Questa riforma della scuola, ipocritamente e beffardamente definita 'buona scuola', ha un significato molto preciso, come del resto tutte le precedenti riforme. Ha un obiettivo nascosto, come le precedenti. E segue un continuum logico di trasformazione in peggio della società. Se infatti noi tracciamo una direttrice, precisamente la direttrice che risulta dall'azione di tutte le riforme che si sono succedute fino ad oggi, possiamo rilevare - e non senza allarme - che la società si è via via abbrutita, maggiormente asservita, depauperata del senso umano e di solidarietà... in una parola, la nostra cultura si è fatta progressivamente sempre più autoritaria. Le generazioni di giovani, dacché la scuola è stata trasformata in un obbligo, hanno modellato la società sulla base e per conseguenza della cultura che queste stesse generazioni hanno ricevuto dalle strutture scolastiche e dagli altri media. D'altra parte, non è forse molto appetibile per qualsiasi governo raccogliere tutti i bambini e i ragazzi, ma proprio tutti, in un colpo solo, radunarli in un unico calderone per poterne modellare i caratteri e inclinarli a un tipo univoco di cultura e di visione del mondo? Quel calderone è la scuola! E come ci tengono tutti i governi a che neppure un giovane sfugga alla tramoggia culturale con la scusa della 'prevenzione della dispersione scolastica'. Potessi tornare indietro, mi disperderei molto volentieri! Quanto tempo prezioso ho perduto nelle loro celle! Prima ci hanno fatto credere che la scuola obbligatoria rappresenta il bene, il progresso, la conoscenza, noi lo abbiamo creduto attraverso la scuola stessa, e poi si sono inventati la 'dispersione scolastica' come grave peccato sociale da debellare. Sono loro il peccato sociale! E la loro dispersione scolastica è una truffa morale! E' come voler inculcare nelle coscienze che il farsi sfruttare è cosa buona, e quello che sfugge allo sfruttamento è un criminale. Falso! Sono loro i criminali, i progettisti, i riformatori del potere, i parassiti malefici e bugiardissimi della società occidentale che ormai di civile non ha un bel niente! E sarà anche peggio dopo quest'ennesima riforma della scuola. Vogliono infatti una società-Panopticon perfetta! E come sempre, la faranno costruire alle masse schiavizzate grazie alla trasformazione culturale che questa riforma infonderà alle prossime generazioni di schiavi. Un immenso Panopticon, lo capiamo questo? Una società orwelliana dove ogni schiavo produttore non avrà più modo di solidarizzare con il compagno, nell'eventualità ancorché remotissima di rivolta, ma sarà ben felice di condurlo, ad ogni occorrenza, al banco degli imputati per sottoporlo alla valutazione e ad un giudizio dato da altri. Perché è questa la parola d'ordine adesso: autovalutazione. Ma la nuova futura società, cosa dovrà valutare di se stessa? Non è più il tempo dell'addestramento dei servi alla produzione, la società a questo ci è già arrivata da tempo e occorre andare più in là in senso autoritario, da domani la società sarà quella dove i servi si autovaluteranno con gioia e convinzione per vedere se il loro grado di asservimento e addestramento è buono o meno, meritevole di una punizione o di un premio. Questo è precisamente ciò che già fa l'Invalsi: giudica il grado di addestramento che è avvenuto a scuola, attraverso la scuola, ed è una forma di autovalutazione. Autosadismo perfetto. Ma guardate anche i palinsesti televisivi, guardateli come sono in perfetta sincronia e sintonia con gli obiettivi nascosti della scuola, sono già zeppi di programmi in cui i concorrenti, ovviamente sempre in competizione tra di loro e ben categorizzati, sono sempre più sottoposti al giudizio e alla valutazione di vari 'specialisti', i quali, non in tv, ma in una società autoritaria come la nostra, non sono altro che quei miserabili funzionari burocrati al soldo del sistema capitalista e guerrafondaio, persone che da domani valuteranno persino il nostro modo di parlare, se questo sarà necessario al sistema. La scuola non farà altro, con la nuova riforma, che inasprire ancora di più la competizione, la valutazione anche sui docenti, la vigilanza costante con la scusa di qualche altra 'norma sulla sicurezza', le punizioni se non si è conformati o se si disobbedisce, i premi se si dimostra di essere ben adattati o dei gran leccaculo. E le nuove generazioni che cresceranno dentro questo apparato carcerario riformato crederanno sia tutto normale e persino giusto, troveranno che 'vivere' in questo modo, orwellianamente, sia la cosa più saggia da fare nonostante - sono certo - le immancabili lamentele. La trappola invisibile che la 'buona scuola' ci sta preparando è particolarmente subdola e violenta, e lo sarà ancora di più fintanto che le persone non la vedranno, o faranno finta di non vederla, o la riterranno normale, o peggio (sì c'è un peggio) fintanto che la riterranno davvero utile se fosse ancora più pesante. D'altra parte, questa così innominabile non è forse la società ben scolarizzata, obbligatoriamente scolarizzata, che crede ancora, purtroppo, che per risolvere i problemi ci voglia più scolarizzazione? Eccola allora, la 'buona scuola'.
Nel mondo esistono culture, non razze diverse.
Secondo me, il razzista è anzitutto una persona che crede nell'esistenza di razze - classificate arbitrariamente in inferiori e superiori - tra i membri dell'umano consorzio. Solo in conseguenza di ciò il razzista potrà odiarne di volta in volta qualcuna sulla scorta di un pretesto qualsiasi fornitogli all'occorrenza da un'autorità in cui crede e da cui dipende intellettualmente e moralmente. Il razzista non ha un pensiero veramente autonomo, è una sorta di agente, è un automa che obbedisce a un'istruzione, a un comando esterno e violento, e al quale non sa dire di no, perché in fondo quell'ordine risponde a una sua paura, ma senza ovviamente mai placarla. A mio avviso il razzismo non è altro che la risposta illogica a una paura irrazionale, ma anche una risposta irrazionale a una paura illogica. In una situazione di conflitto per cause irragionevoli come nei casi di razzismo, io ci vedo tre parti in causa: una è l'aggressore, l'altra è l'aggredito, e poi c'è la parte che non si vede ma che ho già nominato, ed è l'autorità, quella che organizza da dietro le quinte e a volte anche dal proscenio, quella che decide quale cultura debba avere una società. Fra queste tre parti in causa la più violenta è certamente il regista, il mandante, l'autorità, il colonizzatore, l'unico individuo che trae vantaggio economico e di potere dal conflitto che egli genera. Se volessi analizzare bene la questione (alcuni lo hanno fatto prima e molto meglio di me, per esempio T. Adorno), scoprirei che in una qualsiasi comunità la parte meno violenta di tutte è proprio la vittima della violenza razzista.
Non si creda che tutto questo non c'entri con la scuola. Purtroppo c'entra eccome!
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Siamo figli di una data cultura disumanizzante, di un tipo preciso di società, di un progetto che qualcuno inizialmente ha fatto su di noi, e che noi adesso riproduciamo e imponiamo ai nostri figli in maniera automatica, dogmatica, inconsapevole, acritica e/o rassegnata. In questa società l'allievo è una preda obbligata dell'adulto, in quanto allievo il bambino è oggetto, non soggetto, ed egli deve purtroppo imparare prestissimo ad adattarsi al modello culturale imperante, deve saperlo difendere da chi propone anche solo un'idea diversa di società. Una società di individui liberi, ad esempio, è inconcepibile per un adulto pensato e trattato in età infantile, e non solo, come un oggetto.
'Questo trasformare l'allievo in un oggetto' - dice Joel Spring - 'riflette la convinzione che il nocciolo del problema non risieda nella società ma nell'individuo'. E infatti una delle abominevoli specificità della scuola è quella di far credere che siano gli individui i colpevoli, i meritevoli di ingiunzioni, i difettosi, quando invece il problema risiede nel progetto culturale generale, nel metodo di divulgazione obbligatoria dello stesso progetto, nella struttura gerarchica della società, nel paradigma organizzativo-militare che ci viene imposto. D'altra parte lo Stato, proprio come fa la sua scuola, individua sempre l'origine dei problemi sociali nei comportamenti dei singoli, punendoli e costringendoli, trovando in ciò approvazione nella massa conformata (il mito della legalità), proprio perché gli individui sono stati educati sin da piccoli a credere che i mali della società dipendano dai loro comportamenti o persino dalla loro natura, che devono perciò essere curati, diretti, controllati, puniti. Gli individui educati a questa società non riescono a concepire il fatto che l'origine dei problemi si trova invece al di fuori di loro, in qualcosa che essi stessi difendono perché quel qualcosa lo hanno interiorizzato dogmaticamente attraverso l'educazione ricevuta.
In questo modo 'l'approccio educativo' - prosegue Spring - 'parte dal presupposto che la miseria esiste perché le classi subalterne non sanno agire in maniera appropriata nella società. Scopo dell'educazione è quindi di modificare il comportamento delle classi subalterne in modo da conformarle ai bisogni di una società che è causa prima della miseria'. Ma ovviamente, più l'individuo sarà conformato a questo tipo di società, più vorrà essere inserito nel suo tessuto produttivo e morale, e più sarà impossibile risolvere (anche) il problema della miseria. Pertanto il sistema educativo, la cui estensione è la società tutta, procede attribuendo colpe ai singoli, accusando per esempio i poveri di essere dei falliti, o i fantasiosi di essere deviati, e inventando continuamente delle etichette o dei ruoli per poter condannare qualcuno all'occasione.
No, il problema non sono i singoli presi nella loro potenziale autonomia, il problema è l'educazione intesa come comunemente si vuole intendere, cioè istruzione inoculata dall'alto, il problema è ciò che l'educazione produce, qualcosa di aberrante come la massa, il conformismo, un tipo preciso di automa obbediente e omologato che, purtroppo, in mezzo al disastro e al disordine in cui si autocostringe, si inclina per cultura a credere che senza quel luogo specifico in cui viene formato come un automa e che egli chiama 'scuola' ci sarebbero disastri e disordini. Ma io vedo con i miei occhi che la tragedia del genere umano e non umano, i disastri inenarrabili e i disordini, stanno procedendo senza intoppi in una società perfettamente scolarizzata, educata, civilizzata e istruita per obbligo, autoritariamente.
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riflessioni
Ho sei anni, e mi dicono che non capisco
A sei anni il bambino non capisce. Dicono che è piccolo e che perciò a sei anni certe cose non si possono capire. Lo dicono i signori adulti, signori e sedicenti padroni dei bambini. Ma diciamo che è pur vero, in effetti a quell'età così giovane e fiera il bambino non capisce per quale motivo debba stare seduto tutto il tempo in un posto che non vuole, che non sceglie, che lo fa soffrire, che vorrebbe disertare, ma che non può farlo per via delle altre punizioni che riceverebbe. Non capisce per quale dannato motivo, sapendo di avere una propria intelligenza e un'intima morale, egli debba agire o non agire per minaccia, per paura, per ricatto, per rappresaglia. Di ciò se ne chiede il senso senza però trovarlo, perché umanamente un senso a questa cosa non esiste. Cioè, per quale motivo un essere umano, se è davvero tale, dev'essere costretto a fare o non fare le cose perché altrimenti scatterebbe una punizione decisa da altri esseri umani? A quell'età il bambino non capisce perché qualcun altro che ha due gambe come lui, una testa come lui, direi anche una vita come la sua, debba arrogarsi il diritto di decidere tutto per lui, al posto suo: cosa e come fare, cosa e come dire, cosa e come pensare, scrivere, camminare, dormire, mangiare, bere, studiare, vivere... Non lo capisce, anche se chi ha fatto un progetto su di lui gli dà continuamente delle spiegazioni, che però non capisce neanche quelle perché sono spiegazioni stupide, evidentemente inutili, retoriche, che non risolvono nulla, non alleviano il suo dolore.
Ma a 12 anni il bambino è già cambiato, ha capito, somiglia ahimé già troppo a un adulto, soprattutto nel pensiero, nella forma dei suoi ragionamenti, nei contenuti standardizzati di una logica già perfettamente militare e competitiva. Perciò se chiedete a un dodicenne scolarizzato per quale motivo egli debba stare seduto tutto il tempo in un posto che sei anni prima non voleva, non aveva scelto, che avrebbe voluto disertare, vi risponderà tirando fuori qualche motivazione stereotipata imparata dagli adulti, a cui crede ciecamente già da qualche tempo, e che vi farà capire che lui adesso ci tiene tanto alla scuola, a quel luogo di tortura e reclusione obbligatoria; vi dirà che una società non può esistere senza quel luogo che fino a qualche anno prima gli dava l'immagine precisa di ciò che non dovrebbe mai esistere in una società; vi dirà che la curiosità è sì innata, che siamo davvero nati liberi, ma che la scuola serve proprio a mantenere la curiosità e la libertà, come se la natura abbia bisogno di esseri umani sedicenti ottimizzatori di ciò che la natura crea in maniera già ottimale. Qual presunzione questi adulti! Vi dirà queste fandonie, a volte anche quelle più bizzarre e ridicole, vi dirà le stesse cose che dicono gli adulti, pari pari. Non venite a dirmi che la scuola non riproduce perfettamente questo tipo di società malsana, tale e quale, lo stesso tipo di adulto, lo stesso tipo di cercatore di padroni, lo stesso tipo di produttore e consumatore, lo stesso tipo di genitore, lo stesso tipo di ingranaggio per la medesima tipologia di macchina sistemica di sfruttamento.
La scuola convenzionale induce a credere in maniera dogmatica che essa sia necessaria, come se l'istituzione scolastica fosse l'unico posto al mondo dove poter imparare. In realtà la scuola, proprio perché è istituzionalizzata, è l'unico posto al mondo dove, sin dall'infanzia, si distrugge l'essere umano con le sue più straordinarie prerogative naturali (curiosità, creatività, autodeterminazione, fantasia, dignità personale, autocoscienza, fiducia in se stessi, solidarietà...), e dove nessun bambino o ragazzo dovrebbe mai mettere piede, perché se di scuola dobbiamo parlare bene, facciamo che la scuola sia allora tutto il mondo, la vita, i vari contesti, con le relazioni più variegate, le esperienze dirette e vissute alla pari, l'incidentalità dei saperi, il rapporto costruttivo tra le diversità non etichettate, la ricchezza delle soluzioni trovate e quelle ancora da trovare, la gioia della libera ricerca, lo sviluppo libero e autonomo della fantasia, e nessun obbligo, nessun orario stabilito, nessuna cella, nessuna classificazione, nessuna punizione o ricatto, nessun voto, nessuna competizione per una medaglia al petto. A meno che non si voglia ancora perpetuare questo tipo di società fascista per costituzione, indole e vocazione. La scelta è nostra, e saremmo ancora liberi di farla.
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Allievo viene dal verbo allevare
Non mi piacciono gli allevamenti, perciò neanche la scuola. 'Diffidiamo de' casamenti di grande superficie, dove molti uomini si rinchiudono o vengono rinchiusi...', esordiva Papini nel suo 'Chiudiamo le scuole'.
Dal verbo allevare deriva il termine allievo/a; per la Crusca sarà anche un sostantivo, ma nella realtà dei fatti la parola 'allievo' si rivela essere un triste aggettivo, un'etichetta sociale, un ruolo, un attributo, una mansione con un iter di addestramento preordinato. Tra gli obiettivi di tutti gli allevamenti c'è anche quello di sostituire l'essere vivente con un ruolo funzionale all'allevamento stesso. Se ad esempio nell'avicoltura ogni individuo è destinato a diventare un ruolo preciso (pollo, gallina ovaiola, carne per insaccati, piume e foie gras, ecc) anche negli allevamenti umani le persone vengono sostituite dai ruoli con relative destinazioni. Non c'è più l'individuo o l'essere umano, ci sono il musulmano, l'ebreo, il cattolico, il clandestino, l'omosessuale, lo zingaro, l'allievo, il maestro, il meccanico, il contadino, l'ignorante, il matto, l'onorevole, l'anarchico, la donna, l'uomo, il bambino, la bambina, lo sbirro, il siciliano, il piemontese, il fascista, l'americano, il rumeno... e così via. I ruoli diventano dei sostantivi nel momento in cui gli individui si riconoscono totalmente in essi, dimenticando di essere individui, e imparano a farlo molto presto. Gli allevamenti umani, infatti, fanno dimenticare agli individui di essere tali, unici e irripetibili, e creano invece scompartimenti sociali dove questi individui vengono ammassati dopo essere stati classificati e arruolati. Sei arruolato come allievo? Allora stai con tutti gli altri allievi, non puoi stare altrove, e in quanto allievo sei ignorante per definizione. Ti trovi per esempio a Milano ma sei nato a Napoli? Allora, come ricordava ironicamente Massimo Troisi, in quanto napoletano devi per forza essere un emigrante. Con i ruoli ci si divide, si confligge, si classificano gli individui, si generano razzismi e guerre. E ci si omologa in categorie stando all'interno di una omologazione generale, totale.
Attribuire un valore morale o economico a un ruolo è poi qualcosa di criminale, ma è proprio quello che questa società fa, sospinta da una cultura imposta e assunta da tutti come giusta. Classificare gli esseri umani, incasellare tutti gli esseri viventi, non ha altro scopo che quello di far attribuire molto arbitrariamente un valore morale o economico a degli individui divenuti ruoli, strumenti. Capiamo bene che la questione è solamente culturale, non certo naturale. Chi diffonde questa cultura da qualche millennio? Per quale motivo? Attraverso quali strutture e strumenti viene diffusa questa cultura della classificazione, del ruolo, della competizione, della scomparsa dell'individuo unico e irripetibile che non dovrebbe mai essere classificabile e giudicabile? Perché creare una società di etichette in perenne conflitto? A chi giova questa continua e calcolatissima guerra fra poveri, dove ognuno, credendo di difendere il proprio ruolo o la propria ideologia, non fa altro che perpetuare il sistema? Le risposte le abbiamo tutte, e conosciamo anche il modo per uscire fuori da questa tragedia, ma purtroppo anche questa nostra infausta cultura e gli strumenti atti a divulgarla sono diventati dei dogmi da difendere, per cui, ahimé, assisto ad un'umanità disumanizzata che si arruola e si ammazza da sé per cultura imposta, e sempre per cultura crede ciecamente in ciò che fa, anche se va palesemente contro i suoi stessi interessi. Certo che siamo nell'èra del paradosso! Chi proverà a dire a un arruolato che la colpa del disastro sociale è principalmente sua - perché si è fatto arruolare, perché ha creduto in questo tipo di cultura - vedrà tutto il tragico paradosso manifestarsi.
Se ci sono allevamenti vuol dire che a monte ci sono allevatori, ma se ci sono allevatori vuol dire che ancora più a monte qualcuno continua a fabbricare questo ruolo, facendosi allievo, cioè carne da allevare e arruolare, autodichiarandosi così un idiota che ha bisogno di addestratori e moralizzatori. Credo perciò che la colpa dei mali di cui soffre l'umanità non sia degli allevatori, ma di chi vuol farsi allevare e rinchiudere nei 'casamenti di grande superficie'.
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Pensandomi come un essere umano
La scuola sottrae del tempo ai ragazzi. Tempo per vivere. Vivere vuol dire tante cose, questo è certo, ma forse vuol dire soprattutto realizzarsi in quanto esseri umani, non in quanto ruoli sociali o strumenti di produzione. Realizzarsi in quanto esseri umani significa secondo me anzitutto conoscersi senza disconoscersi, cioè senza tradire le proprie attitudini, le proprie esigenze, le proprie aspettative; significa non essere altro da sé, significa stare il più vicino possibile al proprio modo di sentirsi e di volersi.
Se però un individuo si lascia gestire emotivamente dai dogmi imposti da una cultura, il suo sentire e le sue emozioni saranno rivolte verso la difesa di quei dogmi. In altre parole, quella persona si identificherà nelle credenze provenienti dall'esterno, laiche o religiose che siano, e sarà facile preda dei pregiudizi, con tutti i conflitti sociali che ne derivano. Ma se una persona non si lascia condizionare dagli elementi che provengono dall'esterno, che sappiamo essere elementi depositati espressamente nel canestro della cultura-di-massa in una precisa epoca storica, allora quella persona non avrà nient'altro a cui pensare se non a se stesso, alla sua integrità morale, allo sviluppo del suo pensiero critco e autonomo, alla sua unicità. In questo modo si recupera e si sviluppa anche l'empatia, quel particolare modo di sentire ormai perduto che è totalmente in opposizione al modo attuale di non sentire più gli altri. Là dove c'è competizione strutturale, istituzionale, culturale, si uccide l'empatia. Difficile da recuperare quando si diventa adulti scolarizzati e adattati.
La scuola sottrae del tempo, costruisce dogmi di vario genere, e insegna a perpetuarli. Uno di questi dogmi è quello che ci fa credere che la scuola sia necessaria. E' un dogma molto duro a morire, nonostante le evidenze storiche dimostrino che questo crogiuolo istituzionale in cui viene fusa la sostanza di cui è fatta la nostra società soddisfa soltanto le esigenze di quelli che progettano e riprogettano la macchina capitalista della produzione. Una produzione continua anche di schiavi produttori. Ma l'evidenza, si sa, spesso si fa finta di non vederla, soprattutto quando ci scopre i nervi e svela le colpevoli e dolorosissime complicità di ognuno.
Secondo il mio punto di vista, togliere agli altri il tempo vitale è un autentico delitto, qualunque sia la motivazione addotta che, non a caso, proviene sempre dall'esterno, da un alto sempre arbitrario. Nulla vale più della propria vita e della propria realizzazione. Non possono esistere motivi validi per inibire o vietare la realizzazione di se stessi, poiché ognuno di noi, per noi stessi, è il bene più supremo. Nasciamo individui, ma poi purtroppo veniamo traformati in ruoli. Questo è uno dei vari compiti assegnati alla scuola: fabbricare ruoli. Perciò molti pensano che la realizzazione individuale coincida con quella professionale. Non è così, non può essere così. L'individuo è qualcosa d'altro, qualcosa che da troppo tempo è disatteso, credo ormai sconosciuto, perché ucciso profondamente dalle convenzioni sociali, dalle classificazioni, dalle sovrastrutture culturali imposte.
La distinzione tra individuo e ruolo sociale è nettissima. Quando per esempio io penso a me stesso come ruolo, non posso non disgiungere questo ruolo dal mio essere individuo. Ma proprio perché so distinguere le due cose, io riesco a soffocare il ruolo per adoprarmi invece in ciò che mi riassume come identità morale individuale. Perciò sono un docente libertario. Questo significa che mi sento fondamentalmente un individuo, e come tale sento l'esigenza di confrontarmi a scuola con altri individui intorno a me, e non con altri ruoli (studenti - bambini - inferiori). In questo rapporto tra individui - e non può che essere paritario - nessuno può avere il diritto di togliere del tempo a qualcun altro, se questo qualcun altro non è d'accordo. E come ben si sa, in una scuola tradizionale i ragazzi devono invece fare ed essere ciò che viene ordinato loro di fare e di essere, anche se essi non sono d'accordo.
Così in una scuola istituzionale la mia individualità cozza sempre contro il ruolo. Pongo rimedio, questo è vero, lo faccio in mille modi, ma non è facile in un ambiente in sé violento, autoritario, formalizzato e formalizzante, inventato apposta per fare degli individui una massa culturalmente uniformata. Ma il più delle volte ci riesco. Un piccolo esempio, davvero piccolo rispetto ad altri, è di questa mattina. Mentre si discuteva intorno all'importanza dell'arte nella società, una discussione valida anche per una prossima autovalutazione, una ragazzina a testa china sul banco non smetteva di scrivere. La cosa naturalmente mi ha incuriosito. Quando si è accorta che la stavo osservando mi ha detto che stava scrivendo un libro. Le ho chiesto se era un compito assegnato da qualche collega, e lei mi ha risposto di no: stava creando qualcosa di suo. Se avessi dato retta al ruolo anziché all'individuo, l'avrei quantomeno rimproverata, se non addirittura punita per essersi distratta con altre cose. Ma essendo io un essere umano sapevo che quella ragazza che mi stava parlando con gli occhi pieni di orgoglio stava recuperando il suo tempo per fare ciò che riteneva necessario ai fini della propria realizzazione personale. Una realizzazione momentanea, forse, ma perché inibirla? Le ho chiesto solo l'argomento del suo libro, non l'ho certo rimproverata. Per inciso, in qualità di educatore anarchico sto sempre attento alle attitudini personali dei ragazzi, e le rispetto, cercando quando richiesto di dare una mano per farle emergere. Perciò posso anche essere accusato di non svolgere il mio ruolo di caporale scolastico, ma proprio per questo mi ritengo moralmente soddisfatto e orgoglioso di essere un individuo tra altri individui
P.S.
Il testo che avete appena letto non è estratto dal libro di Max Stirner. La foto a corredo è un supporto visivo-concettuale al senso del mio post. Scrivo questo perché pare che alcune persone su facebook mi abbiano scambiato per Stirner. Troppo buoni, li ringrazio, ma credo che chi abbia letto Stirner si sia accorto della enorme differenza, quantomeno di stile, tra me e il filosofo tedesco.
P.S.
Il testo che avete appena letto non è estratto dal libro di Max Stirner. La foto a corredo è un supporto visivo-concettuale al senso del mio post. Scrivo questo perché pare che alcune persone su facebook mi abbiano scambiato per Stirner. Troppo buoni, li ringrazio, ma credo che chi abbia letto Stirner si sia accorto della enorme differenza, quantomeno di stile, tra me e il filosofo tedesco.
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Gustavo Esteva
'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.






