Una citazione al giorno

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giovedì 9 febbraio 2012

I suoni ignorati delle cose intorno

Se il mezzo di comunicazione privilegiato dagli esseri umani è quello fonetico-verbale*, la pratica dell'ascolto dovrebbe essere consequenziale. Certamente è così. Però nel mondo odierno quasi nessuno si accorge della gran varietà di suoni e rumori che il contesto produce; non ci accorgiamo, ad esempio, di ciò che accade sonoramente al di fuori di una stanza, a meno che non si tratti di suoni forti, fastidiosi o inconsueti, capaci di attrarre la nostra attenzione. La relazione verbale-uditiva si costruisce quasi sempre con chi ci è più direttamente vicino; e negli ormai rari momenti in cui siamo soli, con noi stessi, il nostro impegno nei confronti di altre faccende ci distoglie dall'ascolto dei suoni circostanti.
Saper ascoltare quel che succede intorno a noi ci relaziona con il fuori, amplifica il senso di attenzione verso tutte le cose, aumenta l'attitudine percettiva e allarga il suo orizzonte, allena l'attenzione nei confronti dei suoni più flebili, educa alla considerazione di quello che io definisco l'altro ipotetico, un altro sconosciuto, lontano, non considerato, escluso. Se questa è (purtroppo) una società in cui chi abbaia più forte prevale sull'altro, è opportuna un'educazione diversa, improntata sull'eguale considerazione di tutti da parte di tutti.
L'esercizio proposto è stato approvato dai ragazzi di una classe seconda (12 anni). Abbiamo iniziato stando in classe, poi siamo anche usciti in cortile. Sarebbe stato bello essere in mezzo alla natura, ma la legge dello Stato vieta di accompagnare gli alunni fuori dall'istituto se questi superano il numero di 15, e se l'insegnante è uno solo.

L'esercizio vero e proprio:
1) saper fuggire emotivamente dalla dimensione aula.
2) estendere il più possibile la propria capacità uditiva.
3) accogliere in sé ogni suono, anche il più debole.
4) annotare su un foglio il suono, descriverlo, decodificarlo, registrare l'emozione che suscita.

Molti ragazzi, in un'ora e mezza, hanno registrato oltre 50 suoni diversi, ma ho scelto di pubblicare l'esercizio di Oliver -ancorché 'scarno'- perché i suoni li ha anche visualizzati con dei disegnini. Qui allora è l'immagine che diventa didascalia (le volute rappresentano il vento).


Trascrivo l'esercizio di Oliver.
  1. Sento lo scricchiolìo delle sedie che mi dà la sensazione di noia.
  2. Sento le bidelle che parlano insieme ad altre persone che non riesco a capire chi sono e questo mi provoca curiosità.
  3. Sento il ticchettìo delle matite e questo mi rilassa perché mi fa ricordare il rumore della pioggia.
  4. Riesco appena a percepire il suono dei flauti in un'altra classe.
  5. Sento lo sbattere un po' violentemente una porta.
  6. Sento correre qualcuno.
  7. Sento parlare continuamente delle persone e mi disturbano.
  8. Sento il vento.
  9. Sento la macchina.
  10. Sento il rumore di una gazza che cinguetta fortemente.
  11. Sento altri uccellini e il loro cinguettìo è acuto.
  12. Sento abbaiare un cane.
  13. Sento dei clacson.

P.S. L'esercizio verrà riproposto periodicamente, con l'aggiunta di variazioni che implicano ogni volta maggiore abilità e sensibilità, fino a comporre vere poesie, quando l'emozione per uno o più suoni saprà emergere con maggiore presenza.

* Anche se il mezzo con cui comunichiamo è prevalentemente la parola, il mondo che ci circonda è zeppo di immagini (testi non verbali), le quali dovrebbero essere decodificate in ogni momento per non subirle passivamente. Manca però un'adeguata educazione all'immagine, al linguaggio visivo, alle regole biologiche di percezione.

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Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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