Una citazione al giorno

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lunedì 18 marzo 2013

Moralizzazione e identità

I bambini sono egocentrici, ma non nel senso che intendiamo noi comunemente. L'egocentrismo dei bambini non è quell'aspetto culturale che ci fa credere di essere al centro dell'universo, o al centro di un gruppo di persone da sottomettere, ma è quella forma naturale di autoconvincimento secondo cui il punto di vista del bambino non è uno tra i tanti possibili, ma l'unico. Se fino ai quattro anni il bambino crede che le nuvole abbiano una propria coscienza (poiché si muovono da sole), negli anni successivi avrà necessità di credere che a far muovere le nuvole sia una qualche forza esterna: 'il vento', dirà a se stesso; ma la curiosità innata gli farà sorgere anche la domanda conseguente: 'e chi fa muovere il vento'? A questo punto, se il bambino non avrà ricevuto alcun tipo di risposta dal contesto culturale, egli svilupperà un proprio pensiero, delle proprie idee, delle risposte originali e singolari sul moto del vento, la sua fantasia sarà completamente libera di creare performances cognitive diverse, esaltanti, e a ritmi sostenuti, finché non sarà più o meno soddisfatto della risposta trovata. Avrà cioè indagato e attivato tutti i processi della critica e della speculazione intellettuale. Il bambino potrà anche arrivare alle risposte che in qualche misura si avvicinano a quelle date dalla scienza, ma cosa succede se al bambino vengono preventivamente date delle informazioni perentorie e soprattutto di carattere morale o metafisico? Il processo di critica logica svanisce in cambio di una più comoda soluzione fornita da altri. Niente sforzo intellettivo (se non quello mnemonico), ma anche niente capacità analitica, niente fertile travaglio creativo, niente spirito critico. In sostanza, quando il bambino cresce e comincia a capire che possono esistere diverse interpretazioni della realtà e della irrealtà, è sufficiente che a quel bambino sia stata precedentemente introdotta una morale qualsiasi affinché egli se ne serva per abbracciarla in toto e darsi le spiegazioni che cerca, quelle che egli definirà 'le mie certezze'. Poiché la morale gli giunge da parte di un esterno ritenuto dogmatico (autorità, prete, maestro, genitore, media...), questa morale non soltanto ha necessariamente carattere autoritario, ma segue scopi precisi, finalità prestabilite. Il bambino avverte quella morale come una solida sicurezza per tutte le sue paure e i suoi dubbi, si normalizza perfettamente ai modelli culturali imposti, si incammina sulla strada tracciata da altri, e diventa esattamente come il sistema desidera che sia. Attenzione, qui non si sta dichiarando che il teorema di Pitagora sia sbagliato, ma che in questo processo formativo fatto di nozioni predigerite e calate dall'alto viene meno l'identità personale, sostituita da quella culturale.
Occorre saper distinguere tra identità personale e identità culturale, quest'ultima è una costruzione storica, un elemento formativo che muta nel tempo a seconda di molti fattori (geografici, economici, religiosi, politici, scientifici...), l'identità culturale non ha e non può avere carattere assoluto e perenne. Ma le pedagogie progettate dai sistemi statali, pur considerando le dovute differenze tra stato e stato, hanno tutte il solo scopo di innestare nei fanciulli segni moralizzanti che inclinano gli individui alla competizione, all'autoritarismo, o all'accrescimento esponenziale della cifra competitiva in direzione autoritaria. Il bambino cercherà e userà quei riferimenti morali imposti come grimaldelli per tutte le sue questioni. E poiché il bambino vede che i meccanismi della realtà sociale collimano perfettamente con la morale imposta, avrà molta difficoltà a concepire idee diverse, soluzioni diverse, persino emozioni diverse. A quel bambino, il sistema culturale ha soffocato l'identità personale, la sua incomparabile unicità, la capacità critica, e tenderà sempre di più a identificarsi nella massa dogmatizzata che riproduce a sua volta il dogma.

3 commenti:

Pippi House ha detto...

Ti seguo sempre con grande interesse.
Nell'ottica di tendere a preservare l'identità personale, in caso di bambini non scolarizzati, come potrebbe dunque rispondere il genitore a domande di questo tipo? Io cerco di stimolare le sue ipotesi e poi passiamo insieme a cercare la risposta (per le domande che hanno una risposta, altrimenti congetturiamo a oltranza).
Scusa se porto la questione a una banale situazione pratica, ma sono appunto questioni che si calano nella pratica ogni giorno...

edmondo ha detto...

Pippi. La salvaguardia dell'identità personale di un bambino, con tutto ciò che essa comporta (ad esempio l'autostima), passa sempre attraverso la libertà di decidere cosa, come, quando, dove, e con chi imparare. In sostanza, tutto deve partire dal bambino, dalla sua curiosità innata. Nella pratica, il bambino che chiede informazioni potrebbe avere uno stimolo esterno (educatore/trice) che non imponga 'la' soluzione, ma che appunto stimoli la ricerca in varie direzioni (ascoltare il bambino sempre, con attenzione) per trovare molte altre soluzioni, e tra queste può certamente esserci la risposta fornita dal sistema culturale che, se davvero conveniente, il bambino la sceglierà liberamente senza che su di lui sia gravato il fattore 'dogma', e avrà imparato qualcosa con gioia. Se nel ventaglio delle soluzioni trovate il bambino sceglie quella che l'educatore ritiene essere la più 'assurda', l'educatore non ha il diritto di intervenire coercitivamente, anche perché la 'soluzione assurda' di oggi potrà essere messa in discussione domani dallo stesso bambino, che riformulerà la stessa domanda all'educatore o a chi ha intorno (libri compresi).

Pippi House ha detto...

Ti ringrazio.
Leggendoti trovo una preziosa conferma del fatto di "essere sulla buona strada". Speriamo di essere capace di proseguire via via, sempre con il loro (delle mie bambine) passo.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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