Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -
Data Rivoluzionaria

OCM: Organismi Culturalmente Modificati

Per potersi perpetuare, il sistema deve -tra le altre cose- fornire ad ogni persona una dottrina ben precisa elargita sottoforma di bagaglio culturale in grado di far percepire ad ognuno, fin dai primi anni di vita, una propria presunta colpevolezza, una propria presunta cattiveria innata, sì da far giustificare l'esistenza di agenti esterni moralizzatori, governativi, punitivi, correttivi. A questo scopo, sia lo Stato, sia la Chiesa, hanno messo in opera un circolo vizioso molto efficace che posso riassumere in questo modo: mi si corregge, dunque sono cattivo; sono cattivo, dunque mi si deve correggere. Anche su questa base decisamente perversa e pretestuosa poggia la falsa convinzione secondo cui l'essere umano nasca cattivo, convinzione infondata e peraltro smontata da molto tempo anche attraverso i fatti, oltre che viziata da un'evidente superficialità. L'idea di punire un bambino, di adattarlo a un tipo preciso di ambiente per mezzo di coercizioni e ricatti, ricalca dunque ciò che la nostra società apprende di continuo sulla base della presunzione della cattiveria innata degli uomini. E' per questo motivo che il sistema teme la diffusione dei testi che smontano la tesi lorenziana sulla presunta aggressività biologica degli esseri umani, combattendo al contempo questi testi laddove riescono a trovare uno spiraglio per emergere.
Non voglio dire tout-court che l'essere umano nasca buono facendo di questa affermazione un assoluto, cadrei nell'errore di quelli che affermano il contrario, dico invece che che l'essere umano, essendo un animale sociale, nasce anzitutto solidale, cooperativo. Non è poco di fronte ad un sistema culturale che ci costringe pretestuosamente alla competizione feroce in ogni piccolo anfratto del nostro tipo di società, vissuta e/o rappresentata. E non è poco neppure di fronte al significato profondo che questa innata solidarietà porta con sé, la quale infatti designa un senso morale che preesiste a una qualsiasi organizzazione sociale, e che afferma anche una precisa capacità logica neonatale (Alison Gopnik e Sarah Gurcel).
Oggi noi sappiamo anche attraverso studi recenti compiuti in Québec che il senso morale del bambino è innato, portatore di un profondo senso di giustizia e di espressione empatica fin dai suoi primi giorni di vita. Proprio come gli animali non umani che non si esprimono attraverso un linguaggio a noi comprensibile, anche il neonato è impossibilitato a manifestare questi suoi sensi e sentimenti attraverso i nostri codici verbali, eppure quei sentimenti e quei sensi li ha. Quelli che profittano di tutti gli esseri viventi non parlanti, in quanto non parlanti, modificando il loro progetto naturale di vita per avvantaggiarsene, sono di fatto dei criminali, ma questo è un inciso personale che voglio fare qui. Di certo non si può sorvolare di fronte a un bambino piccolissimo, quindi non ancora scolarizzato, che si muove a compassione vedendo qualcun altro soffrire: quale morale, quale empatia lo ha spinto se non la propria, naturale, e di nessun altro? Quale senso di giustizia se non il proprio, naturale, e di nessun altro? E non si può neppure sorvolare sugli scopi distruttivi di un continuo processo correttivo dato da una morale esterna che viene imposta ormai per mezzo della stessa società già culturalmente modificata che aliena la natura dei suoi componenti. Siamo da molto tempo di fronte a una società composta da quelli che io definisco OCM, cioè Organismi Culturalmente Modificati, in grado di modificarsi da soli in funzione degli scopi del sistema. Anche le scuole sono contenitori istituzionali in cui la natura dell'essere umano viene modificata culturalmente, e fanno parte dei numerosi agenti moralizzatori, governativi, punitivi, correttori, che mettono in opera quel circolo vizioso di cui sopra e che ancora ripeto: mi si corregge, dunque sono cattivo; sono cattivo, dunque mi si deve correggere.
Quello del progetto culturale (colonizzazione) di quanti hanno voluto questo tipo di società autopoieticamente violenta, competitiva e autoritaria, è un capitolo enorme che non apro qui, anche perché è stato trattato altrove e da altri in maniera migliore di quanto possa fare io. E' ovvio che si stava meglio prima dell'imposizione dello Stato. Ma non cerchiamo questi temi a scuola o in tv, sarebbe velleitario e ingenuo. In questo senso, credo valga la pena ricordare, tra gli altri, il lavoro di Alice Miller, la quale ha dimostrato che la violenza espressa politicamente nasce da individui che hanno avuto un'infanzia distrutta dalla violenza dei genitori e degli educatori. E non si parla solo di violenza palpabile, cioè quella che la massa vede e addita, ma soprattutto di violenza culturale e strutturale, quella che non si vede, quella che -a parte gli anarchici e qualcun altro- nessuno addita, ma che fa esplodere la violenza che tutti vedono (Johan Galtung). E val la pena anche riferirsi al lavoro di Marshall Sahlins che sul dualismo natura-cultura ha insistito parecchio, rivelando 'Un grosso sbaglio' in cui siamo caduti, smantellando dentro e fuori l'Università di Chicago convenzioni e pregiudizi duri a morire, fino a ribellarsi ad essi presentando le sue dimissioni dall'Accademia nazionale delle scienze in USA, collaboratrice dell'esercito americano nelle ricerche condotte nelle aree di guerra.
Ritornano le parole di Giorgio Gaber: 'non insegnate ai bambini la vostra morale...' e, aggiungo io, al fine di non avere più OCM che riproducono questo tipo di società.

Invalsi: come mucche da latte per il loro profitto

Come la mela di Biancaneve, gli strumenti del potere hanno sempre una scorza lucida e una polpa avvelenata. L'Invalsi è uno strumento del potere autoritario, come tale è subdolo nei modi e nocivo negli scopi. Presentato come misuratore delle conoscenze degli studenti, l'Invalsi è invece un classificatore dell'azione autoritaria dei docenti e un misuratore dell'azione omologante delle scuole. I buoni voti dello studente non attestano la sua intelligenza, ma la capacità del docente di essere riuscito -non importa in che modo- a inculcargli le nozioni predefinite, calate dall'alto, 'finalizzate a', e pericolosamente massificanti. In bocca al potere, le parole 'merito' ed 'efficienza' hanno sempre avuto una valenza fortemente antiumana, antisolidale, nefasta, che prefigura guerre fra poveri e ingiustizie. Merito ed efficienza, in un regime come quello Statale, sono, a mio avviso, prerogative che aderiscono soltanto alla filosofia militare.
Oggi 'gli specialisti' dell'educazione che si prestano colpevolmente a collaborare con l'Invalsi e con il Ministero, a causa delle proteste della gente e degli insuccessi dei test a livello mondiale, non nascondono il fatto che questi ultimi presentino delle 'criticità', così dicono gli specialisti addetti alla lubrificazione degli ingranaggi di sistema. Ma dire 'criticità' significa far capire subdolamente alla gente che, in qualche modo, la macchina virulenta può essere aggiustata. No, grazie! Quando il potere dice di voler aggiustare un proprio strumento, significa solo che vuole potenziarlo. Io non chiamerei 'criticità' ciò che invece dovrebbe essere chiamato col suo vero nome: abominio progettato. E non aggiusterei mai ciò che invece dovrebbe essere distrutto e dimenticato per sempre. E non mi riferisco soltanto all'Invalsi.
Come in un allevamento intensivo di mucche, dove la quantità di latte estorto determina l'abbattimento dell'animale oppure l'orgogliosa esposizione al mercato a seconda di quanto latte dà il bovino all'allevatore, i docenti saranno controllati, valutati, quindi classificati, destinati a un premio o a una punizione, a seconda del loro rendimento aziendale. I docenti torneranno a essere studenti, giudicati nel loro ruolo di kapò, e dovranno dimostrare di essere degli ottimi kapò. Dire che il piano è diabolico è ancora troppo poco, anche perché i bambini e i ragazzi saranno percepiti come oggetti, terreno di battaglia, strumenti attraverso cui i docenti si faranno una guerra spietata per accaparrarsi qualche euro in più o per non soccombere. Al potere non basta più l'obbligo scolastico, vuole adesso anche l'obbligo di efficienza da parte dei suoi kapò, al fine di garantirsi una produzione di sudditi molto più sudditi e capillarmente omologati. Che non ne sfugga uno! E' evidente che il potere ha sempre più paura e si regge su piedi d'argilla, oggi più di ieri.
 E la gente, la massa, che cosa dice? Non avendo mai avuto una formazione libertaria capace di demistificare ogni atto del potere e di rifiutarlo a priori, la massa persegue la linea autoritaria acquisita culturalmente, e per questa massa è evidente che un miglioramento di qualsiasi situazione -a scuola come fuori- debba attuarsi per mezzo dell'autoritarismo e dei suoi strumenti. D'altra parte, lo vediamo anche a scuola, là dove esiste un problema da affrontare, gli strumenti invocati sono quelli per cui, ad esempio, la giustizia viene interpretata come vendetta punitiva. Nulla di strano, dunque, se la gente più cieca inneggi alla guerra fra poveri (qui categoria docenti) per migliorare l'azione devastante della scuola sugli studenti. Migliorare l'autoritarismo. Migliorare le tecniche di sfruttamento e di indottrinamento. Migliorare l'efficienza dei sorveglianti kapò. Significa in sostanza inasprire la linea autoritaria del sistema e gli effetti del suo progetto, occulto ormai solo a chi non lo vuol vedere. La massa, quale prodotto del sistema, è di per sé antidemocratica e fascista, diceva Adorno, e ahimé si vede.

P.S. Non che io, sulla questione Invalsi, non abbia mai allertato i miei colleghi e le mie colleghe, ne parlavo già nel 2009, ma a quel tempo ricevetti da loro soltanto qualche risatina e un'alzata di spalle. Alcuni di loro oggi hanno capito, altri continuano ad avere lo stesso atteggiamento menefreghista e disinvolto, e con quell'atteggiamento si rendono più colpevoli del potere stesso, poiché volontariamente complici. Aspirano alla loro esposizione alla fiera del bestiame, e a una medaglietta ricordo.

La disobbedienza incivile

Il senso dei valori è stato stravolto, e questi valori stravolti si tramandano di generazione in generazione, si insegnano e si imparano ovunque, in famiglia, all'asilo, a scuola, in chiesa, in caserma, nei modelli mediatici, nella struttura sociale e nei rapporti che conseguentemente la definiscono. Questi valori costituiscono la morale comune, il codice convenzionale attraverso il quale si riesce a modificare il comportamento dei singoli e dei gruppi sociali. E' cultura, meglio dire un tipo preciso di cultura, è colonizzazione, un tipo preciso di innesto. Intendiamoci, quando una società è sana, dinamica, i valori cambiano seguendo il cambiamento e le istanze degli strati popolari, mentre invece in questa società malata e statica non soltanto certi valori sembrano aver ricevuto un mandato assoluto, ma vengono determinati dai piani alti e costruiti in modo tale che gli strati più bassi li perpetuino ad libitum. Anche per questo è Status.
Cosa ne è del naturale valore della disobbedienza? La cultura che ci è stata imposta lo ha fatto diventare un disvalore, un peccato da espiare, un'azione riprovevole, socialmente condannabile, punibile. I bambini sono costretti a imparare questo disvalore molto presto. Il giusto compito di ogni bambino e bambina -vanto e sfoggio di ogni adulto padrone adattato- oltre a quello di eseguire gli ordini senza discutere e contro la sua volontà, dev'essere quello di imparare ad amare il concetto di obbedienza, di farlo amare a sua volta, di difenderlo. Da adulti, questi bambini, siano essi divenuti genitori tradizionali o maestri tradizionali o qualsiasi altro genere di caporale, ripeteranno ai piccoli che disobbedire non è educato, non è civile, non sta bene, e che bisogna imparare a rispettare i più grandi (che nella cultura autoritaria vuol dire sostanzialmente chinarsi benevolmente di fronte alle autorità e ai più ricchi, e servirli). Quindi disobbedire, nella nostra cultura, non è educato, non è civile. Educazione e civiltà: altri due concetti stravolti in funzione della morale autoritaria che modella la coscienza di ognuno e i comportamenti della massa.
Credo sia necessario mettere in discussione ogni cosa, ogni parola, ogni concetto appreso automaticamente, dogmaticamente, ma secondo me quest'operazione di smembramento della cultura acquisita non si può fare se prima non ci predisponiamo a farlo, ci aiuterebbe molto a cambiarci dentro, quindi a cambiare veramente il mondo riportandolo alle sue inclinazioni naturali. Io però vedo che la società inneggia alla cultura, la vuole. Direi benissimo, ma di quale cultura si ha realmente bisogno? Quella della scuola tradizionale? Quella delle librerie sul corso dove Joel Spring e Rudolf Rocker -due nomi a caso- non sono neanche in catalogo? Quella obbligatoria ma 'gentilmente offerta' dagli strumenti mediatici del potere? O si ha più bisogno di una sana e fiera controcultura demistificatrice? E' questione di decidere, di scegliere, oltre che di specificare il tipo di cultura. Dire semplicemente 'viva la cultura' o 'viva i libri' secondo me non ha senso, è bello da ascoltare o dire, ma lo trovo alquanto retorico, incompleto.
Nelle scuole si parla di Gandhi, ma in che termini? A quale scopo? Credo che venga preso in considerazione solo per veicolare il concetto di resistenza passiva, occultando al contempo la pratica della disobbedienza civile, senza la quale qualsiasi resistenza passiva diventa mera pratica masochista. Per fare un esempio di disobbedienza civile, il filosofo Henri David Thoreau, che sul tema scrisse un libro, raccontò in prima persona alcuni episodi a lui accaduti, uno dei quali fu l'atto volontario di non pagare una tassa perché ritenuta ingiusta e poi, senza opporre alcuna resistenza fisica, porse i suoi polsi al poliziotto e alla galera.
'...Per sei anni non ho pagato la poll-tax. Una volta per questo fui imprigionato, per una notte; e mentre stavo lì ad esaminare i muri di pietra massiccia, spessi due o tre piedi, la porta di legno e ferro spessa un piede e le grate di ferro dalle quali filtrava la luce, non potevo fare a meno di essere colpito dalla stupidità di quell'istituzione...'
Anni dopo, lo stesso Gandhi, di fronte ai divieti assoluti imposti dagli inglesi sulla produzione e la compravendita di sale, non esitò un momento a disobbedire, a riprendersi quel pugno di sale -dono della natura e del lavoro del popolo- a sovvertire quindi la legge davanti alle stesse autorità e, cosa più importante, davanti al popolo. Si racconti questo nelle scuole, che non sia qualche eccezione, o di quando sempre Gandhi esortò la gente a non pagare le tasse. Ma questo in una scuola non si può dire, perché il non pagare le tasse non è 'azione civile', non è 'educazione'. Per la scuola, il beneducato, la persona per bene, è l'obbediente, meglio se è anche orgoglioso di esserlo. Obbedire invece a se stessi, alle proprie necessità, è un'eresia. Ormai sembra persino che le parole 'disobbedienza civile' si concludano lì, come fosse un concetto astratto immagazzinato, buono da tirar fuori per ogni retorica. Forse ci siamo scordati che, ancora negli anni '70, a quelle due parole ne seguivano altre due: 'disobbedienza civile alla legge'. Penso che se questa società non fosse malata di se stessa, le seguenti parole di Gandhi dovrebbero essere scritte o ripetute in ogni luogo di aggregazione umana:
'...è necessario che tutti coloro che in un modo o nell’altro collaborano con il governo, pagando le tasse, detenendo delle cariche, mandando i loro figli alle scuole statali eccetera, rifiutino la loro collaborazione al governo completamente o quanto più è loro possibile. Si possono ideare anche altri metodi per non collaborare con il governo...'
Voi pensate forse che in una qualsiasi istituzione scolastica -sedicente democratica in un Paese sedicente democratico- queste parole di Gandhi siano ben accolte? Sulla base della mia esperienza diretta dico di no. Sono stato accusato, etichettato come sovversivo. Secondo l'autorità scolastica non avrei mai dovuto dire quelle parole terribili ai bambini, perché quelle parole incitano a disobbedire alla legge. Disobbedire è diventato un crimine. Secondo l'autorità scolastica io avrei dovuto parlare soltanto della resistenza passiva, come se l'umanità non la stia già facendo egregiamente con la sua enorme pazienza, e anche molto passivamente, soprattutto in Italia. Avrei quindi dovuto dire ai fanciulli: guardate ragazzi, se ritenete sbagliato e lesivo dei vostri diritti qualsiasi ordine ricevuto, se ritenete che vi sia stato fatto un torto, voi sedete per terra, state buoni e aspettate pazientemente.
Invece quelle parole io le ho dette, ho fatto la mia disobbedienza, ho sovvertito l'ordine, ho reagito al divieto e alla morale comune, e non è detto che poi io mi sia seduto per terra, ma a quel punto avrei potuto farlo. Secondo me, non può esistere alcun tipo di resistenza senza una disobbedienza, senza una sovversione della norma imposta, altrimenti, come dicevo, la resistenza non ha alcun motivo di esistere, è solo masochismo, se non idiozia. Secondo questa sedicente 'società civile', poiché la disobbedienza agli ordini è un reato, un atto di inciviltà, la mia si configura senza dubbio come disobbedienza incivile (l'ho già detto, è tutto stravolto), ma credo che non vi sia nulla di incivile nel salvaguardare la propria dignità, sempre che si voglia dare alle parole 'civile' e 'civiltà' un valore diverso da quello attuale, per cui l'obbedienza alle regole altrui sarebbe finalmente intesa come l'intende Charles Alexandre:
'Per noi, obbedire è cessare di vivere nel momento stesso in cui siamo sottomessi a una volontà esterna; è cessare di essere interamente noi stessi; è sminuirci in modo proporzionale a quanto più aumenta la potenza di colui che comanda. È ancora annichilirsi, farsi assorbire da una personalità estranea, essere una forza meccanica, un oggetto, una cosa passiva al servizio di un dominante'.

L'assurda paura di vivere senza la scuola istituzionale

Uno degli effetti dell'istruzione è quello di far credere alla gente che in una società senza scuole, come pure senza governi, ci sarebbe solo il caos, la dissoluzione di tutto, l'imbarbarimento della civiltà. Potrei affermare che queste paure sono soltanto prefigurazioni ipotetiche, o potrei anche dire che il caos, il disordine, l'imbarbarimento sono prerogative di questo tipo specifico di società scolarizzata, stressata, abbrutita, alienata, e lo vediamo ogni giorno; ma gli argomenti che smentiscono le ipotesi e i luoghi comuni della gente sono invece di natura palpabile. Una società fondata sulla libertà e sull'assenza della scuola (intesa come la intendiamo noi ormai da secoli) risulta essere desiderabilissima, e questa non è un'ipotesi. Sono ormai molti gli esempi concreti, i documenti, le analisi, le testimonianze a supporto. Senza escludere la logica stessa! Vorrei riportare brevemente il risultato di un esperimento condotto in Inghilterra al Pioneer Health Centre di Peckham. 950 famiglie, tra loro sconosciute, che abitavano in una zona di Londra eterogenea dal punto di vista delle culture, furono invitate a convivere in una sorta di club senza capi, senza regolamenti calati dall'alto, e naturalmente senza scuola. Un gruppo di biologi e di fisici osservarono l'esperimento. Il caos si manifestò solo all'inizio, nei primi 8 mesi, a causa della non abitudine alla libertà e dell'abbrutimento acquisito nella 'vita civile' (in ogni caso, nessun omicidio, nessuna tortura... sorrido). Riporto le parole di Scott Williamson, il fondatore dell'esperimento:
'...arrivò un’orda di bambini indisciplinati, che si misero a scorrazzare per tutto l’edificio del centro come se si trattasse di una strada di Londra. Scorrazzando e correndo come teppisti per tutte le stanze, riducendo a mal partito mobilio e attrezzature. In meno di un anno il caos si trasformò in ordine, con gruppi di bambini che nuotavano, pattinavano, giravano in bicicletta, si esercitavano in palestra, giocavano e talvolta andavano addirittura a leggersi un libro in biblioteca... Le corse sfrenate e gli schiamazzi erano ormai cose del passato'.
L'esperimento nacque inizialmente su istanze esclusivamente mediche, gli scienziati della medicina volevano capire se un tipo diverso di società, non governata, autogestita, anarchica, senza capi e senza istituzioni, potesse offrire più possibilità di guarigione nei soggetti considerati 'disturbati mentali'. Il fatto di aver rilevato anche scientificamente che una comunità autogestita non soltanto è possibile ma è anche garanzia di buona salute per tutti, aprì la strada a nuove riflessioni circa la possibilità di costruire un altro tipo di società. Le riflessioni erano forse nuove per gli scienziati, ma non certo per la pratica e la filosofia anarchiche. Questo successo preoccupò ovviamente le istituzioni, la classe al potere, e il centro venne chiuso coercitivamente nel 1950 perché - dissero dai palazzi del potere - andava contro il Sistema Sanitario Nazionale. Il complesso architettonico, anche quello progettato in modo tale da agevolare la socializzazione spontanea, venne convertito in complesso di abitazioni private nel 1990. Tuttavia The Pioneer Health Foundation esiste ancora e, anzi, quello che si propone di fare - scrivono dal sito -  è proiettarsi nel XXI secolo sulla scorta dell'esperienza autogestionaria per una società libera e liberata dalle istituzioni.
Il paradosso è che la paura della gente sulla eventuale assenza di istituzioni (veri e propri dogmi) diventa terrore proprio quando si dimostra concretamente che quella gente ha torto nel pensarle necessarie. Questo tipo di terrore dunque non ha più a che fare con la nefasta prefigurazione di ciò che non si conosce (la paura dell'ignoto), riguarda invece la coscienza individuale delle persone che hanno conosciuto (come i lettori di questo post), il che è un paradosso; ma sull'argomento coscienza gli unici che possono intervenire sono le persone stesse, intimamente, autonomamente, e soprattutto onestamente. L'esperimento di Peckham venne analizzato anche da John Comerford, il quale così scrisse nel 1947 a riguardo: 
'una società lasciata a se stessa, in condizioni tali da consentirle una spontanea espressione dei suoi bisogni, è in grado di trovare i modi della propria conservazione e raggiungere un livello di armonia dei comportamenti ben al di sopra delle possibilità di qualsivoglia leadership imposta dall’esterno'.

 Il libro di Comerford sull'esperimento di Peckham

I bambini non si innestano

Oggi ho qualche difficoltà a concentrarmi, non so come scriverò, pazienza.
Ieri un caro amico mi parlava del suo giardino, mi diceva che attraverso un sapiente innesto si può ottenere una pianta diversa dall'originale. Interessante. Da una coltura-base il mio amico ottiene altri tipi di colture, secondo ciò che gli torna utile, secondo i suoi scopi, secondo un suo esclusivo progetto. Coltura: è facile individuare l'assonanza con la parola 'cultura', l'etimo aiuta sempre. 
Il pedagogo si comporta come l'agronomo, egli ha il potere di innestare i virgulti e cambiarne l'indirizzo naturale; oppure può decidere di lasciare il progetto di vita naturale, curando bene il terreno intorno. Nell'educazione tradizionale i pedagoghi compiono sempre un severo innesto, essi sono la famiglia nucleare, la scuola tradizionale, i media, la chiesa, l'urbanistica, tutta la società già innestata. Questi pedagoghi credono, anzi, hanno imparato a credere che il fanciullo abbia davvero necessità di un innesto, quello che essi stessi hanno subìto, e non si curano del fatto che quell'innesto è un ordine proveniente dall'alto, perché una società così innestata conviene solo a chi dall'alto vuole governarla per ricavarne benefici economici. 
In effetti si potrebbe pensare che il bambino, lasciato libero di crescere come la natura vuole che cresca, produca frutti non commestibili, perciò l'innesto può sembrare necessario. (Ma non commestibili per chi? Produrre che cosa?) E' sufficiente osservare gli effetti prodotti dal tipo di cultura innestata, assaggiare i frutti, e capiremo che il risultato ottenuto è un frutto amarissimo, una società davvero orribile. Questi frutti li assaggiamo da molti secoli ormai. Eppure, chi comanda dall'alto quell'innesto, come anche chi dal basso lo pratica, da un lato predicano una società migliore, dall'altro continuano a volere e a praticare lo stesso innesto, vogliono insomma questo tipo di società, non un'altra. 
Bisognerebbe poi non cadere nell'errore di credere che in agricoltura l'innesto serva soltanto a rendere dolce un frutto originariamente amaro; in natura ci sono varietà dolcissime che, per motivi sempre economici, vengono trasformate in altre varietà, magari meno dolci e pieni di pesticidi, ma che rendono tanti soldi. E poi è sempre tutto funzionale a qualcosa, bisogna vedere se è la natura a giovarne o qualcun altro: se la natura crea un frutto in un dato modo, vuol dire che le serve proprio in quel modo e, a meno che non crediamo di essere superiori alla natura, rendere quel frutto altro da sé è una decisione opportunista, esterna, ingrata, autoritaria, una forzatura funzionale a qualche speculatore. Perciò penso che questa società non abbia nulla di naturale, e che sia meglio lasciare i bambini liberi di sviluppare le loro naturali attitudini e il loro naturale progetto di vita. Quale sarebbe il risultato? si chiederanno in molti. E' chiaro che una società autoritaria come la nostra, indotta alla cattiveria e alla corruzione, pensa che il risultato sarebbe qualcosa di terribile (come se esistesse qualcosa di più terribile rispetto a quel che stiamo vivendo), ma i fatti dimostrano proprio tutto il contrario. Come si può pensare, inoltre, che la natura -vita che vuole vivere- operi contro se stessa?
Una cultura, quindi, è un modo di pensare e di agire che si può innestare anche là dove preesiste un altro modo di pensare e di agire. E' un atto autoritario. Tipico atto autoritario di questa società imperialista è il colonialismo, che è proprio un cambio coatto di cultura che avviene solitamente dopo aver guerreggiato un popolo. E la radice 'colo', comune alle parole 'colonizzazione' e 'cultura', anche se è ormai perduta nei meandri dell'oscurantismo, viene a galla proprio attraverso questo tipo di ragionamenti. Cultura, quindi, come colonizzazione coatta dei popoli, come atto autoritario, imposto, che ne cambia funzione e carattere, e poi accettato per consuetudine, per convenzione. E come tutte le colonizzazioni, la nuova cultura innestata non fa altro che agire sulle persone in modo da farle pensare in funzione degli interessi di chi le domina, fa loro accettare il sistema di dominio, e le porta a riprodurlo. Attenzione quindi all'educazione, essa può essere soltanto di due tipi: o si comporta come l'agronomo innestatore, o come il savio contadino che cura la terra intorno al virgulto, se è il caso. Educere è tirar fuori le informazioni del seme, non innestare qualcosa per ottenere dell'altro.
Questo -tra gli altri- è un discorso che faceva già Etienne de la Boétie nel XVI secolo nel suo celebre 'Discorso sulla servitù volontaria', da cui traggo il passo seguente.
'L'educazione insomma lascia sempre la sua impronta malgrado le tendenze naturali. I semi del bene che la natura mette dentro di noi sono così piccoli e fragili che non possono resistere al benché minimo impatto con un'educazione di segno contrario. Inoltre non è semplice conservarli poiché con molta facilità si chiudono in sé, degenerano e finiscono in niente, né più né meno degli alberi da frutta che hanno ognuno la loro particolarità e la mantengono se li si lascia crescere in modo naturale, ma perdono ben presto le loro caratteristiche e producono frutti estranei se si operano degli innesti'.

Dal bambino all'adulto: tre fasi

Se una società è costituita da oppressi e oppressori, nessun bambino potrà rimanere libero a lungo, poiché un adulto libero le sarà solo d'impaccio e le farà paura.

Secondo questo tipo di società, l'adulto perfetto è quello che ha superato brillantemente le tre fasi progettate dagli ingegneri del sistema, che in progressione sono la disperazione, la rassegnazione, la normalità. Ogni bambino deve passare attraverso queste tre fasi, sarà quindi destinato a diventare un preciso genere di adulto, quello che altri hanno deciso debba essere. Dentro un contesto progettato in questa maniera, come fosse una strada obbligata e arginata, è abbastanza ingenuo pensare che la scuola possa essere un luogo dedito ai piaceri dell'amore, della solidarietà, della concordia e della felicità: un futuro da schiavi non può che prevedere un addestramento da schiavi. Questi ultimi devono imparare a soffrire, e a considerare la sofferenza la normalità, essi la chiameranno 'realtà', bandiranno i loro sogni e chi oserà esplicarli.
Il bambino attraverserà la fase della disperazione, dove molti adulti già espertizzati e certificati dal sistema lo medicalizzeranno per mezzo di vari tipi di sedativi sociali. In questa prima fase il bambino percorrerà gli angusti corridoi delle istituzioni autoritarie, dagli ospedali alla famiglia nucleare, dall'asilo alla scuola, dalla televisione all'urbanistica (anche clericale), più tardi forse anche dalle caserme ai carceri, sicuramente dal luogo di lavoro alle poche ore d'aria concesse. E' tutto istituzionalizzato. Nella seconda fase, la rassegnazione, il ragazzino comincerà a fare largo uso del senso di speranza, a ricercare coloro che gli venderanno illusioni terrene e ultraterrene, e a recitare a se stesso un tipo preciso di proverbi, come ad esempio il tristissimo quanto menzognero 'siamo nati per soffrire'. La fase della normalità acquisita non è meno terribile delle precedenti, è quella dove i torti subìti e le limitazioni alla libertà si trasformano in atti di sadismo più o meno cosciente, sicuramente clinico. Nella normalità si passa dalla presunta ineluttabilità degli eventi alla perpetuazione e alla difesa dell'esistente, e tutto avviene per mezzo di quegli automatismi mentali acquisiti nelle fasi precedenti. Questi adulti sono già adattati e confezionati esattamente come vuole il sistema, imprigionati nelle loro false convinzioni, e crederanno sia giusto e naturale condurre i propri figli sullo stesso percorso di sofferenza. E' questo tipo di adulto che, senza neanche più accorgersene, salvo rare eccezioni, insegnerà ai propri figli ad essere buoni schiavi, è lui che ormai fa parte di quella grande équipe di ingegneri del sistema che, da appena qualche tacca di tempo nella lunga storia dell'umanità, suol credersi e chiamarsi 'società civile'.

Corollario.
Mi duole ripeterlo anche qui, ma credo sia necessario: è completamente inutile prendere un bambino e dirgli a parole qual è il confine tra il bene e il male, anzitutto perché spesso questi due estremi sono stati ribaltati dai pedagogisti e linguisti del sistema, per cui le armi sono strumento di pace, la competizione è un valore positivo, la disubbidienza è un reato, e moltissimi altri esempi, e il concetto di bene così traviato non può che essere funzionale soltanto a questo tipo di società autoritaria. In secondo luogo, è inutile perché i meccanismi sociali e perversi ai quali si vuole e si deve aderire (pensando di fare il bene comune) obbligano tutte le persone, anche le più buone, a rinnegare i propri princìpi di solidarietà, di giustizia, di amore, di onestà... E poi perché, concisamente, ogni individuo sano, per quanto piccolo possa essere di età, conosce per istinto quello di cui necessita per stare bene, ed essendo gli esseri umani degli animali sociali, il nostro istinto sa che la salvaguardia della specie non può che passare attraverso la solidarietà e la pratica del mutuo appoggio, giammai attraverso lo sterminio (ved. Kropotkin). Insomma, possiamo anche predicare al bambino che nel mondo siamo tutti uguali nei diritti, che è un bene amare il prossimo e la natura, che è un male la guerra, ecc. ma finché nella 'società civile' ci saranno gradi gerarchici da conquistare, metodi ricattatori da subire e da attuare, ruoli e fazioni contrapposte, schiavi e padroni, sono queste pratiche ad avere la meglio sulle prediche, a meno che una dignità ancora integra non faccia fare spallucce di fronte al timore di essere etichettati come rivoluzionari o deviati o pazzi o sovversivi.

Foto di Elena Shumilova.

L'umanità sacrificata in nome della normalità

E' veramente terribile e fastidioso, per questa società, incontrare qualcuno che pensa e agisce in modo diverso dall'usuale. Tu devi essere normale! Tu devi essere come tutti gli altri! Tu devi pensare e fare le cose come vuole il costume! Tu, bambino, con i tuoi slanci e le tue fantasie, con i tuoi no e la tua creatività, con il tuo infischiartene del colore epidermico e delle catalogazioni ideologiche, tu che sei nato libero e senza confini in testa, tu sei un deviato! Vai curato! E sei anche stupido! Devi essere educato, istruito, programmato, devi imparare presto a stare in questa società, non indicarmene altre, non mi parlare di cose impossibili, devi stare coi piedi per terra, devi essere come noi, non vedi come siamo seri, noi adulti, così responsabili con le nostre bombe e i nostri mille conflitti? Presto! diventa un bravo cittadino anche tu, entra nella catena della produzione, devi farlo, ti piaccia o no, competi con gli altri, usa il tuo cervello per ingannare gli altri, altro che solidarietà! E che non ti salti in mente di fare da grande l'artista o il poeta o l'inventore di macchine inutili! Non stare a pensare, tu devi servire!
Una siffatta società che addestra alla convenzione, al suo concetto di normalità, avrà sempre paura della diversità, e sempre la combatterà. A quel punto, al di là delle belle e inutili parole che sento predicare in ogni dove, basta un niente per fare di una persona o di un intero popolo un nemico da demonizzare, financo da ammazzare.

P.S. Chi vuole conoscere il motivo per cui -nonostante tutte le moralizzazioni- in questo tipo di società e nella scuola tradizionale ci sono violenza e bullismo, può leggere anche quest'altro post.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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