Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -
Data Rivoluzionaria

Genova 2001-2026: a 25 anni dall'uccisione di Carlo Giuliani

 


Perché, secondo noi, è importante parlare di Genova 2001? 
Riusciamo oggi a concepire un movimento antifascista e anticapitalista, pacifico, solidale e internazionale, capace di radunare a Genova 300.000 persone, oltre a 1.187 sigle tra associazioni, partiti, centri sociali, sindacati e ONG italiane ed estere, per lanciare un netto e potente NO a un sistema disumanizzante? 
Dobbiamo provare a immaginarlo, ci indirizziamo soprattutto ai giovani. Perché, dopo l’assassinio di Carlo Giuliani e la brutale macelleria poliziesca - coordinata da una regia precisa, decisa e voluta - è tornato a imperare ciò che il sistema definisce 'ordine', il suo, autoritario. Con esso sono tornati il silenzio, l’atomizzazione dei gruppi e il dissolvimento del corpo fisico del grande movimento, insieme al consueto bavaglio censorio su tutto ciò che quel movimento ha rappresentato e potrebbe ancora rappresentare, se solo lo si volesse. 
Secondo la scrittura teatrale quasi estemporanea del regista e attore Fausto Paravidino, il sottosegretario del governo di allora, raggiungendo Silvio Berlusconi, dichiarò testualmente: 'Presidente, c’è IL morto'. Non disse 'un morto', ma proprio 'c'è IL morto': esattamente ciò che il sistema si aspettava. Nello stesso frangente, Gianfranco Fini, leader del partito erede del fascismo storico, con tempismo eccezionale si affrettò a difendere il carabiniere che ha sparato a Carlo, invocando la legittima difesa. 
Da quei giorni, segnati da un intenso trasporto solidale dal valore internazionalista ma volutamente sporcati da armi da fuoco, infiltrati e manganelli, il movimento è stato costretto a disgregarsi. E' iniziata così una nuova fase di 'pedagogizzazione' delle masse, volta all’estirpazione di ogni anelito di comunità internazionale e alla ricostruzione di disvalori fascisti. Si tratta di una fase di consolidamento del fascismo (che non è morto nel 1943/1945) che corre parallela alla criminalizzazione dei movimenti solidali, un processo ininterrotto che giunge fino ai giorni nostri. 
I cosiddetti 'decreti sicurezza' - espressione della scienza repressiva propria di qualsiasi governo - non sono misure isolate, ma i diretti discendenti di quella violenza di Stato scatenata al G8 di Genova: rappresentano l'istituzionalizzazione del 'paradigma securitario' sperimentato nel 2001. 
Riprendere oggi il discorso di Genova, nella sua interezza, inclusa la denuncia della repressione, infliggerebbe un colpo durissimo al sistema imperialista e alle sue derive autoritarie. Smascherare la continuità tra il carabiniere che sparò a Carlo Giuliani e le attuali norme anti-protesta significherebbe anzitutto capire gli sviluppi della propaganda permanente. Crediamo ce ne sia un urgente e vitale bisogno: solo riannodando quel filo spezzato si può ricostruire un movimento capace di opporsi alla normalizzazione del fascismo e alla distruzione del senso di comunità solidale. 
Vicini alla famiglia di Carlo, che non dimentichiamo.

Immagine: il primo grande corteo dei migranti del 19 luglio 2001, che ha aperto i giorni di protesta No-Global.

Coltivare la pace: l'infanzia contro la competizione

 


N
on sono la guerra e la competizione a portare felicità nei cuori, ma la pace e la solidarietà. Un individuo è felice quando vive in pace: su questo, tutti gli uomini e le donne di buon senso possono concordare. 
Prendiamo ora un bambino non ancora scolarizzato e lasciamolo interagire liberamente con gli altri. Poiché è ovvio che cercherà il proprio piacere e la propria felicità, è naturale che ricerchi rapporti pacifici e solidali, non il conflitto. Scapperà da chi non lo rende felice e cercherà legami e amicizie sincere. Per sua natura, l’infanzia è priva di sovrastrutture: al bambino non importa il colore della pelle, le religioni o i confini nazionali. Non conosce il significato della parola 'nemico'. Il bambino naturale possiede inoltre una fantasia straordinaria. Perché, dunque, non permettergli di crescere preservando questa natura? Cosa crediamo di 'migliorare' mandandolo a scuola, formandolo per essere un ingranaggio di questa società progettata appositamente per essere violenta e distorta? 
Al contrario, rischiamo di peggiorarlo, inculcandogli una cultura fondata sul conflitto, sulla competizione, sulla punizione per chi sbaglia e sulla ricompensa per chi obbedisce. Eppure ogni essere vivente nasce con un unico desiderio: vivere in pace e godere della felicità che deriva dall’essere libero e in relazione solidale con gli altri. 
La scuola serve solo se l’intento è spezzare il legame spontaneo e naturale che unisce l’individuo al suo prossimo e al circostante. E ci riesce benissimo.

La scuola come agenzia di conservazione: quando l'istruzione alimenta la superstizione sociale

 


B
isogna scavare un po’ in profondità nelle coscienze della folla conformata e plasmata dalla scuola per rendersi conto che, ancora oggi, essa ragiona in modo errato come faceva in passato riguardo alla natura umana - intesa come entità biologica e genetica - ritenendo che la malvagità umana appartenga solo a certi strati della popolazione, a determinate categorie sociali o a specifiche razze. Sì, proprio razze! 
Se andiamo a indagare, come accennavamo, emerge che per la maggior parte delle persone - anche se faticano ad ammetterlo apertamente - le razze umane esistono davvero, così come esisterebbero inclinazioni criminali di origine genetica, come ai tempi di Lombroso. La prova? Basta leggere i commenti sotto un titolo di giornale come 'giovane uomo rapina un negozio in centro': subito qualcuno chiede: 'Di che nazionalità è?', oppure: 'Sarà un drogato?', o ancora: 'Vengono dalla periferia a fare danni in centro'. E via dicendo. Difficilissimo far ragionare queste persone sui meccanismi sociopolitici che sono alla base delle decisioni e obbligano certe persone a compiere certe azioni. Ripetiamo: meccanismi sociopolitici. Siamo quindi purtroppo ancora ai tempi di Lombroso, anche se lo si vuol negare, immersi nell’ignoranza pseudoscientifica delle 'razze umane' e delle categorie sociali classificabili. 
Eppure, proprio le masse scolarizzate (cioè istruite e educate dalla cultura imperante) insistono nel dire che la scuola serve a formare il pensiero critico e a emancipare. Sciocchezze! Come constatiamo ogni giorno, essa fa esattamente il contrario: nella realtà dei fatti, la scuola è il luogo dove vengono perpetuati e alimentati concetti di conservazione, stereotipi e superstizione. 
Ed è su questa base valoriale, sulla nostra cultura, su questo strato solido di ignoranza profonda, che certi politici fanno leva per poi avere consenso. E ce l'hanno! E dato che la scolarizzazione è un fenomeno mondiale, è chiaro che i suoi risultati non sono osservabili soltanto in Italia. Poi, un giorno, per caso, ci capita di osservare dei bambini che se ne fregano delle razze, delle religioni, del colore della pelle e di ogni 'provenienza' e diciamo allarmati: 'dobbiamo portarli a scuola, altrimenti chissà cosa ci diventeranno!' Eh già, cosa ci diventeranno? Non sia mai poi che ci ritroviamo con qualcuno di diverso da noi, qualcuno davvero umano e che non saprà che farsene dei governi! - come dicono padroni, presidenti, dirigenti e governanti d'ogni risma.

La ricostruzione di una morale umana passa attraverso la descolarizzazione della società

 


I
l bambino cresce immerso in un contesto specifico, plasmato da logiche educative e radicato in una determinata cultura. Fin dai primi anni, assorbe modelli di pensiero e comportamento che diventano la lente attraverso cui interpreterà il mondo per tutta la vita. E qual è l’insegnamento più profondo che i bambini ricevono dalla nostra cultura? Quello dell’autoritarismo: l’idea che ogni problema trovi soluzione nella punizione, nel controllo, nella repressione. 
Crescendo, queste persone vedranno ogni conflitto come una colpa da sanzionare, ogni diversità come un nemico da combattere, ogni problema come il pretesto per incolpare qualcuno, per punirlo, credendolo la causa quando invece, se siamo bravi a riflettere e ad analizzare, ne è un effetto. 
Viviamo così in una società in cui le risposte dominanti sono sempre e comunque autoritarie: si cerca un colpevole da perseguire, un gruppo da emarginare, un potere da esercitare. E' quasi impossibile far comprendere - anche di fronte all’evidenza dei fallimenti - che agire sugli effetti, scambiandoli per cause, è un gesto inutile. E' inutile affidarsi alla legge perché, come scriveva Thoreau, essa non ha mai reso gli uomini più giusti. E' inutile riempire le prigioni, è inutile legalizzare l’omicidio di Stato: nulla di ciò ha mai risolto i nostri problemi, li ha invece acuiti e moltiplicati. E' storia.  
Quello di cui abbiamo bisogno, invece, è una ricostruzione radicale della morale: non una morale imposta, gerarchica, punitiva e dottrinale, ma una morale umana, viva, condivisa. Essa nasce dal mutuo appoggio, dal profondo rispetto per la vita in ogni sua forma, dal riconoscimento del valore intrinseco di ogni essere vivente. Si costruisce non imponendo regole dall’esterno, ma praticando quotidianamente la libertà vissuta, condivisa, non normata. Si trasmette quando smettiamo di imporre ai bambini l'idea che la nostra cultura sia giusta, buona, l'unica, universale e assoluta. Perché non lo è! Quello che diamo per scontato e giusto è soltanto il prodotto di un condizionamento culturale storico: solo riconoscendolo come tale possiamo aprirci a una morale autentica, umana, fondata sulla solidarietà, non sulla coazione o l'autorità. 
La scuola è colpevole perché insegna tutto l'opposto di ciò che ci servirebbe davvero come esseri umani e vite che vivono in armonia tra loro. La scuola non insegna a pensare, insegna a ubbidire e a ripetere gli errori, creduti colpevolmente percorsi giusti, o scelte logiche. La scuola non insegna a praticare la libertà, semmai la sopprime e insegna ai bambini ad averne paura.

Burocrazia a scuola: l'utopia delle regole.

 


Cosa dice l'antropologo David Graeber circa la burocratizzazione della/nella scuola? 

  • Dal suo libro 'L'utopia delle regole' (The Utopia of Rules: On Technology, Stupidity, and the Secret Joys of Bureaucracy).
  •  Edizione italiana: 'Burocrazia, perché le regole ci perseguitano e perché ci rendono felici'. Il Saggiatore, 2016.

L’espansione della burocrazia nella scuola non è un malfunzionamento del sistema pubblico, ma il risultato di una fusione tra Stato e mercato, dove la promessa di deregolamentazione ha paradossalmente generato un aumento esponenziale di regole e procedure, alimentando un ibrido mostruoso tra i peggiori elementi dello statalismo e del capitalismo; così, mentre i genitori trascorrono settimane a compilare moduli online lunghissimi per iscrivere i figli a scuole 'dignitose', i docenti sono sempre più oberati da compiti amministrativi e relazioni di progetto, non per migliorare l’insegnamento, ma per soddisfare logiche di rendicontazione e controllo manageriale che trasformano l’istruzione in un apparato burocratico.
Questa burocrazia, lungi dall’essere neutra, serve a nascondere obiettivi di profitto e dominio sociale, imponendo regole impersonali e arbitrarie che soffocano la creatività, il pensiero critico e l’autonomia degli insegnanti, riducendo studenti e docenti a clienti e l’istruzione a una serie di adempimenti formali, in un processo che David Graeber definisce burocratizzazione totale, sostenuta anche da una crescente richiesta di credenziali accademiche che indebita le classi medie e lavoratrici, rendendole più dipendenti dal sistema finanziario e meno libere, mentre la burocrazia stessa, con la sua prevedibilità, esercita un fascino ambiguo nato dalla paura della libertà e dall’illusione che le regole siano universali, quando in realtà vengono applicate per favorire chi le ha create, marginalizzando proprio quelle menti più creative e critiche che la scuola dice - sapendo da sempre di mentire - di voler coltivare.

P.S. Il libro si occupa della burocratizzazione di tutti i settori della società, non solo della scuola. 

L'edizione italiana



Educazione sessuo-affettiva a scuola? Anche no!

 


 La scuola, fino a oggi, ha portato avanti il suo 'programma occulto' talmente efficacemente e all'insaputa della maggior parte dei suoi attori (docenti, studenti, ata...), da imporsi, nell'immaginario collettivo, come il luogo sacro e insostituibile, unico, della Sapienza Universale. Che ingenuità e quale errore! Perciò, di fronte allo sfacelo sociale, la gente la invoca ancora come soluzione di ogni problema invece di riconoscerla come causa. E' un circolo vizioso progettato per impedire il cambiamento e, anzi, peggiorare le cose. Ricordiamo a tutti che l'introduzione dell'obbligo di istruzione scolastica è stato voluto dalle classi egemoni, se ne indovini il motivo. Il dramma è vedere un popolo che difende la scuola anziché lottare per smantellarla, chiamandola anche a risolvere questioni intime come l'educazione sessuale. 
 La scuola - chiederà l'ingenuo - non dovrebbe quindi insegnare l'educazione sessuo-affettiva? Assolutamente no, risponderemo noi. Pochi lo comprenderanno. E questo perché la scuola è riuscita a farsi percepire come l'unico sacro totem del Sapere Universale, a cui delegare tutto, anche il personale, il privatissimo. Se avessimo chiesto a Pasolini cosa pensasse dell'educazione sessuale inculcata nelle scuole, ci avrebbe risposto ripetendo le parole che aveva scritto nel 1975: «Mi angoscia letteralmente l'idea che vi venga aggiunta una educazione sessuale». Così scriveva il poeta e pedagogo Pasolini nel suo articolo per il Corriere della Sera dove, tra l'altro, indicava nell'abolizione della scuola la soluzione del problema della violenza sociale.
Allo stesso modo, il famoso pediatra e pedagogo Marcello Bernardi - chi non lo conosce farebbe bene a documentarsi - sosteneva che introdurre l'educazione sessuale nei programmi scolastici fosse un vero abominio. Probabilmente molti lettori non ne comprenderanno il motivo, neppure se lo si spiegasse (e non lo faremo qui), fintanto che continueranno colpevolmente a considerare la scuola come un’autorità illuminata e astratta davanti alla quale prostrarsi con reverenza come di fronte a un altare. Sbagliano coloro che temono che l’assenza dell’educazione affettiva nelle scuole provocherebbe danni: è esattamente il contrario (rimandiamo ancora a Pasolini per la spiegazione del nesso tra la scuola e l’origine della violenza sociale). 
Quei governi che si rifiutano di introdurre vim legis l'educazione sessuo-affettiva nelle scuole non lo fanno perché, come pensa la maggior parte della gente, non vogliono che i giovani imparino il rispetto o l'amore, ma lo fanno perché sono governi ignoranti (essendo essi espressione della massa e credono anche loro che la scuola emancipi) e quindi, alcune volte, quel tipo preciso di governo, vietando certe cose che qualcuno vorrebbe fossero imposte col metodo scolastico, fa inconsapevolmente del bene. Domandiamoci piuttosto come mai la chiesa - somma maestra di oscurantismo e conservatorismo - vuole invece che i giovani imparino l'amore all'interno delle celle scolastiche, con registri, griglie, schemi, obblighi, decaloghi, divieti, obiettivi e voti, e non, invece, come sarebbe giusto e ovvio, nella libera, gioiosa, serena, non competitiva e plurale relazione con il prossimo, di qualsiasi sesso esso sia, e seguendo spontaneamente il sentimento innato che, essendo tale, non può e non deve mai essere insegnato da alcuno, men che meno da 'specialisti' scolarizzanti affiliati al sistema. Riflettiamoci.

Il mondo che desideriamo è già dentro il bambino!

 

L
'errata convinzione che il potere sia uno strumento necessario e propulsivo del progresso umano ha condotto l’umanità a un impoverimento non solo materiale, ma profondamente esistenziale. In questa deriva, è il bambino non scolarizzato a incarnare, spontaneamente, ciò che l’umanità cerca invano: un’essenza libera, integra, autentica, presente a se stessa. E' in lui che risiede una naturale immunità alle distinzioni razziali e ai confini nazionali, artifici di divisione che gli adulti erigono con ostinazione e in cui credono ciecamente. 
Indifferente ai dogmi religiosi che, come storia insegna, sono fonte di divisioni, conflitti e guerre, il bambino vive un’armonia interiore esente da pregiudizi e dogmi, nutrita da una curiosità insaziabile e da una creatività formidabile. Possiede, inoltre, un’innata autodeterminazione che gli impedisce di piegarsi a forme di soggezione padronale o sottomissione. Il bambino, dunque, incarna una forma di società diversa: orizzontale, libera, aperta, proprio ciò che il potere, nella sua logica di controllo e omologazione, non può tollerare; e si capisce perché lo voglia educare e omologare. Per questo ne è stata inventata la scuola, per modellarlo, disciplinarlo, integrarlo. Un dispositivo finalizzato a trasformare la sua libertà in obbedienza, la sua curiosità in conformismo, la sua creatività in produttività.
Risulta pertanto profondamente insensato - e moralmente grave - istruire il bambino in un sistema che, anziché valorizzarlo e proteggere la sua naturale essenza libertaria, lo assoggetta a un modello sociale fondato sul potere, sulla gerarchia e sull’alienazione, con tutto ciò che di nefasto ne deriva. Invece di educare il bambino a questo tipo di società, dovremmo difenderlo proprio e anzitutto da chi vuole educarlo! Noi adulti, se non ci libereremo della cultura in cui crediamo e che sta a fondamento di questa ingiusta società di oppressi e oppressori, non riusciremo mai a costruire un mondo diverso. Il bambino, invece, è già quel mondo che diciamo di desiderare. Perché dunque modificarlo, farlo diventare come noi, per poi piangere di ciò che ne è sortito e inoltre, per pulirci la coscienza, dare la colpa agli strumenti come gli smartphones e i social (in quanto tali), al fato o a qualsiasi altro effetto, purché non sia la causa reale?

Da dove proviene la parola 'cultura'? Etimo e distruzione del luogo comune.

 

 

Cultura, da κολεός, coleus.

Smettiamola di associare l'idea di Sapienza - e per di più Universale - alla parola 'cultura'. La cultura non è unica, né universale nel suo contenuto, ma si manifesta in molteplici forme specifiche di gruppi umani. Questa visione si è affermata soprattutto a partire dal XX secolo, superando l’idea ottocentesca di una scala evolutiva delle società, in cui alcune culture erano considerate 'superiori' o 'civilizzate' rispetto ad altre definite 'primitive' o 'inferiori'. 
Oggi si riconosce che ogni società umana sviluppa una propria cultura e che ogni cultura genera la sua corrispondente società; cultura intesa come sistema dinamico di pratiche, valori, costumi, usi e simboli. Associare la parola 'cultura' al concetto di 'Sapienza Universale' (e viceversa) non solo è antistorico e errato, ma è anche pericoloso, perché ci riporta indietro di secoli, cioè all'idea che esistano inferiorità e superiorità stabilite sulla base di uno specifico numero di elementi appresi, ben determinati e decisi a priori da qualcuno che, evidentemente, a monte, sa che da quegli elementi insegnati ai bambini trae il suo profitto. 
Cultura, quindi, non vuol dire 'Sapienza Universale', ma colonizzazione, come indica anche la radice greco-latina della parola (κολεός = guaina, involucro; sovrastruttura che ricopre e nasconde/soffoca). Nella versione latina e popolaresca, il coleus, evolvendosi nella lingua volgare in colius, coc(h)lione o colione, definiva la guaina scrotale, cioè il coglione. Questa immagine chiarisce come le pratiche culturali possano agire da dispositivo che normalizza convenzioni, occultando la dimensione naturale, libertaria e creativa dell'individuo, la sua essenza vitale. 
Vi è naturalmente l'etimologia più diffusa che vuole la parola 'cultura' derivante da 'colere', cioè dal verbo coltivare che porta con sé l’idea di colonizzazione: occupare, organizzare, civilizzare un territorio, un processo che coincide con la logica autoritaria coloniale, che è esattamente ciò che si fa con i bambini: li si colonizza con la scusa di fare il loro bene, avvolgendoli/soffocandoli per proteggerli (ricordate la guaina?) dal momento che - diciamolo - sono considerati degli esseri stupidi (coglioni) non in grado, senza un intervento esterno, di diventare delle persone. Si ha l'idea nefasta che un seme non possa germogliare e crescere bene senza l'intervento di un contadino. Sappiamo per esperienza storica che è vero semmai il contrario.
Ogni società si regge e si perpetua grazie o per colpa della sua propria e ben distinta cultura, che è colonizzazione, sovrastruttura, valori e costumi specifici identitari di un luogo in un dato tempo. Altro che Sapienza Universale!

Dalla cultura del conflitto non può nascere una società di pace

 


 D
a dove giunga la violenza che vediamo nella società è risaputo. E' una questione di assetto strutturale e culturale della società. Del resto, è sufficiente aggiornarsi sui testi specifici più aggiornati o sui vari esperimenti scientifici compiuti per constatare come delle persone pacifiche possono diventare carnefici e vittime tra di loro quando vengono poste in un tipo preciso contesto relazionale, coercitivo e gerarchico, com'è questa società
Così ci lamentiamo della violenza che vediamo in giro, ma, appunto, solo di quella visibile; non ci accorgiamo, invece, di quella invisibile, quella che Johan Galtung definiva 'strutturale e culturale', cioè la violenza sottostante, gigantesca, che spinge e funge da motore-generatore per la violenza visibile, l'atto finale condannato da tutti. Dovremmo condannarne piuttosto la sua causa, il motore sottostante! 
Quindi domandiamoci: come possiamo tollerare che ai bambini venga insegnato, oltre che a ubbidire come soldatini, anche questo tipo preciso di relazione sociale basato esclusivamente sulla punizione? Notiamolo: ai bambini viene insegnato che uno sbaglio debba avere una sola conseguenza: la punizione. E questo insegnamento viene attuato sul piano pratico, che è il più potente. Voglio dire che la retorica, le belle parole di solidarietà e di amore proferite dagli adulti e indirizzate ai cervelli in formazione non contano proprio nulla di fronte all'insegnamento esperenziale, di fronte alla pratica! 
La scuola, con la pratica, insegna questo automatismo culturale: sbagli? ==> Punito! 
Ma attenzione, la scuola insegna anche questo: ubbidisci? ==> Premiato!
Che sortisce lo stesso effetto, sono due atteggiamenti equivalenti sul piano della formazione culturale per ottenere una società conflittuale. E' cultura militare, antitetica alla pace, che genera rancori e invidie.
Da questo insegnamento pratico che cosa dovremmo aspettarci nella nostra società, se non rapporti rancorosi, violenti, conflittuali, dove l'idea della felicità altrui - i nostri pari, sia chiaro - ci fa arrabbiare o maturare invidia? Come vediamo, tutto parte sempre dall'addestramento scolastico di massa e da una società deformata da quell'addestramento. La violenza culturale e quella strutturale lavorano in sinergia, e non permettono il costituirsi di rapporti umani sani, armoniosi, solidali, amicali... quello che Ivan Illich definiva 'convivialità'. La società statuale e la sua scuola non permettono quella convivialità! E questo non avviene per caso. E' tutto voluto da un'ingegneria pedagogica precisa, specifica, adatta a far funzionare questo sistema, che della violenza si alimenta. 
Una cultura basata sulla relazione conflittuale e gerarchizzata non genera mai una società pacifica. E' elementare.

Le case editrici fasciste e l'intelligenza perduta

 



C'è voluta la vicenda di una minuscola casa editrice nazifascista e di qualche presa di posizione pubblica, in questi giorni, a far capire a tutti, forse, speriamo, che nel mondo del marketing o della comunicazione propagandistica esiste la regola secondo cui più parli di una cosa, più quella cosa riscuote popolarità e successo, anche se di quella cosa - o di quel qualcuno - ne parli malissimo. 
Noi ci auguriamo che questa vicenda, che alla fine si è rivelata un boomerang beffardo contro gli oppositori progressisti, insegni qualcosa a quanti ancora pensano erroneamente che il parlare di certe cose (male o bene non importa, a questo punto dovremmo averlo capito, no?) sia indispensabile per eliminarle o per arrecar loro del male, come quegli stessi oppositori dicono di voler fare con il fascismo. Ingenui - e li stiamo trattando! 
Ci auguriamo quindi che la gente abbia capito che, specie ai bambini, certe cose non si dovrebbero mai insegnare, perché finiscono per conoscerle e, di conseguenza, inevitabilmente, per essere dei modelli sociali e ideologici da imitare - la scuola e tutti gli altri media non fanno altro che istruire sul fascismo, soprattutto in maniera pratica e concreta - pensate sia un caso? - col pretesto discutibile e immensamente retorico del 'chi non conosce la propria storia è condannato a ripeterla': ne siamo davvero certi?
Ci auguriamo che anche sui social sparisca di conseguenza l'insana moda, ahinoi diffusissima, di divulgare fatti e nomi e simboli a cui un'umanità intelligente dovrebbe soltanto dedicare silenzio, oblìo, la doverosa damnatio memoriae, la stessa che il sistema conosce da almeno 2000 anni - pensate sia un caso? - e che applica con successo sui quei fatti e sui quei nomi che rappresentano un pericolo per il sistema stesso.
Aprite un libro di storia, accendete la tv, guardate dei film, scorrete le info sui social, aprite i giornali, guardiamoci intorno... non si fa altro che parlare di fascismo, bene o male non importa, ma a giovarne è ovviamente il fascismo. Quindi no, signore e signori, non è un caso!

Guerre e conflitti sorgono ubbidendo alla nostra cultura

 

Nasce un bambino e immediatamente si trova catapultato in una società di sovrastrutture che finiscono per annientarlo come persona. Il bambino si riconoscerà molto presto nelle sovrastrutture che gli sono state preparate, e altre, di nuove, gli verranno costruite dal sistema, nel corso della sua vita, per soffocare la sua persona, la sua vera essenza umana. 
Facciamo crescere i bambini così, con queste sovrastrutture addosso e in cui crediamo. Per colpa di queste abbiamo smesso di considerarci persone. Siamo quindi numeri, oggetti da sfruttare e catalogati, classificati, misurati, incasellati e quindi siamo in continuo conflitto tra noi stessi. Siamo preda di ideologie, pedagogie, religioni, disvalori capitalisti, ruoli, graduatorie, squadre. 
Tu sei una persona? Non più, tu sei un elettricista, bianco, cattolico, interista, comunista, eterosessuale. E tu? Tu sei una cassiera, lesbica, abruzzese, non sopporti i molisani, frequenti la chiesa valdese, un po' trasandata, animalista. Ecco, anche voi educate e acculturate i bambini alla vostra religione, ai vostri sedicenti 'valori', date loro delle sovrastrutture, quelle in cui credete, e dite loro che sono quelle giuste. Ma... Tolte le ideologie, tolte le religioni, tolte le squadre, le classificazioni, le pedagogie, la cultura capitalista, tolti tutti i motivi che ci portano alle divisioni, rimane l'essere umano, rimangono le persone vere, niente per cui guerreggiare 'per conto di', si ritrova l'umanità, la pace e l'uguaglianza dei diritti. Dobbiamo essere delle persone, non roba classificata! Liberiamoci! E liberiamo soprattutto i bambini dalle sovrastrutture e da questo circolo vizioso. 
Gaber cantava: 'l'unica cosa sicura è tenerli lontano dalla nostra cultura'!

Il povero oppresso ama il ricco che lo opprime

 

Questa è una società borghese, cresciuta con (dis)valori borghesi, fascisti, padronali, capitalisti e militari. E ogni società si crea la propria scuola per perpetuare i valori con cui è cresciuta. Si allevano così bambini che finiranno per trovare normale questo tipo di società. Quindi, una società come la nostra, con la sua amata scuola addestrante, non può che amare i suoi padroni e tutto ciò che da questi viene emanato: pensieri, leggi, proclami, moda, espressioni, gesti... E' una società che vuole imitare i padroni. 
Questo significa che i poveri sfruttati e i loro figlioli finiscono per amare proprio quei ricchi che li sfruttano! Controsenso? Certo, ed è tutto addestramento culturale! Nulla di naturale, sia chiaro!
Questa è una società destinata all'autodistruzione, alla dissoluzione totale degli ultimi valori umani rimasti. E' già in corso d'opera la guerra di tutti contro tutti, nel senso che ogni idea esposta provoca una deleteria e violenta polarizzazione, che è figlia della competizione, che è seme di ogni guerra. 
Famiglie ridotte sul lastrico, gente che rinuncia alle cure perché non ha i soldi, poveri in cerca di soluzioni quotidiane per mangiare qualcosa, ma anche un ceto medio stipendiato che non ce la fa più, sempre più spremuto da una classe padronale insensibile e famelica... stanno tutti in adorazione dei padroni e delle autorità che li hanno ridotti così, che li bastonano, che li governano. 
Questo ricorda molto quel tipo di asservimento religioso e psicotico che si vede nelle sette, e che porta gli adepti a rinunciare persino alla propria vita per seguire i capricci del loro guru e per difenderlo. E questo fa l'addestramento scolastico, crea adepti pronti a morire per il loro padrone, un padrone che persino si scelgono con una X su una scheda elettorale!

La scuola disintegra la coscienza critica degli individui

 


 N
el corso dei secoli, in tutto il mondo, c'è stato un poderoso e progressivo aumento della scolarizzazione, accompagnato da una capillare diffusione delle informazioni per mezzo di sempre più nuove e potenti tecnologie. Ma occorre chiarire una cosa: tutte le informazioni che passano attraverso il mondo dei mass-media - di cui la scuola fa parte ed è anzi il mezzo di comunicazione di massa più importante perché si rivolge a un 'pubblico' sensibilissimo, ingenuo e con una mente ancora in formazione - sono filtrate e vidimate da coloro che gestiscono il potere a livello centrale. 
A fronte di ciò, e dovendo necessariamente prendere in considerazione il ruolo sociale che ha avuto l'introduzione dell'obbligo di istruzione, come risultato abbiamo ottenuto un parallelo e progressivo abbassamento della capacità critico-cognitiva delle masse scolarizzate, un deficit nella capacità di autodeterminazione dei singoli, un preoccupante aumento dei fascismi ovunque. 
Nonostante queste evidenze che fanno a botte con la narrazione retorica sulla presunta bontà della scuola, e a riprova del fatto che le informazioni destinate alle masse vengono sempre controllate a monte, nessun medium ufficiale osa esporre la relazione evidente tra l'aumento della scolarizzazione e il calo drastico di coscienza critica nelle società. E laddove la scuola viene definita migliore (vedi stereotipo finlandese), la relazione di cui sopra appare purtroppo persino accentuata, con un individuo medio totalmente asservito al potere, incapace di prendere decisioni senza il ricorso di qualche 'esperto' esterno o dello Stato, sempre in attesa di ordini calati dall'alto, ubbidiente e docile nei confronti delle autorità, e costantemente alla ricerca di qualche tipo di potere - ahinoi anche muscolare - per agire in modo aggressivo sul prossimo al fine di compensare la propria frustrazione di suddito sfruttato.
Anche per questi motivi - ce ne sono molti altri, comunque tutti connessi - siamo decisi nel sostenere a voce piena che la descolarizzazione è necessaria alla società, a questa nostra società. Dobbiamo però specificare che descolarizzare non significa soltanto allontanare i bambini dal luogo-scuola, perché ormai la scuola si trova anche al di fuori delle sue mura, è ovunque purtroppo, specialmente in famiglia; descolarizzare significa anche allontanare i bambini da tutti gli adulti che vorrebbero metter le mani su di loro, significa allontanarli da tutti quelli che presumono di sapere il come si fa 'per il loro bene'. Descolarizzare è qualcosa di veramente rivoluzionario, non necessita di adulti-educatori di nessun tipo, solo di adulti che sanno osservare il bambino nella sua crescita autonoma, incoraggiarlo in questa sua autonomia, e imparare da lui il come si fa. 
Ci vuol coraggio, dite? Beh, noi rispondiamo che ci vuole molto più coraggio, intesa come dissennatezza, a far diventare il bambino un perfetto riproduttore di questo genere di società, un essere amorfo, ubbidiente, incapace di pensiero critico e di autodeterminazione, un fascista in nuce alla ricerca di padroni e partiti cui affiliarsi, costruttore convinto di gerarchie e capi... Ci vuol coraggio, insomma, a consegnare i propri figli nelle fauci educatrici del Leviatano e vederlo ingoiare.

Perché la guerra?

 

Tutto ciò che è istituzionalizzato produce odio, divisioni, guerre. Gli stati e le chiese, due facce della stessa medaglia che sono organizzazioni razionalissime, creano le condizioni necessarie per la generazione di pericolosi fanatismi, di ingiustizie e di tragedie d'ogni tipo. La guerra non è l'effetto di una predisposizione biologica umana, come la narrazione propagandistica ci fa sempre credere, ma è l'espressione di un progetto razionale, intenzionale e pedagogico, di divisione dell'umanità in vari gruppi ideologici che, alla prima occasione, confliggono in nome di bandiere, partiti, religioni, club istituzionali di vario tipo. 
Da parte nostra occorre quindi abbracciare una sana dissidenza, un rifiuto, una disobbedienza potente e condivisa, un ammutinamento e una liberazione totale da questa nostra cultura alle fazioni, alle competizioni, alle appartenenze di branco, alle gerarchie, alle chiese. Non contaminiamo i bambini con queste nefandezze, non insegniamo loro nulla, solo così l'umanità tornerà a essere libera e salva!

P.S. Se ancora siete rinchiusi nel triste luogo comune secondo cui 'la società è sempre stata così', e che 'l'uomo ha sempre fatto la guerra', non soltanto siete totalmente fuori strada e peccate di ignoranza, ma state solo tentando di trovare per voi stessi un pretesto per non cambiare le cose e rimanere dei servi, oltre che complici di tutti i delitti dei governi. VEDI QUI 

Manifestazioni per la pace? Ancora? E quale pace?

 E adesso, tutti i sostenitori dello stato, cioè tutti coloro che hanno sempre accusato gli anarchici di essere degli utopisti, dei sognatori, quando non dei terroristi e chi più ne ha più ne metta, dovranno ammettere, se ne hanno il coraggio, che i loro bei discorsi sulla pace e sull'amore fra i popoli garantiti dalla loro 'civiltà statuale' non erano soltanto delle falsità e anche piuttosto palesi, ma anche tutta una serie di frasi fatte, una vera dottrina religiosa, un catalogo di locuzioni retoriche tirate fuori alla bisogna. Che la pace sia impossibile da raggiungere attraverso lo stato, questo, i sopracitati, non lo ammetteranno mai! Infatti, proprio in questi giorni, stiamo assistendo a uno spettacolo mediatico indecoroso, miserevole, deprimente e imbarazzante, quello dove intellettuali e giornalisti, arrampicandosi sugli specchi, fanno a gara, con l'uso esagerato della retorica propagandistica, a chi nasconde meglio la verità, quella che dice palesemente che lo stato non è altro che un'organizzazione militare e non può fare a meno delle sue  care armi e delle guerre.

In tv e altrove non vediamo altro che cicisbei di stato, vassalli di regime, che non sanno più come fare per dire, nonostante l'evidenza, che la pace è una bella cosa, ma alla fine dobbiamo usare sempre le bombe, e i nostri arsenali devono essere sempre pieni e pronti. Pronti a cosa? Ovviamente pronti alla difesa da qualche attacco. Attacco da parte di chi? Degli anarchici o degli altri stati? La risposta è ovvia, e smentisce tutta la loro propaganda, ed eccola qui la risposta: lo stato, in qualunque modo lo si voglia aggettivare, e nonostante tutte le manifestazioni per la pace, è sempre guerra. E' questa la verità che si tende a nascondere, che non si può ammettere. Una tale ipocrisia da parte dei suddetti vassalli riassume perfettamente il carattere di un sistema organizzativo che si fonda sulla cultura della competizione e del disciplinamento, che è quella che viene inculcata a tutti i bambini attraverso l'addestramento scolastico prima, e il proseguimento di quell'addestramento nella società scolarizzata dopo. 

I popoli, le persone ancora sane di mente, non vogliono la guerra, vogliono la pace, quella totale, la attendono da 5000 anni, ma non hanno capito che devono prendersela, come la libertà, ma senza delegare a chi dice loro 'ghe pensi mi'! Infatti le persone, i popoli oppressi, non potranno mai ottenere la pace, e nemmeno la libertà e la giustizia, finché continueranno a credere e sperare in questo sistema oppressivo chiamato 'status', finché crederanno nei governi, nelle loro promesse. Avete mai visto un governo rinunciare all'esercito o alle spese militari? Parliamo dei tagli alla sanità? Quelli sì che li fanno, eccome! Insomma, al di là della retorica pacifinta, tutti sanno che questo è un sistema violento e guerrafondaio di cui sbarazzarci, ma è difficile ammetterlo perché lo stato è come la religione, è una religione a cui si crede per fede, cioè a prescindere, per cultura assorbita! Liberiamo i bambini dalla scuola e dalla cultura competitiva con cui vengono allevati. Liberiamo i bambini dal loro obbligo di dover essere, dover fare, dover dire, dover pensare...e avremo finalmente un mondo diverso, giusto, libero! 'Giro giro tondo, cambia il mondo', canta Gaber! E' l'unica via! Viva la controcultura!


Il motivo della rinascita del fascismo nel mondo civilizzato

 

Negli anni che seguirono la fine della Seconda guerra mondiale, alcuni intellettuali, riunitisi già negli anni '20 del XX secolo, potenziarono i loro studi in merito ai motivi socioculturali che, anche in quegli anni, stavano producendo guerre e dittature. Com'è possibile che un tipo di società come la nostra, debitamente acculturata*, civilizzata*, possa far maturare personalità autoritarie e mostruose come quella di Hitler? E com'è possibile che masse di persone possano annullare la loro coscienza per sottomettersi al volere di queste personalità? Perché il razzismo? Eccetera. Venne quindi a formarsi la famosa Scuola di Francoforte
Gli studi condussero a delle risposte - famoso è il saggio di Theodor W. Adorno su 'La personalità autoritaria' - ma stando ai fatti, inequivocabili, il tema rimane ancora purtroppo attuale e inevaso. E' allora questa, secondo noi, la domanda che oggi dovremmo tutti porci: come mai, nonostante le risposte già date, nonostante l'esperienza storica, nonostante tutto il sapere che sappiamo, siamo di fronte a un escalation del nazifascismo nel mondo civilizzato? 
Eppure, la Scuola di Francoforte sembrava avesse analizzato proprio tutto. Sembrava, appunto. I fautori di quel consesso non avevano considerato l'elemento chiave, cioè quel fattore educativo capace di trasformare una persona autodeterminata, come lo è un bambino, in un perfetto adulto adattato, un produttore ubbidiente e remissivo, un seguace e adoratore di chiunque si presenti autoritariamente a lui come suo padrone. Quell'elemento non venne preso in considerazione, colpevolmente, tant'è vero che quegli intellettuali se lo adottarono persino per denominare il loro atto costitutivo: scuola. Quale errore!
Ancora oggi, nonostante l'individuazione dell'elemento chiave da parte di vari intellettuali (anarchici e non) che risiede nell'azione pedagogica direttiva - massimamente quella appunto della Scuola - esistono resistenze mentali fortemente dogmatiche che impediscono di accettare la realtà dei fatti e finalmente di additare la scuola come IL problema, come il luogo deputato alla (de)formazione delle coscienze, la palestra dove fare 'ginnastica d'obbedienza', come diceva giustamente Fabrizio De Andrè
Non è un caso se nessuno degli intellettuali prezzolati (pedagogisti in testa) si sia mai prodigato nell'analisi profonda e onesta degli effetti che l'azione reclusivo-coercitiva della scuola produce sulle personalità ancora in formazione come quelle dei bambini. Se lo facessero, si accorgerebbero anche loro che quegli effetti, frutto dell'obbligo di anni e anni passati tra i banchi, tradotti in migliaia di ore di ubbidienza all'autorità e reclusione forzata, conditi da paura costante e ansia da competizione, sono incredibilmente devastanti per un bambino, profondamente disumani, formativi in senso autoritario e, alla fine, non farebbero altro che darci la risposta veramente giusta riguardo al motivo per cui il mondo produce ancora oggi fascismo. 
I bambini non nascono fascisti, tutto il contrario! Il fascismo è un fatto culturale, di un tipo preciso di cultura, la nostra! E se il lettore adesso sente l'istinto di difendere la scuola (e di conseguenza il sistema) adducendo i suoi soliti luoghi comuni che hanno sempre lasciato il tempo trovato, lo invitiamo a liberarsene, magari cominciando da QUESTO e gli diciamo: ma se fossero bastati i vostri cinque o sei luoghi comuni per spiegare il fatto sociale e antropologico, pensate che migliaia di tonnellate di libri sulla questione sarebbero stati scritti o che migliaia di intellettuali avrebbero speso tutta la loro vita nei loro studi in questo campo?

* Parole come cultura e civilizzazione, così come molte altre, dovrebbero essere considerate in modo diverso, opposto a quello che comunemente ci hanno insegnato a pensare. Cultura (quale tipo di cultura? Specificare sempre). Civilizzazione (che cosa ha prodotto la civilizzazione e cosa ancora produce?). Riforma (se un male continua a insistere, è giusto ri-formarlo o dobbiamo eliminarlo?). Eccetera, eccetera. Mettere insomma tutto in discussione e abolire la scuola.

L'essere umano nasce cattivo?

 

'Vedo in giro tanta violenza, l'essere umano è così, nasce cattivo'. Quanto c'è di vero in questa affermazione? Ci concederemo una sintesi estrema per rispondere. 
Dovremo anzitutto constatare che le violenze perpetrate dalle persone che hanno ricevuto un potere, e specialmente quelle che esercitano quel potere nel nome della legge, sono violenze enormemente superiori ed estese a quelle che potrebbero commettere se il potere non lo avessero, ammesso che commetterebbero ancora delle violenze. 
La violenza che affligge il mondo statualizzato da circa 5000 anni non è infatti data dalla cosiddetta 'natura umana cattiva' (come ancora qualcuno si ostina a pensare che sia, nonostante questa convinzione sia stata smantellata già da molto tempo), ma è data sia dal possesso legalizzato di un potere da parte di qualcuno - e più grande è il potere, ad esempio quella di un governo, più estesa è la violenza - sia dalle varie appartenenze ideologico-dogmatiche che fanno dell'individuo un elemento qualunque e brutale del branco, un anonimo assoggettato/adattato incapace di pensarsi libero, e che vede nella libertà propria e altrui un attentato all'integrità del mondo. Se una persona singola ha un potenziale di violenza proporzionato al suo essere singola (potenziale affrontabile da altri singoli), nella società statuale la cosa cambia radicalmente, e abbiamo persino due livelli di violenza, quella che discende dal legislatore con la sua legge (non più affrontabile dai singoli), e quella esercitata dal branco nei confronti di tutti i nemici 'pari-grado'; e a decidere chi sia il nemico di turno sono il legislatore, una morale costruita, una ideologia, una religione, e questo insieme di cose che diventano cultura
Se all'interno del branco (dalla patria-famiglia, alla patria-nazione) esistono persone che mettono in dubbio tutto l'apparato culturale su cui poggia questo sistema di violenze, queste persone diventano per il branco nemiche da combattere, ed ecco ancora emergere una violenza dal basso. E poiché il branco sociale è diviso in mille altri modi diversi, le mille altre categorie formate anche per colpa degli effetti della scuola sulla società non possono che dare origine a odii, dissidii e conseguenti altre violenze. 
Ecco in breve il motivo per cui esiste ancora qualcuno che, ignorando il ragionamento e navigando sempre nel mare della banalità o del luogo comune, dice sempre: 'io vedo tanta violenza in giro, vuol dire che l'essere umano è fatto così'. Come scriveva anche Erich Fromm che su questi temi ha scritto abbastanza, l'uomo è potenzialmente molto più violento delle bestie feroci, è vero, ma la sua enorme distruttività è dovuta a un costrutto sociale specifico, non alla sua biologia. E tutto nasce dal concetto di potere, che dovrebbe essere abolito, non conquistato. 'Chi ha il potere è automaticamente pericoloso', dice un vecchio motto anarchico. E' così! 
Esistono popoli ancora liberi e felici che isolano immediatamente quei singoli che, all'interno della loro comunità, vorrebbero ergersi a padroni di qualcuno o qualcosa. Ci sono popoli evidentemente non scolarizzati, quindi ancora intelligenti e umani, che capiscono la gravità del potere in sé e il pericolo mostruoso della creazione di capi o padroni. C'è da imparare. O da reimparare.

La banalità dell'Intelligenza Artificiale

Vi parlo di un'attività personale, ancorché effimera e ludica, perché penso sia utile in questo caso diffondere l'esperienza vissuta. Sto interrogando da giorni la cosiddetta 'Intelligenza Artificiale' per capire, capirla, prevederla, sondarla e scoprire - ed ho scoperto - come in realtà non sia altro che un potenziamento del sistema di comunicazione, in termini di velocità, relativa a una cultura specifica, la nostra, la stessa cultura che da 5000 anni sta conducendo l'umanità alla sua estinzione precoce. 
Quello che ho scoperto, in estrema sintesi, è che sui temi cari alla massa conformata la cosiddetta IA è insuperabile, fenomenale, risponde quasi bene a tutto (dico 'quasi' perché ci sarebbe da dire anche sul modo inutilmente ridondante con cui risponde), mentre se l'argomento è quel grande e complesso àmbito filosofico, politico, sociologico e antropologico che è l'anarchia, noto come questa IA cada in sterili semplificazioni e contraddizioni; insomma, risponde in modo superficiale, banale, stereotipato, proprio come se stessi discutendo con una persona che di anarchia sa ripetere soltanto tutti i luoghi comuni a essa colpevolmente riferiti e diffusi dall'ignoranza collettiva scolasticizzata. Anche se sollecitata a fare di più, a entrare nel merito di precisi argomenti o distinti pensatori, ad esempio sui libri di Proudhon, questa IA, una volta messa alle strette, commenta anzitutto così: 'effettivamente è come dici tu...', ricadendo però subito dopo nei soliti luoghi comuni. Se la correggo e ricorreggo mille volte, accade esattamente come prima: 'hai ragione, effettivamente è come dici tu...', ma continua a riportare il discorso sul campo dello stereotipo, sul pensiero unico. 
L'IA non acquisisce alcuna nuova conoscenza, né ne produce, ma propina le stesse cose, rielaborate, rimescolate, con una ridondanza direi persino stucchevole per i miei gusti. Quindi posso dire questo, associandomi a quanto dice anche Chomsky: la cosiddetta IA non è affatto un'intelligenza, ma un grande archivio di cose già date, già conosciute e codificate, quindi risponde solo in base a ciò che il sistema ha sempre voluto che la massa conoscesse. La differenza con quanto succedeva fino a qualche anno fa risiede nel fattore-tempo: se prima impiegavi qualche giorno nel fare una semplice ricerca sui libri avallati dalla cultura dominante, con l'IA ottieni le stesse risposte di prima, proprio identiche, ma le ottieni subito. 
E oltre a tutto quello che si potrebbe dire e che è stato già detto altrove intorno al 'pericolo IA' (ad esempio che è da sempre in mano alle forze militari o che è una tecnologia incredibilmente energivora), alcuni ricercatori puristi o filosofi come Ivan Illich potrebbero - a mio avviso con diritto - sostenere che con l'IA sparisce anche il gusto della ricerca fatta di biblioteche, archivi, schedari, appuntamenti, spostamenti, esplorazioni, interviste... che sono anche fonte di conoscenze, relazioni, convivialità... in una parola, di umanità! Se posso farvi un invito, è questo: riguardo a certi temi come l'anarchia, è sicuramente cosa utile e buona leggere direttamente i testi dei suoi pensatori, senza alcuna mediazione; di quei testi la rete e le biblioteche sono fornite. Fate dunque delle belle ricerche, ma di quelle vere, gratificanti e umane!

Ex-ducere e altre fandonie

 

 Dobbiamo dir questo: fin da piccoli veniamo bombardati da un'insulsa retorica che prende le forme più varie. Quella scolastica è la più disgustosa, la più umiliante per il genere umano, proprio perché inganna gli spiriti più innocenti - i bambini - e racconta loro molte falsità alle quali poi crederanno tutta la vita. La scuola emancipa? Neanche per sogno, fa proprio l'opposto! La scuola sviluppa lo spirito critico? Sciocchezza, basta guardarsi intorno! Bisognerebbe iniziare a compiere un'immensa opera di smantellamento della retorica e dei luoghi comuni; la scuola e il suo mondo ne sono zeppi! 

Nel libro 'Perché dobbiamo abolire la scuola' ci sono ben due capitoli - su 18 totali - dedicati allo smantellamento degli automatismi mentali riguardanti il sistema di istruzione nazionale (pubblico o privato che sia, il 'programma occulto' è il medesimo). Come si fa a smantellare? In verità è molto semplice: si guarda alla realtà, ai fatti, che sono inoppugnabili. Ci vuol coraggio? Più che altro ci vuole la buona volontà di smascherare il sistema e avere a cuore il vero senso della giustizia! Ancora oggi, moltissimi adulti scolarizzati sono convinti - potenza della retorica, appunto! - che, poiché la parola 'educare' proviene da ex-ducere ('condurre fuori'), la scuola farebbe proprio questo, ma intendendolo nel senso più positivo e cioè tirar fuori dai fanciulli il meglio che hanno dentro. Ovviamente, la realtà e i fatti ci parlano di tutt'altro! L'umanità deve ringraziare un'infinità di autodidatti e analfabeti se ha fatto progressi in moltissimi campi. Si parla anche di questo, nel libro, con alcuni clamorosi esempi, a testimonianza del fatto che l'intelligenza non ha bisogno di scuole e pedagoghi. 

Coloro che sono ancora affezionati alla parola 'educazione' quale sostantivo a preludio di paradisi sociali e rivoluzioni liberatrici, dovrebbero, secondo noi, ravvedersi e cominciare a credere che sì, è vero, educare significa letteralmente tirar fuori, ma tirar fuori che cosa? a guardare la realtà, tutto il peggio che un essere umano tiene dentro come potenziale distruttivo e fascistoide: competizione, voglia di rivalsa, idea di vendetta e legge del taglione come strumento di risoluzione dei problemi, concetto di nemico e di confine, concezione gerarchica della società, convinzione di essere i migliori 'rispetto a', nazionalismo, volontà di aggregarsi alle maggioranze e, quindi, a un pensiero unico dominante, credere che senza capi e maestri non si possa vivere, patriottismo nazionale, desiderare leggi calate dall'alto... Chi non ha queste convinzioni? Quasi tutti ce l'hanno! E dove pensano di averle imparate? Davvero costoro credono ancora che, di fronte all'azione nascosta e deleteria della scuola messa in atto dai suoi stessi meccanismi e in cui credono ciecamente i docenti, sia sufficiente fare la predica nelle classi-celle dicendo a quelle povere vittime inconsapevoli destinate allo sfruttamento che 'siamo tutti fratelli e sorelle e dobbiamo volerci bene e fare gli educati' per salvare il mondo da noi stessi così tremendamente scolarizzati? Beh, non è così, ce lo raccontano i fatti! Questo e molto altro nel libro. Regalatevelo per natale. CLICCATE QUI


Gli schiavi non devono pensare, devono solo marciare e marcire!

 

 Lo stato non ha mai incoraggiato i giovani a trascorrere il loro tempo libero a pensare in autonomia, non ha mai fatto propaganda allo stare fermi a riflettere e fantasticare, che è un'attività eminentemente intellettuale, creativa. Al contrario, lo stato ha sempre spinto le nuove generazioni all'attività antiriflessiva, muscolare, frenetica, sportiva, competitiva. 
Lo stato, attraverso i suoi funzionari scolastici e sociali (massa scolarizzata e istruita a dovere), elargisce al figlio/studente delle dottrine e delle morali nemiche dell'introspezione creativa, e gli dice: 
'Ragazzino, che fai in un angolo, muto? Attento che chiamo lo psicologo! Andiamo! là fuori c'è una vita di competizione, di produzione e consumo, quella è la realtà, unisciti alla massa in moto, non sognare, se ti fermi sei perduto, devi adattarti alla gara, non essere diverso dagli altri, non vedi come lavorano, lavorano, lavorano..? Non vedi anche quegli altri? Quali altri? Quelli che corrono lo stesso perché non hanno un lavoro e devono trovarlo per campare? Quella è gente responsabile, non tu! Non pensare, figliolo, iscriviti in palestra, gioca a calcio, fai karate, pallacanestro, gare di tuffi, atletica, pugilato. Fai vedere quanto sei forte! Fai tutti i corsi che ti propongono i miei insegnanti, così avrai dei crediti a scuola e alla fine ti dichiarerò maturo! Ma se proprio vuoi stare fermo e pensare, fallo solo per strategia militare, per battere un avversario, puoi quindi iscriverti a dei campionati di scacchi, usa la tua fantasia solo in funzione del conflitto e per vincere una medaglia, te la dò volentieri, sai? Oppure puoi pensare nel modo che voglio io, con ciò che voglio io, perciò ti fornirò i miei libri, i miei filosofi, ben inteso solo quelli che alla fine ti conducono sempre a me e a questa società, non un'altra. Ma non pensare per conto tuo al tuo essere, ai tuoi desideri più reconditi, non riflettere in autonomia, non trovare altre soluzioni, non inventare nuovi mondi e nuove possibilità. Sii serio e rinnega l'utopia! Se ti fermi a pensare significa che ozi, e io cosa ti ho sempre insegnato? Ti ho sempre insegnato che l'ozio è il padre dei vizi, e tu non dovrai mai scoprire che l'ozio è invece una santa virtù. L'ozio è rivoluzionario, risveglia il bisogno di libertà, ti allontana dalla società dei padroni... Rifuggi il pensiero e avanti marsh! Unò, duè, unò, duè.. Produrre, produrre!'

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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