Una citazione al giorno

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venerdì 8 marzo 2013

Paura in una classe

Caro diario, oggi un'intera classe era terrorizzata al sol pensiero di dover passare sotto le grinfie di una mia collega per l'interrogazione. Una ragazza in particolare non riusciva più a pensare ad altro, e il suo respiro ansioso si percepiva in ogni angolo dell'aula. La ragazza si è avvicinata a me e ha sfogato tutta la sua angoscia. Ho pensato: devo ascoltarla attentamente, se ha bisogno di parlare è il segno che vuole trovare un conforto capace di alleviare la sua ansia. L'ho ascoltata, ma non è stato sufficiente. La ragazza tremava. A tanto arriva 'la scuola che ama i suoi studenti'. Se questo è amore. 
Il desiderio di esorcizzare la paura era comunque collettivo, perciò mi sono attivato nel fare un discorso a tutti sull'autoritarismo strutturale della scuola che opprime e governa attraverso la paura, e sull'inutilità di dare valore esistenziale al voto. La paura è un metodo preciso di controllo sulle persone -ho detto loro- lo stesso metodo che trovate fuori da qui. Ma questo è un discorso che avevamo già affrontato. Tuttavia si rivela sempre buono da reiterare, se necessario. Oggi è stato necessario. Certamente i ragazzi e le ragazze non si sono calmati del tutto, però è servito come rito collettivo, un palliativo momentaneo, essi sapevano che le mie parole non avrebbero mai ucciso definitivamente il mostro, e che questo mostro si sarebbe avventato su di loro immediatamente dopo il suono della terribile campanella. La ragazza di prima -che ancora adesso mi dà del lei- si è poi riavvicinata e mi ha detto: 'tutti i professori dovrebbero essere come lei, perché, vede, lei insegna lo stesso, ma senza metterci paura'. Questa dichiarazione è stata per me il complimento più denso di significato che io abbia mai ricevuto in qualità di educatore, e detto da una studentessa è stato il massimo. Le ho chiesto se avesse voglia di scrivere quello che mi aveva appena detto per un mio desiderio di conservare materialmente quelle sue parole. Lì per lì, lei ha preso la mia penna e me lo ha scritto. Grazie C., Ti voglio bene.

7 commenti:

Giampiero ha detto...

Che meravigliosi regali ci fanno i ragazzi, ci premiano quando semplicemente li trattiamo con umanita e... facciamo semplicemente il nostro mestiere: isegnare!

Non giustiziare, pardon, giudicare.
Spesso ad alcuni di noi con la memoria corta, o con qualche frustrazione non abbastanza sepolta , scappa la mano e invece di confortare il ragazzo , o la bambina che per mancanza di applicazione, o di capacità di comprensione o , per nostra fretta di valutare risultati, o per eccesso di stress da prestazione risulta fuori dalla media oltre lo "scarto" medio.... orribile termine , scarto.

Se un ragazzo non sa , lo si deve incoraggiare a ri tentare, a ri prepararsi o dobbiamo attivarci , solidarmente per trovare quella leva per motivarlo o quel termine per semplificarne la comprensione.
Siamo Maestri, insegnanti, non aguzzini, non certificatori di qualità.

La scuola non deve preparare ad accettare le frustrazioni e nostre debolezze, vice versa deve far crescere i nostri ragazzi fiduciosi nelle proprie capacità e nella solidarietà di chi gli sta di fianco o un passo avanti.

ricordo un bellissimo passo della Montessori che io leggo sempre ai bambini quando vado a propinare loro l'odiosissimo test invalsi.

prima di tutto dico loro che il valore di quel test è pari ai test di Topolino o delle riviste rosa.

poi leggo il pezzo da lettera a una professoressa, in cui un ragazzo dice alla sua ex maestra" io mi alzo presto al mattino, cammino per venire a scuola. Un luogo fatto per imparare dove lei dovrebbe insegnarmi. Finalmente sono in un luogo adatto, tranquillo, qui mia madre non mi manda a raccogliere la verdura nell'orto, qui mio fratello non mi distrae in ogni momento. io son oqui per imparare da lei.... e invece lei si aggira tra i banchi come un cane da guardia per verificare che io ancora non capisco ma che vorrei che lei mi facesse capire ed imparare.
io sono qui per imparare e lei perchè non mi insegna ?

la prima volta che ho letto questo ho pianto, poi ho avuto i brividi e m ha orientato , spero per sempre.

un bambino dopo quella volta (non era mio alunno9 è uscito dalla scuola è andato da sua mamma e le ha detto: perchè mi hai fatto perdere cinque anni?
perchè non mi hai messo in quell'altra classe?

i bambini sanno regalarci più gioia e felicità di una quattordicesima, basta voler loro bene e trattarli perlomeno con dignità!

anna ha detto...

Ciao, come mi ritrovo in queste parole! due ore fa, per esempio, entro in terza liceo per fare un'ora di "partecipazione" sulla letteratura spagnola e mi ritrovo sospiri, quaderni che passano di mano, il solito terrore per una verifica, insomma. La cosa mi colpisce sempre molto, per cui sto cercando la maniera di farli affrontare questi momenti nel modo migliore. ultimamente mi trovo bene a distrarli e anche stamattina li ho fatti dividere in piccoli gruppi e li ho fatti lavorare su testi in spagnolo antico con dizionari, internet, ho chiesto loro di disegnare, di parlare dell'argomento del testo in maniera libera... quando vedevo che tornavano a parlare della verifica mi avvicinavo e proponevo nuovi modi di lavorare sul testo, con battute, esempi, ecc. stamattina ha funzionato, li ho notati più sereni, alcuni "stravaccati" sulla sedia, segno che si stavano rilassando. non sempre ci riesco, anche io non faccio che ripetere che loro non sono voti, che valgono più del compito che faranno, che la valutazione serve solo a misurare le loro conoscenze in quel momento, ecc. in effetti, ripeterlo serve, almeno in alcune classi.
quando faccio la verifica io, invece, la riempio di disegni da colorare: fanno un esercizio, poi colorano un po', poi un altro, poi ancora disegno e così via e la cosa funziona ancor meglio quando si bloccano su un esercizio, dopo un disegnino ci tornano sopra a mente più fredda.
un'ultima cosa: parlavo con un'amica maestra e mi ha detto che un bambino di terza elementare era così teso per una valutazione che ha vomitato! è inquietante!
un abbraccio
anna

aReS4t ha detto...

dovrebbero essere tutti come te gli insegnanti....

libera mente ha detto...

Ciao Professore, io credo che tu educhi (nel senso di "educere", tirare fuori) e non insegni (nel senso di riempire, lasciare il segno). Ispirandoci a Ivan Illich, a Jonh Holt, a Marcello Bernardi... stiamo provando a fare scuola familiare con i nostri 3 bambini.... la strada è lunga, a volte tortuosa, piena di dubbi e di inaspettate scoperte. Grazie per i molti spunti che ci dai,

edmondo ha detto...

Educere, certo. Complimenti a voi e ai vostri tre figli, la vostra è una scelta che condivido totalmente. Ogni tanto fatemi sapere di come procede, se vi va. Ciao.

Federico Tabellini ha detto...

Le avevo scritto un commento in precedenza ma non sono sicuro di averlo inviato, quindi gliene scrivo un altro :).

La lettura del suo blog mi ha dato davvero speranza che le cose possano lentamente cambiare, e che la scuola di stampo ottocentesco con cui ancora ci troviamo a convivere lasci spazio a nuove forme di apprendimento più libere e paritarie per i nostri figli.

Oltre che per esprimerle il mio apprezzamento per quello che fa, le scrivo per chiederle un'intervista sui temi della scuola, da pubblicare eventualmente su alcuni dei blog su cui scrivo (che non le linko per non far cestinare il messaggio dall'anti-spam, ma che può trovare digitando il mio nome su google). Nel caso fosse interessato, mi contatti all'indirizzo federico.tabelliniATgmail.com

A presto,

Federico Tabellini

libera mente ha detto...

Grazie Edmondo. Ti aggiorneremo volentieri e continuo a leggerti con molto interesse.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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