Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -
Data Rivoluzionaria

Una scuola viva, pulsante, buona più che mai

Quando ero bambino, gli adulti della mia famiglia mi minacciavano dicendomi che se non avessi fatto il bravo a scuola mi avrebbero mandato al riformatorio, facendomi peraltro capire con l'espressione della voce ed un gesto della mano eloquente che là, al riformatorio, le avrei buscate di santa ragione finché non avrei imparato a stare finalmente ed educatamente in una scuola. Anche da ciò si capisce che la natura della scuola non è benigna. L'istituzione dei riformatori, ritenuti necessari affinché gli spiriti più creativi e liberi venissero sedati e ricondotti a forza sul percorso dell'obbedienza remissiva, dimostra chiaramente che ciò che la scuola vuole è soltanto vederti rassegnato, indebolito, incattivito, e ben disposto ad accettare ogni tipo di coercizione e addestramento da parte dell'autorità. Il pretesto degli adulti è rimasto inalterato nel tempo: 'lo facciamo per il tuo bene, per la tua sicurezza, per il tuo futuro, obbedisci e un giorno ci ringrazierai'.  
Vorrei dirlo apertamente senza troppi giri di parole: se nel mio modo di essere c'è forse qualcosa di buono, come alcuni sostengono, dove per 'buono' si intende un carattere incline al senso di giustizia e al rifiuto categorico dei valori autoritari, questo non lo devo certamente all'educazione scolastica, né alla convinzione degli adulti che mi hanno mandato a scuola, ma lo devo a qualcosa che, da essere umano, mi porto dentro dalla nascita, come un istinto; ma lo devo anche alla mia autonoma capacità di riflessione e di analisi evolutasi nel tempo nonostante la scuola e a dispetto della società adultocratica.
C'è stato un tempo, a dire il vero, in cui anche io ho creduto alla teoria della scuola come strumento di emancipazione personale e collettiva. Ero giovane e ingenuo, e anche presuntuoso: guai a chi osava mettere in discussione le mie convinzioni granitiche sulla scuola. Oggi non posso più credere che la scuola sia uno strumento di emancipazione, anche alla luce degli effetti visibili prodotti dalla scuola su questa società, per questa società specifica, che è sempre più vittima della propria pedagogizzazione obbligatoria di massa. Emancipazione da che cosa, poi? Dal sistema oppressivo che non ci rende liberi? Bene, ma un giorno mi son dovuto chiedere: com'è possibile che la scuola, che è uno strumento del sistema, voluto dal sistema, possa servire a liberarci dal sistema? Da lì, poi, la riflessione ha seguito la via più logica ed evidente nel definire la scuola come mero strumento di perpetuazione del sistema. Forgiare servi affinché questi si creino i padroni. Et voilà!
Niente da fare, con me la scuola ha fallito totalmente, non ha saputo raggiungere uno dei suoi obiettivi più nascosti e pervasivi: farsi percepire come indispensabile, come luogo massimo e unico del sapere, come un dogma ineludibile. Ciò che la scuola predica per propagandare se stessa, poi, non ha alcun riscontro nella realtà, perché, come ho avuto modo di ripetere più volte, un conto è predicare bene, un altro conto è agire esattamente per come si predica. E la scuola, come la società che da essa scaturisce, è fatta in modo tale che ogni azione dei singoli, nonostante le loro buone intenzioni, vada nel verso opposto alle cose che si predicano, va cioè nel verso opposto alla solidarietà, all'armonia, alla giustizia, alla libertà. Le eccezioni rimangono tali, confermano la norma, e puntualmente vengono pure criminalizzate.
Io credo che le voci assolutamente critiche sulla scuola e sui suoi obiettivi nascosti, sui suoi metodi coercitivi e ricattatori, voci che hanno ormai radici profonde nella storia e che ci esortano ad abbandonare il dogma scolastico, debbano essere non soltanto ascoltate, ma tradotte urgentemente in pratica per un fine davvero umano e universale, autenticamente emancipatore, perché, come diceva anche H. D. Thoreau, la scuola non può mai essere un edificio in cui i bambini vengono rinchiusi escludendoli dalle infinite relazioni quotidiane, escludendoli dai veri e gioiosi insegnamenti che la vita ci dona; la nostra scuola, diceva Thoreau, deve essere il mondo intero! La maggior parte delle cose che sappiamo le abbiamo imparate fuori dalla scuola, dalla gente più diversa e dall'esperienza diretta, e con la gioia di farlo, senza strumenti premiali e punitivi, senza ricatti e voti sul registro, senza orari prestabiliti e cultura competitiva. Apprendimento incidentale, gioco come naturale strumento di conoscenza, rovesciamento della cultura attuale e dei dogmi educativi, pensare a una società liberata dalla scuola... di questo si dovrebbe parlare, e questo dovremmo fare dopo due secoli di critica alla scuola istituzionale, e non parlare di competenze (dei futuri automi produttivi) o di merito (come e quanto si è diventati automi). Forse un giorno racconterò di un ragazzo che non è mai andato a scuola, potrebbe aiutare qualcuno a togliersi dalla testa la necessità di tale nefasta istituzione, qualora ci fosse ancora bisogno di dimostrare qualcosa oltre ai già eloquenti dati di fatto.
Nel tempo in cui le caratteristiche autoritarie della scuola si stanno inasprendo e i suoi strumenti violenti si stanno potenziando, arrivando persino all'istituzione di classifiche di merito (leggi demerito) per i docenti, classifiche deliberate dagli stessi docenti (c'è qualcosa di più aberrante?) che ora dovranno lottare miserevolmente tra loro per un tozzo di pane in più tolto dalla bocca del collega, io non credo che la scuola stia morendo o che sia già morta, come si potrebbe pensare.  Dico invece che la scuola non è mai stata così viva, purtroppo, a tutto vantaggio di un programma capitalista molto preciso e raffinato, occulto, che fino ad oggi non ha mai sbagliato un colpo, perché conosce fin troppo bene la materia sulla quale opera, una materia che proprio il capitale ha creato per sé e forgiato a proprio vantaggio, proprio per mezzo della scuola, e non ha ancora finito. Le nuove esigenze del capitale, sempre più voraci, non possono essere concretizzate se non passando attraverso un'educazione di massa obbligatoria e istituzionalizzata tesa a far accettare di buon grado, anzi, persino con grande approvazione delle masse appositamente istruite, le nuove istanze del sistema produttivo. La scuola intesa nel senso etimologico del termine (scholé = tempo libero), se mai ne è esistita una veramente, si perde nella notte dei tempi, ormai non esiste più da molti secoli. Quella sì che è morta, ma è morta soprattutto nella mente istruita delle persone, che ormai non sanno più immaginarsi una società del tempo libero, senza scuola e senza autorità, senza competizioni e senza gerarchie, senza prigioni e senza polizie.
Non ci serve una nuova scuola, bensì la sua abolizione, ci serve la descolarizzazione del mondo. E' vero che facciamo tutti molta fatica ad abbandonare i dogmi, le credenze storicizzate e i pregiudizi, ma a un certo punto bisogna pur guardare in faccia noi stessi, i nostri secoli di storia e il tipo dis-umano che la scuola ha creato progressivamente nei secoli. Parlare di emancipazione mi sembra persino offensivo nei confronti dell'intelligenza, oltre che del buon senso. D'altra parte, so bene che è facile cadere nella trappola del riformismo, come se il disastro in atto non fosse dovuto a tutte le riforme ministeriali, ma oltre ad essere, il riformismo, una cosa comoda e vigliacca, utile solo al capitale, dobbiamo domandarci con chi avesse mai parlato Ivan Illich quando nel 1971 scriveva 'Descolarizzare la società', o quando John Holt respingeva categoricamente l'educazione con la quale - diceva - bisogna assolutamente farla finita. Due esempi tra gli altri, s'intende.
Anche le scuole libertarie, beninteso, se fanno di loro stesse il fine ultimo e non il mezzo, se cioè non riescono ad essere degli archi tesi attraverso cui gli individui prendono uno slancio vitale e si scagliano autonomi verso il proprio modo di sentirsi e costruirsi, diventano come quelle scuole democratiche, apparentemente libere, ma aventi sempre un controllo a monte, come le istituzioni che hanno come scopo finale se stesse, la loro perpetuazione. Quale dovrebbe essere, dunque, secondo il mio parere, il fine ultimo di una scuola libertaria? Mi sto occupando di questo argomento in altre sedi, forse un giorno vi dirò quello che penso in merito a questo argomento. Intanto grazie dell'attenzione, come sempre.

Corollario

'Negli anni ‘60, quando la mia prima figlia doveva iniziare il percorso scolastico, mi sono guardato intorno alla ricerca di una buona scuola, pubblica o privata, a cui affidare la mia amata bambina. Non sono riuscito a trovarne una in tutta Città del Messico. Alcuni amici si trovavano nella stessa difficile situazione. Allora ci siamo inventati la nostra scuola. Abbiamo fatto un meraviglioso cocktail, mescolando alla nostra creatività una grossa dose di Freinet, un po’ di Montessori, un po’ di Steiner e delle scuole Waldorf, un po’ di Summerhill, ecc. Era molto bello. Ogni anno aggiungevamo una classe, perché mia figlia potesse continuare gli studi. L’esperienza le piaceva. Ma quando lei ha finito le medie, abbiamo chiuso la scuola. A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo). Siamo dunque stati costretti a cercare percorsi alternativi'.
(Gustavo Esteva, da 'Senza insegnanti, descolarizzare il mondo' - Asterios Editore)

Il 'merito' della scuola

La pedagogia del merito, o della competenza, o dell'efficienza, cioè la scuola come viene disegnata dallo Stato riforma dopo riforma, è un progetto molto inquietante che appartiene alla classe capitalista e che prende avvio a partire da un obiettivo preciso da raggiungere: formare coscienze e cervelli dediti esclusivamente alla costruzione di una società sempre più lontana dalla sua stessa libertà, dalla pace, dalla giustizia, dalla solidarietà, da tutto ciò che è (rimasto) umano. 
La continuità logica e strutturale tra tutte le riforme della scuola è sotto gli occhi di tutti, ormai. Un grande e nefasto obiettivo lo si raggiunge soltanto a piccoli passettini e grandi inganni, e queste sono le riforme! I nostri figli stanno attraversando una fase di addestramento scolastico particolare, che dall'Uomo Utile al sistema (ma forse ancora con qualche remora) conduce all'Uomo Utile al sistema che si autocontrolla e si autopunisce allorché devia dall'obiettivo. In una logica di meccanizzazione esasperata dell'essere ormai disumanizzato, dove l'alienazione ottocentesca viene superata da una più moderna e inquietante fidelizzazione all'estraneamento di sé, si viene a formare una società finalmente - questa sì! - hobbesiana, ma dove la brutalità conseguita sarà paradossalmente trasformata in etica, ed è questo il lavoro sporco che la pedagogia del merito sta facendo. La competizione non porta ad altro. 
Siamo purtroppo ben oltre il concetto di burattini comandati, si va verso la 'burattinizzazione' autocomandata e autocontrollata dagli stessi burattini. E' evidente che, in questa prospettiva, la scuola non potrà più dare spazio alle Arti, seppur in modo limitato, controllato e circoscritto come è adesso. Infatti in molti istituti superiori l'Arte semplicemente non è mai esistita, mentre, negli altri istituti, due ore settimanali sembrano già essere fuori luogo, qualcosa che toglie spazio alle 'materie più importanti', se non addirittura qualcosa di pericoloso. E pericolosa, l'Arte, lo è davvero per il sistema che è conservatore in sé! Perché parlare di creatività, di fantasia, cioè di 'altro', di qualcosa di diverso dal consueto (diverso anche dal terribile consueto che dovrà essere nel prossimo futuro) è diventato ormai nella scuola qualcosa di molto sconveniente per i docenti, soprattutto quelli più profondi che non si accontentano delle informazioni 'offerte' dai libri istituzionali, già totalmente ammansiti e censurati dell'elemento proprio dell'Arte: l'aspetto rivoluzionario, radicale, anarchico.
Ci stiamo avviando verso la costruzione di un futuro di sfruttamento molto scuro e triste, ancora più tragico di questo presente, siamo in piena rotta, e come in questo nostro presente io penso che la moltitudine di persone, domani, sarà persino fiera di vedere la sua propria efficienza disumana. Tutto 'merito' della scuola istituzionale, obbligatoria, di massa o, per essere più corretti, tutto 'merito' dei soldatini preaddestrati che già oggi, in qualche modo non ancora codificato (ma manca pochissimo), si autocontrollano e si autopuniscono con ferocia e, nell'addestrare i bambini ad obbedire alle autorità e alla morale comune, quindi al sistema, credono persino di svolgere il lavoro più bello del mondo.

Questa cultura uccide la gioia!

Tutto ciò che è libertà è stato chiuso, cancellato, vilipeso, vietato, distrutto, attaccato, criminalizzato, in modo tale che un antico progetto antilibertario chiamato Stato potesse dichiararsi vittorioso, l'unico possibile. Ma a me duole di più constatare il fatto che l'immane e costante lavoro svolto da alcune menti interessate al progetto capitalista antilibertario sia riuscito a trasformare le vittime di questo progetto in premurosi ed efficientissimi artefici della loro stessa schiavitù. Ho parlato a volte di autopoiesi del sistema, il cui motore autoriproduttivo dei vari meccanismi autoritari è da ricercare nell'insieme dei valori e di conoscenze di cui questa nostra società è rimasta vittima, conoscenze spesso distorte, sicuramente parziali, settoriali e funzionali alla perpetuazione della società statuale. E' un'ingiustizia che si rifà continuamente, un ciclo vizioso che non troverà una fine finché le masse continueranno ad agire come tali, cioè in base a quell'unica visione del mondo calata dall'alto, data loro in pasto ogni giorno fin dalla tenerissima età: cultura autoritaria-militare-mercantile. Il riformismo non serve proprio a niente, anzi, fa il gioco della macchina del Dominio, è un travestimento gattopardesco buono solo per illudere le masse: abbiamo accumulato abbastanza Storia (troppa!) per poterlo affermare con veemenza. 
Anche l'educazione è diventata una parola troppo idolatrata, una di quelle parole che si tiran fuori quando si vuol ricevere un'approvazione conformista. Parola da troppo tempo svuotata del suo vero significato, retorica, solo stupida retorica che nasconde una tragedia immensa, quella dei tanti popoli soggiogati che si autocostruiscono le catene e se le difendono, per convinzione dogmatica: di quest'autocostruzione qualsiasi potere si giova, qualsiasi! Così, se ormai la libertà fa purtroppo paura ai moltissimi, se addirittura non si riesce più a concepire una vita senza padroni e bastoni, io vorrei dire che questa è una società di morti! e che no, per quanto mi riguarda, la libertà di vivere senza autorizzazione non mi fa paura, e come potrebbe? anzi, è la mia personale ricerca della 'joie de vivre'. Ma la mia libertà può compiersi soltanto quando anche gli altri sono liberi, non finisce affatto dove inizia quella degli altri, ma vi si compenetra in un'amplificazione reciproca che moltiplica l'estro vitale di tutte le parti in causa. In qualche parte del mio passato ho vissuto direttamente questo fenomeno umanissimo, dove la libertà è stata amabilmente condivisa, non limitata. Lo so, sembra assurdo ragionare in questi termini in una società autoritaria che si addestra ormai da sola all'autocostruzione dei recinti e all'amore per essi. Per me invece è assurdo pensare di essere liberi quando non lo si è affatto! Vorrei chiudere dicendo che queste parole non sono altro che rigurgiti casuali di momenti effimeri passati davanti a un computer. Non ho nessuna morale per alcuno. Solo saluti.

Spesso il male degli esperti ho incontrato

Proviamo a immaginare una situazione dove vige una certa serenità, o comunque una non-necessità di modificare le cose. Nonappena si istituisce un esperto o uno specialista di quella data situazione, immediatamente compaiono i problemi da dover risolvere, e anche in fretta, pena sicuramente qualche cosa! emerge cioè il bisogno di riformare quella data situazione, anche se nessuno prima sentiva effettivamente la necessità di farlo. Guardiamo ad esempio il nostro pc, il tavolo dove è poggiato (il primo esempio che mi viene in mente adesso, ma il paradigma si applica ormai a tutto ciò che è società istituzionalizzata), tuttosommato il nostro tavolo ci piace, gli oggetti intorno sono disposti in modo forse casuale ma perfettamente funzionale ai nostri effettivi bisogni, al nostro gusto estetico, rispondono ad esigenze assolutamente personali, pratiche, e siccome siamo ormai adulti, non più dei bambini in perenne stato coercitivo, del nostro caos sul tavolo non ne dobbiamo rispondere a nessuno. Certo, sul mio tavolo-da-pc adesso c'è della polvere, anche il pc è impolverato, e la cosa non dico che mi faccia esultare di gioia, ma questa polvere posso ben toglierla da solo, quando voglio io, se lo voglio, anche perché non dà fastidio a nessun altro. Ma ora istituiamo un 'esperto di tavoli-da-pc', diamogli anche una laurea in modo tale da riconoscerlo tutti come 'esperto di', e vedremo immediatamente che costui o costei, riguardo al nostro tavolo, dovrà trovarci per forza qualcosa da modificare, dicendoci che altrimenti, se dovesse rimanere così com'è, unico e libero, sarebbe un problema per qualcuno o un pericolo per qualcosa.
Paradossalmente e inevitabilmente, come ha ben evidenziato quella mente gigante di Ivan Illich nelle sue pregevolissime analisi sociali, là dove si istituisce un 'esperto-di-qualcosa' nascono purtroppo i problemi. Se l'esperto non inventa o non trova qualche problema 'di sua esclusiva competenza', questo esperto non avrebbe alcun motivo di esistere. Ergo... E se prima tu stavi tanto bene col tuo personalissimo tavolo-da-pc, adesso, poiché riconosci l'esperto come tale, ti convinci di aver bisogno di risolvere urgentemente quel dato problema fatto emergere dall'esperto. Non si scherza, quell'esperto è un laureato, e quindi sa bene cosa serve alla nostra vita davanti al pc! L'istituzione provvederà, se non lo ha già fatto in precedenza in previsione di creare a bella posta l'esperto dei tavoli-da-pc, a scrivere una legge specifica che punisce i trasgressori o i dissidenti dei tavoli-da-pc. (La legge calata dall'alto non è tale se non punisce o terrorizza chi la deve rispettare. Che volete farci? noi non abbiamo una coscienza o un'etica, nemmeno una volontà nostra, ci servono altre persone come noi a guidarci col terrore e la forza. E siamo sempre e solo noi a dare a un pugno di persone il diritto di esercitare la forza su di noi. Incredibile, no?). Allora, dicevo, la legge unificherà, omologherà tutti i tavoli-da-pc, ne deciderà persino la dimensione e il colore, il numero massimo di oggetti che possono stare sul piano, la loro disposizione... la legge ti imporrà quindi, per la tua sicurezza e il tuo bene (dice), un ordine ben preciso deciso da qualcuno che non sei tu, che non può avere le tue stesse esigenze, un ordine che non risponde più ai tuoi bisogni effettivi, e tu, da quel momento, potrai fare solo due cose: adattarti alla legge e all'omologazione sociale, rinunciando alle tue vere esigenze e alla tua stessa personalità, unica al mondo, e trasformandoti presto anche tu - ahimé - in un 'agente dell'ingiustizia'* che denuncia il suo vicino di casa per il suo tavolo fuori legge, e gli farai persino la guerra in nome della legalità e dell'educazione, oppure sarai fiero di essere etichettato come dissidente, rivoluzionario, eretico, sovversivo, criminale, sabotatore, disertore... Mi auguro che la metafora sia chiara, come la morale.
Mi ricordo gli scritti di Errico Malatesta quando parlava del rapporto indissolubile tra organo e funzione in riferimento agli esperti della violenza istituzionale: 'Organo e funzione sono termini inseparabili. Levate ad un organo la sua funzione, o l'organo muore o la funzione si ricostituisce. Mettete un esercito in un paese in cui non ci siano né ragioni né paure di guerra interna o esterna, ed esso provocherà la guerra, o, se non ci riesce, si disfarà. Una polizia dove non ci siano delitti da scoprire e delinquenti da arrestare, inventerà i delitti e delinquenti, o cesserà di esistere'.
Con ciò non sto disconoscendo le competenze di qualcuno o di qualche categoria di professionisti, sia chiaro, dico solo, come dice Illich, che l'istituzionalizzazione anche delle competenze specifiche è sempre nefasta nei suoi scopi reconditi e funzionali soltanto alla società capitalista. Viva dunque tutte le competenze, ma libere da qualsiasi obbligo sociale e legale! Niente imposizioni! Se nei paraggi si trova adesso qualche esperto di tavoli-da-pc, sappia che lo interpellerò soltanto quando ne sentirò davvero l'esigenza. Per ora sto benissimo così: nessun problema sul mio tavolo. E di ciò che mi riguarda da vicino, che è la mia stessa vita, sono io il più esperto tra tutti i sedicenti esperti, siano essi laureati o no. Spero sia chiaro anche questo concetto.

* A causa del rispetto della legge, perfino le persone oneste sono quotidianamente trasformate in agenti dell'ingiustizia' (Henry David Thoreau)
 

Unioni gay, adozioni, famiglia, morale cattolica... ma quante storie!

Per quanto mi riguarda, la questione delle unioni gay e della relativa adozione di figli è soltanto una falsa questione, una di quelle diatribe che tengono acceso il dibattito, le luci del teatrino mediatico, ma anche la distrazione dal punto cruciale ed essenziale, quello dell'autorità familiare, di qualsiasi genere essa sia. Mi fa innervosire l'ardore con cui la folla si addensa di fronte alle due opzioni messe in campo e di conseguenza, come sempre, perde di vista o ignora completamente il contesto o il punto nevralgico della questione. Non sarà che esiste un punto di vista diverso, almeno uno diverso, ragionato e sicuramente più autonomo, da quello imposto da chi sta creando questo - a mio avviso - inutile dibattito mediatico? Io ad esempio, sul tema che in questi giorni sta facendo scaldare le folle, ho un parere diverso. Riguardo alle coppie gay (se fosse per me eliminerei anche l'etichetta 'gay') mi sembra che nel dibattito venga tralasciato proprio quell'aspetto del potere interno alla famiglia, del Dominio, di cui vittime predestinate sono, ahimé, sempre i figli. E il guaio è che qualcuno, nel suo dibattere, dice anche di sapere quale sia il bene dei bambini e di volerlo preservare! Ma andiamo avanti. 
Nessuno può dimostrare che una coppia gay non si predisponga in maniera egualmente gerarchica autoritaria, proprio come una famiglia tradizionale, nei confronti di se stessa e dei figli. Tutt'altro, io so che l'educazione, il tipo di cultura che ci viene inculcata obbligatoriamente attraverso la scuola e gli altri media conduce tutti ('maschi, femmine e cantanti') alla stessa concezione autoritaria della famiglia e di qualsiasi altro elemento sociale istituzionalizzato e organizzato legalmente. Voglio dire che in questo tipo specifico di società non facciamo altro che costruire piramidi in ogni dove, con qualsiasi tipo o genere di materiale. Capiamo la metafora.
Per quanto mi riguarda, penso perciò che di fronte all'esercizio del potere dato sempre come fatto culturale pedagogizzante formativo, nulla cambia se una coppia è omosessuale o etero, o se la famiglia è di tipo tradizionale o progressista, stretta, allargata, comunitaria, o come-caspita-volete-voi. Laddove vi è autorità e gerarchia, cioè Dominio, cioè qualcuno che comanda e qualcun altro che deve obbedire contro i propri interessi, non può mai esserci libertà e umanità, con tutto ciò che questo comporta e che ormai abbiamo imparato a conoscere. Per cui, detta papale papale, a me non importa il modo in cui ognuno concepisce la propria famiglia, è invece auspicabile che non vi sia alcuna istituzionalizzazione delle unioni decise liberamente da chicchessia, e che dentro ogni tipo di contesto affettivo nessuno abbia a comandare e nessun altro debba obbedire e subire le decisioni prese dal vertice. Il potere è sempre distruttivo e immorale, generatore di violenza e ingiustizia, a prescindere da chi lo esercita, perciò semmai per me la questione centrale è solo questa, non certo il 'come deve essere quello/a che dovrà indossare i pantaloni'. Chi dibatte su adozioni gay sì e adozioni gay no, è esattamente come quello che si dispone a destra o a sinistra, in spazi ideologici calati dall'alto, senza capire che il vero problema è il potere in sé, non la parte politica che lo eserciterà.
Fin qui le mie parole, ma cosa dice ad esempio uno che per tutta la vita si è occupato professionalmente di famiglia, figli, educazione, pedagogia, salute psicofisica dei bambini? Parlo di Marcello Bernardi. Forse può essere utile leggere anche il suo punto di vista. Trovo queste sue parole, e le trascrivo di seguito, non sono esaustive, beninteso. Un motivo per riflettere intimamente su altri punti di vista, se ci va di farlo.
'...L'importante, mi pare, è non lasciarsi sopraffare dall'imposizione di modelli dati come ineluttabili. Per esempio dal modello della famiglia nucleare. Questo modello è in crisi, l'abbiamo sentito dire infinite volte e da infinite parti, ma non si riesce a superarlo. Il che vuol dire che ogni persona lo deve superare in proprio. Non è il caso di aspettare che i soliti Esperti ci suggeriscano la soluzione. Non è il caso di stare a vedere che cosa succederà nella cosiddetta 'famiglia aperta', se mai si riuscirà a realizzarla. E' il caso di aprire subito la propria famiglia, e se stessi, secondo linee e scelte che non possono essere che personali. Posso dire solo questo: che i disturbi del carattere e della socializzazione, che come pediatra vedo quotidianamente in un numero crescente di bambini, mi spingono a pensare che sia urgente uno sforzo comune, di ciascuno e di tutti insieme, per andare oltre gli schemi che ci sono stati imposti. E che ci sono imposti ancora, nonostante tutte le più clamorose dimostrazioni del loro fallimento. Sia la figura materna che la famiglia possono sottrarsi, anche senza riforme, alla istituzionalizzazione, e quindi recuperare la loro qualità affettiva. Possono respingere le tentazioni dell'appropriazione, della iperprotezione, della chiusura, dell'isolamento. Meglio farlo subito, perché nel frattempo la fabbrica dei nevrotici seguita a funzionare'.

Immagine: Paul Gauguin, 'Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo' (particolare).

Normalità criminale

La realtà, voglio dire questo tipo di realtà, la quale non salta fuori dal nulla ma da una precisa intenzione progettuale, un preciso disegno pedagogico-culturale che sottrae forza e persino valore a quello naturale, non ha che l'oscurantismo come strumento ideologico effettuale di perpetuazione. Ma non è poco! E tu, lettore o lettrice, puoi anche sfogliare un qualsiasi vocabolario per leggerci dentro la definizione di oscurantismo, se lo desideri, ma io adesso avrei solo desiderio di dire che questa realtà, così com'è, come pare voglia rimanere per chissà quanto altro tempo, si riassume nel ricordo di uno scambio di battute che ho avuto qualche tempo fa con una bambina di soli 11 anni - sottolineo questa giovane età - la quale, un giorno, con aria irritata di sfida nei miei confronti, non ha esitato nemmeno un secondo a tirarmi addosso le seguenti parole: 'se tu non credi in dio, allora io e te non siamo più amici'. Naturalmente la bambina si riferiva al suo dio o, direi forse meglio, a quell'astrazione dogmatica esclusiva (che esclude, appunto) inventata dagli esseri umani che ogni istituzione religiosa pretende essere universale e unica e giusta al mondo, e che la bambina si è ritrovata suo malgrado a dover accettare in questa specifica regione del mondo statalizzata, non più libera. Non era certo lei, la bambina, a parlare in quel modo; erano i suoi genitori, era il parroco, erano i suoi professori, era la cultura borghese, era tutta questa società istituzionalizzata, era chi volete voi, ma di certo non era lei.
Ecco che, per effetto della cultura imposta e assunta fin dalla tenera età come normalità da difendere e perpetuare, a 11 anni di età non si è già più soggetti, individui autodeterminati, ma massa, oggetti sottoposti alla biopolitica, elementi passivi e aderenti a una società di conformisti, teste acritiche che pensano e agiscono sulla base di ciò che qualcun altro ha deciso dall'alto, braccia che difendono chi, dall'alto, stabilisce per loro che cosa sia giusto o sbagliato, vizio o virtù, normale o deviato, vero o falso, buono o cattivo. Personalmente ne ho abbastanza di queste arbitrarietà culturali, se non altro per una questione di età, non certo per una coscienza storica alla quale non credo gran che, anzi, direi che se in circa 5 mila anni di sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo siamo ancora a questo stadio di oscurantismo e sfruttamento, dove si ripetono i medesimi errori del passato senza neanche avere la minima intenzione di capire alcunché dalla Storia per invertire finalmente la direzione, vuol proprio dire che la coscienza storica è solo una favoletta. Mitologia.
 Dividi i popoli in squadre e partiti politici, fabbrica ruoli, miti di efficienza competitiva in nome di un illusorio progresso, inventa dèi e religioni, confini e bandiere, decreta chi sono i buoni e i cattivi, coltiva dunque in questo modo attriti d'ogni sorta, odio, violenze, e quando i popoli si vedranno così abbrutiti a tal punto da sgozzarsi in guerra a vicenda, portando una divisa addosso che è giunta a rivestire il corpo solo dopo aver rivestito prima il cervello, dando assurdamente la colpa a se stessi e persino alla biologia, allora ti chiameranno a gran voce per essere governati, proprio tu, che sei esattamente come loro, voglio dire con umane membra, e che da uno scranno mediatico prometti sicurezza e prosperità. Quando nessuno o quasi sa più immaginarsi la libertà, pensandola addirittura come un pericolo, allora succede tutto questo.. Lo vediamo, purtroppo.

L'esperienza, presupposto del buon apprendimento.

Possiamo riconoscere senza alcuna difficoltà che l'esperienza diretta è quella che sta alla base di ogni buon apprendimento. Lo si scrive da almeno 2600 anni. Eppure la nostra cultura ritiene ancora, attraverso una reiterata e immutata serie di pretesti e di fasulle convinzioni, che i bambini e le bambine debbano imparare fin da subito a sapersi privare della possibilità di fare esperienze dirette e ad essere rinchiusi/e dentro coloratissimi loculi scolastici o familiari. Divieto di esperienza, dunque, che vuol dire anche divieto di trarre piacere dall'autonoma scoperta, dalla libera ricerca, dalla spontanea creatività, dal naturale autoapprendimento, ecc.
Per l'anno nuovo, quello solare che sta per aprirsi, io non ho buoni propositi, perché ce li ho tutti cattivi, come sempre. E quelli farò. Mi auguro infatti di poter dare ancora ai bambini la voglia di evadere o sabotare tutti quei luoghi 'dove molti uomini si rinchiudono o vengono rinchiusi', in cui viene vietata l'esperienza e la gioia, come pure la possibilità di essere pienamente se stessi o quel che si desidera essere. Vorrei continuare a rimanere vicino ai bambini per non imporre loro nulla, per non ostacolare il loro bisogno naturale di vivere, di rifiutare la pedagogia del dover essere, della competizione, della noia ripetitiva, dell'obbedienza, della prevaricazione come valore indispensabile. Se eresia vuol dire creatività, opportunità di emancipazione per il genere umano, liberazione dai dogmi di ogni genere, allora vorrei continuare ad essere additato come eretico di fronte all'oscurantismo di colleghi e colleghe, di dirigenti scolastici e società educata. Continuerò a lasciar decidere i bambini e le bambine le cose che vogliono fare o non fare. Questo, seppur rimanendo - ahimé - all'interno di una cella, ma stabilendo con loro nuovi legami di complicità fondati sul rispetto reciproco, e decidendo sempre insieme il da farsi.
Certo, di vincoli ce ne sono una infinità dentro una scuola istituzionale, vincoli ed ostacoli anche materiali che non permettono di mettere in pratica una reale pedagogia dell'esperienza, né di attivare tutti gli strumenti per favorire lo sviluppo della responsabilità personale, perché, vorrei ricordarlo, libertà vuol dire anche assunzione di responsabilità che si esprime sulla base di una moralità propria, umana, non condizionata. E l'unico modo per imparare la libertà (e quindi la responsabilità) è quello di viverla. Ma come dice Marcello Bernardi:
'Tutti i tipi di esperienza sono guardati con grandissimo sospetto dai genitori, insegnanti e padri spirituali, e impediti nei limiti del possibile. A meno che non si tratti di esperienze programmate e controllate da coloro che si dicono educatori, preferibilmente nell'ambito di quei due istituti di reclusione che sono la casa e la scuola'.
La nostra società, purtroppo, ed ogni eccezione conferma la regola, continua a plasmare/produrre bambini e bambine sull'identico modello pedagogico mercantile e competitivo, antropocentrico e fascista, e questo modello, a sua volta, genererà cloni sociali della stessa caratura valoriale che lo difenderanno e perpetueranno. E' un cane che si morde la coda, e se la morde essendo spinto da falsi pretesti, dai soliti luoghi comuni. Diciamolo: 'chi si fida a concedere un'autonomia a questi scapestrati ragazzini? E' la domanda che si pone Marcello Bernardi scimmiottando gli adulti terrorizzati all'idea di dover lasciare i bambini liberi.
'E se si allontanassero dal loro terreno di cultura, se riuscissero a sfuggire alla custodia familiare e scolastica, se incontrassero delle cattive compagnie, se imparassero che si può essere diversi da come li vogliono i grandi che sanno qual è il loro bene? No, no, andiamoci cauti. L'autonomia, per i nostri bravi educatori, va bene solo per chi non ne ha più bisogno, cioè per l'adulto ormai inserito nel sistema. Non ne ha più bisogno, costui, semplicemente perché non è più capace di farne nessun uso.
Si vorrebbe che l'individuo, dalla nascita al servizio militare, facesse e conoscesse solo quello che scelgono gli altri, quelli che 'ne sanno più di lui'. Lo si vorrebbe sempre a portata di mano, sempre sotto controllo. Che poi non ci si riesca, è un altro affare. Il fallimento, giustificano gli aspiranti controllori, è un segno di questi tempi nefandi, è la conseguenza della generale corruzione e del ben noto 'tramonto dei Valori'.
Se un bambino, o un ragazzo, può disporre degli strumenti che gli servono, e in primo luogo di quel tanto di autonomia che gli permetta di fare le sue esperienze, egli evolve e progredisce. E da questa sua autocostruzione nasce in definitiva la sua regola di vita. Non dalle indicazioni più o meno autoritarie che gli vengono date dagli altri [...] Il compito del rapporto educativo, diciamolo ancora una volta, non è quello di stampare in un individuo determinate qualità, ma bensì quello di aiutare l'individuo a sviluppare le sue qualità'. (M. Bernardi: 'Educazione e libertà', Rizzoli).
A scanso di equivoci, sempre facili a venire a galla in questi casi, direi che 'aiutare' non dovrebbe mai tradursi con il pretestuoso 'te lo impongo per il tuo bene'. Aiutare significa anzitutto incontrarsi in un rapporto non gerarchico, paritario, libero, dentro un contesto altrettanto libero, svincolato da burocrazie e strutture competitive. Il resto è vera vita. Buon anno nuovo a voi.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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