Una citazione al giorno

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lunedì 29 giugno 2015

Due parole non esaustive sull'aggressività

Di per sé anche l'aggressività non è giudicabile. L'aggressività è. Semmai è il tipo di cultura che determina la sua qualità, e dà facoltà di giudicarla in un senso o in un altro. Possiamo però, a mio modo di vedere, distinguere l'aggressività per le sue finalità, se sono ad esempio autoritarie o libertarie, e da qui giungere se si vuole a un giudizio personale. E infatti, riguardo all'elemento 'aggressività umana', che da Fromm in avanti occorre sempre saper distinguere in distruttiva e costruttiva, maligna o benigna, sono stati scritti dei saggi molto importanti, purtroppo sempre poco o per nulla divulgati, che dimostrano come siano il contesto sociale autoritario e la sua tipica struttura organizzativa gerarchica a influenzarne il tipo, il suo carattere distruttivo, maligno. E infatti, riguardo alla nostra società violenta, si tratta di capire che i mali sociali o del mondo non dipendono dai singoli, cioè dalle singole persone, se non indirettamente e 'per conseguenza di', ma dipendono dalla società stessa, dal suo tipo di struttura entro cui i singoli si collocano, e dal tipo di cultura a cui le persone fanno storicamente riferimento per organizzarsi, pensare e agire. Bisogna guardare alla causa degli avvenimenti, anziché agli effetti, e colpire quella causa se non vogliamo più quegli effetti. Così anche riguardo alla scuola, non è corretto parlare di 'violenza nella scuola', dovremmo invece parlare di 'violenza della scuola', come alcuni pedagogisti e sociologi hanno giustamente osservato prima di me, e come ho già avuto modo di ricordare prima di adesso.
Una struttura sociale pensata in modo tale che tutto abbia una gerarchia, una catena di comando e di obbedienza forzata al suo interno, si configura come una vera e propria fabbrica della violenza, una violenza di tipo visibile e invisibile, e che si autoriforma di continuo, si alimenta di e da se stessa. Potete leggere a tal proposito gli scritti di Johan Galtung riguardo al triangolo della violenza. Se non conoscete Galtung, chiedetevi come mai l'informazione mainstream, di cui fa parte la scuola in maniera severa e primaria, lo censuri volentieri.
Una società strutturata in maniera militare non può far altro che generare e divulgare un tipo conseguente di cultura, quella autoritaria, e perciò ogni àmbito della società sarà coinvolto in un processo educativo e autoeducativo che stimola le persone ad utilizzare un'aggressività di tipo distruttivo, irrazionale, maligno. Donde la necessità del tutto apparente e fallace da parte delle singole persone di credersi le uniche e sole responsabili dei mali del mondo o della società. Ma, come dicevo, il problema non sono i singoli, è la struttura sociale e la cultura che i singoli hanno scelto di costruirsi e che accettano. Scuola e chiesa, poi, essendo istituzioni proprie di questo tipo di società autoritaria, accentuano il senso di colpa dei singoli, in particolare dei bambini ('se mi puniscono vuol dire che sono cattivo, e se sono cattivo merito di essere punito'), e in questo modo viene allontanato dal campo logico-visivo delle persone la vera causa dei problemi e si pensa ad agire autoritariamente sempre sugli effetti, sui singoli, inutilmente com'è ovvio ('La legge non ha mai reso gli uomini neppure poco più giusti' - H. D. Thoreau).
L'aggressività umana di tipo distruttivo origina perciò dalla struttura gerarchica della società, e questa aggressività non può far altro che rigenerarsi e ripetersi nei rapporti sociali, nelle numerose relazioni interpersonali quotidiane, anche quelle parentali. Pensiamo ad esempio al rapporto madre-figlio, dove, in questo tipo preciso di società militare, il figlio è pensato come la proprietà privata del genitore, e quest'ultimo si autoproclama detentore della pubblica morale, della conoscenza, della verità, della serietà, per cui si arroga da solo - con l'avallo della società -  il diritto di plasmare il bambino a sua immagine e somiglianza, a immagine e somiglianza della stessa società, e guai a chi si oppone o tenta di far pensare il bambino autonomamente, criticamente, come la sua natura vuole, non conforme ai costumi  imposti. All'interno di questo rapporto parentale che io molto a stento definirei 'affettivo', i pesi sono enormemente sbilanciati a favore dell'adulto, il bambino in quanto tale è una vittima, vittima anche del troppo 'affetto' riversato su di lui. Infatti la troppa attenzione dei genitori nei riguardi dei figli non ha mai generato caratteri liberi, persone autonome e inclini alla comprensione dell'altro o del disueto. Tutt'altro, i troppi vezzi, la troppa attenzione, il troppo controllo, contribuiscono a organizzare nel bambino un carattere aggressivo-distruttivo, come anche Marcello Bernardi ci ricorda:
'Come pediatra mi accade ogni giorno di vedere bambini letteralmente 'incorporati' dalla madre, continuamente vezzeggiati, continuamente appiccicati al seno materno, continuamente stretti fra le braccia materne, continuamente consolati con paroline e versetti, anche quando non ne hanno alcun bisogno. non sono bambini felici. E soprattutto non sono bambini indipendenti e liberi e non lo saranno mai. Sono soltanto delle appendici della madre. [...] penso di poter dire che in molti casi sia l'eccesso di presenza materna a produrre l'aggressività del bambino. Il che è logico. Un individuo perseguitato da una protezione ossessiva e implacabile può anche sviluppare dentro di sé l'impulso a eliminare il persecutore da un lato e a eliminare l'estraneo, che da sempre gli è stato presentato come nemico, dall'altro lato. Il bambino oppresso da una quantità troppo abbondante di sollecitudini materne si trova infatti nella condizione di dover far fronte a due nemici: lo sconosciuto, che non è preparato ad affrontare, e la stessa madre che lo disturba coi suoi fatali inesauribili interventi. E contro tutti e due egli si arma di pulsioni aggressive'. (Marcello Bernardi).

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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