Una citazione al giorno

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mercoledì 13 marzo 2013

Il triangolo della violenza di Galtung e la scuola

La scuola soffre anche del fatto che la stragrande maggioranza dei neodocenti non soltanto ripropone - pensando sia giusto e inalienabile - il metodo pedagogico assimilato quando essi erano studenti (quella che io amo definire la pedagogia del 'si è sempre fatto così'), ma questi docenti non sono mai stati preparati sui temi della pace e della violenza. Temi importanti per un docente, visto che molto spesso si trovano ad affrontare casi di violenza che puntualmente affrontano invano con gli unici metodi che un sistema violento offre ai suoi attori: ricatto, punizione, coercizione (fisica o mentale). E' evidente che la violenza insita in questi rimedi non potrà far altro che generare altra violenza, e mai pace, serenità, solidarietà, ordine naturale, armonia.
Johan Galtung, studiando a partire dalla Pace il fenomeno della violenza nelle forme sociali e in tutte le sue espressioni, riconosce tre settori interdipendenti in cui la violenza si esprime e con i quali la violenza si genera in un processo autopoietico. Questi tre settori vengono sintetizzati nel 'triangolo della violenza' che qui ho graficamente costruito.




Riconosciamo subito la parte al vertice come la violenza che si manifesta (palese o diretta), quella che normalmente viene trasferita e restituita come notizia di cronaca, quella per cui tutti si indignano. Pensiamo ad esempio ai numerosi casi di bullismo o di criminalità sociale. E' questa la violenza che salta immediatamente agli occhi e su cui si fanno 'grandi ragionamenti', senza però mai tener conto degli altri due settori che sono i veri motori che operano al di sotto. Il docente che tenta di capire il problema del bullismo a partire dalla violenza palese senza indagarne le cause, credendo pure di risolvere la questione con una punizione che anestetizza momentaneamente lo studente, fallisce già in partenza la sua missione educativa. Lo studente non è altro che l'effetto di una causa che normalmente quasi nessuno vede, e colpire un effetto non rimuove la sua causa. Mai.
I docenti che staranno leggendo diranno: 'beh, ma certo che bisogna vedere le cause, noi a scuola lo facciamo sempre'. Non ne sarei troppo sicuro. Come dicevo, generalmente, per risolvere il problema della violenza, la scuola non sa offrire altri mezzi che la violenza stessa (linguaggio del potere), e quando si discutono le cause di un comportamento violento il Consiglio di Classe, consumate tutte le strategie autoritarie a sua disposizione, non può far altro che appellarsi agli istituti esterni (cure psichiatriche o ausili istituzionali di vario genere), cioè ad altro materiale autoritario. Se la scuola volesse davvero affrontare le cause della violenza dovrebbe anzitutto riferirsi al triangolo di Johan Galtung, ma a quel punto scoprirebbe una cosa molto imbarazzante e agghiacciante: la causa della violenza è se stessa. E infatti l'istituzione scolastica tradizionale discute molto della violenza nella scuola, però mai quella della scuola. Mi viene in mente la frase di Bertolt Brecht: 'tutti vedono la violenza del fiume in piena, nessuno vede la violenza degli argini che lo contengono'. Parlare della violenza NELLA scuola significa arrogarsi il diritto di punire uno studente o un gruppo di studenti, ma se si parla di violenza DELLA scuola le cose cambiano radicalmente: la scuola, le istituzioni, non si autopuniscono,  non si suicidano. Semmai amplificano il loro autoritarismo strutturale.
Il settore di mezzo, come si vede, rappresenta proprio la violenza strutturale. Che cos'è? Si tratta della violenza insita nel progetto organizzativo dei sistemi gerarchici, è la violenza della struttura stessa della società così come è stata pensata da quelli che io posso chiamare 'ingegneri militari del sistema', è la violenza della coercizione espressa in moltissimi modi, è la violenza della competizione, dell'economia, della finanza, della biopolitica, ecc. Questi sono linguaggi espressivi divenuti purtroppo comuni, talmente comuni e reiterati che sono entrati a far parte della vita definita normale, ed è esattamente questa normalità che la scuola riproduce infallibilmente ('la scuola è l'agenzia pubblicitaria che ti fa credere di aver bisogno della società così com'è' - Ivan Illich).
Il settore in cui si trova la violenza culturale è, secondo Galtung, quello più potente. E' giusto chiarire il fatto che Galtung parla di 'aspetti della cultura', perché anche lui sa che nessuna cultura è totalmente violenta, ma potrebbe anche esserlo se indirizzata in tal senso in modo più ostinato. In questo settore avviene il processo di fidelizzazione delle persone alla cultura della violenza, e questo processo viene portato avanti sia dalla scuola, sia dai media, che lavorano innestandosi anche nella sfera simbolica dell'esistenza, simboli che giustificano e legittimano la violenza (pensiamo al nazionalismo di Stato che porta 'in nuce' un concetto di orgoglio patriottico competitivo su cui si basano tutte le guerre o anche solo le intenzioni di guerra). Scuola e mass-media costruiscono coscienze predisposte alla violenza, e queste coscienze, queste persone, pur lamentandosi della violenza, ne accettano gli effetti palesi e cruenti pensandoli (ma è un pretesto) come elementi nocivi ma ineluttabili dovuti alla biologia umana; incredibile a credersi nel 2013, ma è proprio questo che la gente crede ancora! Succede allora che l'individuo culturalmente manipolato creerà il conseguente contesto in cui dovrà vivere, un contesto già culturalmente e strutturalmente violento, che l'istruzione scolastica conserva e perpetua in maniera assolutamente perfetta, purtroppo, riforma dopo riforma, soddisfacendo così i bisogni dell'egemonia mercantile che via via essa richiede.

1 commento:

Pippi House ha detto...

Non solo la scuola tradizionale direi ma l'educazione tradizionale tutta....

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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