Una citazione al giorno

Una citazione al giorno -

mercoledì 22 maggio 2013

Usciamo da questa scuola

C'è stato un buon periodo della mia vita -assai doloroso per una serie di eventi concatenati- dove l'isolamento spontaneo mi è stato più congeniale per metabolizzare i pensieri rispetto alla consueta socializzazione standardizzata. Allora passavo interi pomeriggi in biblioteca, in varie biblioteche, in quei luoghi di laico silenzio e di conoscenza impolverata. Il più delle volte non mi interessava andarci con un'idea precisa di lettura, semplicemente passeggiavo tra gli scaffali o scartabellavo nei cassettini degli autori catalogati in ordine alfabetico, fino a quando la mia curiosità non si fermava sul mio 'questo libro mi interessa'. Magari poi quel libro si rivelava tutt'altro che interessante, quindi lo riponevo al suo posto e continuavo a girovagare tra gli scaffali come un fantasma. Quando invece trovavo un libro congeniale per quel momento specifico (sceglievo in base all'emozione momentanea) sapevo di essere di fronte a due scelte: leggerlo lì o portarlo a casa. Ho sperimentato ambedue le opzioni, è ovvio. Spesso succedeva che un libro finiva per essere l'input necessario per cercarne subito un altro, e la correlazione tra i libri trovati poteva avvenire per merito di una parola che mi incuriosiva, o di un concetto che volevo approfondire, o di un altro autore citato nel testo che volevo conoscere. Passavo così i pomeriggi. Certe volte non leggevo proprio niente, 'non facevo niente', e lo facevo bene, di gusto, perché fin quando siamo vivi non può esistere un 'niente assoluto'; infatti anche in quei momenti di ozio svolgevo delle importanti attività: percepivo, in altri modi, piacevolmente. 
Perché racconto questi fatti personali? A chi possono interessare? La ragione non è da ricercare nella voglia di far conoscere la mia storia, quanto invece di trasmetterne il significato in rapporto al mio lavoro. A distanza di anni, a ripensarci, noto che il senso originario e stretto della parola imparare stia tutto in quello che ho appena raccontato. Nelle biblioteche non ho studiato, ho imparato. E benché le parole scritte sui libri siano in qualche modo degli imperativi, la libera scelta degli stessi e il confronto con la mia coscienza mi rendeva da un lato compartecipe della relazione tra me e gli autori scelti, e dall'altro lato autodeterminato nel sapere che avrei potuto in qualsiasi momento chiudere il libro e passare con disinvoltura ad altre voci, senza per questo ricevere alcun rimprovero dall'esterno. E se la libera scelta (delle voci e dei contesti), la curiosità, lo stimolo emotivo, sono le basi per imparare, io queste cose le ho vissute solo in quelle biblioteche. Oggi le perseguo anche attraverso internet: scelgo le pagine che mi interessano, le chiudo, le riapro, a seconda delle mie voglie e delle emozioni momentanee, senza coercizioni. Succede a tutti, penso, da quando si naviga in rete. La curiosità è un buon motore. A volte, in quelle biblioteche, mi incuriosiva persino il disegno o il colore di una copertina, e da lì partivo, senza progetto, senza programma, completamente libero. E non sono stati rari i momenti in cui da una semplice attrazione cromatica mi sono trovato a tessere una tela di pensieri aprendo sul tavolo vari libri contemporaneamente.
Mi chiedo: come possono gli studenti imparare a scuola, se proprio la scuola inibisce la curiosità, la voglia innata di sapere, l'autodeterminazione e la libertà di scelta? Cosa avrei fatto io se, in quei pomeriggi, i bibliotecari, anziché starsene per i fatti loro, mi avessero ordinato di leggere quello che secondo loro era giusto per me? E se mi avessero poi anche valutato dopo avermi sottoposto a interrogazione? E se, per valutarmi, avessero forzato i miei sentimenti con il ricatto di un premio come se io fossi stato un somaro spinto dalla carota penzolante davanti al muso? E se fossi stato messo in competizione con gli altri lettori? E se mi avessero imposto pure un lasso di tempo preciso, determinato a priori, entro cui leggere un altrettanto preciso autore? E come avrei reagito se mi avessero vietato di alzarmi per sgranchirmi le gambe o per andare al gabinetto? Come minimo mi sarei domandato: cui prodest? A chi mai -se non proprio a quel 'servizio' che mi sta imponendo obblighi e divieti- interessa ottenere la mia obbediente sottomissione? Di conseguenza non avrei messo più piede in quelle biblioteche, e quei bibliotecari sarebbero stati l'oggetto del mio odio per molti e molti anni, forse per tutta la vita, senza contare che sarebbe sparito in me -sicuramente per sempre- qualsiasi amore nei confronti della lettura. Dite agli studenti per quale motivo essi odiano la scuola e i suoi secondini, chiedete loro per quale motivo la lettura li annoia a morte, essi vi mostreranno le loro ragioni, e su quelle ragioni bisogna partire per costruire un'umanità migliore. Nel mio rapporto con i ragazzi faccio tesoro anche di questa esperienza bibliotecaria.
Io penso a una scuola dove la curiosità e la libertà di scelta debbano essere gli ingredienti primari, dove le persone acquisiscano le conoscenze dall'esperienza, dal libero pensiero critico, e anche dalle altre persone in un rapporto paritario, libero e solidale, dove il contesto sia favorevole allo sviluppo della curiosità, anche condivisa, dove gli educatori (ammesso che ce ne sia bisogno) diventino come quei bibliotecari che stanno lì per aiutare a cercare quel che si desidera conoscere, assecondando e non obbligando. Penso a una scuola dove l'atto dell'e-ducere sia davvero tale, non luogo di imbuti imposti, e premi, e punizioni, e gerarchie. Penso a una scuola dove la conoscenza passi prima attraverso l'emozione momentanea per arrivare con forza vitale alle sinapsi, viceversa sarebbe una tortura che fiacca le coscienze. Penso a una scuola che mantenga viva la gioia, che non sia luogo di noia progettata. La scuola che penso io esiste, è in ognuno di noi, nel profondo, ma per fare in modo che essa emerga dal nostro profondo e si realizzi in pieno bisogna prima distruggere il bibliotecario autoritario che è in noi, di cui molta gente è convinta della nefasta necessità, e seppellire definitivamente il concetto di scuola tradizionale. Gli adulti di oggi non ce la faranno a costruire una scuola libera, non essendo liberi, non riuscendo essi a pensare sganciati dal 'si è sempre fatto così'. Ma i futuri adulti, i bambini, loro sì! essi possono farcela, possono costruire una società migliore, ma soltanto se si darà loro la possibilità di diventare degli adulti diversi da noi, soltanto se i bambini di oggi saranno liberi di scegliere ciò che ritengono più interessante per se stessi, fuori da ogni paura, da ogni dogma, da ogni costrizione, da ogni competizione. Praticamente fuori da questa scuola.

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Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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