Una citazione al giorno

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lunedì 19 marzo 2012

Complicità e fiducia

Il rapporto che si è instaurato tra me e gli studenti è di complicità, ma anche di fiducia reciproca, questo si rivela una forza in ogni situazione, la fiducia è un cemento potente che sviluppa e genera empatia. Un insegnante anarchico diventa allora un veicolo di fratellanza tangibile ed anche un amico cui scaricare le tensioni e le rabbie represse nei confronti di un sistema scolastico ipocrita che crea continuamente paure e ingiustizie. Perché introduco in questo modo? Per due motivi.

1) L'altro giorno i miei studenti sono stati presi dai colleghi, sono stati coperti con una bandiera nazionale, e sono stati letteralmente costretti a cantare l'inno di Mameli. Sono stati riempiti di retorica nazionalista, di quel nazionalismo che è il seme di ogni razzismo e linfa vitale per tutti i fascismi, ubriacàti di ipocrisia e di propaganda autoritaria. Esibizione in pubblico, ovviamente, sennò la propaganda non avrebbe avuto alcun senso.
Peccato però (per la propaganda fascista) che i miei studenti erano ben coscienti di quel che stavano facendo. Sin dall'inizio dell'anno scolastico, infatti, ho chiarito loro il senso nefasto di Stato, di confine, di bandiera, di inno nazionale... Proprio per questo i ragazzi, qualche giorno prima della loro esibizione, mi avevano avvisato di questo show circense e della loro partecipazione forzata a cui avrebbero voluto dire no, e avevo detto loro:
in questo sistema coercitivo non potete sottrarvi a questa esibizione senza ricevere una punizione, e non potete neanche esprimere opinioni contrarie a quelle della maggioranza senza essere additati o accusati, e non potete neppure -come dite di voler fare- rimanere muti quando arrivate al 'siam pronti alla morte', ma andate con questa vostra coscienza, cantate tutto, ma con la consapevolezza di quello che vi faranno fare.
Così è stato, hanno cantato, ma la loro consapevolezza di stare dentro a un raduno di neobalilla li ha resi ancora più determinati e forti. Così oggi me li son ritrovati tutti in classe a riversare su di me il loro disgusto, si dovevano pur sfogare ed io ero lì apposta per ricevere ogni loro impeto di rabbia. Li ho ascoltati tutti, pazientemente, e alla fine ho sentito la necessità di chiosare:
ci vadano loro a morire per la patria, io non ne ho bisogno, la mia patria è il mondo intero e nemici non ne ho, oltre ogni loro confine io ho solo fratelli e sorelle!
Esultanza catartica generale.

2) Il piccolo Narim (11 anni) è nato in Turchia, vive in un contesto familiare autoritario dove il padre è a capo di tutto e può fare quel che vuole, salvo quelle mansioni che, secondo la legge del patriarcato più oscuro, soltanto una donna può fare, come cucire. Oggi Narim si è involontariamente strappato i pantaloni a livello della tasca, niente di che. Gli ho detto che poteva benissimo cucirseli da solo una volta tornato a casa, ma lui per tutta risposta mi ha detto ridendo: 'non sono mica una donna'! Gli sono andato vicino, mi sono abbassato sulle gambe finché i miei occhi non si sono allineati ai suoi, e con tono serenissimo e complice gli ho chiesto: vuoi che ti insegni a cucire? I suoi occhi hanno prima trasmesso stupore (come a voler dire a se stesso: 'ma se il prof è un uomo e sa cucire, allora non è vero che il cucito è roba per sole donne'), e poi, con un bel sorriso convinto, mi risponde di sì. Dopo una mezz'ora, Narim ha tenuto a ricordarmelo: 'prof, allora porto ago e filo, eh'?

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Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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