Una citazione al giorno

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venerdì 17 maggio 2013

La scuola, la violenza, l'omofobia

Il risultato dell'indagine dell'agenzia Ue per i diritti fondamentali sul tema omofobia e transfobia ('la più vasta indagine mai condotta nel vecchio Continente sui crimini generati dall'odio e dalla discriminazione contro la comunità' - Ansa) non lascia scampo alla scuola, ambiente in cui maturano e si accentuano i sentimenti di odio e di discriminazione. La questione è interessante perché fa emergere il sotterraneo della scuola, quello che va oltre tutta l'apparenza. E oltre l'apparenza cosa c'è se non la struttura e il modello culturale? E' mai possibile -dirà qualcuno- che la scuola addestri all'odio, al razzismo, alla violenza? Per la pedagogia libertaria ciò non ha mai rappresentato una novità, da almeno 200 anni gli anarchici denunciano e smascherano il ruolo violento e nascosto della scuola, un ruolo vigliaccamente spacciato per esigenza filantropica dello Stato che renderebbe edotte le masse. Ma come è possibile che una società degnamente edotta produca ancora, dopo centinaia di generazioni, tanta violenza e tanto razzismo? Ciò è possibile anzitutto perché -come dicevo- il modello culturale non è improntato sulla solidarietà e sulla pace concreta, quella che si realizza e si compie, ma sulla competizione e la gerarchia, sul dominio dell'uomo sull'uomo; e in secondo luogo perché una cultura degna di questo nome non può prescindere da tutte quelle informazioni che sono purtroppo normalmente censurate dai ministeri preposti all'istruzione (ci sono autori e analisti tra i più profondi al mondo, completamente assenti nei libri di scuola e nei palinsesti tv). Siamo di fronte a una cultura non soltanto parziale e manomessa, ma anche violenta, nel suo profondo. Ne consegue una società malata e snaturata, dove emerge ogni tipo di ingiustizia e di violenza. Ricorrere alla protezione dello Stato per trovare una soluzione alla violenza è l'errore più grande, sarebbe come chiedere ad una vipera di mordere la sua stessa ferita per guarirla, perché lo Stato non fa altro che porre ulteriore violenza alla sua stessa violenza.
La società modellata secondo gerarchie e ruoli procrea cittadini gerarchizzati e arruolati, il che significa avere cittadini pronti a scontrarsi nelle più svariate controversie quotidiane, dalle più banali alle più gravi e dolorose. Abolita sia la solidarietà, sia l'empatia. Un siffatto impianto societario non nasce dagli equilibri armonici naturali, ma da un disegno pedagogico molto preciso, occulto, il cui fine è quello di istruire i cittadini alla competizione, alla sudditanza nei confronti del più forte, al dominio sul più debole, alla perpetuazione dei mali di cui i cittadini stessi soffrono, senza capirne le cause profonde. Per inciso farei notare che fino ad ora non ho mai parlato di 'persone', ma di 'cittadini'
Non ci sono retoriche pacifiste che tengano, né decaloghi dottrinali di pace. Possiamo imparare a memoria interi capitoli gandhiani e ripeterli ogni sera a mo' di preghiera, possiamo eleggere a nostra dimora ogni chiesa e adottare un prete che ci reciti sermoni di pace ogni ora... non servirebbe a niente: quando la struttura e la cultura di una società sono di tipo autoritario, a nulla valgono le belle parole di solidarietà profuse anche a scuola che, anzi, proprio nell'ambiente scolastico tradizionale risuonano come beffarde, ipocrite, retoriche. Non si è mai visto, in una scuola tradizionale, un corpo docente eliminare la feroce macchina discriminatoria del voto, o applicare concretamente la democrazia che essi stessi predicano ai ragazzi. I bambini copiano dai fatti che vedono, dalle esperienze che vivono, e le ripetono. La scuola è un crogiuolo di violenza e di discriminazione. Assai ridicole appaiono anche le dichiarazioni fatte da Morten Kjaerum (direttore della succitata agenzia Ue per i diritti fondamentali): 'urge un'azione a livello Ue per abbattere le barriere, eliminare l'odio e creare una societa' in cui tutti possano godere dei propri diritti'. L'esito sarà nullo, a meno che non si distrugga il sistema con tutte le sue gerarchie, le quali generano violenza perché violente in sé.

Parentesi sulla genesi della violenza.
Io credo che valga la pena soffermarsi sulla comprensione delle tre tipologie di violenza. Non mi dilungo. Johan Galtung è il maggior teorico della pace, fondatore di una nuova branca delle scienze sociali (la Peace Research), e da tutta la vita si dedica allo studio delle dinamiche e delle strutture che generano violenza. Galtung individua tre 'fasce' in cui si annida il potenziale violento, ma solo una di queste fasce è quella visibile (la punta dell'iceberg), quella di cui ci si lamenta, e attorno cui scioccamente ci si sofferma anche nei talk-show senza mai approfondire; le altre due fasce sono nascoste, e sono la violenza strutturale e quella culturale; queste ultime agiscono esattamente come fa la scuola, in modo profondo, e rappresentano gli enormi alvei in cui matura la violenza palese 'di prima fascia' (ved. Triangolo della violenza). Dato che la violenza strutturale e quella culturale lavorano in maniera subdola, i cittadini badano soltanto a quella più evidente, e ragionano intorno alle possibili soluzioni rimanendo però su quel dato visibile, e la soluzione trovata dai cittadini non può che essere quella proposta dal loro Stato, ad esempio il carcere, cioè altra violenza che si aggiunge alla violenza. Nessuno, o quasi, si pone la domanda sui motivi profondi che hanno scatenato l'azione violenta palese; se la società si ponesse quella domanda, scoprirebbe che il motivo profondo della violenza è se stessa, poiché è stata addestrata culturalmente e strutturalmente alla violenza, inizialmente in famiglia e a scuola.

Omologazione al gruppo: ruoli, categorie, ideologie.
Ma come può una persona pensare di possedere il diritto di dominio su un'altra persona? Ad esempio, nel caso dell'omofobia, come può una persona credersi in diritto di vessare un'altra persona in materia di sessualità? Se davvero ci fosse una persona contro un'altra persona (per 'persona' si intende un individuo libero da qualsiasi coercizione esterna dogmatica), la questione non si porrebbe neanche, poiché ogni individuo è diverso dall'altro, e ognuno avrebbe il diritto di rivendicare se stesso in quanto persona, quindi affermare anche le proprie scelte sessuali. Ma poiché il sistema non vuole individui ma sudditi associati, riuniti sotto un dogma, ecco che sono stati creati i ruoli, i gruppi di appartenenza ideologica, i partiti, le sette religiose, i mille e mille campanilismi, le 'specializzazioni' (alle quali Ivan Illich fa durissima critica). E' evidente che io non parlo di gruppi liberi dove ognuno è libero di pensare come vuole, parlo invece di gruppi comandati da regole imposte dall'alto. 
Quando le persone si riuniscono in un gruppo strutturato gerarchicamente, allora ogni individualità si dissolve, tutte le singolarità vengono fagogitate e omogeneizzate secondo l'ideologia imposta dall'alto, i diritti di ognuno vengono aboliti in favore di quelli del ruolo, della categoria, delle strutture gerarchiche conservatrici (status, statuto). Allora sì che un gruppo, in forza dell'ideologia statutaria o statuale, potrà muovere anche con la violenza 'di prima fascia' contro un altro gruppo, un'altra città, un'altra nazione. E' l'ideologia imposta, la sua struttura gerarchica, ammesso che venga legittimata dal gruppo appartenente, il pretesto su cui si vogliono accampare presunti diritti di dominio su un'altra ideologia. Lo Stato, quando dichiara guerra contro un altro Stato, riunisce sotto l'ideologia nazionalista il grande gruppo di cittadini che dovranno andare a morire o ad ammazzare 'per la patria'. Anche le Chiese, quando muovono le loro campagne di finto amore, riuniscono i loro adepti sotto l'ideologia di un dio esclusivo, non sono ammesse le individualità, altre divinità, altri pensieri, altre scelte che non siano quelle imposte e aderenti a quel dogma, a quel 'diritto divino'. Non esiste al mondo un solo gruppo gerarchizzato che non sia in se stesso violento, e la scuola insegna anzitutto la gerarchizzazione e la violenza della società.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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