Una citazione al giorno

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venerdì 20 dicembre 2013

A proposito delle ciliege triangolari

Se avete letto 'La tragedia delle ciliege triangolari' di Silvano Agosti sapete già di che cosa voglio parlare, se non lo avete letto potete trovare il breve testo incluso in questo pdf, scaricabile liberamente, dal titolo 'Il genocidio invisibile'.
Comincio dal fatto in sé, asciutto asciutto. Chi conosce la storia delle ciliege triangolari sa già che in quel capitoletto la maestra, dopo aver rimproverato il bambino per aver disegnato le ciliege triangolari e rosa, lo corregge e gli ordina di farle tonde e rosse. Ebbene, durante un corso di aggiornamento per docenti, dove ho parlato di pedagogia libertaria, ho avuto modo di leggere ai partecipanti anche 'La tragedia delle ciliege triangolari'. Alla fine del corso, e dopo aver chiarito alcuni aspetti della pedagogia libertaria, una collega è venuta da me a chiedermi conto e ragione di quelle ciliege (s'era legata al dito un'obiezione e voleva a tutti i costi rivolgermela), non tanto perché io mi ricredessi sulla pedagogia libertaria, ma per dimostrarmi implicitamente tutto il suo attaccamento al sistema e a quella pedagogia tradizionale che io definisco del 'si è sempre fatto così'. L'obiezione era questa: 'La maestra ha fatto bene a correggere il bambino, poiché tutti i bambini devono imparare che le ciliege sono tonde e rosse, e non triangolari e rosa'. Per inciso dico che per fortuna la mia collega si è limitata a questo senza scadere nella sequela di luoghi comuni e sciocchezze del genere 'altrimenti ognuno fa quel che gli pare e ci sarebbe anarchia', intendendo con questo la sciocchezza secondo cui anarchia equivale a caos e violenza e disordine, ecc. Invece in questo modo ho potuto sbrigarmi a risponderle. Il fatto si è -le ho detto- che quel bambino, per poter disegnare le ciliege triangolari, ha dovuto necessariamente avere delle ciliege un'esperienza precedente, se non avesse avuto questa esperienza (magari le ha pure mangiate) non avrebbe potuto disegnare alcuna ciliegia, men che meno triangolare.
Ho pensato poi: possibile che un ragionamento così semplice e logico le abbia fatto difetto? Possibile che anche il semplice e trito concetto di 'rielaborazione personale della realtà' le sia sparito del tutto? Sì, in questo tipo di società è possibilissimo, purtroppo. E non mi riferisco soltanto al caso specifico delle ciliege e circoscritto alla mia collega. Questa è una società dove gli automatismi mentali, i dogmi, le convenzioni, i formalismi, hanno finito per ingolfare la logica, il ragionamento, e pure il senso delle parole. Ne sono vittima anche io, non crediate, ma combatto gli automatismi, mi sono sempre messo in discussione per emanciparmi, e continuo a farlo. Perciò, quando sostengo che occorre mettere in dubbio ogni convinzione, lo dico a ragion veduta e vissuta sulla mia pelle. Però attenzione. Ho notato che quando si tratta di difendere il meccanismo sistemico societario, le persone diventano abilissime alla critica, ma è una critica non costruttiva, ferocissima proprio perché cieca, autoritaria e conservatrice. Ad esempio, qualche persona, anziché discutere intorno ai concetti qui espressi, potrebbe aprire una disquisizione infinita sull'uso della parola ciliege con o senza la 'i'. Sterili critiche formaliste a cui non bado più. Una buona critica costruttiva dovrebbe invece legarsi al rifiuto di rimanere ancorati al 'si è sempre fatto così', significa predisporsi a un vero cambiamento, significa progredire, guardare alla sostanza e non alla forma, avanzare nei fatti e sulla linea libertaria. 
Invece questa è una società che non vuole cambiare, è stabile sulla sua linea autoritaria (non ne conosce altre, e ciò che conosce di anarchico libertario è viziato dal pregiudizio), e d'altra parte la scuola è istituzionalmente preposta alla conservazione di questo tipo di società. Non chiedete alla maggioranza dei docenti di lasciare liberi i bambini di giocare, di divertirsi, di esprimersi, di scegliere... si offenderebbero o si arrabbierebbero. La maggior parte delle persone, docenti inclusi, vede nella libertà degli altri un mostro da combattere e da uccidere senza pietà, e queste persone ci riescono benissimo perché la legge e la morale in cui credono glielo consentono, e di questa legge e di questa morale si fanno forza, salvo poi predicare ipocritamente la libertà di espressione a destra e a manca, senza parlare della pace, della fratellanza, della giustizia. Parole. Per queste persone, una ciliegia triangolare rappresenta davvero una tragedia, per la loro falsa coscienza anzitutto! Quello che c'è a scuola è esattamente quello che c'è nella società, e viceversa, le due facce della medaglia concorrono -a circuito chiuso- alla loro autoformazione continua e autoritaria. La scuola forma la società, la società forma la scuola. Da dove partire per far cambiare le cose? Ci si arriva con un minimo di ragionamento.
Si dirà, credo a torto, che l'obiezione di quella mia collega ha dell'incredibile proprio perché è stata una docente a rivolgermela, cioè una persona che dovrebbe conoscere almeno teoricamente il significato di creatività, dovrebbe quantomeno conoscere i motivi per cui sono nate le Avanguardie, o il verso libero in poesia, o tutti quei cervelli che, accusati dalle istituzioni e dalla società, hanno poi fatto progredire l'umanità (anche se il progresso gestito dal sistema finisce sempre per giovare alle varie governances élitarie e padronali). Eppure, se a quella collega io ponessi la seguente domanda: per quale motivo gli artisti come André Derain (vedi foto) sovvertivano tutti i colori? sono sicuro che, in qualche modo, senza ricorrere ad alcuno studio specifico, si sforzerebbe di trovare i motivi per rispondere più o meno correttamente. Magari direbbe che 'le sue opere sono l'espressione di un sentire la realtà in modo del tutto personale', oppure potrebbe dire che 'quelli erano anni in cui la sovversione delle regole accademiche predisponeva alla sovversione delle regole sociali imposte'. Ecco, sono sicuro che cercherebbe le parole e i concetti per rispondermi più o meno così, e allora perché non le ha ricercate nel caso delle ciliege triangolari? Il fatto si è che resiste ancora la triste convinzione secondo cui i bambini sono esseri informi, inferiori, vuoti, da addestrare, da moralizzare, che debbano 'imparare a stare nella società', in questo tipo di società e non un'altra, esattamente come la società ordina, praticamente copiando dagli adulti totalmente scolarizzati e assorbendo da loro acriticamente (pena punizione) i loro dettami, il loro unico punto di vista 'serio' sul mondo, quello imparato a scuola, quello voluto dal sistema che serve proprio al sistema. Così non se ne esce più. Ma se è questo quello che vuole la società, allora dovrebbe essere fiera di sé e dei suoi risultati. Ma visto che la società di Stato continua a lamentarsi dei mali che si autoprocura da secoli, dovrebbe smetterla di clonare se stessa attraverso la scolarizzazione tradizionale dei bambini.
Una ciliegia è rotonda, perciò bisogna disegnarla così. E chi lo ha stabilito? E con quale diritto? E a quale scopo? E colui o colei che sostiene la copia fedele della realtà, è forse in grado di copiare fotograficamente una ciliegia? Può dimostrare tale abilità? E se sì (fatto raro), può dire se tale abilità risponde alle reali esigenze dell'umanità e della sua emancipazione? Domande, queste, le cui eventuali risposte gronderebbero di ignoranza, di violenza, di retorica, di vacuo, di oscurantismo, di adattamento. Che cosa vuol dire copiare se non riprodurre l'esistente, tale e quale, proprio come avviene in una catena di montaggio? A chi giova questa ri-produzione meccanica e di routine dell'esistente? Questa è la società dove la creatività è bandita, accusata, derisa, una società fatta di gente incapace di pensare con la propria testa, incapace di fantasia, di sogno, una società ripiegata sul suo nulla violento, e che pretende di insegnare se stessa ai bambini, ritenendoli degli idioti. L'addestramento alla copia è dappertutto, e che sia copia perfetta di ciò che viene imposto, dalla tv, dal cinema, dai videogiochi, dalle architetture cittadine, dalla morale autoritaria. Gli studenti copiano i loghi delle squadre di calcio e delle multinazionali, e quando si invitano gli studenti a creare un proprio logo molti di loro hanno evidenti difficoltà. Vedo bambini di 11 anni già addomesticati che mi dicono: 'non ho fantasia, preferisco copiare le figure del diario'. A chi pensate possa giovare tutto questo?
E' davvero il caso che io spieghi qui il significato di creatività? E' il caso che io esponga i meravigliosi motivi per cui gli artisti del Novecento abbiano guardato ai disegni dei bambini molto piccoli come vere opere d'arte? E' il caso che io dica, citando Fabrizio De Andrè, che sarebbe opportuno cominciare a mettere in discussione le consuetudini 'perché le pupille abituate a copiare inventino i mondi sui quali guardare'? No, non sarò io a spiegarvelo qui, fatevelo spiegare dai bambini di tre anni, osservandoli e lasciandoli in pace, ammesso che riusciate a sopportarvi nel vedervi così prigionieri di fronte alla loro splendida libertà.
P.S. Se ne avete ancora voglia, potete leggere le considerazioni di due ragazzine dopo aver letto in classe 'La tragedia delle ciliege triangolari'. Cliccate qui.

8 commenti:

Anonimo ha detto...

Caro Edmondo,
ti seguo da qualche tempo e ti ringrazio per i file che pubblichi permettendomi di avvicinarmi alla realtà della "pedagogia libertaria" che MAI in anni di studio ho avuto il piacere di incontrare, se non per altre vie, attraverso voci fuori campo, le voci di quei 'pochi che parlano a pochi' e che ho avuto il piacere negli anni di leggere ed ascoltare.

Riguardo alle ciliegie quadrate e rosa (e a tutto quello che vi sottende) sfondi una porta aperta. Da marchiata 'educatrice professionale' rimango per mia necessaria sopravvivenza un umile essere umano che ha la fortuna di ricordarsi di quando era bambina, che si interroga costantemente sulla Vita e che, semplicemente, in questo mondo di piatta pazzia adulta dilagante, preferisce farlo con i bambini.
Leggendo le righe di Silvano Agosti ho subito pensato: come vorrei poter dire che a cinque anni sono quello che lui descrive! Ho lavorato con bambini e ragazzi di ogni età ma devo ammettere che quella "meraviglia" che è l'essere umano viene abbruttito già da tempi non sospetti.. L'infanzia la stanno già in gran parte uccidendo, lavorano costantemente per ucciderla fin dal primo anelito di espressione libera del bambino, fin dal primo respiro, fin dal parto, fin dalle prime espressioni dei propri bisogni. E gli occhi dei bambini, che si pensano - ahimè - deboli e ricercano fin da subito sicurezze, si abituano troppo presto a copiare, trovando di fronte a sè frotte di quel modello di mondo adulto, "sociale", violento, "adattato". Difficile essere un modello diverso, ancor più difficile non essere né voler essere un modello: essere solo (?!) compagno di vita, nell'esplorare insieme quello che é il nostro stare nel mondo, nell'universo.
Convivere le riflessioni che condividi mi aiuta e mi ossigena, come mi aiuta ascoltare il nostro caro Fabrizio e tutte quelle voci che si sono espresse a favore dell'Umanità.
Un sincero grazie,
Francesca

Filippo ha detto...

Nulla da aggiungere. E' il nostro dramma quotidiano. Grazie, un abbraccio.

Caterina liberelettere ha detto...

Caro Edmondo, un sincero grazie anche da parte mia, che condivido tanto di quel che dice Francesca. Grazie per un post così denso di riflessione e sdegno, ma anche di amore per l'infanzia e la giovinezza, sentimento che trovo spesso nelle tue parole, e che trovo sia una guida che non sbaglia mai.
Pensa che qualche tempo fa ho scritto un post che si intitolava colorare nei margini e la normalizzazione della creatività. L'ho scritto su richiesta di un'amica, che cercava uno strumento per riflettere con le maestre della scuola d'infanzia sulla mania di costringere i bambini a colorare fotocopie.
Io non conoscevo bene le proporzioni del problema, perché in famiglia la scuola dell'infanzia abbiamo deciso di saltarla.
Ebbene ho ricevuto tantissimi messaggi da ogni dove, mamme che mi raccontavano di fotocopie divise per genere e non cambiabili, di fogli strappati perché colorati con colori "irrealistici" o con tecniche diverse dalla campitura, bambini umiliati per aver fatto un'aggiunta o per essere usciti dai bordi. Bambini che iniziano la fruizione dell'arte e l'espressione di sé con un "giusto" ed uno "sbagliato"...
Sono rimasta sinceramente colpita da tanto malessere.

Ho studiato all'università pensando che avrei insegnato poi arte. Ora non so più se voglio alimentare la scuola di stato, nemmeno se sarei in grado di starci dentro senza essere risucchiata da quei meccanismi, e poi ritrovarmi a sentirmi bloccata ed offesa dalla creatività di un bambino.
Per giunta queste tue parole mi hanno fatto anche capire quanto deve essere dura essere così soli, in direzione ostinata e contraria, certo, ma il vento è forte ...
Grazie insomma, per avere aggiunto questo tuo tassello alla mia riflessione, e buon riposo.
Poi riparti alla grande ad inventare mondi !

edmondo ha detto...

Grazie a te, a voi, per condividere con me parole e emozioni, ancorché scritte. Io credo che la consapevolezza sia una buona strada verso l'emancipazione umana. Credo che in un contesto come il nostro, statalizzato, sia necessario non perdere mai il senso di ciò che facciamo, i motivi deleteri per cui ci impongono di farlo in determinati modi. Tenere sempre accesa la consapevolezza, o accorgersi che qualcuno ce l'ha soffocata, è una rivoluzione, significa accorgersi di quello che vogliono farci diventare, accorgerci di come hanno fatto diventare l'umanità. Perciò, anche laureandosi per diventare docente, è importante secondo me rimanere presenti a se stessi, coscienti del male del sistema, dei suoi metodi autoritari-militari, di come la società sia diventata serva del sistema; quindi parlarne con gli studenti, perché essi sono già dentro la macchina antiumana, e già a 10 anni non si rendono conto di essere normalizzati, omologati, pedagogizzati in modo autoritario. E' questo il primo passo da fare, secondo me, quello fondamentale. La macchina va smontata anzitutto culturalmente, il resto vien da sé, con la libertà di ognuno di decidere, di scegliere, di esprimersi, anche e soprattutto in un'aula-cella. Sarebbe facile per me, ad esempio, fare l'educatore in una scuola libertaria, avrei meno problemi o addirittura nessuno, ma credo sia necessaria una visione libertaria proprio là dove la libertà non esiste a causa di un progetto preciso, nefasto e occulto dello Stato.
Ciao. E buon riposo anche a voi.

Caterina liberelettere ha detto...

Ti ringrazio per le tue parole.
Devo confessarti che ... non so ... mio figlio maggiore frequenta una scuola libertaria e spesso penso che avendo modo di lavorare in un luogo così farei del bene a me ed anche a chi mi sta intorno.
In fondo se non ci sono degli sperimentatori, che ipotizzano i famosi mondi nuovi .. sarà difficile trovare un modello valido da proporre.
Però è vero anche quello che dici tu. Ci penserò.
Un abbraccio

edmondo ha detto...

La sperimentazione è una giusta reazione, e non può che nascere successivamente ad alcune considerazioni legate al contesto e al suo superamento, per emanciparsi. Purtroppo una reale presa di coscienza del contesto è largamente soffocata dalla routine culturale che perpetua l'esistente. Perciò è mio compito quello di fare in modo che la creatività e la critica esplodano, così come l'autostima e l'autonomia, al fine di poter superare la palude, immaginare e costruire alternative e sperimentazioni, come ad esempio un altro tipo di scuola, libertaria, quella dove è tuo figlio. Infatti la domanda che mi rivolgono i ragazzi, dopo essersi accorti della prigione in cui vengono costretti, è soprattutto questa: 'ma esistono scuole diverse'? Poi, ti dirò: questa domanda non mi piace molto, perché indica ancora una costrizione mentale, quella che non permette di pensare a un mondo senza più scuola, o meglio, senza più edificio scolastico. E tuttavia, porsi e pormi questa domanda significa essere già usciti dallo schema imposto. Questi ragazzi saranno quelli che costruiranno altre scuole libertarie (che ormai non sono più sperimentazioni), o ci mandaranno i loro figli, o sceglieranno altri modi per fare dei loro pargoli delle persone degne di questo nome, e un'umanità finalmente libera.

Anonimo ha detto...

ciao, scusa se scrivo qui, ho scelto l'ultimo articolo pubblicato perchè non sapevo dove scrivere altrimenti, comunque: avete mai pensato di racchiudere gli articoli del blog in un libro? magari presentandoli prima nella forma originale e poi se necessario svilupparne in seguito i concetti ecc?
io penso che sarebbe molto di aiuto a chi cerca libri sull'argomento. O almeno per me è stato così: gli articoli del blog sono stati sicuramente quelli che mi hanno aiutato di più, ma andarseli a prendere tutti dal primo all'ultimo è un'impresa e trovarli in un libro mi avrebbe sicuramente reso le cose piu facili (ovviamente non lo dico solo per rendere le cose facili a me, ma perchè, e penso che molti saranno d'accordo, sarebbe un libro estremamente interessante)
ciao e grazie :)

edmondo ha detto...

I temi affrontati qui sono estremamente sintetizzati, non possono formare un libro, necessitano di quegli ampliamenti e riferimenti che ho dovuto omettere. In commercio ci sono già molti libri di pedagogia libertaria scritti in maniera decisamente migliore rispetto a quanto possa fare io. Grazie comunque del suggerimento.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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