Una citazione al giorno

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lunedì 17 febbraio 2014

I bambini non si innestano

Oggi ho qualche difficoltà a concentrarmi, non so come scriverò, pazienza.
Ieri un caro amico mi parlava del suo giardino, mi diceva che attraverso un sapiente innesto si può ottenere una pianta diversa dall'originale. Interessante. Da una coltura-base il mio amico ottiene altri tipi di colture, secondo ciò che gli torna utile, secondo i suoi scopi, secondo un suo esclusivo progetto. Coltura: è facile individuare l'assonanza con la parola 'cultura', l'etimo aiuta sempre. 
Il pedagogo si comporta come l'agronomo, egli ha il potere di innestare i virgulti e cambiarne l'indirizzo naturale; oppure può decidere di lasciare il progetto di vita naturale, curando bene il terreno intorno. Nell'educazione tradizionale i pedagoghi compiono sempre un severo innesto, essi sono la famiglia nucleare, la scuola tradizionale, i media, la chiesa, l'urbanistica, tutta la società già innestata. Questi pedagoghi credono, anzi, hanno imparato a credere che il fanciullo abbia davvero necessità di un innesto, quello che essi stessi hanno subìto, e non si curano del fatto che quell'innesto è un ordine proveniente dall'alto, perché una società così innestata conviene solo a chi dall'alto vuole governarla per ricavarne benefici economici. 
In effetti si potrebbe pensare che il bambino, lasciato libero di crescere come la natura vuole che cresca, produca frutti non commestibili, perciò l'innesto può sembrare necessario. (Ma non commestibili per chi? Produrre che cosa?) E' sufficiente osservare gli effetti prodotti dal tipo di cultura innestata, assaggiare i frutti, e capiremo che il risultato ottenuto è un frutto amarissimo, una società davvero orribile. Questi frutti li assaggiamo da molti secoli ormai. Eppure, chi comanda dall'alto quell'innesto, come anche chi dal basso lo pratica, da un lato predicano una società migliore, dall'altro continuano a volere e a praticare lo stesso innesto, vogliono insomma questo tipo di società, non un'altra. 
Bisognerebbe poi non cadere nell'errore di credere che in agricoltura l'innesto serva soltanto a rendere dolce un frutto originariamente amaro; in natura ci sono varietà dolcissime che, per motivi sempre economici, vengono trasformate in altre varietà, magari meno dolci e pieni di pesticidi, ma che rendono tanti soldi. E poi è sempre tutto funzionale a qualcosa, bisogna vedere se è la natura a giovarne o qualcun altro: se la natura crea un frutto in un dato modo, vuol dire che le serve proprio in quel modo e, a meno che non crediamo di essere superiori alla natura, rendere quel frutto altro da sé è una decisione opportunista, esterna, ingrata, autoritaria, una forzatura funzionale a qualche speculatore. Perciò penso che questa società non abbia nulla di naturale, e che sia meglio lasciare i bambini liberi di sviluppare le loro naturali attitudini e il loro naturale progetto di vita. Quale sarebbe il risultato? si chiederanno in molti. E' chiaro che una società autoritaria come la nostra, indotta alla cattiveria e alla corruzione, pensa che il risultato sarebbe qualcosa di terribile (come se esistesse qualcosa di più terribile rispetto a quel che stiamo vivendo), ma i fatti dimostrano proprio tutto il contrario. Come si può pensare, inoltre, che la natura -vita che vuole vivere- operi contro se stessa?
Una cultura, quindi, è un modo di pensare e di agire che si può innestare anche là dove preesiste un altro modo di pensare e di agire. E' un atto autoritario. Tipico atto autoritario di questa società imperialista è il colonialismo, che è proprio un cambio coatto di cultura che avviene solitamente dopo aver guerreggiato un popolo. E la radice 'colo', comune alle parole 'colonizzazione' e 'cultura', anche se è ormai perduta nei meandri dell'oscurantismo, viene a galla proprio attraverso questo tipo di ragionamenti. Cultura, quindi, come colonizzazione coatta dei popoli, come atto autoritario, imposto, che ne cambia funzione e carattere, e poi accettato per consuetudine, per convenzione. E come tutte le colonizzazioni, la nuova cultura innestata non fa altro che agire sulle persone in modo da farle pensare in funzione degli interessi di chi le domina, fa loro accettare il sistema di dominio, e le porta a riprodurlo. Attenzione quindi all'educazione, essa può essere soltanto di due tipi: o si comporta come l'agronomo innestatore, o come il savio contadino che cura la terra intorno al virgulto, se è il caso. Educere è tirar fuori le informazioni del seme, non innestare qualcosa per ottenere dell'altro.
Questo -tra gli altri- è un discorso che faceva già Etienne de la Boétie nel XVI secolo nel suo celebre 'Discorso sulla servitù volontaria', da cui traggo il passo seguente.
'L'educazione insomma lascia sempre la sua impronta malgrado le tendenze naturali. I semi del bene che la natura mette dentro di noi sono così piccoli e fragili che non possono resistere al benché minimo impatto con un'educazione di segno contrario. Inoltre non è semplice conservarli poiché con molta facilità si chiudono in sé, degenerano e finiscono in niente, né più né meno degli alberi da frutta che hanno ognuno la loro particolarità e la mantengono se li si lascia crescere in modo naturale, ma perdono ben presto le loro caratteristiche e producono frutti estranei se si operano degli innesti'.

5 commenti:

Anonimo ha detto...

"Prima di essere contaminati dalla cosiddetta educazione, molti bambini sono in contatto con l’inconoscibile: e lo dimostrano in tantissimi modi. Ma presto l’ambiente comincia a richiudersi su di loro, e crescendo sono destinati a perdere quella luce, quella bellezza che non si trova in nessun libro e non si impara in nessuna scuola" (Jiddu Krishnamurti)

...Esser non più che oblio: questo io vorrebbe!

(Francesca)

evita*°** ha detto...

Ciao, non so chi tu sia, ma ieri ho iniziato a cercare su Internet "scuola libertaria", dopo aver notato queste parole su una rivista, e sono finita sul tuo blog.
Da quando è nata mia figlia, Nausicaa, diciotto mesi fa, sto riflettendo molto su come la "cultura" tenti di cambiare me, lei e il nostro rapporto. Penso che da quando siamo piccoli veniamo soffocati, costretti a rispondere a orari ed esigenze "altrui", che ci portano a dimenticare noi stessi.
Ma noi ci siamo, ancora, sotto sotto.
E infatti non credo che "il seme sia troppo piccolo". No. Per me quel seme non può morire.
Difatti ci tuffiamo a fare attività che ci riportino a contatto con noi stessi (teatro, yoga, arte, passeggiate, ..) perché quell'Io urla che dobbiamo ricominciare ad ascoltarlo, come quando eravamo nel grembo di nostra madre.
Carmelo Bene: un mito.
Grazie, vado a leggere il tuo blog!

Evita

edmondo ha detto...

cara Evita, quell'io profondo che sicuramente c'è, è oggeto d'interesse di coloro che, dall'esterno, vogliono modificarlo, riuscendoci nella maggior parte delle volte. Ci sono persone, come te, che prestano ascolto a quell'io, riconoscendosi in esso e quindi in se stessi, senza volerlo modificare e difendendolo dagli attacchi manipolatori. Diamo sèguito ai nostri desideri, realizziamoli, arrivano da quell'io. Ciao.

arrettulikeadog ha detto...

Torno sempre con piacere a leggere questo blog cosi interessante.Ormai il mio secondo anno di lavoro nella scuola pubblica si avvia alla conclusione.Lavoro in condizioni di grande disagio:aule minuscole e sovraffollate,carenza cronica di materiali,burocrazia.Ma i ragazzi mi adorano,forse nella loro purezza intuiscono cosa conta veramente e me lo dimostrano tutti i giorni,ho come la sensazione di essere loro complice.Non tutti giorno e non sempre ma..è una sensazione bellissima
grazie ancora
Paulleddu

nestore117 ha detto...

Che si voglia o che non lo si voglia, che si faccia finta che lo si capisce o si faccia finta che non lo si capisce, l'"ambiente" in un modo o nell'altro condiziona pesantemente lo sviluppo di un bambino, di un adolescente, di un uomo, basti pensare alla televisione e a tutti i mezzi di comunicazione di cui oggi disponiamo... come sarà un nativo digitale a trent'anni?, lo vedremo fra un po'...
nestore117

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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