoi difetti, e che tu lo voglia o no sei in stretta relazione con i ragazzi, c'è un'empatia da cercare, da trovare, da alimentare, il resto viene da sé. Sii te stessa, e se i ragazzi si sentiranno liberi saranno loro stessi a suggerirti il 'come si fa'. Devi saper cogliere il loro richiamo. Spesso te lo dicono chiaramente: 'facciamo questo, prof'? Oppure, come mi è già successo: 'bella, prof! Ma quando facciamo quel capitolo che abbiamo deciso in assemblea'?
- Ok, ma più concretamente, praticamente... Non riesco a capire come si fa.
A questa reiterazione della sua domanda ho lasciato cadere il discorso. Ma cosa si aspettava la mia amica? Formule matematiche? Risposte a crocette stile invalsi? Soluzioni codificate per ogni problema? Programmi precisi di avviamento / spegnimento robot? Istruzioni per l'uso con disegni allegati? Parliamo di esseri umani o di lavatrici?

1 commento:

Anonimo ha detto...

cari amici anarcolibertari, vi propongo un gemellaggio e un'alleanza con il nostro blog:

http://descolarizzazione.blogspot.com/

FATECI SAPERE!

uniamo le forze per l'educazione libertaria!

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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