Una citazione al giorno

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lunedì 5 marzo 2012

La pedagogia del 'perché si è sempre fatto così'!

Ho avuto uno scontro con una sedicente 'educatrice'. Questa signorina -come le altre- viene a scuola perché ha ricevuto l'ordine di 'seguire' un bambino. In questo aberrante sistema, il verbo 'seguire' viene normalmente interpretato in questo modo: 'ti dò la licenza di impartire ordini e leggi alla tua vittima'.
Questo bambino, per motivi che non sto qui a dire, è affidato a una comunità, quindi deve essere 'seguito' da un'équipe di 'educatori'. Il bambino non è per niente stupido, al contrario brilla di inventiva, di energia vitale, evidentemente troppa per chi ha già deciso la sua triste sorte. Questo bambino quindi 'vive' adesso in una ferrea gabbia di costrizioni che altri stanno decidendo per lui, dicono 'per il suo bene'. Invece io vedo benissimo che il metodo autoritario e le regole che gli stanno somministrando non fanno altro che generargli molte sofferenze, inquietudini, angosce, perdita di autostima. E' evidente che tutte queste sofferenze devono essere sfogate in qualche modo, quindi il bambino si mostra esagitato, con punte di estrema irrequietezza, che non è l'irrequietezza positiva di chi vuole manifestare platealmente la propria personalità e le attitudini, ma quella negativa del ferire gli altri per liberarsi dall'oppressione degli altri. E tanto più il bambino manifesta il suo desiderio di liberarsi dalle costrizioni, quanto più rigide sono le regole e le punizioni che gli vengono inflitte. Questo è, per l'educatrice di cui sopra, l'unico mezzo efficace e giusto. Lo è anche per i miei colleghi, per tutti. Praticamente, è come curare il dolore colpendo col martello la parte dolorante, denigrando al contempo chi dice che quel metodo è sbagliato.

Il fatto:
Entro a scuola, il bambino mi vede, come sempre è contento di vedermi, ci abbracciamo e facciamo feste. Attenzione adesso. Seduta accanto, la sedicente educatrice sente la necessità di intervenire (perché?) con un rimprovero al bambino: 'cosa ti abbiamo detto ieri? Non si dànno le pacche ai professori'. Ho chiesto il perché di questo rimprovero e del fatto che gli si debbano vietare le pacche sulle spalle ai professori. La signorina rimane interdetta e, come sempre succede quando si pongono domande precise riguardo argomenti razionalmente insostenibili, la sua risposta è vaga, vuota, stupida, priva di alcun senso logico, rispondente soltanto al metodo autoritario. Mi dice infatti: 'perché è giusto così'. Cosa vuol dire è giusto così? Perché è giusto così? Mi risponde: 'bisogna portare rispetto ai professori'. Continuo il giochino del perché e, dopo averla condotta al punto cruciale della questione, insistendo sul motivo per cui bisogna portare rispetto ai professori, la signorina in panico totale ha pensato di chiudere l'argomento con un laconico quanto insensato 'perché si è sempre fatto così'. Bella pedagogia!
Questa è l'educatrice in questione (che per l'applicazione dei metodi autoritari e per la chiusura intellettuale non è dissimile dai miei colleghi), priva di qualsiasi conoscenza pedagogica, abituata ai metodi fascisti, assoldata con piacere dalla comunità, dal Comune, dai servizi sociali. L'ho lasciata col mio suggerimento di leggersi qualcosa di Ivan Illich o di Marcello Bernardi, perché -le dico- la pedagogia nel frattempo è andata avanti. Naturalmente non leggerà nessun libro, perché l'autoritarismo è presuntuoso e non ammette neanche la propria ignoranza.

P.S. Quel 'si è sempre fatto così', è esattamente la stessa vuota esclamazione detta da quelli che, non sapendo o non volendo ascoltare l'ideale anarchico, perpetuano il sistema con il loro voto perché, in fondo, si è sempre fatto così. E tutte queste persone si reputano persino progressiste, financo responsabili.

Un disegno di Simone

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Wow! Che bel blog! L"ho letto oggi tutto d'un fiato.
L'insegnamento mi ha interessato spesso, ma ho sempre pensato "che palle lavorare e vedere ogni giorno musi lunghi, che brutto essere detestati, temuti". A maggior ragione, crescendo, notavo una sorta di incoerenza nel lavorare proprio per "quel" datore di lavoro.
Recentemente ho ripreso in considerazione l'idea, pensando soprattutto che è dai ragazzi e dalle ragazze che si parte. Una mia insegnante del liceo per prima mi ha fatto riflettere grazie alla lettura di "due di due" (...che poi non so bene se quello fosse l'obiettivo di de Carlo ma tant'è).
Eppure, parli spesso di "clandestinità". Immagino non sia semplicissimo, facilmente nella mia scuola si notavano gli screzi tra prof più o meno libertari, con metodi più o meno moderni,ecc. Dalla tua forse c'è la materia (l'ora d'arte è quasi sempre una delle preferite dagli alunni e forse il programma è meno soggetto a critiche e controlli, perlomeno alle medie ). Temi il confronto coi genitori? Credo di no, ma pensi che romperanno?
Ci racconti poi come hai deciso di affrontare la questione dei voti e poi, visto che hai detto che lavoravi alle superiori, se riuscivi ad avere riscontri positivi anche là?
Grazie mille per queste pagine ricche di spunti, grazie per avere mostrato un'alternativa alla schiavitù lobotomizzante della scuola statale.
Saluti libertari
una compagna (che non è un robot)

gianni ha detto...

Grazie per la tua lettura approfondita e per l'apprezzamento.
L'esperienza alle superiori è stata affascinante per molti aspetti. All'epoca ero ancora ai primi approcci con la pedagogia libertaria, perciò, per non sbagliare irrimediabilmente qualcosa, mi sono tenuto tatticamente e tecnicamente lontano dall'applicazione di questo tipo di pedagogia. Tuttavia la vicinanza con gli studenti, il loro modo di pecepirmi così 'fuori schema', li ha incuriositi e li ha affascinati (parlo per la grande parte di essi). Insomma, il mio modo di viverli non è passato inosservato. Oggi tornerei alle superiori con una consapevolezza maggiore in fatto di pedagogia libertaria, e... chissà quale sarebbe la loro reazione? Me lo domando spesso.
Riguardo ai voti non so cosa vuoi sapere di preciso. Ogni classe, ogni individuo, ha una sua dinamica anche nell'acquisizione di questa pedagogia, allora alcuni alunni mi chiedono di dare un voto in modo tradizionale, altri hanno imparato ad autovalutarsi in gruppo, altri ancora preferiscono che sia io a valutarli in maniera simbolica (quindi 10 come minimo). Anche queste differenze fanno vivo il mio rapporto con loro. Così ci sono ancora quelli che 'il voto serve' (perché sentono l'influenza dell'autoritarismo dei miei colleghi dal quale è difficile staccarsi), altri a cui non importa un granché. In fondo è bello anche per questo, nulla è piatto, e so che dovrò ancora lavorare per far capire a tutti che la persona non è misurabile, non è un numero che genera disuguaglianza e motivo di attrito con gli altri.
Infine voglio dirti che il fattore clandestinità (su cui insisto non solo per la difficoltà che mi crea) lo considero un valore aggiunto, poiché rafforza il senso della non consuetudine e crea molta complicità tra me e gli studenti.
Ciao

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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