Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -
Data Rivoluzionaria

Il ratto degli studenti

Oggi sono entrato in una classe non mia, ma questa volta non per una supplenza o per una chiacchierata libertaria, ma per una vera azione di liberazione. La classe in questione aveva già avuto modo di interagire con me, per un'oretta, e naturalmente ai ragazzi era piaciuto molto l'argomento della libertà, dell'anarchia, dell'autonomia. Perciò oggi sono tornato in quella classe e ho chiesto a uno studente: ho bisogno di te, vuoi uscire? Gianluca sì è fiondato verso la porta ed è uscito. Fuori uno. Poi ho chiesto la stessa cosa anche a una ragazza. Fuori due. La mia collega in classe avrà pensato a qualcosa di 'scolasticamente importante' e non ha fatto un plissé. Avevamo un'ora a disposizione, tutta per noi, siamo andati verso il mare. 'Prof, mi ha salvato -ha detto Marilena- ci stavamo allenando per la prova invalsi di matematica'. Già in seconda media si preparano a questa prova per la terza, è tutto dire. L'invalsi è un allenamento alla normalizzazione, o meglio, è un orribile test per valutare la normalizzazione in atto e il nozionismo da futuro lavoratore alienato e automatizzato. Meglio evadere. Via!
Così abbiamo fatto una bella passeggiata rilassante, abbiamo chiacchierato del più e del meno. Ci siamo seduti su un muretto. La varietà delle piante con i loro fiori ha attirato la nostra attenzione, eppure non erano altro che anonimi cespugli incolti e raccolti intorno ai lampioni, ma che in una situazione diversa forse sarebbero stati ignorati. Il colore fortemente aranciato dei fiori del melograno da fiore mi inebria sempre, anche la loro forma quando sono ancora chiusi. Sembrano piccole pere allungate. Da lì il discorso si è naturalmente spostato sul rispetto dell'ambiente. Gianluca mi ha parlato di quelli che buttano le cartacce a terra o nei boschi, mi dice che però la legge che punisce quelli che sporcano l'ambiente è giusta. Gli rispondo che io non ho certamente bisogno della legge dello Stato per sapere che non è cosa buona inquinare l'ambiente. 'Vero', mi fa lui. E poi la legge punisce sempre noi, mica i veri inquinatori, quelli grossi. 'Vero', mi fa lui.
Gianluca e Marilena abitano in un paesino qui vicino, così me ne hanno parlato, lo hanno ben descritto, hanno anche espresso il loro parere sul modo in cui è stata lastricata la piazza, mi hanno raccontato tutto quello che la piazza accoglie: chiesa, farmacia, parcheggio... Questi ragazzi hanno 12/13 anni, e in un'ora hanno svolto un tema bellissimo, senza saperlo, senza averlo programmato, in libertà e in serenità.

P.S.
Gianluca, dopo questa esperienza, mi ha scritto queste parole:
Adesso mi verrebbe da piangere: Prima mi fa uscire da una cella e poi
mi fa fare un giro di 2.45 h.........poi parliamo della nostra matera preferita...........secondo me io ,mary e lei possiamo cambiare il mondo e io spero di farlo ma anke parzialmente ma almeno provarci...........vi voglio tantissimo bn.........ma lei nn sa quando........... MA LE POSSO FARE UNA DOMANDA?ma xkè ha scelto noi 2? non è xkè mi dispiaccia ma xckè sn curioso di saperlo.... INSOMMA........LEI PROF E IL + BRAVO PROF KE ESISTA


foto dalla rete

William Godwin: sui danni cagionati agli studenti da parte dello Stato

William Godwin è stato un pensatore inglese vissuto a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, precursore del pensiero anarchico in età moderna. In qualità di pedagogista, Godwin è stato il primo a segnalare e a denunciare la pericolosità del controllo statale sull'educazione dei giovani, segnatamente nelle scuole.
Da 'Enquiry Concerning Political Justice', trascrivo le seguenti righe, che sono state opportunamente riportate anche nel libro di Colin Ward 'Anarchia come organizzazione'. Godwin parte da una domanda:

Se l'educazione della nostra gioventù sarà affidata interamente alla saggezza dei genitori, o alla casuale benevolenza di privati, non si avrà come necessaria conseguenza che alcuni saranno allevati alla virtù, altri al vizio, e altri ancora saranno totalmente trascurati?
I danni di un sistema di istruzione pubblica derivano, in prima istanza, dal fatto che tutte le istituzioni dello Stato includono in sé l'idea di conservazione... l'educazione pubblica ha sempre speso energie nel sostegno del pregiudizio; insegna non il coraggio morale di portare ogni affermazione alla prova dell'esame, ma l'arte di sostenere princìpi che sono stati casualmente stabiliti in precedenza... Persino nella insulsa istituzione delle scuole domenicali, i principali insegnamenti sono una venerazione superstiziosa della Chiesa anglicana, e l'inchinarsi a ogni persona che abbia un giubbetto elegante...
In seconda istanza, l'idea di una scuola statale nasce da una scarsa conoscenza della natura della mente umana. Qualsiasi cosa un uomo faccia per se stesso, questo è ben fatto; qualsiasi cosa il suo prossimo o il suo Paese si incarichino di fare per lui, questo è male... Colui che studia perché desidera imparare, presterà attenzione agli insegnamenti che riceve e comprenderà il loro significato. Colui che insegna perché desidera insegnare, assolverà il suo compito con entusiasmo ed energia. Ma quando una istituzione politica si incarica di assegnare a ciascun uomo il suo posto, tutti svolgeranno le loro funzioni con indifferenza e passività...
In terza istanza, il progetto di una scuola statale dovrebbe comunque essere combattuto nella previsione di una sua inevitabile dipendenza dal governo centrale... Il governo non perderà l'occasione di strumentalizzarla per rafforzarsi e perpetuare le sue istituzioni... Il loro scopo come organizzatori di un sistema di istruzione sarà senza dubbio analogo al loro scopo nell'esercizio del potere politico...
Queste parole sono state scritte nel 1793. Sarebbe bello se gli odierni insegnanti si rendessero conto che da allora non è stato compiuto nessun passo avanti in senso di autonomia e centralità della persona (cosa di cui la scuola si vanta di perseguire, ipocritamente), al contrario, tutto è rimasto modellato sul sistema autoritario e subdolamente conservato. Invito pertanto i miei colleghi a ragionare sull'esattezza dell'affermazione di Godwin: 'i danni di un sistema di istruzione pubblica derivano, in prima istanza, dal fatto che tutte le istituzioni dello Stato includono in sé l'idea di conservazione'.

Parlando con due bambini di sette anni

A chi stiamo passando il testimone del futuro dell'umanità se non a coloro che oggi siedono a scuola? E come potrà mai cambiare questa società ingiusta (ammesso che la si voglia cambiare, ammesso che la si trovi ingiusta) se ci ostiniamo a inculcare al bambino gli stessi modelli e le stesse conoscenze che abbiamo assorbito noi adulti, nostro malgrado? Se noi, nella nostra presunzione di giustizia e di sapienza, continuiamo a imporre ai bambini l'identica matrice che ci ha forgiati, è evidente che dalla madre-forma uscirà sempre la stessa forma. Perché illudersi ancora, dopo tremila anni di Storia, che da un modello di forma X si debba generare una forma diversa da X? L'errore di fondo è poi credere che il bambino abbia davvero necessità di 'madre-forme', dovrebbero essere piuttosto gli adulti a ri-formarsi imparando dalla forma-bambino, riadattandosi ad essa. Troppo avvilente? Sacrilego? Indisponente? Impertinente? Se proprio non si vuol ammettere che un bambino possa inseganre all'adulto, non sarebbe allora il caso di cominciare a ripristinare i modelli e i valori che hanno caratterizzato il genere umano prima della nascita degli Stati e del loro connesso sistema capitalistico-guerresco-gerarchico-competitivo-autoritario?
Come forse qualcuno sa già, parallelamente al mio 'lavoro ordinario' nelle classi medie, sto indirizzando i miei studi e le mie osservazioni verso i bambini delle elementari. Faccio quel che posso, nel senso che sfrutto le mie ore-buca per andare nelle aule dove vengono rinchiusi i più piccoli, con i quali parlo, se e quando essi lo desiderano. Ecco un breve dialogo intercorso ieri in una classe seconda elementare. Se tutti i bambini rispondono come hanno risposto Franco e Maria, capirete per quale motivo il futuro dell'umanità ha ben poche possibilità di cambiare in meglio. I due bambini hanno 7 anni.

Ero seduto a terra, zitto, con le spalle appoggiate al muro. Osservavo attentamente i bambini nell'aula, stavano a gruppetti. Uno di loro, Franco, si avvicina a me e esordisce così:
- Lo conosci Batman?
- Certo che lo conosco, conosco anche Robin.
- Lo sai che a me piace Batman?
- Perché ti piace?
- Perché è un super eroe.
- A me non piace Batman.
- Perché?
- Perché è un super eroe.
- Perché?
- Perché a me piace la gente semplice, quella che costruisce le case, quella che aggiusta le sedie, quella che coltiva la frutta che stai mangiando, la gente di tutti i giorni.

(qualche secondo di silenzio, poi Franco 'cambia' discorso)

- Lo sai che io a casa ho i videogiochi?
- Io no.
- Perché?
- Non mi piacciono i videogiochi, preferisco giocare con altre cose.
- E con che cosa giochi?
- Con le cose vere, per esempio mi piace la trottola. Mi piace giocare con i colori, mi piace toccare il legno, mi piace suonare la chitarra, mi piace arrampicarmi sugli alberi, mi piace giocare con la sabbia del mare.
- Io a casa ho tanti videogiochi.
- Quale videogioco ti piace di più?
- Quello dove devo difendere il castello dai nemici. Ma tu sei un maestro?
- No, sono una persona.

(nel frattempo arriva Maria e il dialogo adesso è solo con lei)

- Lo sai che io sono famosa?
- Sei famosa? E perché?
- Perché mi hanno messa sul giornale. Mio padre ha comprato il giornale e mi ha chiamato e mi ha fatto vedere che c'era il mio nome. Sono famosa e da grande voglio fare l'atleta famosa.
- E cosa vuol dire 'sono famosa'?
- Che sono importante.
- E cosa vuol dire essere importanti?

(silenzio, ci pensa)

- Che tutti mi conoscono.
- Io non sono famoso, però mi conoscono in tanti lo stesso. Forse essere importanti vuol dire che sei come un capo. Ti senti come un capo?
- Sì.
- E cosa vuol dire essere un capo?
- Che comando tutti.
- Vuoi comandare tutti?
- Eh, così tutti fanno quello che voglio io.
- Sei contenta di essere famosa perché così puoi comandare tutti?
- Sì.
- E non pensi che gli altri possano soffrire se li costringi a fare quello che non vogliono fare?

(si alza e se ne va)

A sette anni il modello autoritario è già innestato e ben delineato, sia in Franco, sia in Maria. L'ambiente familiare, la cultura teleimposta e quella borghese, nonché l'ambito scolastico (che hanno tutte almeno tre elementi in comune: l'autoritarismo, la competizione e la disciplina) hanno già formato il loro carattere, gli hanno già dato la piega voluta dal sistema. Se il modello autoritario e competitivo assorbito dai due bambini trova riscontro anche nei comportamenti e nei pensieri degli altri bambini, non dovremo aspettarci un cambiamento dell'umanità in senso cooperativo e pacifico, ma in quello ancora più sperequativo, gerarchico e aggressivo. La mia osservazione non si limiterà a quesi casi, peraltro già da altri ampiamente documentati, ma da qui devo partire se voglio arrivare alla chiusura di tutti i cerchi in merito alla metodologia del sistema statalizzato, ed avanzare in quelle analisi che rafforzano le ragioni e le urgenze della pedagogia libertaria, al fine di adattarla ad un presente sempre in divenire (verso il peggio).

Simone lascia la scuola!

Oggi ho ricevuto una bellissima notizia da Simone: tra pochi giorni lascerà la scuola e anche la comunità dov'è stato rinchiuso, e tornerà in seno alla sua amata e lontana famiglia. Ora, io non so quanti dei lettori di questo blog si ricordano di Simone (nel caso potete cliccare qui), ma coloro che hanno una buona memoria sapranno anche il motivo della mia gioia.
Arrivo a scuola, già le 11, non mi accorgo di Simone ma lui di me sì, quindi mi corre incontro e mi abbraccia, solo il tempo per dirgli 'ciao' e subito mi annuncia: 'a fine mese non verrò più qui'. Uno sguardo d'intesa e ce ne siamo andati subito in cortile a parlare di questa magnifica notizia. Simone mi ha spiegato che il motivo risiede esclusivamente nel fatto che la comunità dove è stato rinchiuso non riceve più i soldi dal Comune, e dato che quella comunità stava in piedi solo per Simone (di fatto l'unico recluso), il Comune ha chiuso quel lager. Quindi alla base di questa notizia non c'è una decisione presa per motivi umani e pedagogici, ma meschinamente economici. E infatti gli esseri umani non sono considerati tali dalle istituzioni, ma pedine e servi del sistema economico capitalistico. Però quando all'inizio Simone era stato rinchiuso in quel lager, i 'servizi sociali' e la scuola avevano addotto propositi educativi ('lo facciamo per il suo bene'). Naturalmente erano tutte scuse. E' sufficiente che una persona si configuri come un intralcio economico alle istituzioni perché queste si scordino delle loro ipocrite 'promesse di protezione' (proprio come la favoletta della 'sicurezza'). Le autorità e le istituzioni sono 'solo chiacchiere e distintivo'. Ma tutto torna a favore di Simone, perché non c'è mai stato nessun principio umano in quella comunità, men che meno valori educativi, esattamente come a scuola.

In subordine è successo che:
1) il Comune chiude la comunità per questioni economiche.
2) la comunità non può più accompagnare Simone a scuola.
3) Simone non è più vincolato alla comunità, né alla scuola.
4) Simone ritorna ai suoi lontani genitori.

(Quindi tutto si presenta come all'inizio di questa brutta storia, solo con un Simone annichilito e alienato dalle mille coercizioni subite e dalla mancanza di affetto dei genitori. Complimenti alle istituzioni ipocrite che si ergono a tutrici del bene umano!)
Poi è sopraggiunta la tristezza di non vedersi più, ma anche questo fa parte della libertà e del viaggio della vita di ogni persona. Simone mi ha detto che ci si potrà tenere in contatto via internet. Ci sarò.

Studiare e imparare

C'è un'enorme differenza tra studiare e imparare. A scuola si studia, cioè si pretende che il bambino o il ragazzo ingoi a forza le cose, costretto da un'autorità, anzi da più di una. Ma questo atto coercitivo genera necessariamente odio da parte dello studente nei confronti del sapere scolastico e della scuola, un senso di forte repulsione. Almeno il 99% degli studenti percepisce la scuola noiosa, faticosa, orribile, uno sforzo di cui farebbero volentieri a meno. Non è colpa dei ragazzi, anche se gli insegnanti questo continuano a non capirlo, perché anche loro hanno subìto lo stesso processo di normalizzazione e di formazione coatta, e più un ragazzino è svogliato o insofferente nei confronti della scuola, più gli insegnanti tradizionali pensano che sia necessaria una più severa 'scolarizzazione'. Conoscere le cose è uno dei processi naturali e vitali di ogni essere vivente, ma questo processo a scuola diventa persino atto sistemico omologante, quindi profondamente ingiusto, violento e innaturale.
Imparare è un'altra cosa, è la gioia di conoscere in maniera naturale, ognuno secondo i propri ritmi, secondo i propri tempi, secondo i propri desideri e le proprie modalità. Ed è il gioco che conduce spontaneamente alla conoscenza delle cose, gioco inteso come condizione libera dell'individuo, naturale, non soggetta a costrizioni o a leggi autoritarie da parte di qualsivoglia autorità, docente, genitore o 'adulto' che sia. Per cui nel gioco tutto diventa piacere, anche imparare. I colleghi insegnanti ('adulti, quindi seri') troppo spesso confondono il concetto di 'gioco' e capiscono un'altra cosa, credono cioè che sia sufficiente trasformare un'informazione in un momento ludico prestabilito, preorganizzato, pre-pensato, magari facendo una battuta o trasportando quella nozione sul piano degli esempi figurati, drammatizzati, scenici. Quei colleghi dovrebbero sapere che non è sufficiente far scattare il sorriso collettivo, l'educatore non dovrebbe essere un duce sul pulpito dell'adunata che lavora di psicologia, gli studenti finiranno molto presto per capire la sua menzogna scenica, capirebbero -e capiscono- che la nozione viene calata sempre dall'alto, che viene comunque imposta, e in quel teatro il docente si aspetta comunque (pretende) che tutti -come prima- sappiano quella nozione in quel dato modo, in quel preciso momento, nell'identica struttura normalizzante e uguale per tutti, seppur sorridendo. Il gioco, invece, rispetta la diversità naturale di ogni individuo predisponendolo all'apprendimento in modo spontaneo. Certo, per il gioco occorre tempo libero, cosa che l'umanità si è lasciata rubare. Tempo libero, altrimenti detto scholḗ, ovvero scuola.

Quel che conta

Che strano vuoto intorno, lunare, freddo, azzurro, opaco, nessuna voce, nessuna presenza. Mi riferisco al vuoto-web dei miei colleghi, delle mie colleghe; ma non i colleghi di cui è strapiena la società, non quelli che vedo tutti i giorni a scuola, mi riferisco invece agli educatori libertari. Magari l'avevate già capito. Proprio per il fatto che siamo ancora così pochi dovremmo quantomeno lanciarci delle voci: 'hey, io sono qui, e tu? Cos'hai fatto oggi in classe? Hai avuto problemi? Mi dài un consiglio? Che ne pensi di questo disegno'? Invece il silenzio. Ma più di questa umana esigenza relazionale, potrebbe l'urgenza o la priorità di mettere in rete quanti più nostri contributi al fine di divulgare la pratica pedagogico-libertaria. Forse più che di contributi dovrei parlare di con-tributi, perché se è vero che gli insegnanti libertari esistono, è altrettanto vero che questi hanno forse finito per assumere l'esclusiva sembianza di un libro. Va benissimo, ma un po' di divulgazione della nostra pratica anche in rete non guasterebbe. Non mi si fraintenda, non lo dico per far piacere a me personalmente (anche se non disdegnerei imparare dai colleghi), ma proprio per quell'urgenza di cui sopra, per quella necessità gridata dalla comunità, dai bambini, dalla società normalizzata e beffata dalla sua stessa autorità.
Aver sentito da parte mia l'esigenza di aprire questo blog-diario rispondeva anche (sottolineo anche) alla necessità di compartire le esperienze e di confrontarle, ma vedo che questo risulta difficoltoso. Per conoscere quel che fanno i miei colleghi libertari a scuola devo andare in libreria. Va bene, ma quale logica ci sia dietro non riesco a immaginare, se quella del profitto tout-court, o quella del 'muoviti, fai un salto in centro che ti fa bene', o quella che 'l'esperienza è mia e non la regalo a nessuno'. Non importa. Anzi, non m'importa. Sono contento -e anche tanto- per questo blog da cui qualcuno so che attinge per i suoi esercizi di libertà, ne vado fiero; e se sono contento anche per i miei colleghi associati-italiani-autori-editori, lo sono molto meno per il mancato senso tutto libertario e anarchico della condivisione aperta, libera, utile a tutti, per il bene di tutti. Una volta una mia collega 'regolare' mi aveva chiesto come si svolgessero le lezioni in una scuola libertaria ('in maniera pratica', insisteva a chiedere), e io non avevo neanche capito che quella che per me era una domanda alquanto illogica, invece nascondeva un'esigenza assolutamente comprensibile, quella che tutti i non conoscitori della pedagogia libertaria hanno. Ma cosa dovrei dire a quella mia collega, oggi? Scusa, amica mia, posso solo dirti quello che faccio io in classe, ma di ciò che fanno gli altri miei colleghi libertari non ne so nulla? Sì, le dico così, o tutt'al più le suggerisco qualche libro.
Senonché, mentre riflettevo su quest'assenza-web del tutto legittima da parte dei colleghi libertari, mi ricordavo anche di un articolo apparso su Umanità Nova, e allora certe sfumature sono diventate tratteggi più precisi, proprio come una rete, ma di un'elasticità troppo simile alla gomma.
Per carità, nessuno obbliga nessuno, è assolutamente possibile che il mio blog non interessi ai colleghi libertari, e poi, davvero, per quale motivo essi dovrebbero interessarsi ai miei esercizi e ai miei pensieri? Sembrerò forse intristito e disilluso, non so in quale chiave mi stiate leggendo, invece sono contento -e dico sul serio- di questo blog, dei miei studenti, dei lettori che mi seguono, sia qui, sia su facebook, sono felicissimo del fatto che io condivida con gli altri ciò che faccio e ciò che penso, senza scontrini di mezzo. Oggi so che il mio lavoro ha ancora più valore poiché, oltre ad essere clandestino e 'in direzione ostinata e contraria', oltre a procurarmi continue soddisfazioni, viene svolto in esemplare e assoluta autonomia. Io e i miei amabili studenti. Stop. Forse è ciò che conta davvero.

All'inizio del bivio

Comincio adesso uno studio più approfondito e diretto che riguarda la relazione tra i bambini delle elementari e quelli delle medie, una relazione non certo interpersonale (che nelle scuole tradizionali non esiste, purtroppo). Mi prefiggo sostanzialmente di individuare, nella scuola dove insegno, il momento in cui il sistema scolastico comincia ad agire col suo progetto (occulto) di normalizzazione dell'individuo, cioè quando la scuola comincia a distruggere l'autostima e a innestare il senso di paura. Oggi ho cominciato ad osservare i bambini di 6 anni. Quello che però è balzato immediatamente agli occhi è stato lo sguardo stupito e allarmato delle mie colleghe che non capivano (manco fossi stato un alieno) per quale motivo un insegnante delle medie fosse lì alle elementari. Ecco, quegli sguardi allarmati delle colleghe insegnano tanto ai bambini, in male ovviamente.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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