Una citazione al giorno

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mercoledì 22 febbraio 2012

Il senso della morte presso i bambini

Come posso impedire ai ragazzi di esprimere liberamente il loro ricordo nei confronti di Mario? Il piccolo Mario, prima di andarsene per una grave malattia, è stato insieme a questi ragazzi per tutti gli anni delle elementari e anche per qualche momento di questo loro primo anno di medie. I ragazzi hanno vissuto la sofferenza di Mario anno dopo anno, imparando in maniera autonoma il rispetto nei suoi confronti, proteggendolo senza mai scadere nel patetico o nelle convenzioni. Bisogna sempre imparare dai piccoli. Ora a me dispiace che i colleghi non si rendano conto che i bambini hanno bisogno di ricordare Mario in maniera plateale, perché è questo il loro modo di esprimersi, hanno bisogno di confrontarsi tra di loro. Dei cosiddetti 'grandi' ne farebbero volentieri a meno, cosa che la scuola tradizionale non riesce proprio a capire. Quando in classe ci sono i miei colleghi, questi bambini sono costretti a vivere il loro lutto in maniera innaturale, introversa, non condivisa, ognuno nel proprio banco, ma -incredibile- stando comunque sempre attenti alla lezione. Una cosa impossibile e inumana.
Presso il bambino, l'assimilazione naturale del fatto luttuoso deve necessariamente passare attraverso una sorta di esorcismo collettivo, dove la collettività funge da leva emotiva e, allo stesso tempo, da cuscino paracolpi. Ma una collettività di bambini che condivide il lutto deve avere una caratteristica precisa: tutti, o la maggior parte di essi, devono conoscersi, al fine di autoconoscersi e riconoscersi nel sentimento degli altri. Si tratta di uno scambio necessario di relazioni emotive. Condividendo il lutto con una comunità di amici e di amiche, l'espressione del sentimento diventa quindi rito, dove però la liturgia non è codificata, bensì libera, autonoma, spontanea. Perciò guai a interagire nel loro rito fornendo regole, dettando liturgie, ordinando metodi e direzioni emotive. I bambini sanno cosa è giusto fare per la loro coscienza. Intromettersi è un crimine e noi adulti dobbiamo solo imparare da loro.
Nasce allora spontaneo il bisogno di ricordare il loro amico Mario, e i ragazzi sanno che con me possono esprimere liberamente i loro sentimenti. Le manifestazioni rituali spontanee che avvengono quando io sto insieme a loro sono parecchie e tutte rigorosamente plateali, condivise, le foto a corredo sono solo due esempi, ma non si contano più tutte le dediche e i disegni realizzati ovunque, sui fogli, sui banchi, sulla lavagna, sul muro del cortile, sui vasi realizzati col das. Non deve stupire la loro gioia apparente, perché quella gioia è la sublimazione della sofferenza che si trasforma in energia di vita, la stessa vita di cui anche la morte fa parte.
Come osiamo, noi adulti, dire che abbiamo cose da insegnare ai bambini?


Ciao, Mario.

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Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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