Una citazione al giorno

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Data Rivoluzionaria

A proposito delle ciliege triangolari

Se avete letto 'La tragedia delle ciliege triangolari' di Silvano Agosti sapete già di che cosa voglio parlare, se non lo avete letto potete trovare il breve testo incluso in questo pdf, scaricabile liberamente, dal titolo 'Il genocidio invisibile'.
Comincio dal fatto in sé, asciutto asciutto. Chi conosce la storia delle ciliege triangolari sa già che in quel capitoletto la maestra, dopo aver rimproverato il bambino per aver disegnato le ciliege triangolari e rosa, lo corregge e gli ordina di farle tonde e rosse. Ebbene, durante un corso di aggiornamento per docenti, dove ho parlato di pedagogia libertaria, ho avuto modo di leggere ai partecipanti anche 'La tragedia delle ciliege triangolari'. Alla fine del corso, e dopo aver chiarito alcuni aspetti della pedagogia libertaria, una collega è venuta da me a chiedermi conto e ragione di quelle ciliege (s'era legata al dito un'obiezione e voleva a tutti i costi rivolgermela), non tanto perché io mi ricredessi sulla pedagogia libertaria, ma per dimostrarmi implicitamente tutto il suo attaccamento al sistema e a quella pedagogia tradizionale che io definisco del 'si è sempre fatto così'. L'obiezione era questa: 'La maestra ha fatto bene a correggere il bambino, poiché tutti i bambini devono imparare che le ciliege sono tonde e rosse, e non triangolari e rosa'. Per inciso dico che per fortuna la mia collega si è limitata a questo senza scadere nella sequela di luoghi comuni e sciocchezze del genere 'altrimenti ognuno fa quel che gli pare e ci sarebbe anarchia', intendendo con questo la sciocchezza secondo cui anarchia equivale a caos e violenza e disordine, ecc. Invece in questo modo ho potuto sbrigarmi a risponderle. Il fatto si è -le ho detto- che quel bambino, per poter disegnare le ciliege triangolari, ha dovuto necessariamente avere delle ciliege un'esperienza precedente, se non avesse avuto questa esperienza (magari le ha pure mangiate) non avrebbe potuto disegnare alcuna ciliegia, men che meno triangolare.
Ho pensato poi: possibile che un ragionamento così semplice e logico le abbia fatto difetto? Possibile che anche il semplice e trito concetto di 'rielaborazione personale della realtà' le sia sparito del tutto? Sì, in questo tipo di società è possibilissimo, purtroppo. E non mi riferisco soltanto al caso specifico delle ciliege e circoscritto alla mia collega. Questa è una società dove gli automatismi mentali, i dogmi, le convenzioni, i formalismi, hanno finito per ingolfare la logica, il ragionamento, e pure il senso delle parole. Ne sono vittima anche io, non crediate, ma combatto gli automatismi, mi sono sempre messo in discussione per emanciparmi, e continuo a farlo. Perciò, quando sostengo che occorre mettere in dubbio ogni convinzione, lo dico a ragion veduta e vissuta sulla mia pelle. Però attenzione. Ho notato che quando si tratta di difendere il meccanismo sistemico societario, le persone diventano abilissime alla critica, ma è una critica non costruttiva, ferocissima proprio perché cieca, autoritaria e conservatrice. Ad esempio, qualche persona, anziché discutere intorno ai concetti qui espressi, potrebbe aprire una disquisizione infinita sull'uso della parola ciliege con o senza la 'i'. Sterili critiche formaliste a cui non bado più. Una buona critica costruttiva dovrebbe invece legarsi al rifiuto di rimanere ancorati al 'si è sempre fatto così', significa predisporsi a un vero cambiamento, significa progredire, guardare alla sostanza e non alla forma, avanzare nei fatti e sulla linea libertaria. 
Invece questa è una società che non vuole cambiare, è stabile sulla sua linea autoritaria (non ne conosce altre, e ciò che conosce di anarchico libertario è viziato dal pregiudizio), e d'altra parte la scuola è istituzionalmente preposta alla conservazione di questo tipo di società. Non chiedete alla maggioranza dei docenti di lasciare liberi i bambini di giocare, di divertirsi, di esprimersi, di scegliere... si offenderebbero o si arrabbierebbero. La maggior parte delle persone, docenti inclusi, vede nella libertà degli altri un mostro da combattere e da uccidere senza pietà, e queste persone ci riescono benissimo perché la legge e la morale in cui credono glielo consentono, e di questa legge e di questa morale si fanno forza, salvo poi predicare ipocritamente la libertà di espressione a destra e a manca, senza parlare della pace, della fratellanza, della giustizia. Parole. Per queste persone, una ciliegia triangolare rappresenta davvero una tragedia, per la loro falsa coscienza anzitutto! Quello che c'è a scuola è esattamente quello che c'è nella società, e viceversa, le due facce della medaglia concorrono -a circuito chiuso- alla loro autoformazione continua e autoritaria. La scuola forma la società, la società forma la scuola. Da dove partire per far cambiare le cose? Ci si arriva con un minimo di ragionamento.
Si dirà, credo a torto, che l'obiezione di quella mia collega ha dell'incredibile proprio perché è stata una docente a rivolgermela, cioè una persona che dovrebbe conoscere almeno teoricamente il significato di creatività, dovrebbe quantomeno conoscere i motivi per cui sono nate le Avanguardie, o il verso libero in poesia, o tutti quei cervelli che, accusati dalle istituzioni e dalla società, hanno poi fatto progredire l'umanità (anche se il progresso gestito dal sistema finisce sempre per giovare alle varie governances élitarie e padronali). Eppure, se a quella collega io ponessi la seguente domanda: per quale motivo gli artisti come André Derain (vedi foto) sovvertivano tutti i colori? sono sicuro che, in qualche modo, senza ricorrere ad alcuno studio specifico, si sforzerebbe di trovare i motivi per rispondere più o meno correttamente. Magari direbbe che 'le sue opere sono l'espressione di un sentire la realtà in modo del tutto personale', oppure potrebbe dire che 'quelli erano anni in cui la sovversione delle regole accademiche predisponeva alla sovversione delle regole sociali imposte'. Ecco, sono sicuro che cercherebbe le parole e i concetti per rispondermi più o meno così, e allora perché non le ha ricercate nel caso delle ciliege triangolari? Il fatto si è che resiste ancora la triste convinzione secondo cui i bambini sono esseri informi, inferiori, vuoti, da addestrare, da moralizzare, che debbano 'imparare a stare nella società', in questo tipo di società e non un'altra, esattamente come la società ordina, praticamente copiando dagli adulti totalmente scolarizzati e assorbendo da loro acriticamente (pena punizione) i loro dettami, il loro unico punto di vista 'serio' sul mondo, quello imparato a scuola, quello voluto dal sistema che serve proprio al sistema. Così non se ne esce più. Ma se è questo quello che vuole la società, allora dovrebbe essere fiera di sé e dei suoi risultati. Ma visto che la società di Stato continua a lamentarsi dei mali che si autoprocura da secoli, dovrebbe smetterla di clonare se stessa attraverso la scolarizzazione tradizionale dei bambini.
Una ciliegia è rotonda, perciò bisogna disegnarla così. E chi lo ha stabilito? E con quale diritto? E a quale scopo? E colui o colei che sostiene la copia fedele della realtà, è forse in grado di copiare fotograficamente una ciliegia? Può dimostrare tale abilità? E se sì (fatto raro), può dire se tale abilità risponde alle reali esigenze dell'umanità e della sua emancipazione? Domande, queste, le cui eventuali risposte gronderebbero di ignoranza, di violenza, di retorica, di vacuo, di oscurantismo, di adattamento. Che cosa vuol dire copiare se non riprodurre l'esistente, tale e quale, proprio come avviene in una catena di montaggio? A chi giova questa ri-produzione meccanica e di routine dell'esistente? Questa è la società dove la creatività è bandita, accusata, derisa, una società fatta di gente incapace di pensare con la propria testa, incapace di fantasia, di sogno, una società ripiegata sul suo nulla violento, e che pretende di insegnare se stessa ai bambini, ritenendoli degli idioti. L'addestramento alla copia è dappertutto, e che sia copia perfetta di ciò che viene imposto, dalla tv, dal cinema, dai videogiochi, dalle architetture cittadine, dalla morale autoritaria. Gli studenti copiano i loghi delle squadre di calcio e delle multinazionali, e quando si invitano gli studenti a creare un proprio logo molti di loro hanno evidenti difficoltà. Vedo bambini di 11 anni già addomesticati che mi dicono: 'non ho fantasia, preferisco copiare le figure del diario'. A chi pensate possa giovare tutto questo?
E' davvero il caso che io spieghi qui il significato di creatività? E' il caso che io esponga i meravigliosi motivi per cui gli artisti del Novecento abbiano guardato ai disegni dei bambini molto piccoli come vere opere d'arte? E' il caso che io dica, citando Fabrizio De Andrè, che sarebbe opportuno cominciare a mettere in discussione le consuetudini 'perché le pupille abituate a copiare inventino i mondi sui quali guardare'? No, non sarò io a spiegarvelo qui, fatevelo spiegare dai bambini di tre anni, osservandoli e lasciandoli in pace, ammesso che riusciate a sopportarvi nel vedervi così prigionieri di fronte alla loro splendida libertà.
P.S. Se ne avete ancora voglia, potete leggere le considerazioni di due ragazzine dopo aver letto in classe 'La tragedia delle ciliege triangolari'. Cliccate qui.

Rimasugli personali

Quando ero bambino avevo tre amici 'speciali', la cui specialità consisteva semplicemente nel fatto che erano gli amici con cui mi vedevo anche dopo la scuola. Si giocava spesso con cianfrusaglie, strani oggetti che ci si costruiva in strada. Ogni giorno un'avventura. Mi piaceva molto regalare a questi amici i miei giochi più cari (ricordo tre biglie dorate lucentissime), mi dava soddisfazione. E infatti in famiglia mi riferivano della mia generosità. Sarà per questo che a ogni natale non mi capacitavo dell'imperativo diffuso ad ogni angolo della società 'a natale bisogna essere più buoni'. Mi chiedevo: in che senso dovrei essere più buono? Insomma, sembrava che quel clima da buonismo autoritario, a comando, mi volesse far credere che io durante tutto l'anno facessi regolarmente 'il cattivo'. E poi, cattivo in che senso? Avrei dovuto sentirmi in colpa? Certo che sì, in questa società sentirsi in colpa è un obiettivo dottrinale pedagogico preciso. E invece prevalse in me l'umano orgoglio e una certa consapevolezza del mio essere in rapporto agli altri. Un giorno disertai il catechismo, a mia madre le dissi la verità: mi annoio da morire! Non fui obbligato ad andarci, continuai invece ad essere me stesso con gli amici, anche nelle liti. Penso che il torbido si nasconda sempre in quelli che ti spiegano come devi essere, e l'ipocrisia in quelli che dicono di farlo 'per il tuo bene'.

Dal dire al fare

 La buona pedagogia esige coerenza
Non è semplicemente predicando il bene che lo si ottiene. Se fossero sufficienti le parole avremmo risolto i nostri problemi da un pezzo. Servono invece azioni che siano esempi per la costruzione di un sistema culturale diverso da quello in cui siamo imprigionati. Noi, con le nostre azioni, con le nostre scelte, nei nostri rispettivi àmbiti e secondo le nostre diverse capacità, siamo in grado di cambiare il modello dominante autoritario.
E' perfettamente inutile predicare ai ragazzi l'eguaglianza nei diritti, la libertà, la pace, la solidarietà, la giustizia, se tutte queste belle parole non si traducono in fatti concreti. I ragazzi imparano copiando dal mondo degli adulti, dalle scelte e dalle azioni di questi ultimi, spetta agli adulti agire in coerenza con ciò che essi stessi predicano, ma dato che nella stragrande maggioranza dei casi questo non succede, possiamo affermare che gli adulti vivono continuamente dentro questa incoerenza. Purtroppo l'incoerenza è anch'essa un modello, e nella scuola tradizionale l'incoerenza è ovunque. Vorrei fare un esempio. Se un giorno una maestra spiega ai bambini che la parola 'democrazia' significa 'potere del popolo', e lo spiega mentre tutti gli altri giorni impone al suo popolo di studenti ogni tipo di ordine, utilizzando il ricatto del premio o la paura della punizione, questa è tutt'altro che democrazia, è dittatura, che si fa modello da copiare. Se vogliamo che il modello sociale rimanga per molti altri secoli quello che è, allora quella maestra farà bene a fare come ha sempre fatto, dichiarando attraverso ogni sua azione e dall'alto del suo scranno che non esiste alcuna eguaglianza nei diritti, poiché in questo tipo di società gerarchizzata qualcuno dev'essere più uguale degli altri, deve avere più diritti degli altri. Se quella maestra ritiene un pericolo il fatto che i bambini decidano in autonomia o che abbiano gli stessi suoi diritti, allora è perfettamente inutile che quella maestra parli di democrazia o di libertà o di giustizia, anzi è dannoso, poiché ciò che insegna a quei bambini è l'ipocrisia, un comportamento sociale fondato sulla falsità, un modello che è violento in sé, strutturalmente, nella gerarchizzazione dei ruoli. Se quella maestra ritiene che il suo modello sia quello più utile alla società, per coerenza con le sue azioni e con le sue convinzioni quella maestra dovrebbe predicare la presunta bontà della dittatura, non della democrazia, allora può darsi che i bambini apprezzeranno anche la coerenza tra il suo dire e il suo fare. Ma è bene sapere, quantomeno, che è molto stupido sperare di cambiare le cose facendo le stesse cose.
Certamente in questo tipo di società dittatoriale e punitiva cambiare le proprie scelte o distruggere le convinzioni tradizionali richiede non soltanto determinazione e autocritica, ma anche la consapevolezza che ciò che si è sempre fatto è sbagliato, e credo sia questo lo scoglio più grande da superare: avere consapevolezza degli errori, ammetterli, e saper cambiare nei fatti. Gli adulti, attraverso le loro scelte quotidiane, non fanno altro che adattarsi alla società autoritaria, e obbligano figli e studenti ad adattarvisi loro malgrado, non per cattiveria consapevole, ma perché pensano davvero che le loro scelte siano giuste, da insegnare; d'altra parte, sono loro quelli 'seri' -dicono- non certo i bambini che devono imparare a stare in questo tipo di società. Ma quando qualcuno chiede agli adulti il motivo delle loro scelte, essi non hanno altre risposte da dare che un retorico 'perché si è sempre fatto così' o 'perché è giusto così', che suona davvero come un'ammissione di colpa, un non voler cambiare nulla a tutto vantaggio del sistema. Non c'è la consapevolezza del fatto che un'altra strada esiste e la si può percorrere soltanto se riusciamo ad abbandonare le vecchie idee, la morale imposta. Da qui l'esigenza di cambiare noi adulti per primi, affinché si possa diventare esempi per i piccoli e, sembra un paradosso, ma sono proprio i più piccoli a darci gli esempi più concreti per un'umanità libera: seguiamoli, non indottriniamoli, cerchiamoli in noi stessi, assecondiamoli. Pascoli docet.
La stragrande maggioranza delle persone è convinta di fare il bene, di conoscere la verità delle cose, di essere nel giusto, salvo poi scontrarsi con la realtà, con la Storia, con i fatti di tutti i giorni, che smentiscono radicalmente le convinzioni comuni. Che cosa ha prodotto ad esempio la scuola fino a oggi? Quale tipo di società, se non la solita, abbrutita ed ebbra di autoritarismo e ignoranza? Eppure, sfido chiunque a trovare un solo docente che non si dichiari nel giusto, che non dichiari la propria bontà pedagogica, la propria comprensione, persino il proprio amore nei riguardi degli allievi. Sono pronto a dar loro ragione qualora ammettessero finalmente che tutta la loro indubbia professionalità e dedizione, tutto il loro amore e la comprensione, sono al completo servizio di questo tipo di società, non certo di un'altra, magari proprio quella che essi predicano ma non praticano. Ma ammettere il proprio servile servizio vuol dire anzitutto essere consapevoli di ciò che realmente si sta facendo, delle colpe che si hanno. E le stesse colpe della scuola tradizionale le ha ugualmente la famiglia tradizionale, come tutta la società che fa di tutto per insegnare ai bambini il suo conformismo, l'adattamento al sistema, il 'si è sempre fatto così'.
Allora badiamo ai fatti, alle azioni. Supponendo adesso che tutti gli insegnanti ammettano a se stessi che la direzione intrapresa è quella sbagliata, e che finalmente trovino anche la volontà di re-agire per lasciare crescere i bambini liberamente secondo il loro individuale e naturale progetto di vita, scoprirebbero presto che l'atto educativo non è il riempire la testa di informazioni prestabilite, già codificate; e non è neppure avere l'assurda pretesa di valutare e classificare le persone in base alle prestazioni ottenute. Scoprirebbero che tutto quel che hanno sempre fatto è esattamente l'opposto di quel che vuol dire educare, si accorgerebbero che il processo educativo è invece una relazione tra pari, è autoeducazione reciproca e continua che si svolge in un ambiente libero dove l'apprendimento è gioioso, 'incidentale' -per dirla alla Paul Goodman- non programmata, autonoma, dove il motore dell'apprendimento è la curiosità innata dei bambini, la loro naturale e gioiosa predisposizione alla scoperta, all'esperienza. Scoprirebbero con la pratica che il rispetto nei fatti delle singole diversità -ben lungi dall'essere un fatto retorico- è una ricchezza che si moltiplica esponenzialmente in termini di umanità, di solidarietà, di dignità e di informazioni. Scoprirebbero che non possono esistere campanelle, orari prestabiliti e decisi dall'alto per creare un'opera d'arte o per terminarla, o per leggere e far di conto, e neppure che un caporale nella classe-cella stia sullo scranno più alto a sorvegliare affinché tutti eseguano gli ordini da lui impartiti (pena la futura dissoluzione del consorzio umano). Scoprirebbero che adattare i giovani a questa società vuol dire addestrare, plasmare, indottrinare, creare coscienze credute inesistenti, allenare all'obbedienza, alla competizione, alla vendetta, alla paura, istruire i futuri lavoratori-sudditi alla catena del sistema, renderli il più possibile aderenti al modello mercantile e autoritario. Scoprirebbero tante altre cose, e si stupirebbero di quanto genocida fosse il loro 'prima' così strenuamente difeso e imposto.
Sarei anche io un ipocrita incoerente se scrivessi tutte queste parole senza dare e avere il mio bel contributo nella pratica quotidiana, sia a scuola che fuori. Ma voglio dirlo, la pedagogia libertaria che metto in pratica in una scuola di Stato non ha certo vita facile, struttura e persone sono ostacoli non da poco, ma credo che sia proprio dentro una scuola di Stato che serva una pedagogia libertaria, così come è proprio dentro la nostra società che servono altri percorsi, altre conoscenze, altre pratiche, altre persone. E nonostante tutti gli ostacoli anche fisici che la scuola tradizionale pone al mio essere e a quello dei ragazzi, a cominciare dalla reclusione obbligata in una classe, ci sono pratiche libertarie che oltrepassano tutti gli ostacoli. In una scuola di Stato, ad esempio, è già cambiamento in senso umano far decidere ai ragazzi, farli scegliere in autonomia, non terrorizzarli con i ricatti attraverso quella mannaia dei giudizi sempre pronta a colpire e che genera ansia da prestazione, conflitti, litigi, vendette, sperequazioni... Lasciare liberi i ragazzi di discutere su un argomento, se vogliono discuterne, anche relativo al programma istituzionale, significa scoprire che questi ragazzi hanno anche visioni diverse, mondi diversi, muovono critiche, trovano altre soluzioni. Non ho studenti al mio cospetto, ma persone intorno a me. Chi può pensare che tutto questo sia un male? Io non obbligo i ragazzi a dare la risposta fornita dal libro, non obbligo neppure a comprare il libro di testo, ma neanche a non comprarlo. La libertà è anche questo. Ci sono scelte e azioni che si possono fare anche nella scuola di Stato, anche se con evidenti difficoltà, alcune di queste azioni le ho riportate qui nel blog Scuola Libertaria. Si può fare, non basta dire.

Del depotenziamento degli individui

Ogni vita è un potenziale magnifico di naturale autodeterminazione. Un individuo autodeterminato difficilmente potrà accettare di essere privato delle sue prerogative, delle sue decisioni, dei suoi diritti, della sua autonomia, della sua morale, della sua vita. Perciò un establishment autoritario ed élitario, che ha affinato le sue tecniche violente nel corso di vari secoli, ha trovato gli strumenti perfetti per depotenziare gli individui al fine di renderli macchine biologiche atte a soddisfare i bisogni esclusivi di quell'élite. Deve farlo subito, da che si è infanti. La naturale autodeterminazione degli esseri umani si trasforma molto presto da un lato in docile sottomissione alle autorità, dall'altro nel desiderio di diventare un'autorità, dominando i più deboli o quelli che le maggioranze classificano tali. Trattasi di violenza strutturale, quella che non si vede e a cui non si bada.
Uno dei più efficaci strumenti di depotenziamento dell'autodeterminazione personale è la scuola tradizionale. Nel momento in cui qualcuno indica il posto in cui bisogna rimanere seduti, obbligando a fare ciò con una punizione o con un premio, lì comincia lo smantellamento dell'individuo in quanto tale, la dissoluzione dell'essere vivente autonomo, lo svuotamento dell'umano io, e questa azione di depotenziamento continua per tutta la vita oltre le mura della scuola. La responsabilità personale, la dignità, la volontà, persino il pensiero, così come la creatività, la libera scelta, il diritto di essere per come si vuole essere, diventano sostanzialmente ed effettivamente, già all'atto di nascita, affari di qualcun altro. A questo 'qualcun altro' ci si deve abituare presto, come alle sue direttive e alle sue punizioni, pena la pubblica accusa anche da parte di una società violenta formata culturalmente attraverso quegli stessi strumenti dell'élite che la società assume passivamente come modelli corretti per un'alta formazione morale e civile. Di questa alta formazione morale e civile ne raccogliamo ogni giorno tutti i frutti, da secoli e secoli, e sono tutt'altro che dolci.

Corollario.
I miei studenti mi scrivono delle lettere bellissime, vogliono con questo estendere la loro presenza nel mio cuore anche oltre la scuola, lo fanno disinteressatamente proprio come quando ci si incontra fuori e si sta insieme per il solo gusto di stare insieme. Scelgono di scrivermi in forma parlata, si auto-organizzano ed elaborano il testo. Sono lettere in cui emerge tra le righe il discorso dell'autonomia e della fiducia, elementi fondamentali del saper vivere responsabilmente, ma che mancano in questo tipo di società costretta a non vedere il modo in cui essa stessa viene formata. Nel corso di molti anni trascorsi nelle scuole ho raccolto lettere, biglietti, disegni, tutti a me indirizzati, e li ho messi dentro una valigetta. Dico sempre ai ragazzi che quella valigia rappresenta il mondo che sarà 'quando l'anarchia verrà', e siccome la giustizia e la libertà e la pace non sono cose che possono essere restituite da quelli che ce le hanno carpite, tocca a noi lottare per riprendercele e non regalarle più a nessuno.

Essere utili è una follia

Non esagero quando dico che per cambiare le cose bisogna cominciare a mettere in discussione ogni cosa. Ci sono convinzioni e pensieri e azioni che mai al mondo si penserebbe di demolire, come quella di considerarsi utili o di volerlo diventare. La scuola insegna a rendersi utili alla società. Quasi nessuno si pone la questione relativa all'utilità, anzi, di fronte a questo sacro obiettivo ogni 'buon educatore' (famiglia, scuola, chiesa, media, società) si sente un messia quando può dimostrare a tutti che la sua vittima educata ha raggiunto il top dell'utilità sociale. Un bel 110 e Lode, un ragazzo 'con la testa a posto', una ragazza 'a modo', e tutti applaudono. Benissimo: bisogna vedere però a quale tipo di società serve quel voto, quel genere di ragazzo e di ragazza. Certamente a questa: autoritaria, capitalista, mercantile, di stampo borghese fascioclericale, dove tutto si misura con la produttività e la pecunia, uomo compreso, in nome del Pil.

(Direi che anche io faccio parte della schiera dei 110 e Lode, lo dico per evitare incomprensioni, ma mi salva la consapevolezza del significato sociale di quel voto, quindi penso e agisco contraddicendolo con fierezza. Non mi hanno avuto come avrebbero voluto).
In questo tipo di società essere utili significa sostanzialmente adeguarsi, credere ciecamente negli snodi di questa società, nella sua cultura, nei suoi valori, nelle sue strutture, significa non ostacolare in alcun modo le sue funzioni di controllo e di oppressione (strumenti del vero disordine), rendersi docili e flessibili ad ogni decisione calata dall'alto, saper adoperare i suoi codici riproduttivi, il più ingannevole dei quali è senza dubbio l'esercizio del voto, questo mythos della partecipazione a una forma di autoreclusione dove tutti si lamentano sopravvivendo d'illusione e osservando il baratro.
In campo scolastico gli insegnanti sono -anche se spesso inconsapevolmente- lì apposta per far aderire perfettamente i pensieri e le azioni degli studenti al mondo degli adulti già socializzati, normalizzati, cittadinizzati, introdotti nella produzione e nella logica del profitto ad ogni costo. Gli insegnanti si preoccupano molto quando vedono un bambino che sta sempre isolato, ai margini, fuori dal gruppo, quel bambino -dicono- è asociale, ha seri problemi perché non interagisce con gli altri utili, quindi è un bambino inutile e bisogna intervenire con urgenza, bisogna farlo socializzare, insegnargli le nostre regole e la nostra morale per renderlo utilizzabile, insomma deve diventare al più presto un cagnolino addestrato come gli altri, un ingranaggio della produzione. Quasi a nessuno viene in mente che quel bambino sta benissimo nel modo che ha deciso e che sente, che il suo personale concetto di utilità è riferito semmai all'ambito dei suoi esclusivi bisogni che forse istintivamente rifiutano quelli della società di massa e dello sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo. E' solo uno dei tanti esempi. Studia bene, fanciullo, che così avrai un buon lavoro (altro mythos) e sarai utile all'economia, al Pil, al ciclo di schiavi e padroni che noi chiamiamo società, civiltà, progresso e sviluppo.
E se non si lavora come si fa? Certo, oggi se non si lavora è un problema, ma in questa società il problema sussiste anche quando si lavora, cioè quando 'ci si rende utili', in altre parole quando si viene 'impiegati da qualcuno per', utilizzati come oggetti e macchine per far crescere il capitale che rimane sempre in mano a pochi. Che cosa fare allora? Intanto cominciamo a mettere in discussione la parola 'lavoro', ragioniamo sul concetto distorto che questa parola ha assunto in questa società (esattamente come la parola 'educazione'), e allora scopriremo che il lavoro può avere finalità diverse e davvero nobili solo se inserito in sistemi non competitivi, non gerarchici, anticapitalisti, umani, gioiosi, solidali. Allora sì che essere utili o desiderare di esserlo diventa strumento di vera emancipazione personale e umana. Il bellissimo video che segue è un'animazione che può mostrare il significato di 'utile' in questo tipo di società, dove tutto è gerarchizzato, e gli esseri umani vengono impiegati, utilizzati, arruolati, addestrati a voler essere tali.



Consiglio editoriale:
'L'abolizione del lavoro' di Bob Black (pdf)

Lo Stato e i suoi automi

Per rendere operativo un automa è necessario attivare dall'esterno un procedimento di istruzione. Senza istruzione l'automa non funziona. Non basta ancora. Bisogna stabilire a priori i compiti che l'automa dovrà svolgere. Decido allora che la funzione di questo automa sia quella di lavorare per me, che mi faccia vivere superlativamente con tutti gli agi, ma soprattutto dovrà imparare a difendere da solo sia la missione che dovrà compiere, sia chi gliel'avrà in-segnata. Dovrà credere che sia la sua missione. Difenderà quindi l'ordine impartito. Per ottenere tutto questo -dicevo- non basta l'istruzione, occorre un programma che qualifichi l'istruzione. Che cos'è un programma? E' una serie prestabilita di inputs, di elementi cognitivi esterni e precisi che, interagendo tra di loro, costruiscono -anzitutto all'interno dell'automa- il mondo in cui deve muoversi, e i suoi limiti: quel preciso mondo, limitato dagli elementi dati, costituirà la realtà dell'automa, una realtà che replicherà per programma dato e ordinato. 
Però ho un grosso problema: l'automa che ho di fronte è un neonato, questo vuol dire che è un essere umano, vivente. Che cos'è un essere umano? E' un organismo autopoietico che possiede già dentro di sé un progetto naturale di vita che, se lasciato libero di svilupparsi, creerà una realtà sua, diversa da quella che mi serve per i miei esclusivi interessi. Che cosa posso fare?
Posso sicuramente abituarlo all'idea. Dovrei addestrarlo alla mia realtà, e questo in un certo senso è facile, i bambini piccoli sono ottime spugne, basta dar loro l'esempio, crear loro un contesto ad hoc, e imparano velocemente e naturalmente (ah, la natura! Me ne servo bene quando voglio!). Gli costruirò delle sovrastrutture, una morale, la mia, e gli soffocherò la sua, lo istruirò per bene al mio programma, gli darò dogmi per i suoi bisogni spirituali e organizzativi, gli farò credere che la mia istruzione sia un sacrosanto diritto. Organizzerò per lui una programmazione speciale, nascosta, in grado di far diventare questo bambino un adulto che replichi e faccia replicare il mio programma, la mia realtà, la mia morale, la mia istruzione. Questione di disciplina. La disciplina: una parola di cui dovrà sentirsi orgoglioso.
Non avrò bisogno di riprogettare tutto ogni volta, ad ogni generazione, perché saranno gli adulti già programmati che programmeranno i figli a loro volta, automaticamente, a me basterà una seppur severa e capillare opera di mantenimento del programma, del contesto, una propaganda giocata a colpi di realtà, la mia realtà che chiamerò 'società civile'. In fondo, faccio esattamente quello che gli esseri umani hanno sempre fatto senza di me: imparare dalla comunità la vita e la cultura della loro stessa comunità. Ma adesso la comunità la invento io per loro, e loro vi si caleranno nei modi prestabiliti. E' 'cultura' -diranno fieri- senza neanche chiedersi quale tipo di cultura stiano osannando, conservando, perpetuando. Andranno matti per la parola 'cultura' tout-court, e per i libri che fornirò. La mia realtà competitiva la replicheranno ovunque, nelle dimensioni più diverse, nella famiglia tradizionale, nel condominio, nel posto di lavoro, nel quartiere, nel comune, ecc. Una miriade di piramidi che replicano la mia, tutto a mo' di frattale, e a mio esclusivo vantaggio.
Un momento. Che cosa succederebbe se la natura di alcuni di questi automi dovesse emergere comunque? Di certo qualcuno di loro sfuggirà al mio programma, alla mia istruzione, al mio progetto. Cosa posso fare? C'è da aver paura, ma nella mia realtà non dovrei essere io ad aver paura, però ne ho già tanta al sol pensiero di quei pochi non addomesticati che seguiranno sicuramente le informazioni della loro natura, finiranno prima o poi per scoprire il mio progetto pedagogico, penseranno con la loro testa. Posso difendermi. Posso anzitutto cercare di censurare altri tipi di informazioni, quelle a me ostili, quelle che svelano ogni cosa, in questo modo quei pochi sentiranno soltanto degli impulsi umani senza poterli decifrare con precisione, mentre tutti gli altri, dato che saranno ben pedagogizzati, si guarderanno dal voler conoscere quelle altre cose che io marchierò come 'sovversive' e 'pericolose'. Posso infatti inserire nel mio programma nascosto degli elementi specifici affinché la maggioranza prenda tutte le distanze da quelli che prospettano e costruiscono realtà diverse dalla mia. La massa di automi programmati in questo modo associerà automaticamente quei pochi umani all'idea del male, della violenza, del terrore, del caos, della paura, cioè a tutto quello che in verità sono io a generare, per il mio tornaconto. Credo che il progetto sia perfetto. Però, non so come mai, ho sempre una paura latente che avverto ogni momento. Sarà forse perché so di mentire, o forse perché so che qualcuno, anche se solo qualcuno, sfugge sempre al mio progetto e, inneggiando alla libertà, si rifiuta di funzionare come vorrei.

Fatti, non parole, magari distanza

Gli adulti dovrebbero avere l'interesse di mostrare ai bambini modelli di vita capaci di trasformare questa società in una società migliore, diversa. Il verbo mostrare lo intendo nel senso di agire, fare, operare, praticare. Sono le azioni determinate dalle scelte individuali, e non le sole parole usate a mo' di predica, quelle che costruiscono i modelli e il senso di ogni tipo di società. Nessuno meglio di un bambino sa cogliere l'ipocrisia degli adulti, quella che risiede nel fare esattamente l'opposto di ciò che essi dicono in tema di libertà o di giustizia o di eguaglianza... Se l'adulto, con il suo agire, con le sue scelte, non è in grado di garantire modelli di vera giustizia e umanità, se continua a contraddire se stesso, dovrebbe quantomeno stare lontano mille miglia dai bambini, in ogni caso non arrogarsi nessun diritto su di loro (salvo nei casi in cui è necessaria la difesa della sua persona), men che meno avere la pretesa di conoscere i loro bisogni. Neppure Janusz Korczack* -una vita (e una morte) con e per i bambini- era riuscito a comprendere il mondo delle necessità infantili, perché ogni bambino è naturalmente un mondo a sé, e tale dovrebbe rimanere, ma c'è bisogno di dirlo? Purtroppo sì! Inserire il bambino in percorsi obbligati di normalizzazione è un crimine:  
* 'Per me, e credo per ogni educatore, non esistono i ‘bambini’, esistono gli individui, così diversi, così estremamente differenti, ciascuno dei quali reagisce in maniera così diversa e particolare a tutto ciò che lo circonda [...] non trasformerò nessuno dei bambini in qualcosa di diverso da ciò che egli è. Una betulla rimarrà betulla, la quercia quercia...'
Ci si renderà conto, con un minimo di onestà intellettuale, che i modelli per una società migliore esistono già, e che questi modelli espressi dai bambini dovrebbero essere gli adulti a ripescarli, a trarli fuori da quei 'se stessi' che erano ieri, o reimpararli. Io passo molto tempo a osservare i bambini e le loro dinamiche, con i più piccoli uso molta cautela, ho paura -per così dire- di rompere quei cristalli meravigliosi e multicolori. Nel loro essere liberi e autonomi, i bambini sono. Serve altro? Da ciò imparo e insegno, mi indirizzo verso la comprensione e il rispetto di me stesso, oltre che delle diversità che mi vivono intorno. Diceva Lamberto Borghi: 
'L’educatore che non si preoccupa di individuare le caratteristiche singolari e irripetibili di ciascuno dei suoi alunni, che invece di concepire e condurre il suo lavoro come un apprendistato perenne e di vivere nella sua scuola e nella sua classe come in un 'laboratorio', adagiandosi invece nella bambagia delle idee generali, si colloca nel chiuso di una provincia pedagogica dove trasmissione di nozioni e di abiti di comportamento omogeneizzante, conformismo, livellamento, sono le forme strumentali, idonee alla conservazione dello stato di cose esistente, al servizio della perpetuazione del dominio, della società adulta'.
Il 'laboratorio' o 'apprendistato perenne' di cui parla Borghi è quel luogo dove avviene l'educazione attuata nel suo autentico senso, l'educazione intesa come autoeducazione permanente, relazione alla pari, o se volete 'educazione incidentale' (cfr. Paul Goodman), dove non può esistere struttura gerarchica o autoritaria, ricatti e paure, ma un libero e spontaneo scambio di informazioni desunte anche e soprattutto da un contesto altrettanto libero e spontaneo, cosa che una scuola tradizionale, 'pubblica' o privata che sia, non potrà mai garantire, dove persino il gioco è organizzato e l'oria d'aria sotto costante vigilanza. Un mondo libero è un mondo che si autoeduca alla libertà, con i fatti. 
Gli ingegneri-pedagoghi di questo tipo di società mercantile vogliono e ottengono esattamente il contrario di quel che dovrebbe essere 'educazione' o 'apprendimento' o 'scuola', e raggiungono il loro scopo con la complicità dei docenti, il più delle volte inconsapevoli; questi, una volta raggiunto il tanto agognato gradino un po' più alto, non si rendono conto di essere dei perfetti carcerieri al servizio del sistema, come lo erano stati i docenti delle trascorse generazioni (e non mi riferisco agli strumenti visibili come la bacchetta), e parlando retoricamente nelle classi-celle di eguaglianza e di diritti rimangono serenamente senza la minima intenzione di aprire la porta della prigione, semmai, sovrastati anche loro dalla paura e dal ricatto autoritario, aggiungono catenacci e controlli. 'Per il bene dei ragazzi', essi dicono. C'è mai stato un solo docente in tutta la storia della scuola che, in riferimento agli studenti, non abbia detto 'lo faccio per il loro bene' e che non si sia dichiarato nel giusto? Guardiamoci intorno: eccola qui la società costruita attraverso questo presunto 'bene e giusto' iniettato massicciamente dall'esterno e dall'alto con fare moralistico e retorico.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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