Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -
Data Rivoluzionaria

La disobbedienza incivile

Il senso dei valori è stato stravolto, e questi valori stravolti si tramandano di generazione in generazione, si insegnano e si imparano ovunque, in famiglia, all'asilo, a scuola, in chiesa, in caserma, nei modelli mediatici, nella struttura sociale e nei rapporti che conseguentemente la definiscono. Questi valori costituiscono la morale comune, il codice convenzionale attraverso il quale si riesce a modificare il comportamento dei singoli e dei gruppi sociali. E' cultura, meglio dire un tipo preciso di cultura, è colonizzazione, un tipo preciso di innesto. Intendiamoci, quando una società è sana, dinamica, i valori cambiano seguendo il cambiamento e le istanze degli strati popolari, mentre invece in questa società malata e statica non soltanto certi valori sembrano aver ricevuto un mandato assoluto, ma vengono determinati dai piani alti e costruiti in modo tale che gli strati più bassi li perpetuino ad libitum. Anche per questo è Status.
Cosa ne è del naturale valore della disobbedienza? La cultura che ci è stata imposta lo ha fatto diventare un disvalore, un peccato da espiare, un'azione riprovevole, socialmente condannabile, punibile. I bambini sono costretti a imparare questo disvalore molto presto. Il giusto compito di ogni bambino e bambina -vanto e sfoggio di ogni adulto padrone adattato- oltre a quello di eseguire gli ordini senza discutere e contro la sua volontà, dev'essere quello di imparare ad amare il concetto di obbedienza, di farlo amare a sua volta, di difenderlo. Da adulti, questi bambini, siano essi divenuti genitori tradizionali o maestri tradizionali o qualsiasi altro genere di caporale, ripeteranno ai piccoli che disobbedire non è educato, non è civile, non sta bene, e che bisogna imparare a rispettare i più grandi (che nella cultura autoritaria vuol dire sostanzialmente chinarsi benevolmente di fronte alle autorità e ai più ricchi, e servirli). Quindi disobbedire, nella nostra cultura, non è educato, non è civile. Educazione e civiltà: altri due concetti stravolti in funzione della morale autoritaria che modella la coscienza di ognuno e i comportamenti della massa.
Credo sia necessario mettere in discussione ogni cosa, ogni parola, ogni concetto appreso automaticamente, dogmaticamente, ma secondo me quest'operazione di smembramento della cultura acquisita non si può fare se prima non ci predisponiamo a farlo, ci aiuterebbe molto a cambiarci dentro, quindi a cambiare veramente il mondo riportandolo alle sue inclinazioni naturali. Io però vedo che la società inneggia alla cultura, la vuole. Direi benissimo, ma di quale cultura si ha realmente bisogno? Quella della scuola tradizionale? Quella delle librerie sul corso dove Joel Spring e Rudolf Rocker -due nomi a caso- non sono neanche in catalogo? Quella obbligatoria ma 'gentilmente offerta' dagli strumenti mediatici del potere? O si ha più bisogno di una sana e fiera controcultura demistificatrice? E' questione di decidere, di scegliere, oltre che di specificare il tipo di cultura. Dire semplicemente 'viva la cultura' o 'viva i libri' secondo me non ha senso, è bello da ascoltare o dire, ma lo trovo alquanto retorico, incompleto.
Nelle scuole si parla di Gandhi, ma in che termini? A quale scopo? Credo che venga preso in considerazione solo per veicolare il concetto di resistenza passiva, occultando al contempo la pratica della disobbedienza civile, senza la quale qualsiasi resistenza passiva diventa mera pratica masochista. Per fare un esempio di disobbedienza civile, il filosofo Henri David Thoreau, che sul tema scrisse un libro, raccontò in prima persona alcuni episodi a lui accaduti, uno dei quali fu l'atto volontario di non pagare una tassa perché ritenuta ingiusta e poi, senza opporre alcuna resistenza fisica, porse i suoi polsi al poliziotto e alla galera.
'...Per sei anni non ho pagato la poll-tax. Una volta per questo fui imprigionato, per una notte; e mentre stavo lì ad esaminare i muri di pietra massiccia, spessi due o tre piedi, la porta di legno e ferro spessa un piede e le grate di ferro dalle quali filtrava la luce, non potevo fare a meno di essere colpito dalla stupidità di quell'istituzione...'
Anni dopo, lo stesso Gandhi, di fronte ai divieti assoluti imposti dagli inglesi sulla produzione e la compravendita di sale, non esitò un momento a disobbedire, a riprendersi quel pugno di sale -dono della natura e del lavoro del popolo- a sovvertire quindi la legge davanti alle stesse autorità e, cosa più importante, davanti al popolo. Si racconti questo nelle scuole, che non sia qualche eccezione, o di quando sempre Gandhi esortò la gente a non pagare le tasse. Ma questo in una scuola non si può dire, perché il non pagare le tasse non è 'azione civile', non è 'educazione'. Per la scuola, il beneducato, la persona per bene, è l'obbediente, meglio se è anche orgoglioso di esserlo. Obbedire invece a se stessi, alle proprie necessità, è un'eresia. Ormai sembra persino che le parole 'disobbedienza civile' si concludano lì, come fosse un concetto astratto immagazzinato, buono da tirar fuori per ogni retorica. Forse ci siamo scordati che, ancora negli anni '70, a quelle due parole ne seguivano altre due: 'disobbedienza civile alla legge'. Penso che se questa società non fosse malata di se stessa, le seguenti parole di Gandhi dovrebbero essere scritte o ripetute in ogni luogo di aggregazione umana:
'...è necessario che tutti coloro che in un modo o nell’altro collaborano con il governo, pagando le tasse, detenendo delle cariche, mandando i loro figli alle scuole statali eccetera, rifiutino la loro collaborazione al governo completamente o quanto più è loro possibile. Si possono ideare anche altri metodi per non collaborare con il governo...'
Voi pensate forse che in una qualsiasi istituzione scolastica -sedicente democratica in un Paese sedicente democratico- queste parole di Gandhi siano ben accolte? Sulla base della mia esperienza diretta dico di no. Sono stato accusato, etichettato come sovversivo. Secondo l'autorità scolastica non avrei mai dovuto dire quelle parole terribili ai bambini, perché quelle parole incitano a disobbedire alla legge. Disobbedire è diventato un crimine. Secondo l'autorità scolastica io avrei dovuto parlare soltanto della resistenza passiva, come se l'umanità non la stia già facendo egregiamente con la sua enorme pazienza, e anche molto passivamente, soprattutto in Italia. Avrei quindi dovuto dire ai fanciulli: guardate ragazzi, se ritenete sbagliato e lesivo dei vostri diritti qualsiasi ordine ricevuto, se ritenete che vi sia stato fatto un torto, voi sedete per terra, state buoni e aspettate pazientemente.
Invece quelle parole io le ho dette, ho fatto la mia disobbedienza, ho sovvertito l'ordine, ho reagito al divieto e alla morale comune, e non è detto che poi io mi sia seduto per terra, ma a quel punto avrei potuto farlo. Secondo me, non può esistere alcun tipo di resistenza senza una disobbedienza, senza una sovversione della norma imposta, altrimenti, come dicevo, la resistenza non ha alcun motivo di esistere, è solo masochismo, se non idiozia. Secondo questa sedicente 'società civile', poiché la disobbedienza agli ordini è un reato, un atto di inciviltà, la mia si configura senza dubbio come disobbedienza incivile (l'ho già detto, è tutto stravolto), ma credo che non vi sia nulla di incivile nel salvaguardare la propria dignità, sempre che si voglia dare alle parole 'civile' e 'civiltà' un valore diverso da quello attuale, per cui l'obbedienza alle regole altrui sarebbe finalmente intesa come l'intende Charles Alexandre:
'Per noi, obbedire è cessare di vivere nel momento stesso in cui siamo sottomessi a una volontà esterna; è cessare di essere interamente noi stessi; è sminuirci in modo proporzionale a quanto più aumenta la potenza di colui che comanda. È ancora annichilirsi, farsi assorbire da una personalità estranea, essere una forza meccanica, un oggetto, una cosa passiva al servizio di un dominante'.

L'assurda paura di vivere senza la scuola istituzionale

Uno degli effetti dell'istruzione è quello di far credere alla gente che in una società senza scuole, come pure senza governi, ci sarebbe solo il caos, la dissoluzione di tutto, l'imbarbarimento della civiltà. Potrei affermare che queste paure sono soltanto prefigurazioni ipotetiche, o potrei anche dire che il caos, il disordine, l'imbarbarimento sono prerogative di questo tipo specifico di società scolarizzata, stressata, abbrutita, alienata, e lo vediamo ogni giorno; ma gli argomenti che smentiscono le ipotesi e i luoghi comuni della gente sono invece di natura palpabile. Una società fondata sulla libertà e sull'assenza della scuola (intesa come la intendiamo noi ormai da secoli) risulta essere desiderabilissima, e questa non è un'ipotesi. Sono ormai molti gli esempi concreti, i documenti, le analisi, le testimonianze a supporto. Senza escludere la logica stessa! Vorrei riportare brevemente il risultato di un esperimento condotto in Inghilterra al Pioneer Health Centre di Peckham. 950 famiglie, tra loro sconosciute, che abitavano in una zona di Londra eterogenea dal punto di vista delle culture, furono invitate a convivere in una sorta di club senza capi, senza regolamenti calati dall'alto, e naturalmente senza scuola. Un gruppo di biologi e di fisici osservarono l'esperimento. Il caos si manifestò solo all'inizio, nei primi 8 mesi, a causa della non abitudine alla libertà e dell'abbrutimento acquisito nella 'vita civile' (in ogni caso, nessun omicidio, nessuna tortura... sorrido). Riporto le parole di Scott Williamson, il fondatore dell'esperimento:
'...arrivò un’orda di bambini indisciplinati, che si misero a scorrazzare per tutto l’edificio del centro come se si trattasse di una strada di Londra. Scorrazzando e correndo come teppisti per tutte le stanze, riducendo a mal partito mobilio e attrezzature. In meno di un anno il caos si trasformò in ordine, con gruppi di bambini che nuotavano, pattinavano, giravano in bicicletta, si esercitavano in palestra, giocavano e talvolta andavano addirittura a leggersi un libro in biblioteca... Le corse sfrenate e gli schiamazzi erano ormai cose del passato'.
L'esperimento nacque inizialmente su istanze esclusivamente mediche, gli scienziati della medicina volevano capire se un tipo diverso di società, non governata, autogestita, anarchica, senza capi e senza istituzioni, potesse offrire più possibilità di guarigione nei soggetti considerati 'disturbati mentali'. Il fatto di aver rilevato anche scientificamente che una comunità autogestita non soltanto è possibile ma è anche garanzia di buona salute per tutti, aprì la strada a nuove riflessioni circa la possibilità di costruire un altro tipo di società. Le riflessioni erano forse nuove per gli scienziati, ma non certo per la pratica e la filosofia anarchiche. Questo successo preoccupò ovviamente le istituzioni, la classe al potere, e il centro venne chiuso coercitivamente nel 1950 perché - dissero dai palazzi del potere - andava contro il Sistema Sanitario Nazionale. Il complesso architettonico, anche quello progettato in modo tale da agevolare la socializzazione spontanea, venne convertito in complesso di abitazioni private nel 1990. Tuttavia The Pioneer Health Foundation esiste ancora e, anzi, quello che si propone di fare - scrivono dal sito -  è proiettarsi nel XXI secolo sulla scorta dell'esperienza autogestionaria per una società libera e liberata dalle istituzioni.
Il paradosso è che la paura della gente sulla eventuale assenza di istituzioni (veri e propri dogmi) diventa terrore proprio quando si dimostra concretamente che quella gente ha torto nel pensarle necessarie. Questo tipo di terrore dunque non ha più a che fare con la nefasta prefigurazione di ciò che non si conosce (la paura dell'ignoto), riguarda invece la coscienza individuale delle persone che hanno conosciuto (come i lettori di questo post), il che è un paradosso; ma sull'argomento coscienza gli unici che possono intervenire sono le persone stesse, intimamente, autonomamente, e soprattutto onestamente. L'esperimento di Peckham venne analizzato anche da John Comerford, il quale così scrisse nel 1947 a riguardo: 
'una società lasciata a se stessa, in condizioni tali da consentirle una spontanea espressione dei suoi bisogni, è in grado di trovare i modi della propria conservazione e raggiungere un livello di armonia dei comportamenti ben al di sopra delle possibilità di qualsivoglia leadership imposta dall’esterno'.

 Il libro di Comerford sull'esperimento di Peckham

I bambini non si innestano

Oggi ho qualche difficoltà a concentrarmi, non so come scriverò, pazienza.
Ieri un caro amico mi parlava del suo giardino, mi diceva che attraverso un sapiente innesto si può ottenere una pianta diversa dall'originale. Interessante. Da una coltura-base il mio amico ottiene altri tipi di colture, secondo ciò che gli torna utile, secondo i suoi scopi, secondo un suo esclusivo progetto. Coltura: è facile individuare l'assonanza con la parola 'cultura', l'etimo aiuta sempre. 
Il pedagogo si comporta come l'agronomo, egli ha il potere di innestare i virgulti e cambiarne l'indirizzo naturale; oppure può decidere di lasciare il progetto di vita naturale, curando bene il terreno intorno. Nell'educazione tradizionale i pedagoghi compiono sempre un severo innesto, essi sono la famiglia nucleare, la scuola tradizionale, i media, la chiesa, l'urbanistica, tutta la società già innestata. Questi pedagoghi credono, anzi, hanno imparato a credere che il fanciullo abbia davvero necessità di un innesto, quello che essi stessi hanno subìto, e non si curano del fatto che quell'innesto è un ordine proveniente dall'alto, perché una società così innestata conviene solo a chi dall'alto vuole governarla per ricavarne benefici economici. 
In effetti si potrebbe pensare che il bambino, lasciato libero di crescere come la natura vuole che cresca, produca frutti non commestibili, perciò l'innesto può sembrare necessario. (Ma non commestibili per chi? Produrre che cosa?) E' sufficiente osservare gli effetti prodotti dal tipo di cultura innestata, assaggiare i frutti, e capiremo che il risultato ottenuto è un frutto amarissimo, una società davvero orribile. Questi frutti li assaggiamo da molti secoli ormai. Eppure, chi comanda dall'alto quell'innesto, come anche chi dal basso lo pratica, da un lato predicano una società migliore, dall'altro continuano a volere e a praticare lo stesso innesto, vogliono insomma questo tipo di società, non un'altra. 
Bisognerebbe poi non cadere nell'errore di credere che in agricoltura l'innesto serva soltanto a rendere dolce un frutto originariamente amaro; in natura ci sono varietà dolcissime che, per motivi sempre economici, vengono trasformate in altre varietà, magari meno dolci e pieni di pesticidi, ma che rendono tanti soldi. E poi è sempre tutto funzionale a qualcosa, bisogna vedere se è la natura a giovarne o qualcun altro: se la natura crea un frutto in un dato modo, vuol dire che le serve proprio in quel modo e, a meno che non crediamo di essere superiori alla natura, rendere quel frutto altro da sé è una decisione opportunista, esterna, ingrata, autoritaria, una forzatura funzionale a qualche speculatore. Perciò penso che questa società non abbia nulla di naturale, e che sia meglio lasciare i bambini liberi di sviluppare le loro naturali attitudini e il loro naturale progetto di vita. Quale sarebbe il risultato? si chiederanno in molti. E' chiaro che una società autoritaria come la nostra, indotta alla cattiveria e alla corruzione, pensa che il risultato sarebbe qualcosa di terribile (come se esistesse qualcosa di più terribile rispetto a quel che stiamo vivendo), ma i fatti dimostrano proprio tutto il contrario. Come si può pensare, inoltre, che la natura -vita che vuole vivere- operi contro se stessa?
Una cultura, quindi, è un modo di pensare e di agire che si può innestare anche là dove preesiste un altro modo di pensare e di agire. E' un atto autoritario. Tipico atto autoritario di questa società imperialista è il colonialismo, che è proprio un cambio coatto di cultura che avviene solitamente dopo aver guerreggiato un popolo. E la radice 'colo', comune alle parole 'colonizzazione' e 'cultura', anche se è ormai perduta nei meandri dell'oscurantismo, viene a galla proprio attraverso questo tipo di ragionamenti. Cultura, quindi, come colonizzazione coatta dei popoli, come atto autoritario, imposto, che ne cambia funzione e carattere, e poi accettato per consuetudine, per convenzione. E come tutte le colonizzazioni, la nuova cultura innestata non fa altro che agire sulle persone in modo da farle pensare in funzione degli interessi di chi le domina, fa loro accettare il sistema di dominio, e le porta a riprodurlo. Attenzione quindi all'educazione, essa può essere soltanto di due tipi: o si comporta come l'agronomo innestatore, o come il savio contadino che cura la terra intorno al virgulto, se è il caso. Educere è tirar fuori le informazioni del seme, non innestare qualcosa per ottenere dell'altro.
Questo -tra gli altri- è un discorso che faceva già Etienne de la Boétie nel XVI secolo nel suo celebre 'Discorso sulla servitù volontaria', da cui traggo il passo seguente.
'L'educazione insomma lascia sempre la sua impronta malgrado le tendenze naturali. I semi del bene che la natura mette dentro di noi sono così piccoli e fragili che non possono resistere al benché minimo impatto con un'educazione di segno contrario. Inoltre non è semplice conservarli poiché con molta facilità si chiudono in sé, degenerano e finiscono in niente, né più né meno degli alberi da frutta che hanno ognuno la loro particolarità e la mantengono se li si lascia crescere in modo naturale, ma perdono ben presto le loro caratteristiche e producono frutti estranei se si operano degli innesti'.

Dal bambino all'adulto: tre fasi

Se una società è costituita da oppressi e oppressori, nessun bambino potrà rimanere libero a lungo, poiché un adulto libero le sarà solo d'impaccio e le farà paura.

Secondo questo tipo di società, l'adulto perfetto è quello che ha superato brillantemente le tre fasi progettate dagli ingegneri del sistema, che in progressione sono la disperazione, la rassegnazione, la normalità. Ogni bambino deve passare attraverso queste tre fasi, sarà quindi destinato a diventare un preciso genere di adulto, quello che altri hanno deciso debba essere. Dentro un contesto progettato in questa maniera, come fosse una strada obbligata e arginata, è abbastanza ingenuo pensare che la scuola possa essere un luogo dedito ai piaceri dell'amore, della solidarietà, della concordia e della felicità: un futuro da schiavi non può che prevedere un addestramento da schiavi. Questi ultimi devono imparare a soffrire, e a considerare la sofferenza la normalità, essi la chiameranno 'realtà', bandiranno i loro sogni e chi oserà esplicarli.
Il bambino attraverserà la fase della disperazione, dove molti adulti già espertizzati e certificati dal sistema lo medicalizzeranno per mezzo di vari tipi di sedativi sociali. In questa prima fase il bambino percorrerà gli angusti corridoi delle istituzioni autoritarie, dagli ospedali alla famiglia nucleare, dall'asilo alla scuola, dalla televisione all'urbanistica (anche clericale), più tardi forse anche dalle caserme ai carceri, sicuramente dal luogo di lavoro alle poche ore d'aria concesse. E' tutto istituzionalizzato. Nella seconda fase, la rassegnazione, il ragazzino comincerà a fare largo uso del senso di speranza, a ricercare coloro che gli venderanno illusioni terrene e ultraterrene, e a recitare a se stesso un tipo preciso di proverbi, come ad esempio il tristissimo quanto menzognero 'siamo nati per soffrire'. La fase della normalità acquisita non è meno terribile delle precedenti, è quella dove i torti subìti e le limitazioni alla libertà si trasformano in atti di sadismo più o meno cosciente, sicuramente clinico. Nella normalità si passa dalla presunta ineluttabilità degli eventi alla perpetuazione e alla difesa dell'esistente, e tutto avviene per mezzo di quegli automatismi mentali acquisiti nelle fasi precedenti. Questi adulti sono già adattati e confezionati esattamente come vuole il sistema, imprigionati nelle loro false convinzioni, e crederanno sia giusto e naturale condurre i propri figli sullo stesso percorso di sofferenza. E' questo tipo di adulto che, senza neanche più accorgersene, salvo rare eccezioni, insegnerà ai propri figli ad essere buoni schiavi, è lui che ormai fa parte di quella grande équipe di ingegneri del sistema che, da appena qualche tacca di tempo nella lunga storia dell'umanità, suol credersi e chiamarsi 'società civile'.

Corollario.
Mi duole ripeterlo anche qui, ma credo sia necessario: è completamente inutile prendere un bambino e dirgli a parole qual è il confine tra il bene e il male, anzitutto perché spesso questi due estremi sono stati ribaltati dai pedagogisti e linguisti del sistema, per cui le armi sono strumento di pace, la competizione è un valore positivo, la disubbidienza è un reato, e moltissimi altri esempi, e il concetto di bene così traviato non può che essere funzionale soltanto a questo tipo di società autoritaria. In secondo luogo, è inutile perché i meccanismi sociali e perversi ai quali si vuole e si deve aderire (pensando di fare il bene comune) obbligano tutte le persone, anche le più buone, a rinnegare i propri princìpi di solidarietà, di giustizia, di amore, di onestà... E poi perché, concisamente, ogni individuo sano, per quanto piccolo possa essere di età, conosce per istinto quello di cui necessita per stare bene, ed essendo gli esseri umani degli animali sociali, il nostro istinto sa che la salvaguardia della specie non può che passare attraverso la solidarietà e la pratica del mutuo appoggio, giammai attraverso lo sterminio (ved. Kropotkin). Insomma, possiamo anche predicare al bambino che nel mondo siamo tutti uguali nei diritti, che è un bene amare il prossimo e la natura, che è un male la guerra, ecc. ma finché nella 'società civile' ci saranno gradi gerarchici da conquistare, metodi ricattatori da subire e da attuare, ruoli e fazioni contrapposte, schiavi e padroni, sono queste pratiche ad avere la meglio sulle prediche, a meno che una dignità ancora integra non faccia fare spallucce di fronte al timore di essere etichettati come rivoluzionari o deviati o pazzi o sovversivi.

Foto di Elena Shumilova.

L'umanità sacrificata in nome della normalità

E' veramente terribile e fastidioso, per questa società, incontrare qualcuno che pensa e agisce in modo diverso dall'usuale. Tu devi essere normale! Tu devi essere come tutti gli altri! Tu devi pensare e fare le cose come vuole il costume! Tu, bambino, con i tuoi slanci e le tue fantasie, con i tuoi no e la tua creatività, con il tuo infischiartene del colore epidermico e delle catalogazioni ideologiche, tu che sei nato libero e senza confini in testa, tu sei un deviato! Vai curato! E sei anche stupido! Devi essere educato, istruito, programmato, devi imparare presto a stare in questa società, non indicarmene altre, non mi parlare di cose impossibili, devi stare coi piedi per terra, devi essere come noi, non vedi come siamo seri, noi adulti, così responsabili con le nostre bombe e i nostri mille conflitti? Presto! diventa un bravo cittadino anche tu, entra nella catena della produzione, devi farlo, ti piaccia o no, competi con gli altri, usa il tuo cervello per ingannare gli altri, altro che solidarietà! E che non ti salti in mente di fare da grande l'artista o il poeta o l'inventore di macchine inutili! Non stare a pensare, tu devi servire!
Una siffatta società che addestra alla convenzione, al suo concetto di normalità, avrà sempre paura della diversità, e sempre la combatterà. A quel punto, al di là delle belle e inutili parole che sento predicare in ogni dove, basta un niente per fare di una persona o di un intero popolo un nemico da demonizzare, financo da ammazzare.

P.S. Chi vuole conoscere il motivo per cui -nonostante tutte le moralizzazioni- in questo tipo di società e nella scuola tradizionale ci sono violenza e bullismo, può leggere anche quest'altro post.

Pensieri tratti e ritratti

Si pensa in base a quel che si conosce. A me basta un niente per pensare. E quando penso, ho anche il privilegio di avere a disposizione due punti di vista, quello abitudinario e quello libertario, 'ostinato e contrario'. E chi non possiede il punto di vista libertario, che è poi quello più profondo dell'essere umano ma che è stato soffocato, che cosa fa? Non può far altro che guardare le cose da un unico punto di vista, che non è proprio il suo.
Come dice Paul Goodman, la scuola convenzionale insegna a vedere e a giudicare il mondo da un unico punto di vista ('all'interno del discorso istituzionale, un bambino assorbe una sola visione del mondo'), e questa visione monoprospettica, sistemicentrica, con conseguente giudizio sempre più simile a un verdetto da corte suprema, non può che basarsi su un unico macrocriterio che posso riassumenre così: 'ritengo giusto tutto ciò che è funzionale a questa realtà, a questo tipo di società, e non ad un'altra che neanche conosco e che non mi intreressa conoscere perchè suppongo che sia cattiva'.
Chi nella vita elabora anche inconsciamente questo tipo di pensiero, cioè la maggioranza degli scolarizzati, inevitabilmente condanna anche qualsiasi azione che vada contro l'adattamento al sistema. Per queste persone, la scuola migliore è quella che più aderisce alle meccaniche sociali esistenti, deve cioè avere lo scopo nascosto che ha sempre avuto. Di più, le migliorie proposte per questo tipo di scuola devono andare sempre più al cuore della funzionalità del sistema. Per queste persone una scuola libertaria 'non può mai funzionare'. Da loro unico punto di vista hanno perfettamente ragione. Ma la scuola libertaria non deve funzionare! Non nel senso che essi dànno comunemente nel loro modello di società, al loro tipo di mondo. Infatti dicono: 'il mondo va così, o ti adatti o crepi' (fato?), però dicono anche: 'il mondo va al contrario', il che presuppone l'esistenza di una direzione altra, umana e libertaria. E se siste quest'altra direzione, perché non fare le cose diversamente dal consueto?
(Scuole libertarie? Per favore! Se io voglio perpetuare l'esistente, se voglio continuare l'opera di sfruttamento degli esseri viventi e della natura, se voglio che il percorso della mia 'vita' sia sempre il 'nasci, produci, consuma, crepa', non potrò tollerare scuole che sovvertono la regola, non potrò ammettere scuole che non insegnino più l'obbedienza, la disciplina, la paura, il ricatto, la produttività, la competizione... non potrò giudicare favorevolmente scuole che ribaltano le consuetudini e i miei pregiudizi. Dico allora che le scuole libertarie non funzionano per gli obiettivi che ritengo giusti dal mio unico punto di vista, i ragazzi non fanno nulla, pensano, è disdicevole non fare nulla! Produttività! Io ho bisogno della scuola tradizionale, semmai la voglio migliorare in senso ancora più funzionale al sistema, la voglio più produttiva e competitiva. Del resto la consuetudine autoritaria mi rassicura, ed è per questo che mi lascio ammaliare dalle soluzioni sempre più autoritarie, sull'autoritarismo si basa il mio unico punto di vista acquisito. L'autoritarismo mi è familiare, mi alletta, mi rassicura. Però mi serve solo una scusa, una parola retorica per mandar giù la pillola e nascondermi dietro al fuscello, ad esempio la parola 'merito', o anche 'sicurezza', oppure 'efficienza', dentro cui posso farci stare concetti in grado di alleggerirmi la coscienza, concetti che peraltro mi faccio suggerire dalla tv, mi piace imparare la retorica demagogica e poi ripeterla, tanto ho anche il sostegno sicuro della maggioranza, e con la forza dei numeri il fuscello di prima mi diventa Sequoia).
Io ho imparato che nella vita tutto sta nello stabilire il 'che cosa si vuole', ma è ben difficile immaginare altre realtà quando anche l'immaginazione è stata bandita, trafitta dai prodotti preconfezionati e da quell'unico punto di vista acquisito dottrinalmente, annientata da quell'unico criterio di valutazione a cui ci si affeziona perché è rassicurante. Mi chiedo se non sia un controsenso essere rassicurati dal consueto e contemporaneamente lamentarsene. E soprattutto mi chiedo come mai le persone non ragionino intorno a questo controsenso che le rende terribilmente incoerenti.
Ma le cose stanno cambiando, sempre più persone non accettano l'esistente e lo combattono, anche con le piccole cose, anche le semplici autoproduzioni domestiche aiutano a spostare l'angolo visivo, e spostandolo ci si accorge quantomeno che un altro modo di vivere non funzionale al sistema esiste, e non è cattivo, tutt'altro.

Non volevamo l'obbligo scolastico

L'opinione comune cambia -quando cambia- soltanto sulla base degli interessi del potere, dei suoi burocrati, dei mercanti del capitale; questi forgiano e deviano l'opinione delle folle solo per trarre vantaggio dal loro sfruttamento. Succede allora che quella che noi oggi definiamo 'opinione pubblica' ha caratteristiche culturali molto diverse rispetto a quelle riscontrabili nel passato. Non esiste un'opinione pubblica oggettiva, l'opinione è opinabile per definizione, però, da quando esiste lo Stato, essa è sempre stata manipolata per essere funzionale al potere di turno e alla sua perpetuazione. Quando un potere ha la necessità camaleontesca di mutare forma (la sostanza rimane sempre quella), quel potere deve prima saper cambiare il dato morale della folla per potervisi adagiare sopra, e sarà la stessa folla a invocare l'apparentemente nuovo potere, difendendolo in mille modi. 
Nel caso specifico della scuola, ad esempio, se oggi l'opinione comune difende l'obbligo scolastico, in un passato relativamente recente quest'obbligo era ferocemente combattuto dal popolo, anche con le armi in pugno, e anche se le persone non hanno mai avuto nulla in contrario sulla 'questione alfabetizzazione'. Ma c'è modo e modo per alfabetizzarsi. Oggi è d'opinione comune credere che l'unico modo per alfabetizzarsi sia la scuola (quel luogo fisico preciso, con quelle metodologie), e che l'obbligo di frequenza sia un grazioso regalo dello Stato. Questa convinzione viene oggi difesa a spada tratta perché è stato cambiato il dato morale della gente relativamente al tema istruzione, il potere le ha fatto letteralmente cambiare opinione rispetto al passato, e come sempre a tutto vantaggio del sistema autoritario. 
E' ampiamente dimostrato che il luogo-scuola, oltre ad alienare gli studenti e a prepararli all'obbedienza, non può vantare felici primati di alfabetizzazione rispetto alla strada o altri ambienti. Io stesso, se volete, ne sono una prova vivente, in quanto autodidatta anche nell'alfabetizzazione, e non sono certamente più intelligente di voi. Scopo primario della scuola non è alfabetizzare. L'alfabetizzazione obbligatoria è soltanto una scusa apparente, un mezzo che -attenzione- non serve a convincere la gente sulla necessità della scuola obbligatoria (poiché la gente era stata precedentemente e moralmente preparata a questa presunta necessità sociale, che ora sa accettare benissimo), ma a prepararla alla sua strenua difesa contro quelli che non si sono fatti plasmare o convincere e che, utilizzando la critica e i fatti, dimostrano non soltanto l'inefficacia dell'obbligatorietà scolastica, ma anche la sua pericolosità. Lo sapevano bene, ad esempio, anche in USA, nell'Ottocento:
'...La nostra forma di istruzione obbligatoria è un'invenzione dello stato del Massachusetts risalente al 1850. Una parte della popolazione, stimata intorno al 80%, si oppose - talvolta con le armi - fino a quando l'area dell'ultimo avamposto di Barnstable presso Cape Cod nel decennio del 1880 fu conquistata dalla milizia ed essi consegnarono i propri bambini, che marciarono verso la scuola sotto scorta armata. C'è qui una curiosa idea da valutare. Non molto tempo fa l'ufficio del Senatore Ted Kennedy rilascia un documento nel quale si affermava che prima che l'istruzione divenisse obbligatoria l'alfabetizzazione dello stato era intorno al 98% mentre, dopo di essa, non è mai salita oltre il 91%, dove è ferma dal 1990...' (John Taylor Gatto)
Anche se queste percentuali vanno a vantaggio della non obbligatorietà della scuola, esse sono solo espressione statistica, come tale escludono a priori l'aspetto umano e le reali necessità, avrei preferito di più stimare il grado di felicità delle persone, obbligatoriamente alfabetizzate e non, probabilmente quel 91% sarebbe sceso di molto. Non a caso le istituzioni amano fare statistiche, queste servono solo a dimostrare gli esiti delle loro coercizioni. Volendo rimanere negli Stati Uniti, e sempre in quel periodo, Noam Chomsky stendeva qualche anno fa un rapporto sul grado di cultura degli operai non scolarizzati del XIX secolo che, in autonomia, nel poco tempo libero che essi avevano a disposizione, imparavano a leggere e a scrivere aiutandosi a vicenda. Chomsky riporta il fatto che spesso questi operai conoscevano i classici della letteratura inglese meglio dei borghesi con i salotti rigurgitanti di libri. Anche questo è un fatto che si pone come dato critico verso ciò che pensa l'odierna opinione pubblica.
E in Europa? Anche in Europa l'obbligo scolastico non voleva essere accettato, proprio perché obbligo. Si possono ad esempio riprendere le parole di Leone Tolstoj tratte dal suo libro 'Quale scuola?', dove tra i capitoli lo scrittore russo passa in rassegna, dopo averle visitate, le scuole obbligatorie europee, i loro obiettivi falliti, e la reazione dei rispettivi popoli a tale obbligo. Prendo dal libro un solo esempio, quello della Germania':
'La Germania, fondatrice della istituzione scolastica, dopo quasi duecento anni di lotta non è ancora riuscita a vincere le resistenze del popolo alla scuola. Nonostante siano nominati maestri soldati invalidi per meriti acquisiti in battaglia, nonostante la severità della legge in vigore da duecento anni, nonostante la creazione di insegnanti del tipo più nuovo nei seminari, nonostante l'elevato senso di sottomissione alla legge dei tedeschi, la coercizione della scuola ancora oggi pesa sul popolo con tutta la sua forza ed i governi tedeschi non si decidono ad eliminare la legge dell'obbligo scolastico. La Germania può vantarsi dell'istruzione del suo popolo solo sulla base di dati statistici, ma la maggior parte della gente, come prima, riporta dalla scuola solo un'avversione verso di essa' (pag. 44).
E' solo con le dittature del Novecento che lo Stato è riuscito a far cambiare totalmente opinione alle persone, ma non in forza dei fatti e delle necessità reali della gente (lungi dalle statistiche esibite), ma solo in forza di una propaganda dottrinale che costruisce falsi bisogni, o in forza del ricatto, della violenza della legge, che è violenza pseudomorale e anche fisica. Ne consegue tutto il discorso che fa anche Ivan Illich: da un lato c'è l'unica vera necessità del sistema di formare solo masse ben addestrate per avviarle -volenti o nolenti- alla catena della produzione, dall'altro c'è il dovere morale delle persone di descolarizzare la società per emanciparsi e creare così un mondo migliore. In buona sostanza, non è mai una camicia di forza che dimostra l'efficacia o la bontà di una iniziativa, neppure quando la camicia di forza viene invocata dalle persone che, rese massa, si ubriacano di statistiche e di pregiudizi.

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E buona lettura.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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