Una citazione al giorno

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venerdì 9 marzo 2012

Dovrei parlare del carcere

Se c'è un argomento delicatissimo da trattare è quello del carcere. E' questo un tema che tocca in modo fortissimo le corde della sensibilità di ognuno, soprattutto di quelli la cui distanza dalla concezione di un altro sistema di gestione comunitaria è siderale.
L'altro giorno osservavo e ascoltavo i bambini parlare del più e del meno e, a un certo punto, uno di loro ha detto 'ecco, per quelli ci vorrebbe il carcere'. Quante volte lo sentiamo dire? Ma cosa c'è dietro questa affermazione? E cos'è il carcere, al di là di ciò che viene detto o percepito comunemente e superficialmente? Ora, siccome il bambino che ha fatto quell'affermazione, guardandomi, ha poi aggiunto un severissimo 'vero, prof?' io a quel punto ho chiesto a tutti se avessero voglia di conoscere il mio punto di vista in merito. 'Sì', mi hanno risposto. E dato che il tempo concessomi dalla scuola stava per terminare, ho promesso ai ragazzi che ne avrei parlato un altro giorno.
Faccenda molto delicata, dicevo, anche perché c'è il rischio che non venga capita fino in fondo la natura del carcere, che è intimamente legata ad un metodo sociale burocratizzato, gerarchizzato e fortemente punitivo quale è lo Stato. Faccenda delicata, certo, perché è difficile smantellare la comune convinzione che vede la detenzione coattiva delle persone come oggettiva e giusta necessità sociale. Credo che mi servirà un percorso mentale preciso e lineare, non credo, in questo caso specifico, di poter andare 'a braccio'.
Perché sto scrivendo questo? Perché in questo diario aperto voglio che rimanga traccia della mia preoccupazione, oggi, nel sapere di dover trattare un argomento così serio e profondo. Dovrò parlare a degli undicenni, è vero, ma la mia unica speranza è proprio questa, cioè quella di sapere che di fronte a me avrò degli undicenni, e non degli adulti già troppo sclerotizzati nelle loro false convinzioni. Ce la faranno i ragazzini a capire questo argomento come hanno capito l'anarchia? Domanda sbagliata, quella corretta è: ce la farò io?

4 commenti:

Marja ha detto...

Grazie per questo blog. Da anarchica e studentessa liceale (anche se, per fortuna, ancora per poco) ho apprezzato i resoconti, le storie, le opinioni dei prof. che hai riportato. All'inizio pensavo "l'anarchia insegnata ai ragazzi, geniale!", ma mi sono resa conto che non è semplicemente "insegnata", è FATTA VIVERE. Meraviglioso! Forza e coraggio con il discorso sul carcere: se la libertà non si ama a 11 anni..

gianni ha detto...

Ciao Marja, grazie a te per le belle parole.
In effetti quel che tento di fare è di non rimanere sul piano teorico, ma di andare su quello dell'applicazione pratica dell'anarchia; certamente non come imposizione o come un programma obbligato, ma come esperienza che nasce dall'esigenza umana di libertà.
Ciao

Giuseppe ha detto...

Facci sapere come andrà!

Massimo rispetto da alcuni studenti anarchici per il lavoro che stai svolgendo, un tassello importantissimo per la costruzione dell'"umanità nova". A presto :)

gianni ha detto...

Ciao Giuseppe. Vi terrò informati. intanto vi abbraccio tutti.

Gustavo Esteva

'...A quel punto, sia mia figlia che noi genitori sapevamo che il problema non è la qualità della scuola, ma la scuola stessa. Per quanto riconfigurassimo l’aula, il programma di studio, ecc., la scuola rimaneva il problema e non la soluzione. Per quanto la nostra scuola fosse libera, per quanto fossero belli l’albero e il giardino che sostituivano l’aula, per quanto gli insegnanti fossero aperti e creativi, la nostra scuola era ancora una scuola. (Illich l’avrebbe messo in luce con estrema chiarezza nel suo Descolarizzare la società, come ho scoperto molti anni dopo)'.

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