
Presso il bambino, l'assimilazione naturale del fatto luttuoso deve necessariamente passare attraverso una sorta di esorcismo collettivo, dove la collettività funge da leva emotiva e, allo stesso tempo, da cuscino paracolpi. Ma una collettività di bambini che condivide il lutto deve avere una caratteristica precisa: tutti, o la maggior parte di essi, devono conoscersi, al fine di autoconoscersi e riconoscersi nel sentimento degli altri. Si tratta di uno scambio necessario di relazioni emotive. Condividendo il lutto con una comunità di amici e di amiche, l'espressione del sentimento diventa quindi rito, dove però la liturgia non è codificata, bensì libera, autonoma, spontanea. Perciò guai a interagire nel loro rito fornendo regole, dettando liturgie, ordinando metodi e direzioni emotive. I bambini sanno cosa è giusto fare per la loro coscienza. Intromettersi è un crimine e noi adulti dobbiamo solo imparare da loro.
Nasce allora spontaneo il bisogno di ricordare il loro amico Mario, e i ragazzi sanno che con me possono esprimere liberamente i loro sentimenti. Le manifestazioni rituali spontanee che avvengono quando io sto insieme a loro sono parecchie e tutte rigorosamente plateali, condivise, le foto a corredo sono solo due esempi, ma non si contano più tutte le dediche e i disegni realizzati ovunque, sui fogli, sui banchi, sulla lavagna, sul muro del cortile, sui vasi realizzati col das. Non deve stupire la loro gioia apparente, perché quella gioia è la sublimazione della sofferenza che si trasforma in energia di vita, la stessa vita di cui anche la morte fa parte.
Come osiamo, noi adulti, dire che abbiamo cose da insegnare ai bambini?

Ciao, Mario.
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