Una citazione al giorno

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giovedì 5 aprile 2012

Una barca nella tempesta è sempre sola

Dalla 'giornata sulla pedagogia' che si è svolta a Milano il 5 febbraio 2012, la rivista anarchica 'A' ricava spunti per una sintesi e pubblica un resoconto. Ed io da questo resoconto ne estrapolo un pezzetto riferito alla possibilità di cambiare la scuola dal suo interno*, che è quello che tento di fare con i miei ragazzi, con le nostre possibilità limitate per oggettive ragioni. Riporto:
'Di fatto si è giunti alla considerazione che attualmente tale possibilità* è sempre più labile e incerta. Le istituzioni e la società non hanno più alcuna relazione al tipo dialogico e sempre più spesso i tentativi di chi promuove il dialogo e l'ascolto sono frustrati dalla netta indisponibilità e dalla mancanza di apertura di un sistema scolastico, nel suo complesso, sempre più ridotto a mero ordinamento'.
Al di là degli altri argomenti -molto più ottimisti- trattati al Circolo Arci 'La Scighera', il pensiero sopra merita di essere sottolineato, almeno da me, per la sua verità seppur parziale. Perciò l'ho pubblicato. Se potessi aggiungere qualcosa all'articolo, porterei naturalmente la mia esperienza diretta.
La scuola in cui insegno è esattamente uguale a tutte quelle in cui ho insegnato prima, perché, come dice Ivan Illich, tutte le scuole del mondo hanno un elemento che le accomuna, un binario invisibile ma tenace, il 'programma nascosto'. Si tratta del metodo, della struttura, del sistema. Allora noi possiamo anche parlare agli alunni di fratellanza e riempirci la bocca di belle visioni per il futuro in stile M. L. King, ma fintanto che i migliori argomenti per una migliore umanità avranno il mero ruolo di rivestimento di una struttura autoritaria, tutte le belle parole e tutti i buoni propositi rimarranno lettera morta, di ciò ne è testimone la società stessa. Certamente mi è capitato di aprire una breccia pedagogico-libertaria in qualche mio collega, ma sono giunto alla conclusione, in base alla mia esperienza, che per fare gli educatori libertari occorre anzitutto essere libertari. Non c'è alternativa. Posso dimostrarlo quando, parlando delle costrizioni che hanno i bambini a scuola, ho suggerito a una mia collega di far scegliere agli stessi ragazzi dove stare seduti (almeno quello!). Il risultato lo esplico nei suoi due punti fondamentali:
  1. La collega si è mostrata favorevole, perché davvero convinta (tale mi è sembrata).
  2. La collega, dopo aver detto ai ragazzi di scegliersi liberamente il banco, si è ritenuta assolutamente legittimata nella decisione finale di far rispostare i ragazzi, a sua propria discrezione, in base a sue proprie impressioni.
Detto tutto? Dipende da chi sa cogliere. Fattostà che la situazione è anche questa, oltre al fatto che la struttura scolastica tradizionale è un verace calderone burocratico e tecnicistico, legiferante e coercitivo, paurosamente utile solo al sistema.
Dove voglio arrivare l'ho già detto: inutile tentare di fare i libertari se prima non si rivede in toto la concezione e la forma della propria vita. Una coscienza abituata all'autoritarismo non potrà mai concepire pensieri e atti anarchici, se non involontariamente.
Per cui è vero, ci sono mille difficoltà oggettive in cui anche io, educatore anarchico in una scuola di Stato, navigo con l'onda sempre contro. Ma cosa fare? Ho lungamente riflettuto su questo interrogativo. Di certo non sarei in grado di fare il classico insegnante autoritario che abitua all'obbedienza. Una specie di soluzione l'avrei anche trovata, ma temo che sia irrealizzabile al momento. La esterno: tentare anzitutto di conoscersi, intendo tra educatori libertari che operano nella scuola pubblica, e organizzare gruppi itineranti localmente che propongano incontri, seminari, interventi, conferenze, dibattiti, nelle scuole, sia per i docenti, sia per i genitori. Perché è difficile fare questo? Perché devo constatare, con mio rammarico (ma potrei sbagliare), un desolante isolamento tra (quasi) tutti gli educatori libertari. Non è perciò solo questione di 'istituzioni e di società' o di 'netta indisponibilità della scuola', come dice l'articolo di A-rivista. Allo stato attuale, l'indisponibilità la registro anche tra colleghi libertari, soprattutto in forma virtuale (perché non tutti sono disponibili a raggiungere un luogo per la presentazione di un libro o per una conferenza). Ho sbagliato, non si tratta di indisponibilità, ma di assenza. Qual è il cemento utile a unire gli intenti, se non gli intenti stessi?
Ma non voglio spostare l'attenzione, la questione rimane quella che ci riporta all'articolo di 'A', dove le difficoltà esistono e sono tante per davvero, dal rapporto con i colleghi, a quello con il dirigente scolastico, a quello di tutta una struttura burocratica e di controllo, ai programmi, ai voti, ai registri, ai verbali, ai mille ordini, ai mille divieti, ai non-saluti perché un anarchico è meglio non salutarlo, al papà del ragazzino che fa il carabiniere, alla fila per due da far rispettare, alla condizione permanente di clandestino, all'incomprensione della legge, al collega che origlia dietro la porta dell'aula, alla censura dei libri che 'è giusta' perché meglio Mussolini che Bakunin, eccetera eccetera.

Nessun commento:

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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