Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -
Data Rivoluzionaria

L'esperienza, presupposto del buon apprendimento.

Possiamo riconoscere senza alcuna difficoltà che l'esperienza diretta è quella che sta alla base di ogni buon apprendimento. Lo si scrive da almeno 2600 anni. Eppure la nostra cultura ritiene ancora, attraverso una reiterata e immutata serie di pretesti e di fasulle convinzioni, che i bambini e le bambine debbano imparare fin da subito a sapersi privare della possibilità di fare esperienze dirette e ad essere rinchiusi/e dentro coloratissimi loculi scolastici o familiari. Divieto di esperienza, dunque, che vuol dire anche divieto di trarre piacere dall'autonoma scoperta, dalla libera ricerca, dalla spontanea creatività, dal naturale autoapprendimento, ecc.
Per l'anno nuovo, quello solare che sta per aprirsi, io non ho buoni propositi, perché ce li ho tutti cattivi, come sempre. E quelli farò. Mi auguro infatti di poter dare ancora ai bambini la voglia di evadere o sabotare tutti quei luoghi 'dove molti uomini si rinchiudono o vengono rinchiusi', in cui viene vietata l'esperienza e la gioia, come pure la possibilità di essere pienamente se stessi o quel che si desidera essere. Vorrei continuare a rimanere vicino ai bambini per non imporre loro nulla, per non ostacolare il loro bisogno naturale di vivere, di rifiutare la pedagogia del dover essere, della competizione, della noia ripetitiva, dell'obbedienza, della prevaricazione come valore indispensabile. Se eresia vuol dire creatività, opportunità di emancipazione per il genere umano, liberazione dai dogmi di ogni genere, allora vorrei continuare ad essere additato come eretico di fronte all'oscurantismo di colleghi e colleghe, di dirigenti scolastici e società educata. Continuerò a lasciar decidere i bambini e le bambine le cose che vogliono fare o non fare. Questo, seppur rimanendo - ahimé - all'interno di una cella, ma stabilendo con loro nuovi legami di complicità fondati sul rispetto reciproco, e decidendo sempre insieme il da farsi.
Certo, di vincoli ce ne sono una infinità dentro una scuola istituzionale, vincoli ed ostacoli anche materiali che non permettono di mettere in pratica una reale pedagogia dell'esperienza, né di attivare tutti gli strumenti per favorire lo sviluppo della responsabilità personale, perché, vorrei ricordarlo, libertà vuol dire anche assunzione di responsabilità che si esprime sulla base di una moralità propria, umana, non condizionata. E l'unico modo per imparare la libertà (e quindi la responsabilità) è quello di viverla. Ma come dice Marcello Bernardi:
'Tutti i tipi di esperienza sono guardati con grandissimo sospetto dai genitori, insegnanti e padri spirituali, e impediti nei limiti del possibile. A meno che non si tratti di esperienze programmate e controllate da coloro che si dicono educatori, preferibilmente nell'ambito di quei due istituti di reclusione che sono la casa e la scuola'.
La nostra società, purtroppo, ed ogni eccezione conferma la regola, continua a plasmare/produrre bambini e bambine sull'identico modello pedagogico mercantile e competitivo, antropocentrico e fascista, e questo modello, a sua volta, genererà cloni sociali della stessa caratura valoriale che lo difenderanno e perpetueranno. E' un cane che si morde la coda, e se la morde essendo spinto da falsi pretesti, dai soliti luoghi comuni. Diciamolo: 'chi si fida a concedere un'autonomia a questi scapestrati ragazzini? E' la domanda che si pone Marcello Bernardi scimmiottando gli adulti terrorizzati all'idea di dover lasciare i bambini liberi.
'E se si allontanassero dal loro terreno di cultura, se riuscissero a sfuggire alla custodia familiare e scolastica, se incontrassero delle cattive compagnie, se imparassero che si può essere diversi da come li vogliono i grandi che sanno qual è il loro bene? No, no, andiamoci cauti. L'autonomia, per i nostri bravi educatori, va bene solo per chi non ne ha più bisogno, cioè per l'adulto ormai inserito nel sistema. Non ne ha più bisogno, costui, semplicemente perché non è più capace di farne nessun uso.
Si vorrebbe che l'individuo, dalla nascita al servizio militare, facesse e conoscesse solo quello che scelgono gli altri, quelli che 'ne sanno più di lui'. Lo si vorrebbe sempre a portata di mano, sempre sotto controllo. Che poi non ci si riesca, è un altro affare. Il fallimento, giustificano gli aspiranti controllori, è un segno di questi tempi nefandi, è la conseguenza della generale corruzione e del ben noto 'tramonto dei Valori'.
Se un bambino, o un ragazzo, può disporre degli strumenti che gli servono, e in primo luogo di quel tanto di autonomia che gli permetta di fare le sue esperienze, egli evolve e progredisce. E da questa sua autocostruzione nasce in definitiva la sua regola di vita. Non dalle indicazioni più o meno autoritarie che gli vengono date dagli altri [...] Il compito del rapporto educativo, diciamolo ancora una volta, non è quello di stampare in un individuo determinate qualità, ma bensì quello di aiutare l'individuo a sviluppare le sue qualità'. (M. Bernardi: 'Educazione e libertà', Rizzoli).
A scanso di equivoci, sempre facili a venire a galla in questi casi, direi che 'aiutare' non dovrebbe mai tradursi con il pretestuoso 'te lo impongo per il tuo bene'. Aiutare significa anzitutto incontrarsi in un rapporto non gerarchico, paritario, libero, dentro un contesto altrettanto libero, svincolato da burocrazie e strutture competitive. Il resto è vera vita. Buon anno nuovo a voi.

Viva la cultura? Quale cultura?

Per avere un popolo servo bisogna anzitutto assoggettarlo fisicamente e psicologicamente. Armi in pugno e intelligence autoritaria! Ma questo non basta, ben lo sapevano già gli antichi egizi, perché un servo assoggettato in questo modo rimane sempre consapevole della propria condizione ed è quindi sempre teso ad un pensiero di liberazione e di libertà. Quindi gli ingegneri del sistema hanno escogitato il modo perfetto di avere un popolo sì servo, ma devoto alle autorità e al sistema stesso. Il modo perfetto è l'assoggettamento sul piano culturale, cosa che garantisce al sistema il fatto di perpetuarsi per volontà stessa dei servi. L'azione culturale sui popoli l'ha sempre svolta la scuola, l'educazione, l'istruzione, un sistema pedagogico preciso, dottrinale e addestrante, che genera una società perfettamente colonizzata in tutte le sue componenti. Quando una società si scolarizza non diventa più intelligente ed emancipata, come erroneamente si tende a credere, ma si rende soltanto obbediente, una costruttrice felice della propria servitù. Quindi attenzione quando noi tutti inneggiamo alla cultura senza neppure specificare alcunché (viva la cultura, più cultura per tutti, ecc), perché tutto dipende sempre da quale tipo di cultura vogliamo essere colonizzati. Per quanto mi riguarda, l'unica cultura che desidero per me è quella libertaria, certamente umana e di vera emancipazione. Stesso discorso vale per i libri; mi sembra stupido inneggiare al libro in sé senza mai specificarne il tipo. Un tizio può aver letto migliaia e migliaia di libri, ma di autori talmente infimi, scolastici, o comunque asserviti al sistema, da fare di quel tizio un perfetto servo idiota acculturato e, cosa forse peggiore, assai presuntuoso. Ciò che serve a un'umanità colonizzata come la nostra è un altro tipo di cultura, opposta a quella che il sistema ci propina.

Marcello Bernardi, ancora sul CUORE


Dal libro raro 'Per una gioventù senza CUORE' di Marcello Bernardi, da cui ho recentemente estratto il capitolo nominato 'LA SCUOLA', traggo oggi per i lettori di questo blog - che ringrazio per le visite costanti - un altro capitolo, quello inserito nel mese di 'marzo' e che si occupa dell'Istituzione e dei due tipi di violenza sui quali, secondo me, nella nostra quotidianità, dovremmo porre particolare attenzione per non cadere nei pericolosi errori di valutazione, nei pregiudizi, nelle forme fideistiche nei riguardi della violenza legalizzata che perciò non viene neppure considerata tale dalla nostra società. Buona lettura.

L'ISTITUZIONE

Nel capitolo dedicato al tempestoso mese di marzo ci sono diversi fatti e fatterelli che inducono a meditare sulla violenza. Siamo alla sera del primo marzo quando cominciano i deplorevoli episodi: Franti rompe con una sassata il vetro d'una finestra ed è denunciato da Stardi. Tre giorni dopo Franti cerca di accoppare Stardi. Poi si rifà vivo il padre di Crossi, il prigioniero numero 78, che aveva ammazzato il suo spietato datore di lavoro. Alla metà del mese lo stesso Enrico, solitamente pacifico e inoffensivo, insulta il compagno Coretti e per poco non lo picchia con la riga. Cosa fra le più orrende.
Dice infatti al figlio l'ingegnere Bottini: 'Non dovevi alzare la riga sopra un compagno migliore di te, sopra il figliolo di un soldato!'. Il buon padre lo riconosce senza esitazioni: i figliuoli dei soldati sono in genere migliori dei figliuoli degli ingegneri. I soldati, che hanno la funzione di fare la guerra e cioè di uccidere altri uomini chiamati 'nemici', costituiscono una categoria particolarmente benemerita. L'alzar la riga sul figliolo di un falegname o di un contadino, a quanto dice l'ingegner Bottini, sarebbe stato un atto meno indegno. Il soldato, infatti, può anche assassinare la gente, ma appartiene all'Istituzione, il falegname e il contadino non vi appartengono, quindi contano un po' meno.
Per concludere la serie dei violenti ecco infine il protagonista del racconto mensile, tale Ferruccio di anni 13, che impiega il suo tempo a far la sassaiola e a venire alle mani coi compagni, e poi la livida faccia del giovane Vito Mozzoni, ladro e assassino.
Tutti questi casi hanno una caratteristica comune: la violenza è sempre strettamente personale, privata, esercitata a titolo individuale per malvagità, per vendetta, per collera, per monelleria o per rapina. E la violenza individuale, diversamente da quella governativa, non è tollerata nel piccolo roseo universo del CUORE. La disapprovazione per i personaggi violenti è chiaramente espressa in più punti. Persino il povero ebanista padre di Crossi, che pure aveva degli ottimi motivi per dare una lezione al padrone 'che da un pezzo lo perseguitava', che aveva ucciso involontariamente, che 'ha espiato nobilmente il suo delitto' con sei anni di galera, e che è un uomo di cuore, persino lui viene assolto con qualche riserva. Merita la nostra compassione, il nostro perdono, e anche la nostra stima, ma resta pur sempre un ex-carcerato giustamente perseguitato dal rimorso. Un rimorso che traspare dal suo 'viso smorto e malinconico'. Se la faccia di costui fosse stata vivace e allegra l'autore ne sarebbe rimasto scandalizzato e la sua pietà sarebbe diminuita di molto. Forse sarebbe scomparsa del tutto. Chi commette violenza deve espiare con un perenne pentimento, oppure con la vita, come fa il giovane Ferruccio nel racconto 'Sangue romagnolo'.
Certamente la violenza è condannabile, ma si ha l'impressione che l'autore sia impegnatissimo nel disapprovare la violenza privata, e non lo sia affatto, come si diceva, nel criticare la violenza pubblica. Al contrario, in varie occasioni gli educatori di Enrico si valgono di espressioni entusiastiche ed esaltanti nel trattare il tema della violenza istituzionale. Ce ne sarà un fulgido esempio in giugno, di questa passione per l'assassinio di stato. Una frasetta, ma molto eloquente. Questa volta è proprio Enrico che scrive, evidentemente ormai ammaestrato a dovere. Scrive della sfilata militare: 'E poi venne su lenta, grave, bella nella sua apparenza faticosa e rude, coi suoi grandi soldati, coi suoi muli potenti, l'artiglieria di montagna, che porta lo sgomento e la morte fin dove sale il piede dell'uomo'. Magnifico. I luminosi progressi degli eserciti consentono ormai di portare lo sgomento e la morte dappertutto, anche in cima alle montagne, fin dove sale il piede dell'uomo. Oltre che sui mari. Consentiranno fra qualche anno di portare sgomento e morte anche nel cielo, e fra qualche decennio nello spazio, coi satelliti atomici e i missili intercontinentali. Ma, ripetiamolo, qui si tratta di violenza dell'Istituzione, dello Stato, e perciò buona. Quella cattiva appartiene all'individuo.
Ai violenti individuali irrecuperabili, come Franti e Vito Mozzoni, il CUORE riserva una condanna senza appello; ai violenti provvisori, recuperabili, come il padre di Crossi, o Enrico, o Ferruccio, si assegna la penitenza del rimorso, del rimprovero paterno e della coltellata nella schiena; ai violenti di stato si elargiscono lodi e celebrazioni. In questo capitolo le lodi toccano al conte di Cavour. A un tale succulento esempio di violenza nazionale il padre di Enrico dedica la sua lettera del 29 marzo. '...è lui' scrive l'ingegner Bottini, 'che mandò l'esercito piemontese in Crimea a rialzare la nostra gloria militare... è lui che fece calare dalle Alpi centocinquantamila Francesi a cacciar gli Austriaci dalla Lombardia...', lui che, persino morendo, 'domandava dove fossero i corpi dell'esercito e i generali'. La violenza di Franti, che tira sassate alle finestre e si accapiglia coi compagni, è raccapricciante; quella di Cavour, che manda al massacro migliaia di uomini, è aureolata e trionfale. Franti e Mozzoni ci vengono presentati con facce bieche e coltelli in pugno, Cavour curvo sul lavoro e occupatissimo a salvare l'Italia. Franti e Mozzoni, che impiegano la violenza personale, sono interamente cattivi; Cavour, che impiega la violenza dello stato, è interamente buono. Franti è il criminale, Cavour il Salvatore della Patria.
Ma se qualcuno esprimesse il dubbio che un Salvatore della Patria, almeno in certi casi, altro non sia che un criminale con un esercito a disposizione, quel qualcuno andrebbe difilato in galera. A ben pensarci, l'atteggiamento di Franti e quello di Cavour di fronte al mondo hanno qualcosa in comune: il primo sfida la scuola, il secondo sfida l'Europa. E tutti e due ricorrono alla violenza: Franti lanciando una pietra con le proprie mani, Cavour spargendo la morte con le mani altrui. Però Franti viene scacciato per sempre dalla scuola e dalla società, mentre Cavour viene distribuito per tutto il paese sotto forma di statua. Una statua alla quale, secondo l'ingegner Bottini, dobbiamo dir 'Gloria!' in cuor nostro.

La forza è solo nelle braccia

La scuola è stata progettata anche per distruggere l'autodeterminazione delle persone. Negarlo è da stolti, visto il circostante belante. Certo qualcuno, grazie a chissà quale alchimia esistenziale, riesce ancora a salvarsi dal tritacarne scolastico, ma sono troppo pochi al mondo, e sono anche braccati da tutti gli altri. Infatti la persona autodeterminata viene considerata eretica, colpevole, pericolosa, e chissà cos'altro perché critica questa assurda normalità, dimostrando quanto sia dannosa per tutti noi, e inoltre non vuole ordini, non cerca padroni, non vuole governi, li trova offensivi per la propria dignità, sa cosa le serve per poter vivere pienamente, ama la libertà propria e degli altri, affronta eventuali conflitti ponendo le questioni sulla base del buon senso, non sui codici scritti o su quel che dice il capo, anche perché, se fosse per queste poche 'persone pericolose', di capi non ne esisterebbero. Vogliamo sputarci sopra? Perciò la scuola, strumento infallibile e antico del potere, distrugge questa naturale autodeterminazione degli esseri umani, insegna ai bambini e ai ragazzi ad obbedire, e a credere per giunta che sia meritevole di lode farlo. 
Gli adulti già scolarizzati pensano perciò che l'obbedienza sia una virtù. Quello che essi hanno ricevuto è un addestramento culturale di tipo militare e fascista, ma generalmente senza che essi se ne siano mai resi conto, perché a scuola si parla di democrazia, di diritti, di accoglienza, di questo e di quello, tutte belle parole, ma che sono appunto soltanto parole, vuota e stucchevole retorica, ipocrisia pura, nei fatti e attraverso i fatti la scuola fascistizza il 99% delle persone, e anche di più, a prescindere da quanto bravi * siano i docenti o da quanto allegra e luminosa e accogliente sia la struttura architettonica.
Se, attraverso la scuola, lo Stato non provvedesse a distruggere l'autodeterminazione delle persone, non soltanto l'atto di obbedire sarebbe semmai un innocuo fatto personale, un optional discrezionale che non coinvolge tutta la comunità, perturbandola irrimediabilmente, ma non ci sarebbe il potere in quanto autorità dominante, in quanto sfruttamento dell'uomo sull'uomo, violenza strutturale e legalizzata. Perché il vero potere non è mai la sola testa in cima. Il vero potere si esprime per mezzo del 'più giù', è l'insieme delle braccia servili, tutte quelle innumerevoli braccia che eseguono gli ordini, che obbediscono, che non fiatano e aspirano a un premio, che producono e consumano, che rispettano le autorità andando persino contro i propri interessi, esattamente come imparano a fare i bambini impauriti e rinchiusi per anni dentro una classe-cella. Devono imparare a farlo, altrimenti... niente Dominio, niente società borghese, niente violenza istituzionale, niente fascismo, niente arricchimento di pochi ai danni dei molti, niente società 'civile'... 
Facciamola finita con l'educazione, diceva il pedagogista John Holt, lui tra gli altri, e lo ripeto anche io! Lo ripeto però non ai pochi 'pericolosi', ma a quello sterminato e devoto esercito di braccia obbedienti che, purtroppo, proprio per colpa della scuola, credono ancora che quest'ultima sia il luogo deputato all'emancipazione della società. Falso, evidentemente. A questa moltitudine di paurosi ricattati con la divisa nel cervello che difende il potere anche inconsapevolmente, magari dicendo poi 'ho solo eseguito degli ordini' (abbiamo già tristemente udito queste parole altrove, vero?) darei adesso una 'bruttissima notizia': il potere è conservatore in sé; ci si emancipa soltanto disobbedendogli, cominciando magari a disobbedire all'obbligo scolastico, che è diventato un obbligo non certo per inseguire il sogno di una emancipazione collettiva. Chi detiene il potere non ha mai di questi sogni, sarebbero sogni suicidi.

* Ci sarebbe da scrivere molto sulla vulgata che dice spesso 'quel docente è bravo' (il fatto che lo si dica spesso è già un segno per sospettare della faccenda, visto il pessimo risultato che possiamo constatare intorno a noi). Che cosa vuol dire, poi, essere 'bravi docenti'? Magari ne parlerò. In ogni caso è sufficiente scavare un po' nella questione per scoprire che per la nostra società 'essere bravi docenti' significa essere abili nell'addestrare senza farsene accorgere, o abili nel far passare con simpatia e buona attenzione i contenuti decisi dal sistema, o ancora abili nel ridurre la classe al silenzio e costringerla all'immobilità fisica; insomma, essere 'bravi docenti' significa essere abili nel far accettare col sorriso tutti gli ordini dati e a farseli eseguire con altrettanta gioia da bambini e ragazzi. Obbedire e produrre con gioia, essere schiavi docili e grati, acquiescenti, questo è il vero sogno di tutti i padroni e del loro amato Stato.

Arte?

- Un modo per esprimersi.
- Un modo per comunicare.
- Un modo per aumentare la fantasia.
- Un modo per fare bello il mondo.
- Un modo per capire il passato.
- Un modo per capire il futuro.
- E il presente? - Pure! Aahhh, ok.
- Un modo per inventare le cose.
Avete letto le cose che sembrano rispondere meglio alla domanda 'che cos'è l'arte?', secondo l'opinione di alcuni undicenni (classe prima media), incontrati oggi per la prima volta.

Distruzione obbligatoria

'...il lavoratore, costretto per secoli e quindi abituato ad attendere il lavoro, cioè il pane, dal buon volere del padrone, ed a vedere la sua vita continuamente alla mercé di chi possiede la terra ed il capitale, ha finito col credere che sia il padrone che dà da mangiare a lui, e vi domanda ingenuamente come si potrebbe fare a vivere se non vi fossero i signori. Così uno, il quale fin dalla nascita avesse avuto le gambe legate e pure avesse trovato modo di camminare alla men peggio, potrebbe attribuire la sua facoltà di muoversi precisamente a quei legami, che invece non fanno che diminuire e paralizzare   l’energia muscolare delle sue gambe. Se poi agli effetti naturali dell’abitudine s’aggiunga l’educazione data dal padrone, dal prete, dal professore, ecc., i quali sono interessati a predicare che i signori ed il governo sono necessari; se si aggiunga il giudice ed il birro, che si forzano di ridurre al silenzio chi pensasse diversamente e fosse tentato a propagare il suo pensiero, si comprenderà come abbia messo radice, nel cervello poco coltivato della massa laboriosa, il pregiudizio della utilità, della necessità del padrone e del governo'.
Questo diceva Errico Malatesta a proposito dei padroni e dei governi (pdf). Ma lo stesso concetto vale per la scuola, ritenuta ahimé necessaria dalla 'massa laboriosa' soltanto perché questa, la massa, è stata abituata a lunghi anni di obbligo scolastico infantile, sì che, laddove gli infanti dovessero in età adulta accorgersi, nonostante tutto, di possedere ancora del genio creativo e la capacità di imparare autonomamente, questi adulti crederanno che il merito debba essere attribuito alla scuola, quando invece quest'ultima non fa che 'diminuire e paralizzare' l’energia cerebrale e tutte le magnifiche peculiarità umane e naturali, compresa certamente la capacità di imparare per via incidentale e di creare autonomamente. C'è anche chi si salva dall'azione della scuola, e meno male!

Da questo punto di vista, corroborato dall'esperienza storica, chi si è fatto carico di distruggere obbligatoriamente l'essere umano per trarne vantaggio non è altri che quel mostro a due teste rappresentato dallo Stato e dalla Chiesa, che lavora sempre per conto della classe al potere, ma anche beffardamente in nome delle masse sfruttate che continuamente creano i loro sfruttatori per automatismo culturale dogmatico, e ovviamente per 'il pregiudizio della loro utilità'.

La fabbrica del cono gigante

immagine presa dal web
Un grumo allegro di bambini, eccoli qui, sono in sei. Stanno giocando insieme con la sabbia del bagnasciuga. Mi piace osservare da lontano i giochi dei bambini, imparo sempre tante cose, e anche loro, giocando, vivendo insieme, imparano incidentalmente tante cose. Questi bambini e queste bambine avranno un'età compresa tra i sei e i dieci anni. Per fortuna accanto a loro non c'è nessun educatore, nessun adulto scolarizzato, nessun insegnante a dividerli per età e a rinchiuderli in qualche cella, sia essa scolastica o di casa, facendoli annoiare mortalmente 'per il loro bene'.
Inizia così la costruzione di un enorme cono, il loro cono di sabbia. Quando i bambini si mettono d'accordo non ce n'è per nessuno, bastano poche parole e due occhiate complici, poi si parte, e se è il caso - come quasi sempre è -  ci si mette d'accordo di continuo anche durante l'opera. Si lavora tutti insieme, febbrilmente, ma è divertente perché è per davvero un gioco, non certo qualcosa di imposto, non certo un ricatto salariale padronale. Questi bambini hanno avuto l'idea di costruire un cono partendo da una grossa pietra di circa 10 Kg e cominciando a ricoprirla di sabbia bagnata. Ecco la fabbrica del cono gigante! Osservo l'autorganizzazione perfetta, immediata, e soprattutto la spontaneità di ogni cosa. Due bambine si dedicano alla modellazione, mentre un bambino rivolta con la paletta la sabbia, e la accumula ben bene affinché una bambina  la trasporti al cantiere, un metro più in là.

inciso
Dev'essere terribile, se ci si pensa, per la moltitudine degli adulti scolarizzati, vedere che, fatte le dovute proporzioni, si possa mettere in piedi un cantiere senza neppure nominare un capocantiere, né un architetto, né un ingegnere, senza insomma tutta quella sfilza di certificazioni gerarchizzate e gerarchizzanti (le specializzazioni di cui Ivan Illich parla spesso, e non certo in modo positivo). Ormai la nostra società non è più in grado di pensare al di fuori dello schema dato e a cui si è affezionata in modo religioso, tanto da non volersene staccare. Anche questi bambini, purtroppo, impareranno il modello culturale dominante e, salvo forse qualcuno, vorranno trasmetterlo agli altri, vorranno essere 'laureati in' solo per avere un ruolo nella macchina del capitale (la nostra  società), ma per adesso essi sono ingegneri, architetti, artisti, capi di se stessi, carpentieri, senza aver bisogno di alcuna certificazione statale, sono perciò persone e basta, e stanno usando la loro naturale e solidale intelligenza e curiosità, con gioia e in autonomia: tutte cose che la scuola uccide scientemente, per progetto occulto.
chiuso inciso
Una volta finito il cono non so bene cosa sia successo, forse i bambini si saranno rimessi d'accordo, fattostà che il bambino più alto della ciurma taglia di netto col piede il vertice del cono. Ma nessuno si innervosisce per questo. Come mai? Ho capito! questi bambini vogliono prendere un'altra pietra e metterla sul tronco di cono, così da realizzare una costruzione ancora più alta. Due di loro, a quattro mani, prendono perciò una seconda pietra e la collocano sul cono mozzato, quindi tutti ricominciano con la sabbia a modellare questa che sembra ormai una cuspide della Sagrada Familia. Quanta gioia, quale slancio di energie, che spontaneità, e per fortuna, come dicevo prima, non c'è nessun adulto scolarizzato a disturbare queste creature con i soliti 'fai così, fai cosà, te lo faccio vedere io, sarebbe meglio fare così, tu non sei capace...'.
Il gioco poi cambia. Una volta finito il cono gigante si inizia con un intreccio reciproco di gambe (le proverbiali acrobazie dei bambini) dove a un certo punto, accavallata la gamba destra sulla gamba del vicino, e torcendo il corpo tutti insieme nello stesso momento, si viene a formare una volta a crociera, un gruppo scultoreo con le mani appoggiate per terra e le gambe che rimangono in alto, sospese. E' una tensostruttura umana! Prima provano in tre, poi in quattro, poi entra nel gioco una bambina davvero piccola di statura, talmente piccola che non riesce ad arrivare alle gambe degli altri per agganciarle, e allora rimane a guardare gli altri e a ridere. Gli altri, vedendo la piccola in disparte, decidono di cambiare gioco e di costruire una piramide umana, in maniera tale che la più piccola possa salire per ultima a formarne il vertice. E così fanno. Tutti si divertono magnificamente. Nel frattempo scopro che anche mezza spiaggia sta osservando divertita ed estasiata questi bambini autorganizzati, questi giochi così spontanei, così vitali e autoeducanti, dove non c'è neppure l'ombra di ideologie e dogmi, nessuna legge esterna da seguire, nessuna direttiva imposta dall'alto, e naturalmente nessun adulto a classificare e a dare premi e punizioni; c'è però l'infinita gioia di essere nel modo in cui ognuno vuole essere. Ciò non genera caos e violenza, al contrario porta convivialità, felicità condivisa con tutti, anche con me che guardo e imparo.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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